Book: Gandhi. il risveglio degli umiliati



I edizione digitale: luglio 2013


I edizione: settembre 2011

© 2007 Librairie Arthème Fayard


© 2011 Fazi Editore srl


Via Isonzo 42, Roma


Tutti i diritti riservati

Titolo originale: Gandhi ou l’éveil des humiliés. Biographie


Traduzione dal francese di Francesca Minutiello

ISBN: 978-88-7625-292-1

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Jacques Attali


GANDHI


IL RISVEGLIO DEGLI UMILIATI



traduzione di Francesca Minutiello





Gandhi. il risveglio degli umiliati







All’India,


con ammirazione







Marx ha basato la sua dottrina su una determinata Filosofia


della storia. Ma quale storia? Quella dell’Europa.


Ma che cos’è l’Europa? Non è tutta l’umanità.

HO CHI MINH, maggio 1921


È la legge dell’amore che governa il mondo. Se l’avesse


governato la violenza, ovvero l’odio, sarebbe sparito


da un bel pezzo.

MOHANDAS GANDHI, 13 aprile 1940








AVVERTENZA

I numeri inseriti nel testo indicano l’opera di riferimento riportata nella bibliografia finale.

Gandhi. il risveglio degli umiliati

Il Raj britannico

Mai la violenza è stata più minacciosa e multiforme di oggi. Mai l’azione e le idee di Mohandas Gandhi (Mohandas Karamcand Gandhi), che l’ha combattuta col sorriso sulle labbra, fino a morirne, sono state più attuali.

Ben pochi hanno lasciato una traccia tanto forte nella storia umana, attraversando con dolcezza un secolo di barbarie, tentando di far ragionare i mostri peggiori, facendo del proprio sacrificio un mezzo per condurre gli altri all’introspezione, rivelando che l’umiliazione è il vero motore della Storia, praticando la sola utopia che permette di sperare nella sopravvivenza della specie umana: quella della tolleranza e della nonviolenza. La sua lezione ha cambiato il XX secolo e l’India. Bisognerà recepirla, se vogliamo che l’umanità sopravviva al XXI.

Il suo messaggio, amava dire, era la sua vita, apparentemente trasparente. La sua passione per la verità lo spingeva a diffondere, scrivendo praticamente tutti i giorni, l’evoluzione del suo carattere, dei suoi sentimenti, dei suoi problemi, della sua dottrina, della sua etica, della sua pratica, della sua strategia, delle sue direttive.

Eppure, Gandhi resta un appassionante enigma.

Mentre alcuni indiani suoi contemporanei, come Chandrasekhara Venkata Raman, insignito del premio Nobel per la fisica nel 1930, Ramanuja, geniale matematico della teoria dei numeri, o Satyendranath Bose, che lavorò con Einstein, furono dei geni eccezionali, lui non fu né un teorico, né un leader militare e nemmeno un brillante avvocato. Come ha fatto, dunque, questo timido ometto – nato da famiglia modesta, in una casta “dignitosa” ma inferiore ai bramini, senza conoscenze – a diventare la guida morale di un paese tra i più sofisticati, i più gerarchizzati, i più religiosi del mondo? Come è riuscito quest’uomo dalla voce esitante, che a trent’anni era incapace di parlare in pubblico, a riunire, vent’anni dopo, milioni di uomini pronti a morire per lui? Come ha osato, in decine di occasioni, mettere in gioco la sua vita per costringere gli altri a riflettere sulle loro debolezze? Come è riuscito a diventare ciò che voleva? Come comprendere colui che consigliava alle vittime di accettare l’olocausto e chiamava i carnefici «amici»? Come credere, infine, a colui che nella vita privata dava a volte l’impressione di contraddire i principi di cui esigeva il rispetto dagli altri?

Le sue innumerevoli biografie, scritte mentre era ancora vivo o dopo la sua morte, molto spesso tralasciano tutti questi temi: sono opere di amici devotissimi o agiografie che non cercano le sue debolezze e non approfondiscono abbastanza le sue opere, confrontandole solo di rado con le sfide del suo tempo che, tuttavia, conferiscono al suo pensiero una tragica universalità. Inoltre, la sua opera letteraria e giornalistica (cinquantamila pagine scritte essenzialmente in gujarati) è stata tradotta con grave ritardo in inglese, e ancora più tardi in francese.

Ma c’è anche un’altra ragione che mi è parsa chiara solo mentre scrivevo: la sua vita è una risposta a un’umiliazione. Innanzitutto quella subita dagli indiani del Sudafrica da parte di inglesi e boeri, poi quella degli intoccabili da parte degli altri hindu e infine quella degli indiani da parte degli inglesi. Umiliazioni in cui Gandhi trovò la fonte della sua ribellione, della sua filosofia, delle sue vittorie; umiliazioni universali che ci riguardano più che mai.

Questa è dunque, in definitiva, la principale ragion d’essere della presente biografia: raccontare la storia favolosa di un uomo il cui incredibile destino rivela il motore fondamentale della storia umana. Non il profitto, né la lotta di classe, ma appunto il risveglio degli umiliati.

Per troppo tempo l’Occidente ha rifiutato a tutti questi popoli colonizzati, definiti “primitivi” o “barbari”, lo status di esseri umani. Oggi sono visti come una minaccia. In realtà sono delle promesse. Il loro destino mostra inoltre che se la lotta dei popoli per la libertà non si inscrive nel quadro di un’etica e di una metafisica, se la lotta per cambiare gli altri non comincia da una lotta quotidiana per cambiare se stessi, essa rischia di portare solo a un cambio di padrone.

Questo è il messaggio principale di Gandhi: per smettere davvero di essere umiliati, bisogna prima smettere di umiliare. Bisogna cambiare il proprio rapporto con l’Altro. Come dice, in modo diverso e sublime, uno dei canti di Tagore che Gandhi amava ascoltare: «Il mio incenso non esala alcun profumo finché non brucia; la mia lampada non rischiara finché non la accendo»151.

Altrimenti detto, l’umiliazione è la scintilla che dà all’umiliato il desiderio di trovare se stesso; se non lo fa, non avrà altro avvenire che diventare lui stesso un carnefice.

* * *

L’India è stata umiliata più di qualsiasi altro paese. Più di qualunque altro subcontinente, oggi è in una situazione tale da influire sul futuro del mondo. Più di qualsiasi altro essere umano, l’indiano di oggi – che viva in India, in Pakistan o in Bangladesh, che sia ingegnere nella Silicon Valley o imam nei sobborghi di Manchester – gioca e giocherà un ruolo nella Storia. Non c’è da stupirsene: dopo due secoli di dominazione britannica, giunta dopo altri due di dominazione moghul, gli eredi di Gandhi si prenderanno, in un modo o nell’altro, la loro rivincita economica, politica, culturale e militare per tutte le umiliazioni subite.

Un uomo fragile e sorridente li ha aiutati a prendere coscienza della loro dignità e li ha sollevati più in alto di loro stessi. Il suo destino porta il segno del nostro passato, il nostro futuro porterà il segno della sua storia.

Prima di conoscerlo, è bene delineare il contesto: la colonizzazione delle Indie da parte dell’Impero britannico è in prima battuta, come quasi tutte le avventure coloniali, una pura questione di denaro. In seguito divenne una questione politica. Infine – e solo infine – una questione di civiltà.

Prima di tutto una questione economica. All’inizio del XVIII secolo l’India, insieme alla Cina, era ai primi posti dell’economia mondiale, con il 22 per cento del reddito dell’intero pianeta. A partire dalla fine del XVIII secolo, alcuni mercanti inglesi presero il potere a Calcutta e nei centri economici del Bengala, con l’intento di far sì che quella colonizzazione non costasse niente alla Corona. Così l’India pagò a caro prezzo la propria sottomissione, divenendo una riserva di truppe e materie prime e allo stesso tempo un mercato per i prodotti inglesi. Di fatto, mentre l’America del Nord (Stati Uniti e Canada), il Sudafrica e l’Australia furono subito terre di colonizzazione, la Gran Bretagna, intimorita dalle masse indiane, mandò in India solo militari, funzionari e commercianti. Non inviò neanche – o ne mandò pochi – missionari cristiani. Alcuni uomini vi andarono da soli per fare fortuna e ripartirono per spenderla in Inghilterra, riuscendo a volte a comprare intere province con i soldi guadagnati. Furono celebrati matrimoni misti, almeno fino all’arrivo, nel 1830, dei primi “pescherecci”: navi che trasportavano donne inglesi venute a “pescare” un marito. A differenza di quanto avvenne nelle colonie francesi, quelle inglesi fecero nascere una forte borghesia locale a cui si appoggiarono.

Tutto comincia nel 1757, quando uno straordinario avventuriero inglese, Robert Clive, entra a Calcutta, si mette d’accordo con il navab del Bengala per rivoltarsi contro i francesi e prendere loro Chandernagore (Chandannagar), per poi tradire il suo alleato bengalese, distruggerlo nella battaglia di Plassey e cacciare anche gli olandesi dalla regione. La sua ambizione non è politica, ma commerciale: la Compagnia delle Indie Orientali. Nel 1763, il trattato di Parigi, firmato senza che i soldati di Luigi XV abbiano tentato un confronto sul campo, lascia ai francesi solo cinque territori. Un anno più tardi, Clive, diventato governatore e comandante in capo dopo quattro anni di assenza, prende il potere economico su tutto il Bengala, lasciando al navab solo il potere politico e giudiziario. Il Bengala diventa così il primo insediamento inglese stabile sul subcontinente; l’amministrazione resta moghul, le leggi restano islamiche, la lingua dei funzionari resta il persiano. Clive si accontenta di assicurarsi la gestione delle imposte e del commercio: il primo funzionario indiano sotto controllo britannico è un esattore generale. In seguito sigla un accordo con coloro che riscuotevano l’imposta fondiaria per conto dell’imperatore Moghul, gli zamindar, e ne fa dei proprietari fondiari a lui devoti; poi prende progressivamente il controllo del commercio esterno e costituisce il Raj (raj) britannico, dove solo gli inglesi occupano dei posti di responsabilità.

Nel 1774 Clive, divenuto immensamente ricco, accusato di corruzione («Mio Dio», rispose lui ai suoi accusatori, «sono io stesso stupito dalla mia moderazione!») e molto malato, si suicida a Londra. Il Raj allora si arroga uno dopo l’altro i monopoli remunerativi quanto impopolari del sale e del tè. Poi gli inglesi fanno dell’intero subcontinente uno dei principali sbocchi dell’industria tessile del Lancashire, sfruttano le miniere di carbone del Bihar e dell’Orissa e sviluppano le colture da esportazione come quella del tè, soffocando l’agricoltura alimentare, l’industria e l’artigianato. Alla metà del XIX secolo, per organizzare la spedizione rapida di questi prodotti d’esportazione verso i porti, il Raj costruisce una rete ferroviaria di oltre 60.000 chilometri. In totale, verso il 1850, l’India produce a buon mercato derrate e materie prime per il mercato britannico e acquista a caro prezzo i prodotti principali dell’industria britannica.

Conseguenza: sette grandi carestie nella prima metà del XIX secolo e ventiquattro nella seconda80. Nel 1869, quando nasce Gandhi, la situazione è così tragica che gli uomini delle aree più povere di Madras e del Bengala cominciano a emigrare verso gli Stati Uniti, le Antille, il Perù, la Réunion, le Mauritius, il Madagascar e il Sudafrica, dove sono impiegati come schiavi da piantatori inglesi e boeri installati su vasti terreni vergini, ideali per il tè, il caffè e lo zucchero. Lì presto ritroveremo Gandhi.

La colonizzazione delle Indie è in secondo luogo una questione politica. Nel 1784 William Pitt, primo ministro a Londra, pone la Compagnia sotto l’autorità di un Consiglio di Controllo. Un po’ più tardi, a Calcutta, Lord Cornwallis, governatore generale, riorganizza l’amministrazione del Bengala anglicizzandola: uno dei suoi primi interventi consiste nel vietare il porto d’armi. Nel Sud, Sir Thomas Munro lo imita e prende prima di tutto il controllo delle imposte. Nell’Ovest, Sir Elphinstone fa altrettanto, permettendo però ai principi di mantenere i loro privilegi, le loro truppe e i loro palazzi. Nel Nord, Sir Charles Metcalfe si arroga tutti i poteri lasciando una parvenza di autonomia ai villaggi. A Calcutta, nominata capitale del Raj, un governatore generale sostituisce il Gran Mogol, si appropria dei suoi fasti e dei suoi palazzi e stipula trattati di alleanza con i principi del subcontinente sottomessi alla sorveglianza del “potere supremo” (Paramount Power) del Raj. Un “residente” britannico può intervenire come vuole nella gestione interna di ciascuno di questi principati, che non possono trattare direttamente né con le potenze straniere e nemmeno tra loro. Nel 1805, alcune migliaia di funzionari e soldati britannici imposero così la loro autorità a più di 150 milioni di indiani, appoggiandosi a un esercito di 155.000 uomini9: soldati inglesi, ma soprattutto i “sepoy” (dall’hindi sipahi, ‘soldato’) del Bengala; le alte caste dell’Awadh forniscono truppe d’élite come avevano fatto con il Gran Mogol.

Poco a poco, il governatore generale prende il sopravvento sui mercanti della Compagnia, assistito a partire dal 1833 da un Consiglio Legislativo composto esclusivamente da ufficiali britannici9. Nel 1835 compaiono le prime scuole britanniche, dapprima riservate ai pochi figli del personale espatriato e a quelli delle élite principesche e mercantili. I primi laureati indiani delle tre università istituite verso il 1850 a Calcutta, Madras e Bombay hanno accesso solo raramente all’alta amministrazione del paese, che resta quasi esclusivamente britannica. Pochissimi indiani fanno carriera a Londra68.

Nel maggio del 1857 (mentre la Francia intraprende la guerra in Africa contro l’impero tuculor e occupa Canton), l’esercito britannico vuole obbligare i sepoy, spesso musulmani, ad attraversare il mare per prestare servizio in Birmania e impone loro l’uso di un nuovo fucile le cui cartucce sono rivestite di grasso animale; questi si ribellano, trascinando con loro proprietari terrieri, paesani, cittadini dell’Awadh e dell’India centrale. Occupano anche Delhi, città divenuta secondaria dopo essere stata la capitale dei Gran Mogol; a Cawnpore (Kanpur), 400 inglesi (tra cui donne e bambini) vengono massacrati. Per rappresaglia, il governatore generale Lord Canning (soprannominato ironicamente “Canning il clemente”) stermina la famiglia dell’imperatore Moghul, principe musulmano, e con l’aiuto dei principi hindu doma questa rivolta; come dirà lo storico William Rushbrook, i principati costituiscono ormai «una rete di fortezze amiche su territorio ribelle»50.

È chiaro, per gli inglesi, che l’India è divenuta una colonia politica e non solo una base commerciale. Il 2 agosto (mentre in Cina infuria quella spesso definita come la “seconda guerra dell’oppio”, che apre di nuovo le porte a Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna) un primo Government of India Act abolisce la Compagnia delle Indie e ne trasferisce i poteri a un viceré con nomina quinquennale. Questi dirige alcuni funzionari sul posto, scortati da un “corpo scelto” di agenti di altissimo livello, l’Indian Civil Service (ICS), reclutati per concorso su un programma che comprende cultura generale, lingue locali e attitudine al comando, dopo tre anni passati a Hailesbury in una caserma appositamente istituita. Questo servizio, in seno al quale gli indiani occuperanno progressivamente qualche posto importante, si rivelerà estremamente solido ed efficace, in grado di resistere a ogni assalto, fino al giorno dell’indipendenza9. Gli verrà dato un soprannome significativo: “armatura d’acciaio”.

I due terzi del subcontinente sono quindi divisi in dieci province (Assam, Bengala, Bihar, Bombay, Province centrali, Madras, Frontiera del Nord-Ovest, Orissa, Punjab e Sind), ciascuna retta da un “governatore”, e in altre sei (Ajmer-Merwara, isole Andamane e Nicobare, Beluchistan, Coorg, Delhi, Panth-Piploda) sotto l’autorità di un “alto commissario”; in queste zone direttamente amministrate, gli inglesi si appoggiano ai notabili tradizionali, gli zamindar e i jagirdar68. L’altro terzo del continente, diviso in 565 Stati, è sotto il controllo di re e maharajah (maharaja) hindu e sikh, navab (o nababbi) e begum musulmani, principi ancora ereditari, che prestano giuramento di alleanza alla Corona britannica; tra i più importanti, gli Stati di Jaipur, Gwalior, Hyderabad, Mysore, Jammu e Kashmir, aizzati tra loro dagli inglesi. Nel 1861, un “Consiglio [legislativo] del Raj” e alcuni “consigli consultivi provinciali” sono aperti a pochissimi notabili indiani, comunque scelti dal viceré68. Questo sistema corrisponde sia alla concezione inglese della democrazia censuaria che a quella indiana dello Stato protettore di un sistema immanente di caste.

Un organismo centrale, il Survey of India, sopprime, per lo meno virtualmente, le frontiere interne tra queste entità per inventare un’India astratta, britannica, che diverrà poco a poco una realtà per gli stessi indiani6. A Londra, un ministro dell’India e un’amministrazione, l’Indian Office, controllano il tutto.

Infine la colonizzazione è una questione di civiltà. Ora, per gli inglesi evidentemente ne esiste una sola, la propria, da difendere più che promuovere: non si tratta nemmeno di portare alle popolazioni locali i “benefici” della British way of life; l’India per gli inglesi (come l’Africa per i francesi) è solo una cornice dove appendere la grandezza della loro “civiltà”, che non riguarda quei “subumani”. E anche se la prima metà del XIX secolo vede gli inglesi vietare in linea di massima l’immolazione rituale delle vedove e combattere – sempre in linea di massima – le bande che uccidono in nome della dea Kali, nessuno a Londra considera gli indiani degli esseri umani degni di vedersi accordare gli stessi diritti degli inglesi. Nessuno si interessa più alla favolosa pluralità delle loro culture, letterature, religioni, storie, filosofie, arti. Se alcuni ufficiali inglesi imparano qualche loro lingua, è in generale per sorvegliarli meglio. La maggior parte degli inglesi che vivono e lavorano laggiù si isolano nei loro acquartieramenti e nei loro club, dove riproducono più o meno lo stile di vita londinese. Si viene a fare fortuna in India ma nessuno, o quasi, vuole morirci.

Qualche inglese se ne preoccupa. Così, dall’inizio del XIX secolo, Thomas Munro nota che, anche se l’India è stata invasa e governata per più di sette secoli da conquistatori venuti da nord-est, spesso più violenti e crudeli degli inglesi, non è però mai stata altrettanto umiliata. Alcuni tra i più audaci amministratori britannici si appassionano al paese. Certi addirittura si indignano nel vedere il 95 per cento degli abitanti del subcontinente sopportare una vita più che miserabile, in villaggi immutabili, dove ognuno svolge una funzione corrispondente alla propria casta, producendo appena i beni necessari per sopravvivere: per nutrirsi, le vacche sacre producono il latte; per vestirsi, il cotone, filato dalle donne, procura le stoffe. Altri (pochissimi) osano pensare che un giorno il popolo assimilerà lo spirito delle istituzioni britanniche e che l’India diventerà una democrazia indipendente. Nel 1838, uno di questi, che diventerà famoso, il giovanissimo Charles Trevelyan, scrive con più di un secolo di anticipo:

È nella natura delle cose che il legame esistente oggi tra due paesi tanto lontani uno dall’altro non possa essere permanente: nessuna politica, per quanto volontaristica, potrà impedire agli indigeni di finire per ritrovare la loro indipendenza [...]. Formata da noi e dotata del nostro sapere e delle nostre istituzioni politiche, l’India resterà il più fiero monumento della benevolenza britannica.50

Nel 1869, anno della nascita di Gandhi, gli inglesi ignorano che l’India è uno straordinario mosaico di civiltà, religioni e culture: hindu, zoroastriana, cristiana, ebraica, buddhista, musulmana, persiana ecc. Che lì vivono più di 230 milioni di abitanti, che parlano 179 lingue e 544 dialetti, su 4.112.000 chilometri quadrati tra la barriera himalayana e gli oceani. Essi non vedono nemmeno che, malgrado loro e contro di loro, alcuni simboli cominciano a unificare questo puzzle. Non è né una lingua (se ne parlano centinaia), né una cultura (ce ne sono migliaia), né una religione (se ne contano diverse decine) e nemmeno la vacca, che esclude i musulmani, ma la molteplicità dei pellegrinaggi, che spingono milioni di persone ad attraversare continuamente il continente, e la vasta mitologia che li nutre; in particolare la divinità più recente e più sacra del panteon hindu, Bharat Mata: la “Madre India”6. Per promuovere questa nuova coscienza di sé, una borghesia e un’élite prodotte dalla colonizzazione britannica si oppongono a coloro che saccheggiano e umiliano l’India. Sono industriali, giornalisti, ma soprattutto avvocati e religiosi. Gli inglesi non sanno che sta nascendo anche un orgoglio di essere indiani, alimentato dall’odio per il colonizzatore: affinché l’India porti qualcosa al mondo, pensano questi giovani, bisogna prima che si sbarazzi del controllo e dell’influenza dell’Occidente, e che ritrovi la propria identità nel suo favoloso passato, nel suo multiforme splendore.

Come sempre, l’umiliato si scopre nell’umiliazione. E in prima fila, a guidarlo, ieri e domani, c’è Mohandas Gandhi.

* * *

Per tutte queste ragioni, ho voluto raccontare qui gli incredibili sviluppi della sua vita e della sua dottrina. Né da adulatore, né – meno che mai – da nemico: ho voluto comprendere come questo giovane avvocato fallito è divenuto uno degli uomini più importanti della storia umana; come quel giovane mondano si è trasformato in un santo laico; come quell’anglofilo è diventato ferocemente antioccidentale; come mille sconfitte si sono mutate per lui in trionfo, come Mohandas è diventato Gandhi. Per arrivarci, ho dovuto – e così dovrà fare il lettore – interessarmi a culture, filosofie, strategie, mentalità che ci sono radicalmente estranee a priori; penetrare in un universo, in un modo di pensare il mondo e in concetti molto diversi dai nostri; in particolare ho cercato di comprendere perché il potere e la ragione, tanto apprezzati in Occidente, figurino, per Gandhi e tanti altri indiani dei suoi tempi, tra i difetti peggiori. Racconterò quasi giorno per giorno la straordinaria creazione che Gandhi ha fatto di se stesso, suddividendo la sua vita in sette parti attorno a sette concetti per lui essenziali.

Per ricostruire la sua giovinezza, parlerò dei Modh Vanik, nome della casta nella quale nacque nel 1869. Per descrivere la presa di coscienza della sua identità, parlerò dello satavadhani, l’eccezionale guru che cambiò la sua visione del mondo, nel 1891, al ritorno dai suoi studi a Londra. Per far comprendere la sua prima lotta in Sudafrica, dove visse dal 1893 al 1914, parlerò del satyagraha, parola che inventò per designare una forma molto originale di disobbedienza civile. Per seguire la sua ricerca dell’identità indiana, che lui elaborò dal 1914 al 1930, parlerò di Hind swaraj (svaraj), o ‘autogoverno’ dell’India. Poi, quando si trovò davanti all’infuriare della violenza in tutto il mondo, dal 1931 al 1939, parlerò della sua ahimsa, ‘nonviolenza assoluta’, che lo porterà all’estremo sacrificio. Racconterò infine come, nel bel mezzo di una guerra contro le dittature, lui lanciò agli inglesi uno strano appello a lasciare l’India, ma il suo «Quit India!» non impedì la spartizione del subcontinente, il 15 agosto 1947, e il suo assassinio, il 30 gennaio 1948, mentre mormorava la preghiera hindu He Ram!.

Si comprenderà allora che non esiste niente di più universale di questa vita così incredibile, sofisticata, torturata, martirizzata, intensa, e quanto essa possa aiutarci a rispondere alla sola domanda che conti: è possibile trovare se stessi?



1. Modh Vanik (1869-1888)

Nel 1777, un certo Harjivan Gandhi, commerciante della casta Banya, della sottocasta dei Modh Vanik, originario del villaggio di Kutiyana, nello Stato dello Junagadh, compra una casa a Porbandar, tranquillo porto di pesca nella piccola penisola del Kathiawar, nel Gujarat, sulla costa del mare di Oman, a nord di Bombay109. Porbandar è uno dei circa trecento distretti del Gujarat. Bandar, in persiano, significa ‘porto’.

Il Gujarat (Gujarat) è una delle più antiche culture e una delle più vecchie entità politiche dell’India. La lingua principale che vi si parla, il gujarati, comparve nel X secolo e discende dal sanscrito, come il marathi, l’hindi e il bengalese; il primo libro conosciuto scritto in gujarati, nel 1185, è il Bharatesvarabahubali, opera di un monaco giaina, Salibhadra. Il nome del principato più importante, il Gujarat, risale al XII secolo; alla fine del XIII, il persiano diventa la lingua della corte e dell’amministrazione. Dalla sua fondazione, lo Stato del Gujarat gioca un ruolo fondamentale nella storia del subcontinente: qui nasceranno a pochi anni di distanza tre dei quattro personaggi che favorirono la nascita dell’India e del Pakistan. Se Nehru è originario del Kashmir, Gandhi, Patel e Jinnah sono tutti e tre del Gujarat. Tutti e quattro saranno degli avvocati.



Nascita a Porbandar

Porbandar è solcata da stretti vicoli, stipati di bazar e templi di tutte le religioni dell’India occidentale110; qui vengono a pregare i marinai venuti dall’Arabia e dall’Africa. È una città intrisa di mistica, a metà strada tra una città santa, Dwarka (santificata dal passaggio di Krsna, dove ha vissuto nel XVI secolo la poetessa mistica Mirabai), e il tempio di SomnAth, eretto dai re di Vallabhi nel VI secolo, dove si fondono gli insegnamenti del Buddha, di Mahavira (uno dei fondatori del giainismo) e del pensatore visnuita Vallabhacarya54.

All’inizio del XIX secolo, Porbandar è ancora uno Stato molto piccolo (meno di 50.000 abitanti) all’interno del grande Stato del Gujarat; la famiglia reale, che discende dai Moghul, è musulmana, mentre la popolazione è per la maggior parte hindu, con alcune comunità di musulmani, giaina, parsi, zoroastriani e cristiani.

Harjivan Gandhi (il cui nome significa ‘mercante di profumi’) vi si stabilisce da mercante, come esige la sua casta, quella dei vaisya (o, in gujarati, i Modh Vanik), mentre i bramini sono sacerdoti e i ksatriya soldati.

Verso il 1830, uno dei suoi nipoti, Uttamchand, diventa divan, ovvero primo ministro del principe della città, Rana Khimaji: un hindu al servizio di un musulmano. Quello di “primo ministro” è un titolo piuttosto altisonante per uno Stato così piccolo: in Francia, sarebbe piuttosto l’equivalente di un segretario generale del comune. All’epoca, in quello spazio esiguo, il principe ha poteri illimitati sulla vita e la proprietà dei suoi sudditi; può spendere a suo piacimento le entrate della città e, come se non esistesse libertà di associazione o di espressione, non è soggetto ad alcun contropotere. Non c’è nemmeno, come in alcuni degli Stati più grandi dell’India di allora, un “corpo legislativo”, assemblea consultiva fittizia designata dal sovrano. Verso il 1835, il principe muore giovane, lasciando il posto a un reggente che destituisce il divan54. Uttamchand lascia allora Porbandar e si rifugia nel villaggio natale del nonno, nello Junagadh.

Verso il 1840, un nuovo principe, Rana Vikramjit, prende il potere e richiama Uttamchand, che si rinsedia nella casa del suo avo. Nel 1848 lascia il suo posto di divan a uno dei figli, Karamchand, che all’epoca ha venticinque anni. Questi vive ancora nella casa del bisnonno, di cui occupa due camere al pianterreno, con una minuscola cucina e una verandina. Karamchand è molto religioso, rispetta i divieti alimentari, prega tutti i giorni senza rivolgersi ad alcun dio in particolare, ogni tanto invita da lui dei pandit hindu, dei monaci giaina, degli indovini parsi o musulmani54. Come in qualsiasi famiglia hindu, si vive e ci si sposa all’interno della casta. I ragazzi sono viziati e le ragazze condannate, appena nubili, a trasferirsi nella famiglia del loro sposo. Le vedove sono recluse.

Nel 1858, con l’Indian Act, abbiamo visto che la situazione cambia: il principe continua a regnare, almeno in apparenza, ma è ormai sotto la tutela di un ufficiale britannico insediato in città.

Karamchand Gandhi si sposa tre volte; le mogli vengono scelte tutte all’interno della sua casta, prima dai genitori, poi dagli zii109. Dalla prima moglie ha una figlia; nessun figlio dalla seconda, poi una figlia dalla terza, che sposa senza aver ancora divorziato dalla precedente128. Quando questa terza moglie muore, nel 1859, ne sposa una quarta, Putlibai, sempre senza conoscerla: anche lei è della sua casta, quella dei Modh Vanik, e la sua famiglia è influenzata da una setta giaina, i Pranami54. Putlibai è devotissima: tutta la sua vita sarà fatta solo di digiuni, riti e osservanze più vicine al giainismo che all’induismo.

L’idea chiave del giainismo è l’ahimsa, che si può tradurre sommariamente dal sanscrito con ‘nonviolenza’. Rohanna, fondatore di questa religione, contemporaneo del Buddha, ritiene che, se ogni religione è una via d’accesso al cosmo, l’anima, rinchiusa nel corpo, deve essere liberata praticando un’astinenza il più completa possibile. Poiché per lui tutto ciò che esiste nel cosmo ha un’anima, bisogna proteggere la vita in tutte le sue forme; per questo i giaina spazzano davanti a loro per non calpestare il più piccolo insetto e portano una maschera davanti alla bocca per non ingoiarne.

Putlibai partorisce prima una bimba, Ralitabehn (“Goki”), la terza per Karamchand; non è dunque la benvenuta. Poi, con grande gioia del padre, vengono alla luce tre figli maschi uno dopo l’altro: Lakshmidas (“Kala”), Karsandas (“Karsania”) e Mohandas (“Mohania”), che nasce il 2 ottobre 1869.

Karamchand punta tutto sul figlio maggiore. Ma sarà il più piccolo a diventare il Mahatma (Mahatma).

In quell’anno, il 17 novembre, ovvero quarantacinque giorni dopo la nascita di Mohandas, i francesi inaugurano il canale di Suez, di cui lo Stato egiziano e 21.000 francesi sono comproprietari. Questo canale preoccupa gli inglesi: esso infatti apre una via diretta verso l’India, mentre la Marina controlla perfettamente la rotta di Città del Capo con tutta una serie di guarnigioni lungo le coste africane. Il primo ministro inglese, Lord Palmerston, inoltre aveva rifiutato di investire denaro inglese nell’«ultima maglia della catena di congiunzione con l’Impero»59, perché non si trattava di un’iniziativa britannica, ma aveva avvertito: «Se il canale sarà ultimato, l’Inghilterra presto o tardi sarà obbligata ad annettere l’Egitto»59. Cosa che ben presto farà.

In un’altra parte del mondo, quell’anno, l’imperatore Mutsuhito (detto anche Meiji Tenno) lascia Kyoto per fare di Edo la sua nuova capitale con il nome di Tokyo. In Francia, sotto lo pseudonimo di “Conte di Lautréamont”, Isidore Ducasse pubblica I canti di Maldoror39; Carpeaux è accusato di oltraggio al pudore per aver scolpito La Danse, destinata alla facciata dell’Opéra di Parigi. Negli Stati Uniti, si festeggia la conclusione della ferrovia New York-San Francisco. In Russia, Tolstoj termina il quarto volume di Guerra e pace. In Gran Bretagna, William Gladstone è nominato primo ministro e Karl Marx comincia a scrivere quello che diventerà Il capitale. In Germania, uno dei suoi amici, Wilhelm Liebknecht, raggruppa le organizzazioni operaie e fonda il Partito Socialdemocratico. In Africa, Asia, Oceania e America, i colonizzatori tedeschi, olandesi, spagnoli, portoghesi, belgi, francesi e inglesi continuano ad assoggettare popolazioni e a massacrarle se oppongono resistenza.

L’anno seguente (il 1870), mentre l’archeologo tedesco Heinrich Schliemann scopre a Hissarlik (Turchia) i presunti resti di Troia e fa razzia di tutte le opere che porta alla luce, scoppia una guerra tra Francia e Prussia. A Calcutta, il viceré delle Indie istituisce un sistema nazionale di istruzione. Una terribile carestia devasta il Bihar, il Rajasthan, l’India centrale, il Bengala e il Deccan, scatenando violentissime rivolte50. In risposta a ciò, l’amministrazione coloniale l’anno seguente inventa il concetto di “tribù criminali” e promulga il Criminal Tribes Act, che le permette d’incriminare sotto questo appellativo le tribù (adivasi), ma anche i ladri, gli emarginati, gli svantaggiati, i dissidenti, i pastori nomadi, i mendicanti (sannyasi), i musicisti, e di reprimerli senza altra forma di processo50. Sempre nello stesso anno, in tutta l’India, più di 300 piantagioni di tè, per un’estensione di 12.000 ettari, tutte di proprietà degli inglesi, producono per la sola esportazione più di quanto faccia l’intera Cina per il consumo interno50.

I più illuminati tra gli amministratori auspicano che la repressione non sia l’unica risposta alle rivolte e che una modernizzazione del sistema politico renda possibile quella dell’economia rurale da cui dipende il 95 per cento degli abitanti, quasi tutti analfabeti. Nel 1873 (anno in cui l’americano Christopher Scholes mette a punto la prima macchina da scrivere) Charles Trevelyan (più visionario che mai, divenuto governatore della provincia di Madras, poi incaricato del Tesoro presso il viceré) spiega che è dovere della civiltà britannica familiarizzare l’India con il parlamentarismo9 e propone di instaurare un “consiglio rappresentativo” in ogni provincia, «che sarebbe per l’India intera la scuola dell’autogoverno»9. Ma è piuttosto isolato: gli indiani, si pensa a Londra, non saranno mai capaci di gestire i propri affari.

Nel 1875, come annunciato, la Gran Bretagna costringe il viceré d’Egitto, Ismael, a venderle a un prezzo irrisorio le sue parti del canale di Suez. Un vero affare: le azioni saliranno del 25 per cento l’anno; in più, i quattro quinti del traffico marittimo sul canale saranno assicurati dalla flotta mercantile britannica e dalla Marina. Contemporaneamente, a New York, alcuni occidentali cominciano a interessarsi al mondo indiano: dopo vent’anni di viaggi in India e in Tibet, l’ereditiera di una grande famiglia russa, Helena Petrovna Hahn (che sceglie di chiamarsi Helena Blavatskij), fonda la Società Teosofica; il suo scopo è «rafforzare la fratellanza universale tramite lo studio della letteratura buddhista e brahminica». Questa organizzazione rivestirà presto un ruolo considerevole nella vita di Gandhi. In quell’anno nasce Vallabhbhai Patel, che sarà con Nehru uno dei due principali compagni di Gandhi.

In questo periodo, il piccolo Mohandas (ha sei anni) apprende dalla madre, a cui è legatissimo, i rudimenti dell’induismo e del giainismo, senza per questo essere costretto a respingere le altre religioni che incontra in giro per la città. Dio è ovunque, gli insegna lei: nelle piante, negli animali, nel fuoco, nell’acqua, nelle stelle; le religioni offrono immagini diverse dell’Essere supremo, del “Senza Forma”, tutte altrettanto valide; e l’uomo, anello della catena degli esseri viventi, può, qualunque sia la sua fede, sperare in una vita migliore in una prossima reincarnazione. Questo Mohandas non lo dimenticherà mai: addirittura morirà per aver voluto comprendere il punto di vista dei musulmani.

Parallelamente, non potendo andare a scuola, impara dal padre a scrivere in gujarati, tracciando le lettere per terra con le dita109. È l’unica lingua che parla.

Nel 1876, la Francia e la Gran Bretagna assumono definitivamente il controllo delle finanze pubbliche egiziane, mentre a Bayreuth si inaugura il Festspielhaus; negli Stati Uniti compaiono il telefono di Bell, poi il fonografo di Edison e prosegue il genocidio degli indiani delle praterie.



Matrimonio a Rajkot

In quell’anno il padre di Mohandas è chiamato come divan a Rajkot, a 180 chilometri a est di Porbandar. Rajkot non è una città costiera. Calda e polverosa, è più popolosa e sviluppata di Porbandar128. L’incarico è dunque più interessante per il divan. Questo cambiamento, che costituisce una sorta di promozione, non ha niente di eccezionale. Capita abbastanza spesso che un divan passi da una città all’altra. E Karamchand, che adesso ha cinquantatré anni, ne ha già passati ventotto come divan di Porbandar, dove viene sostituito dal fratello Tulsidas154. Prima di lasciare Porbandar, secondo la tradizione, fidanza i suoi figli: per Mohandas sceglie Kasturba, la figlia di un commerciante della città, Gokuldas Makanji; una bambina bellissima e analfabeta che resta dai genitori mentre il promesso sposo segue i suoi a Rajkot54.

La famiglia Gandhi si stabilisce su quella che è oggi Ghee Kanta Road, in una bella casa ben presto chiamata Kaba Gandhino Delo. Mohandas, che ha sette anni, viene iscritto alle elementari, dove gli insegnamenti sono impartiti in gujarati. A quel tempo, la situazione economica del paese è catastrofica: le rendite agricole cominciano a calare; la popolazione, che supera i 260 milioni di abitanti, continua ad aumentare80. Malgrado l’enorme capacità della produzione agricola, i disordini nello stoccaggio e nel trasporto sono tali che la carestia fa 4 milioni di morti nell’India del Sud80; alcuni rapporti attestano l’indebitamento della popolazione; gli indigenti affollano i campi dei rifugiati. Le sommosse riprendono e l’amministrazione inglese crea una Famine Relief and Insurance; ma a Madras, per fare economia, il governatore britannico Richard Temple riduce pressoché a zero le magre razioni alimentari distribuite in quei campi di miseria50. Lord Lytton, il viceré, l’approva: «Bisogna forse mantenere in vita le popolazioni a qualunque prezzo, senza badare a spese?»50.

Nello stesso periodo, un bramino del Gujarat, Swami Dayananda Sarasvati, intende riformare l’induismo e fonda l’Arya Samaj, o “Società dei nobili”, per difendere gli intoccabili, promuovere le unioni tra le caste e le seconde nozze delle vedove; lancia inoltre il concetto di swaraj, ovvero il diritto a essere padroni di se stessi, all’autonomia, all’autodeterminazione di ogni individuo. Avremo occasione di riparlare di lui, come anche di Mohammad Ali Jinnah, che nasce in quell’anno in un’altra famiglia (musulmana) di commercianti del Kathiawar50. E che diventerà il fondatore del Pakistan, dopo essersi scontrato a lungo con Gandhi.

Nel 1877, l’annessione del Transvaal da parte degli inglesi provoca una prima rivolta dei boeri. La regina Vittoria è proclamata imperatrice delle Indie e i 565 principati diventano così dei “vassalli della Corona”. Si distingue ormai il British Army in India (esclusivamente britannico, su cui poggia il mantenimento dell’ordine coloniale) dall’Indian Army (che recluta centinaia di migliaia di uomini tra sikh, gurka, pashtun e rajput)50. La Famine Relief and Insurance ormai è solo un fondo nero del ministero dei Lavori Pubblici80.

In Bengala, un giovane avvocato, Surendranath Banerjee, promuove invano una campagna per la simultaneità degli esami in India e in Inghilterra, al fine di migliorare il livello e permettere l’accesso dei diplomati indiani agli impieghi negli uffici pubblici del paese. Nel 1878, Lord Lytton, incaricato dal primo ministro Benjamin Disraeli di contrastare l’avanzata russa in Asia centrale, invia a Kabul una missione che il monarca, Shir Ali, rifiuta di lasciar entrare, mentre riceve con sfarzo il generale russo Stolyetov60. In quello stesso anno Tolstoj pubblica Anna Karenina, Monet dipinge la Gare Saint-Lazare e in India sono pubblicati i primi giornali nelle lingue locali.

A Rajkot, il padre di Mohandas deve affrontare le ire dell’ufficiale britannico in capo. Per averlo “insultato” e aver rifiutato di porgere delle scuse, finisce in prigione. Anche se alla fine viene liberato, la sua carriera ne riceve un duro colpo154. In quel periodo, il giovane Mohandas, che non è uno studente particolarmente dotato, legge i versi del poeta gujarati Shamal Bhatt:

Per un bicchiere d’acqua, offri un buon pasto,


Per un’accoglienza gentile, inchinati con zelo,


Ripaga un penny con dell’oro,


Rendi dieci volte i favori che ricevi.


I veri nobili sanno che tutti gli uomini sono una cosa sola


E amano ripagare il male col bene.109

Molto più tardi, paragonerà questo testo al Discorso della Montagna di Gesù.

Il 26 maggio 1879, nel momento in cui la Francia si impadronisce del Sudan (futuro Mali), l’esercito britannico occupa Kabul e firma col monarca un trattato di protettorato. Nello stesso anno, Edison brevetta una lampada a incandescenza, mentre a Parigi Jules Guesde crea il Partito operaio socialista francese.

Nel 1880, a Londra, il liberale Gladstone subentra al conservatore Disraeli nella carica di primo ministro. In India, la produttività agricola continua a calare80; un nuovo “sussidio governativo per la carestia” e un nuovo “fondo di solidarietà” sono creati per acquistare eccedenze di cereali dalla Birmania e distribuirle alle popolazioni in caso di siccità o inondazioni50. Un nuovo viceré, George Robinson, rassicura: «I progressi dei mezzi di comunicazione, in particolare il treno, ora permettono di combattere la carestia in un modo che era al di fuori della portata degli ufficiali degli inizi»50. In realtà, ancora una volta, il denaro è dirottato e i fondi in questione vanno a finanziare la costruzione di oltre 16.000 chilometri di ferrovia. La macellazione delle mucche diventa un serio soggetto di controversia e di coesione della comunità hindu, il primo fermento di un nazionalismo ancora ampiamente immaginario.

Nel 1881, mentre a Parigi compare Il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue e mentre, nella sorpresa generale, i boeri sbaragliano l’esercito inglese a Majuba Hill, a Berlino corre il primo tram elettrico. L’India attraversa di nuovo una grave crisi alimentare: siccità, inflazione, carestie, mortalità80, rivolte. In questo periodo, alcune truppe indiane compiono massacri in Persia, Cina, Afghanistan, Egitto, Africa nera, per la grande gloria della regina Vittoria.

A Rajkot, “Mohania” (come lo soprannominava la madre) entra in collegio, seguendo l’esempio dei suoi fratelli. Il meno che si possa dire è che non ha nessun carisma. Scarso, poltrone, timido, introverso, non brilla in classe e non è nemmeno un trascinatore in cortile a ricreazione154. Molto suscettibile, si lamenta di tutto e la minima critica gli provoca le lacrime. Comincia a imparare l’inglese, con difficoltà. Due letture lo colpiscono, quell’anno109: un dramma antico, Shravana Pitribhakti Nataka, che racconta l’amore di un ragazzo, Shravana, per i suoi genitori, e la storia di Harishchandra, “martire della verità”109 – quello che anche Mohandas sarà un giorno.

L’anno seguente (1882), Tolstoj pubblica La mia confessione e I vangeli, mentre Robert Koch annuncia la sua scoperta del bacillo della tubercolosi. Le truppe britanniche si stanziano lungo il canale di Suez, anche se l’Egitto è sempre formalmente una provincia dell’impero turco: per Londra, la rotta dell’Estremo Oriente deve essere assolutamente sotto il loro controllo. In India il viceré, Lord Ripon, allenta un po’ le briglie: un nuovo testo, il Local Self-government Act, istituisce nei grandi borghi, limitati nel numero, dei consigli municipali eletti da pochi notabili. Un capo musulmano dell’India del Nord nonché grande intellettuale, Syed Ahmed Khan, obietta che un sistema del genere farà vivere i musulmani sotto la dominazione degli hindu, sei volte più numerosi, e rivendica per i suoi confratelli una rappresentazione separata. In questa osservazione vediamo il germe della futura divisione. Poi vengono soppresse le tasse che proteggevano le produzioni indiane di cotone dalla concorrenza delle industrie manifatturiere di Liverpool e Manchester, e questo mina le fragili fondamenta dell’industria indiana.

In quell’anno, un anziano primo segretario del governo dell’India (il più alto funzionario dell’Indian Civil Service), Allan Octavian Hume, va in pensione dopo più di trent’anni di carriera9; leggendo i rapporti della polizia segreta, teme l’imminenza di un’insurrezione contadina, constata l’assenza di un qualsiasi corpo di intermediazione sociale e chiede per iscritto al viceré l’autorizzazione a fondare un’associazione in cui una volta l’anno, a dicembre, si riuniscano in un’«assemblea panindiana» (All India meeting) dei notabili «che discuteranno di questioni sociali in un clima di serenità». Il viceré, Victor Bruce, approva e aggiunge a margine: «e anche di questioni amministrative»59. Allan Hume intraprende dunque un tour dell’India per convincere i notabili a partecipare a una prima riunione. Non avrà un grande riscontro, ma quel movimento diventerà un giorno il principale partito politico indiano e porterà il paese all’indipendenza, con Gandhi a capo.

Sempre nel 1882, un altro funzionario del Raj (indiano e di un rango assai modesto), Bankim Chandra Chatterjee, scrive un romanzo, Monastero della felicità, che descrive la rivolta dei monaci-soldati del Bengala nel XVIII secolo6. In esso troviamo un “Inno alla Madre” (il Bande Mataram, ‘Ti saluto, o madre’), che più tardi sarà musicato da Rabindranath Tagore e diventerà l’inno del nazionalismo: qui accosta l’occupazione (stupro) della “Madre India” da parte degli inglesi a un passaggio del Mahabharata in cui DraupadH, la sposa dei cinque PACEava, viene spogliata dai fratelli Kaurava, cugini e nemici dei PACEava. In quello stesso anno, Swami Dayananda Sarasvati, di cui abbiamo già parlato, fonda la prima “associazione per la protezione della vacca”, pretesto per lo sviluppo di un nazionalismo hindu che escluda i musulmani6.

Sempre nello stesso anno (1882), dato che un matrimonio costa caro, i Gandhi approfittano delle nozze del secondo figlio, Karsandas, e di quelle di un cugino più grande, per organizzare nella stessa occasione lo sposalizio del figlio minore, Mohandas. Il ragazzo ha solo tredici anni. La moglie, Kasturba, ne ha dodici ed è analfabeta. E sempre più bella. Il matrimonio dei due ragazzini è ben presto consumato. Gandhi racconterà in seguito che le sue prime lezioni di nonviolenza gli furono impartite quell’anno dalla giovane sposa, che resistette ai suoi capricci sessuali «sopportando la sua stupidità con tranquilla sottomissione». La sessualità sarà una dimensione invadente, addirittura ossessiva, nella sua vita; inoltre per lui sarà sempre una forma di violenza.

Gli altri due sposi, suo fratello e suo cugino, interrompono definitivamente gli studi. Mohandas, invece, li riprende all’inizio dell’anno scolastico seguente, alla High School di Rajkot: ora la famiglia sembra investire sia sul primogenito, Lakshmidas, che su di lui per succedere eventualmente al padre e al nonno come divan.

Nel 1883, Karl Marx muore a Londra dopo aver scritto molto sull’India, accusando gli inglesi di distruggerne l’economia rurale rifiutando di irrigare, introducendo la proprietà fondiaria privata e importando prodotti inglesi. Intuisce, con straordinaria preveggenza, che questa colonizzazione sarà uno «strumento della storia» che renderà possibile la «rigenerazione» dell’India e permetterà la nascita di un esercito, di una classe istruita, di una borghesia nazionale, una marina, delle ferrovie; con una lucidità rara per i suoi tempi, prevede anche che un giorno o le truppe inglesi rovesceranno la propria borghesia, oppure gli indiani cacceranno gli inglesi «sanguisughe», e questo porterà a «delle serie complicazioni, se non a un’insurrezione generale».

Sempre in quell’anno, Surendranath Banerjee, che abbiamo già citato, è espulso dall’amministrazione per “attività nazionaliste”; fonda un giornale e un’associazione, l’Indian Association, e convoca una Conferenza nazionale indiana a Calcutta. In altre province si formano varie associazioni, che mirano allo swaraj (autonomia), guidate da giovani che ritroveremo in seguito accanto a Gandhi, in particolare Gopal Krishna Gokhale, il quale cerca la sua ispirazione nell’ortodossia hindu.

In Francia come in Gran Bretagna, la colonizzazione continua a essere vista dall’opinione pubblica come un’opera civilizzatrice59. La Terza Repubblica prosegue così la conquista della penisola indocinese intrapresa dal Secondo Impero. Il 10 dicembre 1883, all’Assemblea nazionale, Jules Ferry, in una replica a Georges Clemenceau, dopo l’assassinio del comandante Rivière a Hanoi a opera di militari cinesi, dichiara tra gli applausi: «Provocatrice, la civilizzazione, quando cerca di aprire delle terre che appartengono alla barbarie? Provocatrici, la Francia e l’Inghilterra, quando, nel 1860, imponevano alla Cina l’apertura di un certo numero di porti, e di conseguenza una comunicazione diretta con la civiltà?»17. In Annam, l’imperatore riconosce il protettorato della Francia; il governatore generale dell’Indocina, Paul Doumer, che cerca di aprire alcune rotte commerciali verso la Cina attraverso il Fiume Rosso, quell’anno giustifica l’annessione del Tonchino e il raggruppamento dei paesi indocinesi in un’”Unione indocinese”: «La Francia nell’Annam ha (attaccato, legato a sé ogni giorno di più) un perfetto strumento per il grande ruolo economico e politico che le spetta in Asia»17.

Per trarre il meglio dalle loro conquiste, francesi e inglesi approfittano delle contraddizioni interne alle società colonizzate e reclutano collaboratori, anche militari, tra gli autoctoni: lo fanno gli inglesi con i sikh, e i francesi con gli khmer e i montanari del Nord e del Centro del Vietnam, utilizzando tiratori cambogiani rhade o thos per reprimere le sommosse vietnamite17.

Mohandas continua a studiare al college senza particolare verve. La sua leggenda attingerà da questi anni alcuni aneddoti più o meno immaginari. Ad esempio, avrebbe capito l’importanza della verità quando il preside della Alfred High School di Rajkot, Sorabji Eduli Gimi, l’avrebbe accusato di mentire adducendo una malattia del padre per giustificare un’assenza a una lezione di ginnastica. Mohandas, che non aveva voluto dire che il padre era davvero molto malato, ne avrebbe tratto la conclusione «che si può credere a qualcuno solo se si mostra molto preciso». E in avvenire lo sarà. Suo padre, effettivamente molto malato, chiama al suo capezzale diversi medici e sacerdoti di tutte le religioni della città. Il giovane, che assiste a queste visite, ne trarrà diversi insegnamenti.

Sempre nel 1884, in seguito a una petizione in cui si chiedeva il diritto per gli indiani di arruolarsi nell’Indian Civil Service, un giovane poeta bengalese che diventerà famoso in tutto il mondo, Rabindranath Tagore, critica l’atteggiamento ossequioso delle élite indiane verso i colonizzatori: «Perché queste effusioni con gli inglesi? [...] Che significa questa petizione comica [...] che chiede che ci considerino loro pari? Non potremmo far valere la dignità del nostro popolo con i nostri mezzi? [...] Non sta a noi rimediare alle ingiurie subite dai nostri popoli?»151.

Mentre il viceré del momento, Victor Alexander Bruce, scatena una nuova guerra anglo-birmana e annette il regno di Ava, la prima riunione del Congresso Nazionale Indiano, organizzata e voluta da Allan Hume, si svolge a Bombay il 28 dicembre 1885. In una saletta si ritrovano 73 rappresentanti venuti da varie parti dell’India, di cui quasi i tre quarti sono bramini, sotto la presidenza di un avvocato di Calcutta, Womesh Chandra Bonnerjee, e in presenza di ufficiali britannici, tra cui Allan Hume, l’ideatore9. Il ritratto della regina Vittoria troneggia nella sala e la prima risoluzione del Congresso evoca la «benignità della provvidenza che ha posto l’India sotto il dominio della grande nazione britannica»9. La riunione produce un dossier di timide rimostranze in cui si chiede l’apertura dell’alta amministrazione e dei consigli legislativi agli indiani, la riduzione delle spese militari e la riduzione della tassa sul sale10. Si decide di far eleggere da comitati di base, in villaggi, cantoni e distretti, dei rappresentanti riuniti in comitati provinciali (Pradesh Congress Committees, PCC) che a loro volta eleggeranno dei rappresentanti per un “Congresso”, o All India Congress Committee (ICC), che si riunirà una volta all’anno, generalmente a dicembre, e sempre in una città diversa9. Questo Congresso eleggerà un presidente per l’anno successivo, il quale sceglierà quattordici membri di un “consiglio direttivo”; questo formerà con lui l’”alto comando”. Un avvocato di Bombay, Dadabhai Naoroji, viene eletto primo presidente del Congresso.

Tale organizzazione durerà fino all’indipendenza, sessantadue anni più tardi. Nel corso di questo libro ritroveremo le riunioni annuali del Congresso come altrettante tappe fondamentali, appuntamenti essenziali del nazionalismo indiano. Ci vorrà tempo perché gli inglesi perdano la loro influenza sull’associazione: essi presiederanno cinque delle prime venticinque assemblee. E il Congresso, che all’inizio annovera solo poche centinaia di membri, nel 1947 ne conterà 4 milioni!

Nel frattempo la Francia porta a termine la conquista dell’Indocina. Il 5 luglio 1885 le sue truppe assaltano la cittadella di Hué, che ospita il palazzo imperiale117: restano uccisi 1.500 vietnamiti, contro 11 francesi; il palazzo, gli archivi, la biblioteca sono ridotti in cenere; i tesori vengono trafugati e gli stessi generali se ne servono liberamente: «Un tale lucido saccheggio, durato circa due mesi, supera di gran lunga quello del Palazzo d’Estate di Pechino», dirà un giornalista francese117. La finta sovranità dell’Annam e del Tonchino sparisce, come è già sparita quella della Cambogia e come sparirà quella del Laos. Il 28 luglio, Jules Ferry, presidente del Consiglio dimissionario, spiega ai deputati, tra gli applausi generali: «C’è un diritto per le razze superiori, perché c’è per loro un dovere: esse hanno il dovere di civilizzare le razze inferiori». E quando qualche deputato protesta contro i massacri appena compiuti in Africa, lui ribatte: «La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo non è stata scritta per i neri dell’Africa equatoriale!»17.



Nel 1886 John Pemberton, un farmacista di Atlanta, inventa la Coca-Cola; Karl Benz brevetta il motore a scoppio in quattro tempi; a New York è inaugurata la statua di Bartholdi, La Libertà che illumina il mondo; Tolstoj pubblica Che fare?; il Parlamento di Londra respinge un primo disegno di Home Rule per l’Irlanda; la Birmania è annessa all’India britannica; muore Sri Ramakrishna, un contemplativo che attira gente da tutto il mondo nella sua stanzetta del tempio di Dakshineswar, nella periferia di Calcutta, e la cui opera in seguito appassionerà Gandhi.

In quell’anno, Frederick Hamilton, divenuto Lord Dufferin, il viceré, rifiuta ancora di aprire le porte dell’alta amministrazione ai funzionari indiani adducendo «differenze fondamentali e insormontabili di qualità razziali»9.



La morte del padre

Proprio nello stesso anno (il 1886) in cui scompare Charles Trevelyan, il più visionario degli alti funzionari britannici, muore anche Karamchand Gandhi. Mohandas, che all’epoca ha sedici anni, realizza che all’ora esatta del decesso lui era, sotto lo stesso tetto, chiuso in camera sua a fare l’amore con la moglie54. Il figlio che nascerà qualche mese più tardi morirà subito e Gandhi vedrà in questo un castigo divino154. Ancora una volta per lui la sessualità sarà associata alla violenza e alla morte.

La morte di Karamchand è una catastrofe finanziaria per la famiglia: nessuno dei figli ha l’età per essere divan e nemmeno per esercitare un qualunque mestiere. Karsandas ha già rinunciato a qualsiasi tipo di formazione e le speranze della famiglia poggiano su Mohandas e sul fratello maggiore, Lakshmidas, che è appena partito per studiare Legge a Bombay. Entrambi possono sperare di diventare un giorno divan ma, nel frattempo, la famiglia deve sopravvivere e conta sull’aiuto degli zii.

Mohandas è sempre timido, incapace di parlare in pubblico e influenzabile; al college di Rajkot lega con uno studente musulmano, Sheikh Mehtab, che lo spinge a consumare carne sostenendo la superiorità degli inglesi, «mangiatori di roast beef». Un canto studentesco dell’epoca dice: «Guardate com’è forte l’inglese / sottomette il gracile indiano / se non mangiasse carne / non sarebbe così sfrontato»109. Mohandas ne mangia senza trarne piacere né sentirsi particolarmente in colpa. Il suo amico lo inizia più approfonditamente all’islam. Lui non lo dimenticherà.

Nel 1887, passa senza infamia e senza lode l’esame finale al college di Rajkot. La sua timidezza è peggiorata: alla cerimonia di consegna dei diplomi, non riesce a pronunciare senza farfugliare le poche parole di ringraziamento che si è preparato54. Questo handicap durerà a lungo. Superarlo, a costo di sforzi immensi, sarà un modo di costruirsi, di raggiungere l’autocontrollo, che gli hindu chiamano swaraj.

Che fare di lui? Un avvocato, decidono gli zii. È la professione più remunerativa tra quelle aperte alla casta, la sola che dia la possibilità di diventare un giorno divan, come suo padre, suo zio e suo nonno. Lui non ha una particolare vocazione per il foro, ma accetta.

All’inizio dell’anno seguente, gli zii dunque lo mandano al Samaldas College di Bhavnagar, a 150 chilometri a sud-est di Rajkot, sempre nel Kathiawar, perché è la località più vicina che ospiti un istituto di formazione superiore. Qui prende un appartamento, lo arreda e ci si stabilisce con la moglie, divenuta una giovane donna molto bella. Ma i corsi sono in inglese e lui resta subito indietro154. In più, si rende presto conto che quel diploma, nel caso riuscisse a ottenerlo, gli permetterebbe soltanto di accedere a un posto di impiegato, dato che la carica di divan è ormai riservata a chi esce da università indiane e con almeno un dottorato in Legge o in Lettere, oppure a chi si laurea in un’università inglese. Infatti, dato che l’amministrazione costituisce l’unico canale di ascensione sociale, in seno alla classe media indiana si è scatenata una corsa ai diplomi68 e quell’anno il Covenanted Service (impiego pubblico in cui sono assunti funzionari di alto rango, più prestigioso del Civil Service e quasi interamente riservato agli inglesi) offre solo 16 posti su 890 a indiani, posti fondamentalmente riservati a bramini68.

All’inizio di quell’anno, mentre è ancora al college, gli nasce il primo figlio, Harilal. Gandhi non ha ancora diciannove anni. Questo figlio, che non ha voluto, sarà per lui un peso, un fastidioso ostacolo, e Gandhi diventerà un feroce nemico del matrimonio e dei figli.



Prima ribellione: partenza per Londra

In quella primavera del 1888, mentre tutta la famiglia capisce che Mohandas non brillerà negli studi, un amico bramino, Mavji Dave, spiega agli zii del ragazzo che dovrebbero mandarlo a Londra, dove studia suo figlio e dove i titoli di studio, stranamente, sembrano più facili da ottenere che in India. Infatti, qualche centinaio di indiani sta cominciando a studiare in Gran Bretagna, dove le grandi famiglie come quella di Motilal Nehru (bramino di una famiglia del Kashmir legata alla corte moghul) mandano i figli a studiare Legge. Mohandas è entusiasta: ecco una bella occasione di fuggire da Bhavnagar e scoprire «la terra dei filosofi e dei poeti, il vero centro della civiltà»169 che lui conosce solo per aver incrociato qualche funzionario del Covenanted Service e dell’Indian Civil Service.

Sua madre, tornata a Porbandar, si oppone: il ragazzo ha solo diciannove anni e la moglie ha appena partorito; lasciarlo partire è fuori questione! Due fratelli paterni, Dhoraji e Tulsidas, sono contrari, e hanno tutti i poteri su di lui. In compenso, il fratello che studia, Lakshmidas, è a favore: Mohandas potrà, tornando laureato, aiutare tutta la famiglia143. Si calcola il costo del soggiorno: 5.000 rupie. È tantissimo! Ecco perché così pochi indiani ci vanno! Come trovare una somma del genere? Lo zio Tulsidas, dopo qualche esitazione, è pronto a investire qualcosa. Una borsa di studio? Quando Mohandas va a chiederne una all’amministratore britannico di Porbandar, questi lo riceve sulla soglia, gli ride in faccia e gli consiglia di ottenere innazitutto un diploma all’università di Bombay.

Per la prima volta nella sua vita, Mohandas decide di non obbedire a un ordine. Questo sarà il suo primo swaraj, la prima volta che prende in mano il suo destino.

Dove trovare i soldi? Vendere i gioielli della moglie? Lei rifiuta! Mohandas fa il giro dei parenti: niente da fare. È scoraggiato. Oltretutto non è sicuro di cosa vuole fare. L’avvocato? Forse. Il divan? È così difficile! Gli sembra tutto fuori dalla sua portata. Il suo amico Mavji insiste: studiare a Londra è vitale! Altrimenti per tutta la vita sarà un misero impiegatuccio. Gandhi si lascia convincere. Come aggirare il veto della madre? Un altro amico di famiglia, Becharji Swami, anche lui della casta dei Modh Vanik, divenuto religioso giaina, trova la soluzione e fa pronunciare a Mohandas tre promesse solenni davanti alla madre: a Londra, non toccherà vino, carne e donne. Il giovane giura. «Adesso», dice Becharji a Putlibai, «puoi lasciarlo partire»109. Lei si rassegna, gli dà un po’ di denaro, gli mette al collo una collanina sacra dedicata a Vis.n.u e va a digiunare per l’ennesima volta per punirsi di non essere riuscita a trattenerlo.

Bisogna ancora ottenere il permesso degli anziani della casta e trovare il denaro mancante. Nel corso di una riunione solenne, gli anziani rifiutano: i Modh Vanik non hanno il diritto di viaggiare, perché le Leggi di Manu, il loro codice religioso, definiscono rigidamente i luoghi appropriati alla celebrazione dei riti. Mohandas insiste, spiegando che tantissimi gujarati sono commercianti in Sudafrica; gli rispondono che sono tutti musulmani e lo minacciano di cacciarlo dalla casta. Forte della benedizione della madre, resta fermo sulla sua decisione e viene dichiarato “paria”: «Chiunque l’aiuterà o andrà a dirgli addio alla stazione sarà punibile con un’ammenda di una rupia e quattro annas»154, dice l’editto di espulsione. Lui non si arrende, vende i mobili dell’appartamento di Bhavnagar dove ha trascorso un semestre e, a malincuore, i gioielli della dote della moglie. Ne ricaverà in tutto 4.000 rupie. Non bastano ancora. Tanto peggio: andrà lo stesso. Per tre anni.

Fine agosto del 1888: quando parte per Bombay, da dove si imbarcherà per l’Inghilterra, una cinquantina di amici, sfidando il divieto della casta, va a salutarlo alla stazione di Rajkot. Racconterà in seguito: «Mia moglie si è messa a piangere. Le sono andato vicino, rigido come una statua lì per lì, poi l’ho abbracciata. Lei mi ha detto: “Non ci andare”»170. Le disobbedisce. Non sarà l’ultima volta.

Mohandas parte, accompagnato fino a Bombay dallo zio Tulsidas, fratello del padre, rassegnato ad aiutarlo.

Nello stesso momento, il giovane Mohammad Ali Jinnah, musulmano sciita del ramo degli israeliti, lascia il Gujarat per diventare avvocato a Karachi e prendere parte allo sviluppo commerciale della regione.

A Bombay, Mohandas si ferma a contemplare stupito le luci della città. Non ha mai visto quei negozi, quei veicoli, quell’illuminazione a gas, quei giornali, come non ha mai tenuto in mano una forchetta. Lo zio lo presenta a un amico che non appartiene alla loro casta e accetta di prestargli mille rupie con l’impegno di rimborsarle in cinque anni (le restituirà tutte)154. Ha messo insieme le 5.000 rupie necessarie. Può partire.

Mohandas è entusiasta e angosciato al tempo stesso: non sa niente dell’Europa, viene da un posto sperduto dove nessuno ha mai incontrato un occidentale (tranne, da lontano, il funzionario britannico). Conserva gelosamente al collo la collanina della madre e la foto del padre. Approfittando del suo panico, un agente americano gli vende una polizza assicurativa e gli garantisce 10.000 rupie in caso di problemi. Compra degli abiti europei, i primi che indosserà. Il tempo stringe, si avvicina la fine di agosto: anche se l’anno accademico a Londra inizia a gennaio, deve trovare un’università che lo accetti. Lo zio ottiene da due amici gujarati che vivono a Bombay delle lettere di raccomandazione per dei membri della famiglia trasferitisi o di passaggio nella capitale britannica. Mohandas acquista un biglietto di seconda classe sul piroscafo Clyde, uno dei primi battelli a vapore a compiere la traversata, e lascia l’India il 4 settembre 1888.

L’indomani, il «Times» di Bombay cita il suo nome nella lista dei passeggeri: è la prima volta che un giornale parla di lui...

2. Satavadhani (1888-1893)

Quando il piroscafo Clyde lascia il porto di Bombay per Southampton con a bordo Mohandas Gandhi, il giovane è preoccupato: ha osato lasciare tutto per sfuggire a un destino mediocre, ma non ha la minima idea di come potrà guadagnarsi da vivere, anche con una laurea. L’hanno spinto a studiare da avvocato, ma detesta parlare in pubblico. E poi, quel titolo di studio è ancora tutto da prendere. Lui parla malissimo l’inglese, non sa niente di niente dello stile di vita britannico. Non è neanche tanto sicuro di avere abbastanza soldi per mantenersi per tutta la durata degli studi.

Una volta a bordo, si rende conto di non vivere sullo stesso pianeta degli altri passeggeri: il viaggio dura tre settimane e lui si sente a disagio. Incrocia essenzialmente alcuni funzionari britannici e militari con le loro famiglie: non capisce niente della loro lingua, del loro comportamento, del loro modo di vestirsi. La prima sera, mette l’abito di flanella bianca comprato a Bombay e quando entra nella sala ristorante così conciato le donne si scansano; si mette a tavola, guarda il menu come se fosse un rebus, vede gli altri servirsi di coltello e forchetta, mangiare carne e bere alcolici. Si alza, si ritira in cabina e per tutta la traversata si nutre solo di frutta presa in cucina e dolcetti preparati da sua madre. Fa anche la conoscenza di altri giovani indiani partiti come lui per studiare a Londra.

A metà settembre del 1888, mentre la nave attraversa il canale di Suez, a Costantinopoli è siglata una convenzione internazionale che dichiara il canale neutrale, «libero e aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, a tutte le navi mercantili o da guerra senza distinzione di bandiera». In realtà, questa formula diplomatica mira solo a giustificare la presenza inglese sul canale per garantirne l’apertura, assicurando alla Gran Bretagna un controllo assoluto sulla nuova via delle Indie.

Il 28 settembre 1888, in vista delle coste inglesi, Mohandas rimette l’abito di flanella bianca per sbarcare a Southampton. È autunno. Fa freddo. Nessuno si veste più così. Nuova umiliazione.

Il giorno dopo arriva a Londra, la capitale del più grande impero del mondo. Qui scopre la prima metropolitana, una folla e un’abbondanza sconosciute. Ma è anche una città minacciata. I rivali tedeschi, francesi, americani si fanno più pressanti: nuove tecnologie, scoperte sempre più importanti hanno determinato una speculazione azionaria, che nel 1882 ha provocato dei fallimenti che annunciano il futuro declino della Gran Bretagna in favore degli Stati Uniti d’America.

Mohandas si reca al Victoria Hotel, uno dei più grandi di Londra, dove risiede il dottor Pranjivan Mehta, un medico giaina laureato alla facoltà di Medicina di Bombay, del Kathiawar come lui, amico di amici di famiglia, che all’epoca risiede a Londra e per il quale ha una lettera di presentazione. Traumatizzato dall’impatto con la città, Gandhi si chiude in albergo per due giorni interi. Il dottor Mehta gli spiega in cosa gli inglesi sono molto diversi dagli indiani: «Qui non si deve mai toccare quello che appartiene agli altri; non bisogna neanche fare domande; bisogna parlare solo a bassa voce, dire “signore” a tutti, senza però assumere un’aria ossequiosa come si fa da noi quando ci si rivolge agli inglesi»154.

In seguito Mohandas va a trovare un altro amico di famiglia, un bramino anche lui della regione del Kathiawar, di nome Shukla, che ha preso in affitto una camera presso una famiglia del quartiere di Richmond. Shukla gli spiega a sua volta: «Gli inglesi sono fondamentalmente diversi da noi: loro parlano con orgoglio del loro paese, cosa che per noi non ha senso; si curano con medicine, mentre a noi basta meditare; parlano continuamente di sesso, che non è un argomento di conversazione. Se vuoi sentirti a tuo agio qui, fa come loro e, per cominciare, mangia della carne»109. Quando Mohandas protesta e cita la promessa fatta a sua madre, l’altro ci ride su: un giuramento fatto a una vecchia analfabeta non ha alcun valore, soprattutto in quella città che è avanti di secoli rispetto all’India! Ciononostante, Gandhi non si sogna nemmeno di rompere il giuramento! Shukla gli propone di dividere la stanza e lui accetta64.

Il giovane cerca un’università, prova con Oxford e Cambridge, si fa rifiutare, e infine arriva all’Università di Londra. L’anno accademico inizia a gennaio del 1889, quattro mesi più tardi. Nel frattempo, fa la bella vita, compra un violino da 3 sterline, segue corsi di danza e di oratoria, da cui secondo Shukla trarrà beneficio per i suoi studi da avvocato. Acquista degli abiti all’Army and Navy Store, impara a portare giacca, pantaloni a righe, bastone e cappello a cilindro64.

Nel novembre del 1888, poiché Richmond è lontana dall’università, va a vivere con uno dei giovani indiani conosciuti sul piroscafo, di nome Mazmudar, in una camera mansardata al 20 di Baron’s Court Street, a Kensington ovest, a casa di una vedova con due figlie, che gli ha consigliato il dottor Mehta109. Paga alla padrona di casa pasti che non consumerà e viene accolto molto bene; il giovane indiano sospetta pure che la vecchia signora voglia fargli sposare una delle figlie. Beve sì alcolici, ma resta vegetariano, anche se per lui è così difficile nutrirsi nella Londra dell’epoca109. Un giorno si ammala e un medico gli raccomanda di mangiare carne; lui rifiuta e controvoglia accetta di mangiare un uovo128.

Nel dicembre del 1888, il Congresso tiene la sua riunione annuale ad Allahabad; adesso si contano 1.248 delegati, ancora per la maggioranza bramini, finanziati da commercianti68. Il viceré (il cui mandato di cinque anni scade quell’anno), Lord Dufferin, che tre anni prima aveva salutato con calore la nascita del Congresso, adesso lo bolla come una «microscopica minoranza»68 nonostante sia ancora presieduto da un inglese.

Nel gennaio del 1889 inizia l’anno accademico allo University College di Londra. Mohandas sceglie il francese come lingua moderna e lo studio del calore della luce per quanto riguarda le scienze naturali109. Trova altri (pochissimi) studenti indiani: all’epoca sono 380 in tutta la Gran Bretagna, di cui 320 a Londra, quasi tutti studenti in Legge. Fa i suoi conti: ha già speso molto; la vita è cara; ogni manuale di diritto costa circa 10 sterline64. Il suo soggiorno perciò verrà a costare molto di più delle 5.000 rupie di cui dispone: ce ne vorranno circa 13.000! Suo fratello, che a stento riesce a sfamare tutta la famiglia (compresa Kasturba e suo figlio Harilal), gli scrive che non può assolutamente inviargli di più e che spera che i suoi studi si concluderanno presto e bene.

Mohandas riduce le spese di vitto, alloggio e trasporto a 2 sterline al mese; rescinde la polizza di assicurazione sulla vita sottoscritta alla partenza a Bombay; trova il modo di procurarsi gratuitamente tutti i manuali di cui ha bisogno in diverse biblioteche e redige perfino un piccolo vademecum in cui spiega come fare, per gli altri studenti indiani64. Tra questi si fa i primi amici. Fa anche la conoscenza di alcuni studenti inglesi, tra cui Charles Ollivant, che partirà presto per l’India nel Covenant Service. Mohandas lavora sodo e scopre, come gli avevano detto a Bombay, che gli esami di diritto non sono così difficili a Londra, e che la percentuale dei promossi è alta.

Il suo primo fallimento (per colpa del latino) non lo scoraggia. Uno dei suoi professori, Frederick Pincutt, gli raccomanda di leggere di più, in particolare libri di storia, e di osservare la natura umana64.

Quell’anno, a Parigi, si celebra il centenario della Rivoluzione con un’Esposizione universale e l’inaugurazione di una torre metallica costruita da Gustave Eiffel. In Sudafrica Cecil Rhodes, figlio di un pastore protestante, partito per l’Africa a diciassette anni per curarsi l’asma, ottiene un permesso reale per lo sfruttamento delle miniere d’oro e diamanti, preludio all’insediamento dei coloni inglesi nel paese che porterà il suo nome.

In India (dove nasce il 14 novembre 1889 il figlio di Motilal Nehru, Jawaharlal, che diventerà uno dei principali compagni di Gandhi) la carestia continua50; il nuovo viceré, Henry Petty-FitzMaurice, riconosce come sola e unica causa della carestia la «fatalità climatica», mentre le colture da esportazione (oppio, iuta, tè, cotone, grano, riso), che rappresentano il 60 per cento delle esportazioni dell’India, privano l’agricoltura alimentare dei terreni migliori50. Bal Gangadhar Tilak, giornalista diventato caporedattore dei due quotidiani più importanti dell’India occidentale, il «Késari» e il «Mahratta», lancia una campagna di protesta; partigiano della conquista dell’indipendenza con la violenza, diventerà un grande dirigente nazionalista, compagno e grande rivale di Gandhi50.

A fine novembre del 1889, per fare ulteriori economie, Mohandas si trasferisce in un bilocale a Store Street64. A gennaio del 1890 conosce (rimanendone affascinato) un viaggiatore indiano, Narayanan Hemchandra, vestito di una dhoti, una sorta di pareo annodato a mo’ di pantalone, e di una camicia detta kurta: il costume tradizionale del Bengala. Molto più tardi, Gandhi se ne ricorderà e ne farà la sua unica tenuta. Narayanan gli parla della sua lettura quotidiana della Gita e dell’ideale di aparigraha (‘non possesso’): perché riempirsi di cose inutili? Gli fa scoprire la saccidananda, ovvero la percezione dell’esistenza di un “sé” presente nel cosmo indipendentemente dalla sua incarnazione nelle vite successive. È il primo serio incontro di Gandhi con l’immensità del pensiero di un hindu in ribellione dichiarata contro l’Occidente, in un momento in cui, al contrario, fa di tutto per integrarsi. Ne resta turbato, poi continua la sua vita come prima.

A febbraio si imbatte a Piccadilly Circus in Sir Pherozeshah Mehta, allora di passaggio a Londra, ma non osa andargli a parlare anche se ha una lettera di presentazione per lui64. Sir Pherozeshah è un modello per tutti i giovani indiani dei suoi tempi: parsi e zoroastriano, della prima generazione di indiani ad aver avuto successo negli studi in Inghilterra, è diventato un famoso avvocato a Bombay e aiuta molti giovani studenti della sua città a finanziarsi gli studi in Gran Bretagna. Ben presto rivestirà un ruolo importante nella vita di Mohandas, che non osa nemmeno andare a trovare l’altro grande avvocato indiano, Dadabhai Naoroji, che invece ha scelto di fare carriera nella vita politica inglese dopo aver presieduto il Congresso.

A giugno, dopo diciotto mesi di studi, primo successo: passa l’esame di ammissione, che gli permette di accedere all’ultimo anno dell’università di Londra. L’inglese lo parla meglio, ma con un forte accento gujarati che non perderà mai.



La scoperta della propria identità

A luglio, a corto di soldi, cambia casa ancora una volta e trasloca in un monolocale a Tavistock Street, a 8 scellini la settimana64. Nel quartiere di Farringdon Street scopre un ristorante vegetariano in cui si discute di teosofia. Oltre al primo pasto davvero conforme ai suoi gusti da quando ha lasciato l’India, qui ne trova la giustificazione teorica: fino a quel momento per lui essere vegetariano era solo un modo di obbedire a una promessa fatta alla madre. Ora scopre che è anche una disciplina del corpo e dello spirito, che trasformerà la sua vita. Con zelo da neofita, divora trattati di dietetica vegetariana che spiegano come la sede del gusto non sia la lingua, ma il cervello, e come il controllo della fame passi per la disciplina dello spirito.

In autunno, qualche mese dopo l’esame finale, si iscrive alla Società vegetariana di Londra, il cui motto è «Umanesimo, Prosperità, Salute, Felicità». Scrive (in inglese, che ormai padroneggia molto meglio) per il giornale dell’associazione, il «Vegetarian», nove articoli in cui descrive l’alimentazione, il sistema sociale e le feste indiane64. Diviene membro del consiglio direttivo dell’associazione e partecipa all’ideazione di un distintivo per i suoi membri. Diventa vicepresidente di un club vegetariano con sede a Bayswater e lì trova numerosi amici, tra cui il dottor Josiah Oldfield, il presidente, il dottor Allison, direttore del «Vegetarian», Howard Williams, autore di The Ethics of Diet, e Hills, un puritano, proprietario dell’azienda Thames Ironworks109. Conosce Henry Stephen Salt, che lo mette in contatto con il celebre Sir Edwin Arnold, autore di una bellissima biografia del Buddha, La luce dellAsia4, e di The Song Celestial, magnifica traduzione della Bhagavad-Gita10. Quell’anno conosce anche Helena Blavatskij, la mistica russa fondatrice della Società Teosofica, ma rifiuta di aderire a quella che gli sembra una religione, diversa dalla sua. Assiste alle conferenze di un’altra illustre vegetariana irlandese, la dottoressa Annie Besant, che è appena entrata nella Società Teosofica e si appresta a partire per stabilirsi a Madras e vivere lì la sua passione per l’induismo. È una donna speciale; George Bernard Shaw, che la conosce bene, dice che è in grado di svolgere il lavoro di tre persone: organizzare, fare discorsi e scrivere. Mohandas legge due dei suoi libri, Why I Became a Theosophist e Hints on the Study of the Bhagavad-Gita. La incontrerà di nuovo venticinque anni dopo, in India, dove sarà sua avversaria al Congresso.

I teosofi lo interrogano sulla Bhagavad-Gita, letteralmente ‘Canto del beato’ o ‘Il canto del divino Signore’, che Arnold ha tradotto come The Song Celestial. Gandhi si vergogna di dover ammettere che lui non l’ha mai letto. Così si procura la traduzione di Arnold e scopre questo testo meraviglioso10, estratto del Mahabharata, che racconta la storia di Krsna, ottavo avatara di Visnu, manifestatosi sotto forma di bramino al principe Arjuna. Allo scoppio della grande guerra di Bharata, Arjuna esita a lanciare le sue truppe nella battaglia per paura di causare la morte di membri della sua famiglia e ne conversa con Krsna. Composto due secoli prima dell’era cristiana, questo testo spiega che il fine di ogni vita è sfuggire al ciclo delle rinascite attraverso la realizzazione del Sé, di “scoprire” quello che siamo in modo permanente, al di là della personalità e delle emozioni di ogni incarnazione. Tre versetti in particolare restano impressi a Mohandas: il 2,39 («La conoscenza dello yoga permette di agire senza essere legati ai propri atti»), il 2,71 («Colui che non è più attratto dai piaceri materiali, che non è più schiavo dei suoi desideri, che ha respinto ogni spirito di possesso e che si è liberato dalla tirannia dell’ego, può solo conoscere la serenità perfetta») e il 6,17 («Chi mantiene la misura nel mangiare e nel dormire, nel lavoro e nel riposo, può, con la pratica dello yoga, addolcire le sofferenze dell’esistenza materiale»10). In essi vede un’apologia dell’azione disinteressata e allo stesso tempo il rifiuto dell’isolamento dal mondo. Trentacinque anni dopo, Gandhi lo definirà: «il più importante libro di filosofia che abbia mai letto»170. È l’inizio di una spinta alla scoperta di sé, del rifiuto dell’occidentalizzazione. Dopo due anni a Londra, inizia così ad allontanarsi dall’Occidente. Ci vorranno vent’anni perché questa diventi la sua vera identità.

Legge anche La luce dellAsia, la biografia del Buddha scritta da Arnold, in cui scopre il buddhismo, pressoché scomparso in India; inoltre scorre il Nuovo Testamento e trova delle similitudini tra il Discorso della Montagna e i versi del poeta gujarati Shamal Bhatt, che ha letto nella sua infanzia64.

All’inizio di settembre Gandhi partecipa ad alcune riunioni della London Indian Society, creata dall’avvocato Dadabhai Naoroji e dall’Anjuman Islamia, associazione di studenti indiani musulmani. Lì conosce Saccidananda Sinha, Syed Ahmed Khan, diventato Sir Syed, membro dell’Assemblea del Consiglio imperiale e della Commissione del servizio pubblico, e Harkishan Lal Gauba, un miliardario del Punjab (che sarà il primo presidente dopo le elezioni regionali del 1921). Li ritroverà tutti in momenti particolari della sua vita. Per la prima volta sente parlare seriamente di sogni nazionalisti; discute a lungo della rispettiva situazione dei musulmani e degli hindu in India. Gli hindu, pensa Lal Gauba, hanno acquisito per primi un’istruzione occidentale e lavorano negli uffici pubblici, nelle libere professioni e nel commercio, mentre alla classe media musulmana ciò è vietato a seguito della rivolta del 1857 (considerata dagli inglesi una sollevazione musulmana) e dai teologi musulmani che proibiscono loro l’accesso all’istruzione occidentale. Sir Syed si batte affinché i musulmani creino una struttura politica specifica, indipendente dal Congresso Nazionale Indiano. I musulmani, afferma Syed, non vogliono un’India indipendente, perché gli hindu li supererebbero numericamente e sarebbe come «una partita a dadi in cui uno dei giocatori ha quattro dadi, mentre l’altro ne ha uno solo»110! A meno di imporre prima, propone, la parità tra le due comunità. Tale questione sarà una delle sfide maggiori della storia indiana nei cinquant’anni seguenti. Oggi, in tutto il mondo, è la posta in gioco di ogni conflitto tra comunità.

Mohandas comincia dunque a leggere diversi giornali, in particolare il «Daily Telegraph» e il «Liberal Daily News». Non è attratto dai movimenti “socialisti” allora in voga a Londra; non gli interessano Marx né Darwin, le cui opere all’epoca fanno sensazione. Nemmeno l’utilitarismo di Bentham ha senso per lui109. Lui parla di cose molto concrete, ad esempio del sale, «prodotto pesantemente tassato in India»22, di cui gli inglesi si sono arrogati il monopolio: tornerà sull’argomento quarant’anni dopo e ne farà un punto chiave della sua battaglia.

A ottobre, va qualche giorno a Parigi presso un corrispondente teosofo per assistere a una fiera vegetariana64. Visita l’Esposizione universale, sale per tre volte sulla Torre Eiffel (e spende 7 scellini per poter dire di aver pranzato lì), entra a Notre-Dame e ne resta impressionato. Al suo ritorno, legge delle opere di Rousseau e Voltaire e si interessa alla Rivoluzione francese.

All’inizio del 1891, mentre in Inghilterra l’istruzione diventa obbligatoria, e René Panhard ed émile Levassor costruiscono la prima automobile a benzina di serie, Tolstoj scrive Il regno di Dio è in voi61, libro che, molto più avanti, segnerà profondamente Gandhi. A febbraio, apprende da una lettera del fratello che sua madre, Putlibai, è molto malata. Ha fretta di tornare: mancano ancora cinque mesi agli esami.

A marzo, davvero a corto di denaro dopo trenta mesi a Londra, va a vivere con Josiah Oldfield, direttore del «Vegetarian», in un minuscolo appartamento di due stanze al 52 di Stephens Garden, a Bayswater64. Sostiene gli esami a fine maggio e ancora prima di avere i risultati prende, con le sue ultime sterline, un biglietto di ritorno su un piroscafo che parte per Bombay due giorni dopo la data di uscita dei voti. Il 10 giugno viene a sapere che ha passato tutte le prove, compresa quella di latino, arrivando trentaquattresimo su 309. Un considerevole successo per quel giovane al suo arrivo così incolto. L’11 si iscrive al Foro di Londra, a Inner Temple, dove si riuniscono gli avvocati. Il 12, poco meno di tre anni dopo il suo arrivo a Londra, si imbarca per Bombay, ansioso di rivedere la madre, che intuisce in gravi condizioni: nel cuore ha «solo qualche barlume di ottimismo misto a disperazione». Il numero del 13 giugno 1891 del «The Theosophist» pubblica la sua foto con una nota di ringraziamento per i servigi resi all’associazione.



«Vivere leggeri per arrivare a Dio»

Al suo arrivo a Bombay, il 7 luglio 1891 (il viaggio dura ancora circa un mese) si precipita a Mani Bhavan, residenza di Sir Pherozeshah Mehta (che a Londra non ha incontrato) dove, secondo gli ufficiali della nave, l’attende un telegramma. È lì che apprende da un messaggio di uno dei suoi fratelli la morte della madre, avvenuta quindici giorni prima. Non ha nemmeno potuto assistere alla cremazione. Per lui è un colpo terribile: l’unica donna che amava... Porta sempre al collo la collanina di Visnu che lei gli ha regalato il giorno della sua partenza.

Quella stessa sera, da Mehta, in un momento cruciale della sua vita in cui avrebbe avuto tanto bisogno di parlare con la madre, conosce un personaggio che gli cambierà la vita: Shrimad Rajchandra o Muni Ratanchandraji52. Non sarà l’unica volta che una nuova guida capiterà sulla sua strada nel momento esatto in cui un’altra muore... Gandhi dirà di Rajchandra: «La sua intelligenza, grande quanto il suo ardore morale, mi sarà costantemente di rifugio nei momenti di crisi spirituale»170. Shrimad Rajchandra gli apparirà come una reincarnazione della madre, fornendogli esattamente ciò che aspettava per approfondire la sua ricerca filosofica.

Shrimad è del Gujarat, della stessa casta di Mohandas, i Modh Vanik. È nato il 9 novembre 1867 a Vavania Bandar, paese limitrofo a Rajkot. Si definisce «erudito abitato dalla speranza di vedere Dio faccia a faccia»52. Genero del fratello del dottor Mehta, gode già, quando Mohandas lo incontra, di una reputazione considerevole: dall’età di sette anni sostiene di ricordare alcune delle sue precedenti vite; è quello che si chiama un jatismaranajnana. A tredici anni è diventato giaina e il padre l’ha iniziato al mestiere di prestatore di denaro: ha cominciato allora a scrivere poesie e saggi sull’arte della meditazione52. A sedici anni, scrive una grande opera sul giainismo, il Moksamala133. Per di più la sua grafia è così bella che il maharajah di Kutch, regione vicina al Gujarat, lo invita regolarmente perché copi dei documenti importanti. È inoltre capace di fare giochi eccezionali: ad esempio, solo vedendo diversi piatti, sa dire quali sono i più salati. Dotato di una memoria quasi illimitata e di un’intuizione senza pari, è dunque quello che gli indiani definiscono uno satavadhani (‘colui che ha la facoltà di ricordarsi o di seguire cento cose alla volta’). Nel 1887, a vent’anni, lo ha dimostrato in pubblico a Bombay portando avanti rapido cinquantadue attività intellettuali simultaneamente, tra cui scacchi, moltiplicazioni e divisioni, puzzle e giochi di parole. In quello stesso anno, sposa Zabakbai, nipote del dottor Mehta. Dopo il matrimonio, adotta ben presto l’astinenza sessuale, secondo la tradizione mistica, per non perdere niente di se stesso. Afferma infatti:

Non c’è alcun piacere nel contatto fisico; se tu pensi ancora di trovarne uno, analizzane la reale natura e vedrai che è un’illusione. L’imperfezione di questo piacere non risiede nella donna, ma nella tua anima, e quando la ricerca di questa imperfezione sparisce, ciò che l’anima percepisce è davvero meraviglioso e pieno di gioia.52

A ventidue anni, nel 1889, osserva:

Ho una grande esperienza sull’anima, la natura e i mutamenti dello spirito, e sulle cause dell’interminabile infelicità [...]. Ho anche scoperto il disinteresse, l’indifferenza serena. Ho molto meditato sul modo di raggiungere l’immortalità e sulla breve durata della vita [...]. Noto un abisso incolmabile tra il mio sapere di oggi e quello che ero quando amavo le cose della vita.52

Quando Mohandas lo incontra, Rajchandra, che si rifiuta di dipendere finanziariamente da chicchessia, lavora da un artigiano di diamanti, Revashankar Jagjivan. Indossa una dhoti, una specie di pigiama fatto di un solo drappo senza cuciture, e un turbante, anch’esso fatto con un panno senza cuciture. Senza cuciture, come il mondo che sogna.

Quella sera Mohandas, non credendo alle doti di quell’uomo, gli chiede di leggere rapidamente e poi recitare a memoria una lunga lista di parole latine e francesi, lingue che Rajchandra non conosce. L’altro esegue senza alcuna difficoltà, ma prega Mohandas di non chiedergli mai più cose del genere: «Non voglio essere una fiera da baraccone. Solo Dio mi interessa. Posso vivere senza acqua né aria, ma non senza Dio»52. Nei giorni seguenti, i due giovani fanno lunghe conversazioni. Mohandas ha bisogno di trovare se stesso, senza per il momento rinunciare all’Occidente. Avendo cominciato a scoprire la sua cultura a Londra, adesso vuole approfondirla, anche se resta ancora qualcosa di esterno che non guida la sua vita.

Torna a Rajkot per rivedere la moglie e il figlio; non li vede da tre anni. Cerca invano di essere riammesso nella sua casta e si stabilisce a Bombay come avvocato. Contemporaneamente, prosegue la sua ricerca personale e gradualmente instaura con Rajchandra un rapporto discepolo-maestro. Rajchandra parla con voce dolce, sorride sempre, come illuminato da «una gioia interiore», dirà Gandhi. «È una specie di reincarnazione della dea della saggezza, Saraswati. [...] Ed è certo che questa vita sarà l’ultima per lui, poiché è incredibilmente vicino alla liberazione»170. La parola del guru è magnifica: «Colui il quale, appena ha terminato il dovere di effettuare delle pesanti transazioni d’affari, si mette a scrivere delle cose nascoste dello Spirito, quello non è un uomo d’affari, ma un vero ricercatore della Verità». Spiega inoltre: «Bisogna vivere con leggerezza per arrivare a Dio». E aggiunge: «Nessun oggetto a questo mondo ha importanza. Noi siamo guidati dal desiderio divino»52. Rajchandra racconta i Veda al giovane avvocato appena tornato da Londra. Gli parla dell’islam, del cristianesimo, del zoroastrismo. Per lui come per i giaina, ogni religione è una via che permette all’uomo di accedere a Dio; nessuna può pretendere di avere la conoscenza esclusiva della Realtà Ultima. Gandhi vi ritrova, con tutta un’altra potenza, l’insegnamento perduto di sua madre. Rajchandra consiglia all’amico di leggere il Pancikarana, la Mani-ratna-mala, il capitolo dello Yoga Vasista sul non attaccamento, la prima parte del Kavya Dohana e il suo libro, Moksamala109. Gandhi legge tutto, affascinato; pensa che Rajchandra sia «il miglior indiano dell’epoca»107. Gli domanda: «Che devo fare se vedo un serpente che sta per mordermi?». Rajchandra risponde: «Dato che noi sappiamo che il corpo è mortale, perché uccidere il serpente attratto da un tal corpo? Colui che vuole salvare la propria anima deve permettere al suo corpo di morire». Trent’anni più tardi Gandhi ripeterà questa frase, parola per parola, a un discepolo sulla cui camicia sta strisciando un serpente.

Riconoscendo quanto deve a Rajchandra, scriverà: «Ho conosciuto più di un capo religioso o maestro, ho cercato di conoscere i migliori delle diverse fedi, e devo dire che nessuno mi ha impressionato quanto Rajchandrabhai. Le sue parole sono penetrate profondamente in me»170.

Infatti Gandhi ha appreso da lui misteriose tecniche di digiuno, di meditazione, di percezione della realtà, che chiamerà in seguito «il mio istinto». Spesso seguirà il suo istinto, invece della ragione...



L’avvocato mancato

Durante questo apprendistato, Gandhi cerca anche di diventare avvocato. Pietoso tentativo: a settembre del 1891, si iscrive al Foro presso la Corte d’Appello di Bombay, dove trova un appartamento degno di quello che pensa essere lo status di un uomo di legge. Vuole che la moglie e il figlio si vestano all’europea. Kasturba rifiuta. Lui insiste. A colazione, mangia e fa mangiare loro, come faceva a Londra, porridge con cioccolata110.

Ma non è portato a perorare le cause; ancora non ama parlare in pubblico. Anche se si sforza, si impegna, cerca di controllare la sua timidezza, il nervosismo, la sua bramosia sessuale. In più, gli studi effettuati in Inghilterra non prevedevano niente sul diritto indiano, un miscuglio di diritto inglese, costumi locali e diritto musulmano. Così i clienti non vengono e lui fallisce tanto miseramente nel controinterrogatorio di un testimone che deve restituire i soldi alla sola e unica cliente che era riuscito ad avere...

All’inizio del 1892, cioè dopo nove mesi, con la morte nel cuore rinuncia alla carriera da avvocato e si mette a cercare un posto da professore di inglese, dovunque sia, solo per guadagnarsi da vivere. Ma non ha i diplomi necessari e deve di nuovo rinunciare. A marzo, si rassegna a tornare a Rajkot54. Ad aprile, si stabilisce lì, con la moglie di nuovo incinta e il figlio, per lavorare dal fratello Lakshmidas, diventato un modesto avvocato: anche lui ha quasi dato un colpo di spugna alle sue grandi ambizioni. La moglie partorisce un secondo figlio maschio, Manilal.

Passa a Porbandar, dove non è riammesso nella casta, ma è nominato “compagno” del principe di Porbandar, cioè membro di un’assemblea senza il minimo potere: che declino rispetto a suo padre, che regnava sulla città!

È la fine delle sue speranze. A Londra ha gustato la libertà e la penisola del Kathiawar gli sembra assai provinciale. Si scrive tutti i giorni con Rajchandra, a Bombay, che lo aiuta a sopportare le delusioni. Scrive delle istanze per i piccoli casi che tratta il fratello e si rende conto che neanche stavolta andrà lontano: gli altri avvocati di Rajkot, i Vakil, conoscono la legge indiana molto meglio di lui e chiedono onorari da fame ai loro clienti. È l’impasse.

Arriva poi un altro dispiacere: suo fratello Lakshmidas, che ancora sogna di diventare il prossimo divan della città, è accusato di cattiva gestione dal nuovo “residente” (funzionario) britannico. Coincidenza: Mohandas lo conosce, si tratta di Charles Ollivant, conosciuto a Londra due anni prima! Mohandas si vanta allora di poter sistemare la faccenda, ma lo studente divenuto funzionario rifiuta di riceverlo e, quando Mohandas insiste, lo fa cacciare dal suo ufficio! Indignato, Mohandas vuole sporgere un reclamo34. Il fratello lo prega di non insistere: queste delusioni toccano quotidianamente a tutti gli indiani.

È per lui una grandissima umiliazione e il suo primo vero contatto con la politica, che finora aveva seguito ben poco: infatti non sa che, quell’anno, si parla di tenere la riunione plenaria annuale del Congresso indiano a Londra; né che il dirigente più radicale, Tilak, propone di scegliere il giorno della festa di Ganesa, il dio con la testa di elefante, come festa nazionale dell’India; né che nel Maharashtra è appena emerso un altro importante leader nazionalista, un professore, bramino e moderato, Gopal Gokhale: vent’anni dopo, Gandhi ne diventerà il discepolo prediletto, poi il successore.

Sempre quell’anno, a Londra, il governo Gladstone, tornato al potere, apre i consigli provinciali consultivi ad alcuni notabili indiani proposti al viceré dalla Camera di Commercio di Calcutta e dai “consigli legislativi provinciali”, i cui membri sono a loro volta imposti dalle municipalità e dalle università59. La proposta è ridicola: «Il governatore generale e i governatori delle province possono trovare comodo e utile consultare di quando in quando questi enti e raccogliere i loro pareri e raccomandazioni prima di selezionare dei membri [indiani] dell’alta amministrazione»59. Il viceré dell’epoca, Henry Petty FitzMaurice, giudica tuttavia questa proposta troppo audace e ne blocca l’applicazione. Lord Archibald Rosebery, ex ministro di Gladstone e in seguito suo successore, riassume così l’opinione che gli inglesi hanno di sé: «È compito dell’Inghilterra prendersi la sua parte di responsabilità, ed è una fortuna che il mondo, nella misura in cui esso può essere plasmato, riceva l’impronta anglosassone piuttosto che un’altra»59.

A gennaio del 1893, su consiglio di Rajchandra, con cui continua la corrispondenza, Mohandas si reca sul fiume Godavari, nel Maharashtra, vicino Nasik, per una cerimonia di purificazione presso il tempio di Naushya Ganapati, dove c’è un’importante statua di Ganesa109. Lui non è autorizzato a condividere l’acqua con un bramino e deve accontentarsi di un pranzo offerto dal fratello ai membri della sua casta. L’ennesima umiliazione.



In mancanza di meglio

A marzo la sua vita è un fallimento su tutti i fronti, eccetto quello familiare. È disperato: una moglie, due figli e nessun avvenire. Partire? Per dove?

Cerca lavoro ad Ahmedabad, a Calcutta: niente. Viene dunque a sapere che un’azienda di Porbandar, diretta da un musulmano del Gujarat, Abdullah Duda, che fa affari con il Sudafrica, ha un contenzioso per 40.000 sterline (una somma enorme) con la società di un altro mercante musulmano gujarati, la Surtee Muslims. Il rappresentante di Abdullah a Porbandar gli propone di andare a Durban, nel Natal, per tradurre in inglese e spiegare agli avvocati locali la contabilità di Abdullah, tenuta in gujarati. Non è proprio un lavoro da avvocato, ma all’epoca non c’è nessun legale indiano nei vari Stati del Sudafrica. Il contratto è per un anno, con viaggio andata e ritorno in prima classe, tutte le spese pagate e 105 sterline di onorario. Le condizioni non sono particolarmente interessanti, anzi, abbastanza modeste. Inoltre, Gandhi non sa niente di quel diritto e non conosce nessuno in Sudafrica. Ma non è nella posizione di rifiutare, per lui è un’occasione insperata. In mancanza di meglio, deve perciò accettare, e con riconoscenza: nel momento in cui tutto gli va male, sono dei musulmani a venirgli in soccorso. Non lo dimenticherà mai. Addirittura morirà per questo...

Il 19 aprile 1893, dopo essere restato solo venti mesi in India, lascia di nuovo a Rajkot la moglie, questa volta con due figli, Harilal e Manilal, e si imbarca sul piroscafo Safari diretto a Durban, capitale della provincia del Natal. Partito per starci dodici mesi, ci resterà ventun anni...

3. Satyagraha (1893-1914)

Il viaggio inizia male: a Gandhi è stata promessa e venduta una cabina di prima classe ma, quando si imbarca, il 19 aprile 1893, il comandante gliela rifiuta, sostenendo che l’imminente visita del viceré delle Indie in Mozambico, colonia portoghese, ha attirato molta gente nel paese e la prima classe è piena. Rifiutandosi di viaggiare sul ponte, Gandhi ottiene di dividere la cabina del braccio destro del comandante di bordo, un indiano. Stranamente, durante questo viaggio, le terre che costeggiano non sembrano interessarlo. Nessun commento, a ogni modo, nel laconico racconto che in seguito farà di questa crociera170. Come se i paesaggi lo annoiassero. In compenso, ricorderà la prostituta “incontrata” allo scalo a Zanzibar, sultanato divenuto tre anni prima un protettorato britannico. Lui ha ventiquattro anni e tuttavia affermerà: «Quella partenza [lo] trovò pressoché liberato da ogni appetito carnale»170. Come vedremo, non lo era e non lo sarà fino alla fine della sua vita...

Gandhi. il risveglio degli umiliati



I coolie

Quando sbarca a Durban il 20 maggio, dopo numerosi scali e un mese di navigazione, il Natal è una colonia inglese bagnata dal mare, confinante con la colonia britannica del Capo e territori boeri indipendenti. In entrambi, 2 milioni di africani, per la maggior parte zulu, e decine di migliaia di indiani e meticci sono trattati come schiavi da poche migliaia di inglesi e boeri61.

Gli insediamenti europei sono iniziati nel XII secolo con gli olandesi calvinisti, che hanno distrutto antichissime civiltà africane e hanno fondato la repubblica marittima del Natal. Nel 1844 gli inglesi, stanziati dal 1806 a Città del Capo e ansiosi di proteggere la via delle Indie, strappano loro quel territorio. I boeri (termine che significa ‘contadini’ o ‘allevatori’ in afrikaans, l’olandese arcaico mescolato ad altre lingue parlato da quei coloni, venuti dai Paesi Bassi, a cui si sono uniti ugonotti francesi dopo la revoca dell’editto di Nantes, nel 1685) emigrano verso nord (questa serie di migrazioni è nota come “Great Trek”) e fondano nell’interno la Repubblica del Transvaal, con 25.000 europei, e lo Stato Libero di Orange, con 10.000. Massacrando in entrambi i casi tantissimi africani attorno a loro, l’Orange raggiunge abbastanza rapidamente la stabilità politica, mentre il Transvaal ci mette diversi anni a raggruppare delle piccole entità autonome. A marzo del 1854, il Natal si dota di una costituzione che prevede l’instaurazione di due assemblee, i cui membri saranno eletti da un corpo ristretto di elettori che possano dimostrare un patrimonio immobiliare del valore minimo di 50 sterline o di una rendita annuale di 10 sterline: quasi tutti gli elettori sono europei. La questione del diritto di voto è fondamentale: essendo gli europei ultraminoritari, solo un sistema elettorale censuario avrebbe potuto permettere loro di restare al potere contro una maggioranza africana e asiatica.

Nel 1877, gli inglesi tentano di annettersi il Transvaal, dal sottosuolo particolarmente ricco di oro e diamanti. Si scontrano dapprima con una resistenza di guerrieri della nazione zulu, che ancora obbediscono solamente al loro re; il figlio unico di Napoleone III e di Eugenia vi trova la morte, indossando l’uniforme inglese, in una battaglia sferrata contro di loro. Gli inglesi incontrano inoltre, nel 1881, una forte resistenza dei boeri, che non riescono a sconfiggere e dai quali vengono cacciati dal Transvaal: prima sconfitta militare della Gran Bretagna in oltre un secolo, e oltretutto contro dei contadini! Un fulmine a ciel sereno che preannuncia il futuro declino dell’Europa.

Ciò che non sono riusciti a ottenere con la forza, gli inglesi cercano allora di ottenerlo per via democratica: nel 1886, in Transvaal, un afflusso di immigrati, per la maggior parte britannici, attirati dalla scoperta di giacimenti d’oro a Witwatersrand, suscita la creazione di una nuova città, Johannesburg, a una cinquantina di chilometri da Pretoria, capitale boera del Transvaal. I nuovi arrivati reclamano il diritto di voto, che naturalmente viene loro rifiutato dal presidente della Repubblica del Transvaal, Paul Kruger, deciso a mantenere l’identità boera del paese. Nel 1889, uno di questi emigranti inglesi divenuto ricchissimo grazie alle miniere di diamanti, Cecil Rodhes, che sogna di unificare un’Africa britannica dal Capo al Cairo, crea la British South Africa Chartered Company e ottiene dal governo inglese una “carta reale” che gli accorda il diritto di occupare con la forza il Nord del Transvaal. Nel 1890, Rhodes diventa primo ministro della colonia del Capo e occupa il Mashonaland e altri territori, che daranno ben presto vita alla Rhodesia. Per il Transvaal quindi l’unico sbocco sul mare resta il porto di Lourenço Marques, nella colonia portoghese del Mozambico.

In queste quattro entità dallo statuto assai differente (Orange e Transvaal, boere, da una parte; Città del Capo e Natal, inglesi, dall’altra), gli africani rappresentano più dei due terzi della popolazione; i meticci sono qualche decina di migliaia, come anche gli emigrati indiani, cioè più degli europei. Gli indiani appartengono a due categorie molto diverse: braccianti e commercianti.

I primi sono dei “lavoratori a contratto” (indentured) semi-schiavi nelle piantagioni di tè, caffè e canna da zucchero dei coloni inglesi o boeri61. Non fidandosi affatto dei lavoratori africani, gli europei, dal 1860, inviano degli agenti per reclutare manodopera nelle zone più povere di Madras, Bengala, Hyderabad, Bihar e delle Province Unite; questi emissari incantano i contadini con la prospettiva di un viaggio gratis verso un luogo che gli si presenta come vicinissimo, dove li aspetta un lavoro facile, uno stipendio, un alloggio, il ritorno gratuito in India dopo cinque anni, o la possibilità di stabilirsi liberamente nel paese al termine del loro contratto61. Decine di migliaia di indiani accettano e partono per Durban e Pretoria, mentre altri emigrano verso il Madagascar, la Réunion, le Antille o gli Stati Uniti. Lì trovano soltanto lavori di fatica e alcuni dopo cinque anni ripartiranno senza il becco di un quattrino. Inglesi e boeri li chiamano con disprezzo sami (perché molti dei loro nomi finiscono in -swami) o spregiativamente girmitiya (da girmit: è così, infatti, che pronunciano la parola agreement, ‘contratto’)109. Alcuni, nonostante l’opposizione di inglesi e boeri, riusciranno a mettere da parte abbastanza denaro da comprarsi modesti campicelli o lavorare nelle città. Un buon numero di loro si convertirà al cristianesimo. Quando Gandhi arriva a Durban, questi girmitiya sono circa 40.000 nel Natal e un po’ meno tra i boeri61.

Peraltro in queste quattro entità, che formeranno quello che più tardi sarà chiamato Sudafrica, si contano anche circa 3.000 commercianti indiani, principalmente musulmani del Gujarat, la regione di Gandhi; questi forniscono ai girmitiya i prodotti di cui hanno bisogno, in particolare derrate che fanno arrivare dall’India. Gli europei li chiamano passenger Indians perché, a differenza dei girmitiya, loro hanno prenotato una cabina a bordo delle navi che li hanno condotti in Africa. Questi passenger Indians fanno una forte concorrenza ai commercianti europei, la loro clientela è lungi dall’essere esclusivamente indiana, e 250 di loro hanno addirittura un reddito sufficiente per diventare elettori all’Assemblea del Natal109. È evidentemente poco in confronto a 5.000 elettori inglesi...

In totale, quando vi sbarca Gandhi, nel Natal ci sono 43.000 indiani (commercianti musulmani, impiegati hindu e parsi del Gujarat, operai edili, indiani cristiani nati nel Natal) contro 40.000 inglesi, qualche migliaio di cinesi, altrettanti meticci e circa un milione di africani62. Ciò spiega la preoccupazione degli inglesi per questa immigrazione indiana, anche se per loro sempre più necessaria.

Qualunque sia il loro status, questi indiani, come i cinesi, sono trattati con disprezzo. Gli europei li chiamano “negri”, “cafri”, “arabi” o “coolie” (quest’ultima parola in hindi, kuli, indica la ‘casta’; in tamil significa ‘salario’ e in cinese ‘schiavitù’). Gli studenti indiani sono degli “studenti-coolie”, i commercianti indiani sono dei “commercianti-coolie”, i piroscafi carichi di indiani delle “navi-coolie”109.

Quando Gandhi arriva a Durban, il 20 maggio 1893, poco prima che a New York Dvorˇák componga la Sinfonia dal nuovo mondo, sul posto non c’è ancora nessun “avvocato-coolie”. Non è assolutamente preparato a questa situazione. Certo, ha già provato l’umiliazione coloniale in India e in Gran Bretagna, che però non è quella di una società in cui il potere è interamente esercitato dai colonizzatori. In India, l’umiliazione è permanente, ma è percepibile concretamente solo in caso di contatto (poco frequente) con i funzionari e i militari del Raj, o con le loro famiglie109. In Sudafrica, invece, essa si fa sentire a ogni angolo di strada, a contatto con i coloni. Gandhi la conoscerà ben presto.



L’umiliazione di Pietermaritzburg

Appena sbarcato, incontra il suo nuovo principale, Abdullah Duda, presidente della Abdullah Duda & Co. È un musulmano molto gentile, molto religioso, uno dei più ricchi passenger Indians del Natal. Si è creato una fortuna fornendo prodotti alimentari ai girmitiya. È abbastanza ricco da passare le vacanze a Monaco. Ansioso di risolvere la controversia (che interessa somme tanto ingenti che rischiano di rovinarlo), manda Gandhi in tutta fretta sui luoghi del contenzioso, a Pretoria, in Transvaal, dai boeri.

Sei giorni dopo il suo arrivo a Durban, il 26 maggio, Mohandas sale, munito di biglietto di prima classe, su un treno per Pretoria, vestito come un gentleman inglese. Cinque giorni di viaggio. È solo nello scompartimento, fino alla stazione di Pietermaritzburg, sempre nel Natal, dove un bianco lo scopre, fa una scenata ed esige dal controllore che sia spostato nel vagone merci insieme agli altri coolie. Il giovane avvocato si oppone ed esibisce il suo biglietto di prima classe. Gli ridono in faccia; lui insiste. Litigio. «Nessun coolie in prima classe!». Minacciano di chiamare la polizia66. Viene gettato sulla banchina della stazione di Pietermaritzburg e il treno riparte. Sono le nove di sera. Fa freddo: la città è in montagna. Gandhi passa la notte in sala d’attesa. È fuori di sé dalla rabbia. Che fare? Pensa di ripartire per l’India, ma ci ripensa subito: ha un contratto da rispettare, nessun biglietto di ritorno e nessun guadagno in cui sperare nel suo paese. È bloccato lì, in Africa, quali che siano le umiliazioni a venire.

Questo episodio rappresenta per lui un’esperienza cruciale sulla quale tornerà spesso, e in particolare trent’anni dopo, in un piccolo libro di ricordi scritto in prigione, in un momento in cui sarà particolarmente criticato. In esso ricostruirà la scena, ovviamente a sua propria gloria, come se quella notte lì avesse tracciato spontaneamente il progetto di tutta una vita:

Qual era il mio dovere? Dovevo lottare per difendere i miei diritti? Tornare nel mio paese? [...] Ripartire in tutta fretta per l’India senza adempiere ai miei obblighi sarebbe stata una viltà. Il trattamento ingiusto che mi infliggevano era solo superficiale; puro sintomo del profondo malessere che alimenta il pregiudizio razziale. Bisognava cercare, per quanto possibile, di estirpare quel male, anche a costo di subire delle ingiustizie lungo il percorso. E di non atteggiarsi a giustiziere se non nella misura necessaria alla soppressione del pregiudizio razziale. Decisi dunque di prendere il primo treno che fosse arrivato con destinazione Pretoria. La mia nonviolenza attiva cominciò a partire da quella data.170

In realtà, userà l’espressione «nonviolenza attiva» solo una quindicina di anni dopo. C’è da notare che a quell’epoca, come anche nei decenni seguenti, il «pregiudizio razziale» di cui parla è unicamente quello che subiscono gli indiani; la sorte degli africani, dei meticci o dei cinesi non lo interessa ancora. Solo in qualche occasione solidarizzerà con loro e aiuterà alcuni loro leader.



Prime lotte

L’indomani mattina, prende un altro treno per Pretoria, rifiuta di salire sul vagone merci con gli altri indiani, sebbene dei commercianti indiani lì ammassati gli spieghino che quella è la sorte quotidiana dei loro compatrioti in Sudafrica. Compie il resto del viaggio seduto accanto al conducente, un indiano sorpreso di vedere un suo compatriota così ignorante delle regole locali.

Al suo arrivo a Pretoria, il 5 giugno 1893, fa la conoscenza dell’avvocato di Abdullah Duda, Albert Baker, dello studio Baker & Lindsay. Baker è un inglese di religione anglicana nato nel Natal, diventato consulente fiscale di un indiano musulmano in territorio boero! Di tredici anni più grande di Mohandas, gli trova alloggio presso una «povera donna»170 boera che accetta di cucinare vegetariano per lui. Baker gli espone la causa che motiva la sua presenza: essa vede opporsi due potenti società musulmane originarie del Gujarat: quella di Abdullah, la prima società indiana e musulmana installata nel Natal, e quella di Tyeb Sheth, il primo commerciante indiano e musulmano del Transvaal. È una disputa molto importante: chi perde rischia il fallimento66. Baker spiega a Gandhi che, non essendo lui iscritto al foro – cosa impossibile, gli dice, per un indiano – non potrà perorare la causa e dovrà usare come intermediario la Baker & Lindsay per parlare ai giudici. L’inglese è desolato, ma le cose stanno così.

La sera stessa, Baker gli propone di partecipare alla sua preghiera quotidiana con degli amici cristiani. Gandhi accetta e andrà spesso a inginocchiarsi con loro. Come molti indiani del Sudafrica, è perfino tentato dalla conversione. Lì conosce un quacchero inglese, Michael Coates, che diventerà uno dei suoi migliori amici109. Quando questi lo invita a togliersi la collanina vaiNCava (segno di devozione a Visnu) che gli ha regalato la madre prima della sua partenza per Londra e da cui non si è mai separato, Mohandas rifiuta:

«Questa superstizione non ti si addice, lascia che te la tolga».


«No! È un’offerta sacra di mia madre».


«Ma tu ci credi?».


«Io non ne conosco il significato e non credo che avrei a soffrirne se non la portassi più; ma non posso togliermi questa collana che lei mi ha messo al collo».109

In realtà, ha ben altre preoccupazioni. Non riesce a farsi una ragione di quello che gli è accaduto sul treno. Rimugina, rivive continuamente quella scena nella sua testa. Gli torna in mente ciò che ha appreso da Rajchandra: mai accettare di essere trattati indegnamente. Essere se stessi. È qui che la sua personalità comincia a definirsi e a raffinarsi, come un diamante grezzo ripulito dalla terra. Si ribella, decide di reagire. Avrebbe potuto rassegnarsi, pensare solo a rispettare il contratto e poi tornare a casa, ma no, l’umiliazione è una molla potente. Da questo momento sarà il motore di tutta la sua vita.

Mohandas racconta la sua disavventura a tutti gli indiani che incontra a Pretoria. Questi gli dicono che la loro situazione non è migliore di quella nel Transvaal e che la stessa cosa sarebbe potuta succedere lì. Lui li esorta a protestare con lui contro queste ingiustizie. Tutti trovano quel giovane assai impertinente a pretendere di insorgere contro una regola del gioco rispetto alla quale nessun indiano può far nulla. Lui insiste, si reca dal console britannico a Pretoria, che gli illustra la propria impotenza in quello Stato boero, aggiungendo, l’ipocrita, che nel Natal la Gran Bretagna non può immischiarsi oltre nelle leggi coloniali. La settimana seguente Mohandas (che a Bombay non è stato in grado di affrontare il tribunale locale per procedere all’interrogatorio di un testimone...) riesce, rischiando grosso, a far sentire la sua voce davanti ad alcuni indiani riuniti per parlare delle «loro condizioni di vita nel Transvaal». Gli propone di creare un’associazione in difesa dei loro interessi. L’idea non raccoglie consensi. Per il momento rinuncia.

Nell’estate nel 1893, resta a Pretoria per occuparsi della controversia per cui è stato ingaggiato; traduce dal gujarati all’inglese diversi libri dei conti di Abdhullah e lavora alla loro interpretazione insieme alla Baker & Lindsay. Scopre così le pratiche commerciali britanniche e migliora talmente il suo inglese da potersi offrire, in cambio di un po’ di denaro, come insegnante a diversi indiani. I suoi primi tre allievi sono un parrucchiere, un apprendista e un negoziante66.

Una domenica di ottobre il suo nuovo amico, Albert Baker, lo porta a una grande cerimonia al collegio protestante di Wellington, a 50 chilometri da Città del Capo, nel Transvaal, dove quel giorno verrà a predicare uno dei più famosi predicatori della chiesa riformata, il reverendo Andrew Murray. Gandhi è colpito dalla fede dell’uditorio, al punto da sentirsi commosso, ma resta scettico: che Gesù sia il solo figlio incarnato di Dio è per lui, come gli ha spiegato una volta Rajchandra, difficile da accettare. «Se Dio avesse dei figli, noi tutti saremmo suoi figli»170, scriverà in seguito.

Il mese seguente, va a visitare nel Natal il convento dei trappisti di Mariannhill: rimane impressionato dal silenzio e dalla vita ascetica dei monaci. Metterà in pratica entrambi e più tardi riconoscerà il suo debito nei confronti di Baker, Coates e i loro amici cristiani del Natal. «Per l’interesse religioso che hanno risvegliato in [lui]»170. Albert Baker resterà sempre suo amico e continueranno a scriversi per mezzo secolo54.



«Girmitiya Gandhi»

A novembre un lavoratore “a contratto”, un girmitiya, irrompe nello studio che Gandhi occupa a Città del Capo; ha le vesti lacere, due denti rotti, la bocca insanguinata e singhiozza. Tiene in mano il suo turbante, come si usa in presenza di europei o di indiani di una casta superiore. Spiega che il suo padrone lo maltratta e lui non lo sopporta più. Parla di suicidarsi. Ha sentito dire che Gandhi ha riunito alcuni indiani per protestare contro la loro sorte e chiede il suo aiuto. Gandhi lo porta da un medico, poi si offre di perorare la sua causa davanti a un giudice europeo. L’altro accetta34.

Non si è mai visto un girmitiya intentare causa in tribunale. Gandhi mostra a uno sbigottito magistrato il contratto del suo assistito, in cui si assicurava un trattamento decente. Il giudice esita, poi rivolge un ammonimento al datore di lavoro bianco: una vittoria considerevole. Inoltre, ordina che il lavoratore “a contratto” sia trasferito presso un altro padrone. Quel giorno, gli indiani sotto contratto nel Natal, in Transvaal e nell’Orange scoprono con stupore che qualcuno si occupa di loro, che possono sperare di ottenere il rispetto dei loro contratti di ingaggio che, fino ad allora, non avevano più valore di un pezzo di carta straccia. Gandhi diventa “Girmitiya Gandhi”.

Dopo quell’episodio, comincia a portare un turbante sopra l’abito inglese54. Il suo capo lo prende in giro: solo i camerieri portano in testa il turbante! Il suo abbigliamento si evolverà ancora nel corso degli anni, riflettendo i suoi cambiamenti interiori: cercandosi, trovandosi, Gandhi ha bisogno di cambiare aspetto... Per affermarsi, per comunicare quello che è, per far riflettere l’altro sulla propria integrità.

A febbraio del 1894, quando si presenta in tribunale per la causa di Abdullah, il presidente del tribunale gli chiede di togliersi il turbante; lui rifiuta, spiegando che una tale richiesta è umiliante128. Gli viene intimato nuovamente di toglierlo; lui obbedisce, ma scrive ai giornali del Natal per rivendicare il diritto di indossare un turbante nell’aula di un tribunale. I bianchi non amano questo genere di proteste: il giorno dopo un articolo lo presenta come un «elemento indesiderabile»109.

Gandhi assiste dunque ai dibattiti senza turbante; imbronciato, lascia che la Baker & Lindsay usi i documenti e gli argomenti che ha preparato lui. Un mese dopo, esce il verdetto: Abdullah ha vinto. Tyeb Sheth non può pagare l’ammenda: per lui è la bancarotta, il che, per un musulmano di Porbandar, implica necessariamente il suicidio. Gandhi suggerisce ad Abdullah di accettare dei pagamenti rateali, e questi è d’accordo. Così ne trae questa importante conclusione per l’avvenire:

Avevo imparato la vera pratica della legge. Avevo imparato a scoprire il lato buono della natura umana e a trovare il cammino del cuore. Mi rendevo conto che la vera funzione di un uomo di legge era riconciliare le parti avverse. La lezione si scolpì così profondamente in me che buona parte del tempo, nei due decenni in cui ho esercitato questa professione, l’ho passata a sollecitare dei patteggiamenti. Non ci ho perduto niente – né soldi, né tanto meno la mia anima.170

Sforzarsi di trovare sempre il compromesso, non umiliare mai l’avversario, cercare in tutti indistintamente, chiunque fossero, «il lato buono della natura umana»170: è ciò che farà per tutta la vita, anche con ribelli violenti, anche con le autorità inglesi che vorranno la sua morte, anche con Hitler.

Prima vittoria, dunque. Come d’accordo, Gandhi riceverà un compenso dal suo cliente e tornerà a Bombay. Ma l’idea non lo rallegra: qui ha trovato degli amici, delle battaglie da portare avanti. È diventato una persona utile e rispettata, ha cominciato a trovare se stesso. Laggiù in India c’è il vuoto. In più, non è riuscito a risparmiare. Perché partire? Come restare?



«Il primo chiodo sulla vostra bara»

Il 22 marzo 1894, alla vigilia della partenza, arrivando a una festa d’addio in suo onore a Durban organizzata dal suo cliente, si imbatte in un articolo del grande giornale locale, il «Natal Mercury», intitolato: “Diritto di voto indiano”. In esso era esposto un progetto di legge, la “Franchise Law” volta a togliere il diritto di voto agli indiani nel Natal, già molto limitato, come abbiamo visto, in base a criteri di censo154. Mohandas ne parla ai presenti: «Gli inglesi nel Natal vogliono togliervi i diritti che loro reclamano per se stessi negli Stati boeri! È inaccettabile!»109. Né Abdullah né nessuno degli invitati presenti ne sono al corrente: conoscono l’inglese quanto basta per comunicare con i loro clienti, ma non leggono i giornali, e il diritto di voto non sembra loro una posta così importante; sono lì per fare affari e tornarsene a casa dopo aver fatto fortuna. E poi, sottolineano, questa misura è assai meno grave di quelle promulgate nell’Orange (da cui sono stati cacciati dei commercianti indiani) e nel Transvaal, dove si sta preparando lo stesso tipo di espulsione. Gandhi insiste: «Questo è solo l’inizio, poi vi cacceranno da qui come fanno lì. Dovete reagire subito: questo è il primo chiodo piantato sulla vostra bara». Convince a tal punto gli astanti che questi gli chiedono di rimandare la sua partenza di un mese. Naturalmente accetta: non ha per niente fretta di tornare. La festa di addio si trasforma in comitato di lotta contro il progetto di legge in questione.

In quello stesso mese Gandhi, messosi subito all’opera, definisce una strategia di un’estrema precisione che continuerà ad applicare per più di mezzo secolo109. Innanzitutto, far prendere coscienza agli indiani, mercanti o girmitiya, che essi hanno un’identità comune. Poi, far comprendere agli europei e al governo del Natal i pericoli inerenti alla decisione che hanno in progetto. Infine, tentare di renderli noti anche in India e in Gran Bretagna. Per tutta la vita, ripeterà questa strategia straordinariamente moderna: far leva sull’opinione pubblica, soprattutto straniera, grazie ai media, allora ancora balbuzienti, per acquistare peso.

Lancia una prima petizione, stampata in mille copie, badando bene a che nessuno la firmi prima di averne capito e accettato il contenuto. Raccoglie quattrocento firme e la spedisce all’Assemblea Legislativa del Natal, dove fa scalpore66.

Sempre a marzo, in un editoriale anonimo del «Natal Mercury» si può leggere: «L’introduzione degli indiani non è che un modo per compensare la difficoltà di trovare manodopera. Hanno preso il posto dei nostri cafri semibarbari [gli africani], ma le agevolazioni loro concesse demoralizzano i lavoratori di questo paese!169». Il 25 giugno, il «Natal Press» rincara:

Le popolazioni dell’Asia sono nate in seno a una cultura ultra antiquata e non hanno ancora alcuna esperienza o conoscenza dei principi del governo rappresentativo. Sono come dei bambini politicamente arretrati. [...] Pensano in modo diverso dagli europei, anche la loro logica è diversa. Così come la loro letteratura vedica ci sembra astrusa e incomprensibile, i nostri problemi politici sono altrettanto misteriosi ai loro occhi.169

Lo stesso articolo prosegue:

1) Pochissimi indiani leggono l’inglese e possono seguire i problemi della nostra società;


2) non c’è alcun contributo indiano nella costruzione del Natal;


3) gli indiani sono atavicamente dei parassiti;


4) non sono degli inventori dallo spirito emancipato.

Quando, il 5 luglio, in un rapporto del procuratore generale (il più alto rappresentante britannico della colonia) Sir Harry Escombe spiega a Londra che «la Franchise Law ha lo scopo di impedire che il governo del Natal cada nelle mani degli asiatici»109, Gandhi scrive a Dadabhai Naoroji, l’avvocato di Bombay conosciuto a Londra, che è appena stato eletto alla Camera dei Comuni: «Vogliono rendere la vita impossibile agli indiani per spingerli a lasciare il Sudafrica. Hanno bisogno di noi come braccianti e nient’altro [...]. Che ne pensa il governo a Londra?»109. Naoroji riprende la questione davanti ai parlamentari britannici: spiega che la democrazia tribale indiana è ben più antica della democrazia britannica e quindi perfettamente in grado di comportarsi da elettori responsabili. Gandhi scrive anche una lettera al Parlamento del Natal e la comunica alla stampa, sia a Durban che a Londra: «Se la questione è il colore della pelle dell’indiano, non possiamo farci niente. Ma se l’odio verso gli indiani scaturisce dall’ignoranza, l’informazione può essere fornita ai bianchi». Gandhi invita i parlamentari a riflettere su quattro punti:

1) Gli indiani possono essere cittadini del Natal?


2) Essi sono, come dice la costituzione del Natal, «un popolo tribale e selvaggio» o, alla pari degli europei, i discendenti di una civiltà grande quanto quella europea?


3) Il trattamento riservato agli indiani è conforme ai principi di equità e moralità o ai principi cristiani?


4) La partenza improvvisa o progressiva degli indiani sarà un bene per il Natal?169

Ancora non spende una parola per africani e meticci, che pure sono trattati anch’essi dai bianchi come «un popolo tribale e selvaggio».

Il 7 luglio, un altro giornale del Natal, lo «Star», pur riconoscendo il contributo del lavoro indiano alla prosperità del paese e affermando che «europei e indiani sono razze vicine», tira fuori l’argomento schiacciante: «Il Natal, dopo tutto, è una creazione europea, e accordare il diritto di voto agli indiani qui implicherebbe la fine del regno del popolo caucasico». Un altro periodico, il «Nineteenth Century», aggiunge in risposta alle parole di Naoroji: «La rivendicazione degli indiani, che sostengono che le loro migliaia di anni di esperienza nella democrazia di villaggio sarebbero alla base del governo rappresentativo, è assurda»169.

La situazione non è migliore nel Transvaal dove, quell’anno, una delegazione di commercianti musulmani giunta per protestare contro queste leggi discriminatorie presso il presidente Paul Kruger si sente rispondere:

Voi siete i discendenti di Ismaele e per nascita siete condannati a essere schiavi dei discendenti di Esaù. In quanto discendenti di Esaù, non possiamo riconoscervi dei diritti che vi metterebbero su un piano di uguaglianza con noi. Dovete accontentarvi di quello che vi concediamo.66



“Avvocato-coolie”

All’inizio di agosto, Mohandas non ha affatto voglia di tornare in India, tanto più che i coloni inglesi in Sudafrica ora intendono costringere tutti gli indiani sotto contratto a lasciare il Natal al termine dei loro ingaggi. Una misura del genere significherebbe la rovina per i commercianti di cui costituiscono la clientela essenziale. Per riuscirci, una nuova legge propone di creare una tassa annuale di 25 sterline per gli indiani a contratto che restino nel Natal oltre i cinque anni, e per ogni membro della loro famiglia154. Dato che la maggior parte di essi non guadagna più di 14 scellini al mese, questo li costringerebbe a partire. Se una tale legge venisse promulgata (serve l’approvazione di Londra) ai commercianti non resterebbe altra scelta che chiudere bottega: nessun indiano accetterebbe più di andare a lavorare nel Natal. Gandhi elabora allora quello che diventerà uno dei suoi leitmotiv: «È per me un mistero come degli uomini possano sentirsi onorati dall’umiliazione di altri esseri umani»169.

La lotta conosce allora un’altra svolta: il 22 agosto (mentre Rudyard Kipling, nato a Bombay, educato in Inghilterra e all’epoca residente negli Stati Uniti, nel Vermont, pubblica Il libro della giungla, racconto nostalgico sulla sua infanzia indiana), Gandhi fonda finalmente l’organizzazione che desiderava metter su dai tempi dell’incidente di Pietermaritzburg, il Natal Indian Congress, con l’intento di difendere gli indiani del Natal66. Il nome è scelto pensando a Dadabhai Naoroji che qualche anno prima era stato, in India, presidente di un’organizzazione che Gandhi conosceva poco, il Congresso Nazionale Indiano109.

Improvvisamente, Mohandas dà prova di grandi qualità di organizzatore. Ha una mente lucida, grande cura dei dettagli e una vera attitudine alla leadership. Assumendo il titolo di “segretario generale”, plasma il Congresso del Natal a modo suo: a differenza del suo omologo indiano, in cui si svolgono dibattiti di cui nessuno sente più parlare al di fuori dell’assemblea annuale, il Congresso del Natal intende essere un’organizzazione politica strutturata, che intervenga continuamente nel dibattito politico. La quota di iscrizione è di 5 scellini, una somma ingente per molti girmitiya, perciò i membri sono quasi tutti commercianti. Gandhi crea parallelamente un’associazione riservata ai girmitiya, con una quota di iscrizione più modesta. In un mese, raccoglie 300 adesioni, tra hindu, musulmani, parsi, cristiani e perfino un europeo, che gli forniscono un piccolo budget per i costi di gestione154.

Poiché la “Franchise Law” è sempre una minaccia, i mercanti chiedono a Gandhi di restare nel Natal e sviluppare il Congresso. Lui non aspettava altro, ma non vuole essere remunerato dalla sua organizzazione militante: ci tiene a essere un avvocato con una vera clientela. Venti mercanti allora si mettono d’accordo per fornirgli lavoro in campo giudiziario per un compenso annuale di 300 sterline e «una casa adeguata, situata in un quartiere dignitoso»54. Abdullah promette inoltre di pagargli i mobili in cambio della sua rinuncia alla liquidazione.

Gandhi accetta e inoltra domanda alla Corte Suprema del Natal per essere autorizzato a praticare. Scandalo: nessun indiano lo ha mai fatto. Poiché la legge non permette ufficialmente di impedirglielo, gli avvocati inglesi, riuniti nella Natal Lawyers Association, si oppongono alla sua richiesta, col pretesto che è già iscritto al Foro di Bombay. Ma i giudici inglesi di Durban accettano la sua domanda riconoscendo con una punta di amarezza che, su questo punto, «la legge non fa alcuna differenza tra bianchi e non bianchi»34. Primo avvocato indiano chiamato a prestare giuramento davanti alla corte suprema del Natal, Mohandas vi arriva accompagnato da tutti i suoi sostenitori e indossa il turbante, che accetta di togliersi su richiesta del presidente della Corte. Alla collera di Abdullah, «Sei uno di loro, adesso? Che fai, cedi?», risponde: «Quando sei a Roma, fai come i romani»109. Ecco il primo “avvocato-coolie”.



Nuove umiliazioni

Gandhi è ancora vegetariano e fa riportare sulla sua carta intestata che lui è «il rappresentante della Società vegetariana di Londra nel Natal». Prende in affitto una bella casa a due piani, “The Beach Grove Villa”, sulla spiaggia di Durban, a fianco della residenza del più alto funzionario britannico della colonia, il procuratore generale Harry Escombe, che diventerà suo amico. La sceglie «per il prestigio» e per mostrare, dirà, che «gli indiani sono capaci di avere gusto»154. La dimora è abbastanza grande da offrire alloggio a vari collaboratori del suo staff.

Nell’autunno del 1894, altre tre leggi antiasiatiche sono approvate dal Parlamento del Natal. Una vieta di lasciar entrare nel paese qualsiasi straniero che sbarchi da una nave proveniente da un porto dove infuri la peste; un’altra esige da ogni immigrante, mercante o contrattuale a fine contratto, che sia in grado di esprimersi in almeno una lingua europea; la terza autorizza l’amministrazione a vietare a un asiatico di fare affari nel Natal. Gandhi protesta sulla stampa e cerca di ottenere dal governo inglese che non promulghi queste leggi.

Sebbene alcuni inglesi del Natal siano coscienti della situazione tragica degli operai agricoli indiani, rari sono i giornali che accettano di parlarne. A ottobre, il «Natal Press» scrive: «La crescita del tasso di suicidi tra i braccianti indiani è allarmante. [...] Alcuni braccianti catturati dopo un’evasione affermano che preferiscono morire piuttosto che tornare dal loro padrone»66. Il tono è generalmente differente; un altro giornale, lo «Star», risponde il 26 dicembre: «Non bisogna dimenticare che laggiù [in India] un pugno di inglesi regna su 200 milioni di indiani [...]. La vera questione è sapere se il Sudafrica sarà governato dai bianchi o dai neri»66. In effetti la questione è tutta qui. Perché, per gli inglesi, gli indiani sono “neri” al pari degli africani.

Come abbiamo visto, Gandhi ancora non protesta contro la sorte riservata agli africani: non si sente coinvolto dalla loro condizione, non li considera compagni di lotta. All’epoca gli capita addirittura, si dice, di definirli «i più brutali dei selvaggi»65. Niente di sconvolgente o scandaloso per quei tempi. Lui è un nazionalista indiano che si interessa esclusivamente ai diritti della sua comunità. Si pensi che uno dei primi successi del Congresso indiano è ottenere all’ufficio postale di Durban un’entrata distinta da quella dei neri, nella speranza di arrivare a quella dei bianchi65.

Una nuova petizione che Gandhi decide di inviare al ministero delle Colonie a Londra raccoglie questa volta 10.000 firme, ovvero un quarto della popolazione indiana del Natal. Ne fa stampare un milione di copie che spedisce agli uomini politici e ai giornali locali e britannici. Descrive la situazione degli indiani del Sudafrica al Congresso Nazionale Indiano che, nella sua assemblea annuale (questa volta a Madras), registra la lettera. È la prima volta che il Congresso sente parlare di lui.

La sua voce comincia a essere udita anche nel resto del Sudafrica. Per la prima volta, l’11 gennaio 1895, un giornale del Natal («The Critic») lo attacca:

La luce dellAsia [il libro di Erwin sul Buddha] riconosce che l’India è la culla di una civiltà che era già raffinatissima all’epoca in cui i Teutoni, i Galli e i Bretoni erano ancora arretrati. Ma i braccianti del Sudafrica provengono dallo strato più basso del sistema delle caste. Perché Gandhi dovrebbe aspettarsi il nostro aiuto? Farebbe meglio a rimettere in causa il sistema delle caste in India!109

Ciò che Gandhi non è riuscito a strappare, lo otterrà paradossalmente Lord Elgin, viceré delle Indie: dovendosi sbarazzare di una manodopera in esubero, fa abbassare la tassa annuale richiesta in Natal da 25 a 3 sterline, ovvero sei mesi di paga di un “contrattuale”, per ciascun membro della famiglia del lavoratore. È ancora un’enormità, ma i girmitiya possono sperare di guadagnare di più restando oltre il termine del loro contratto.



Le ventisette domande

Nel frattempo, sempre vestito all’occidentale ma con il turbante, Gandhi non rinuncia alla riflessione sulla sua identità impostata a Londra e proseguita con Rajchandra. Più difende gli indiani, più ha voglia di conoscere la propria cultura. Riprende lo studio della Gita e ne legge altre traduzioni oltre a quella di Sir Arnold, scoperta a Londra. Decide anche di impararla a memoria concentrandosi su un versetto al giorno mentre si prepara al mattino.

Inoltre scrive regolarmente a Rajchandra in gujarati e quell’anno gli pone ventisette domande di ordine teologico. Esse meriterebbero di essere citate in dettaglio, insieme alle risposte. Dimostrano infatti la volontà bulimica di Gandhi di comprendere tutto del sacro, di ogni religione, da un punto di vista hindu. Esse vertono, nell’ordine, sulla funzione dell’anima, il ruolo dello spirito, la natura di Dio, la salvezza, la trasmigrazione delle anime, la natura del dharma (la religione), i Veda, la Baghavad-Gita, i sacrifici, la razionalità, il cristianesimo, la Bibbia, la profezia, i miracoli, il destino dell’universo, la devozione, Krsna, Rama, Brahma, Visnu, la nonviolenza190. Rajchandra gli risponde in maniera esauriente, punto per punto, dicendo che l’importante non è seguire meccanicamente i precetti di una o l’altra religione, ma sforzarsi continuamente di condurre una vita pia e praticare le «virtù di fedeltà, compassione e indulgenza»190. Tutte le sue risposte sono affascinanti, precise, poetiche e infinitamente ispirate. Questa lettera conterà molto per Gandhi, che la imparerà a memoria e la citerà spesso. In essa troverà le fondamenta del suo pensiero.

Non sappiamo niente della vita sessuale di Mohandas, da due anni e mezzo lontano dalla moglie, rimasta in India, dopo esserlo stato per tre anni a Londra. Difficile credere che sia rimasto casto tanto a lungo. Un solo indizio: a dicembre del 1895, nella sua bella casa di Beach Grove, il giovane avvocato riceve la visita di Sheikh Mehtab, il vecchio amico musulmano del liceo di Rajkot che l’aveva spinto a mangiare della carne. Il giovane è venuto a tentare la fortuna come cercatore d’oro54 e ha fallito; è rovinato, ha fame. Gandhi lo assume come maggiordomo. Il mese successivo, il cuoco si reca da Gandhi nel suo ufficio e lo prega di seguirlo in tutta fretta a casa: accompagnato da un assistente, Gandhi trova Mehtab nel suo letto in compagnia di una prostituta. Lo licenzia, dicendogli che non vuole avere più niente a che fare con lui. Mehtab minaccia allora Gandhi di «rivelare tutto»66. Questi gli risponde che non ha niente da nascondere. Non se ne saprà più niente170.

In quel periodo, l’Inghilterra è preoccupata per la concorrenza degli altri paesi europei: il 14 febbraio 1895 il primo ministro, Lord Robert Cecil Salisbury, dichiara alla Camera dei Comuni:

È nostro dovere [...] aprire delle vie al commercio britannico, alle imprese britanniche, al capitale britannico, dal momento che altre strade sono impedite all’energia commerciale della nostra gente dall’emergere di altri principi commerciali. Lo vediamo con i nostri tre grandi rivali, Francia, Germania e Stati Uniti, che attuano un protezionismo esasperato contro il commercio britannico.50



Scoprire Tolstoj

All’inizio del 1895, uno dei suoi amici teosofi di Londra, lo scrittore Edward Maitland, fa arrivare a Gandhi un’opera di Tolstoj, Il regno di Dio è in voi. Mohandas legge poco i libri occidentali. Tuttavia sfoglia quello di Tolstoj, poi lo legge ed è un vero shock. «La sua indipendenza di spirito, la sua profonda moralità, la sua sincerità mi hanno irresistibilmente attirato e salvato dal ricorso alla violenza»170. Nell’autore scopre una concezione del cristianesimo che lo interessa. Per Tolstoj, il Cristo non è il figlio di Dio venuto a redimere i peccati del mondo, ma un uomo come gli altri, che dona agli altri uomini, nel Discorso della Montagna, cinque comandamenti che piacciono molto a Gandhi: non odiare, non invidiare, non accumulare, non uccidere, ama i tuoi nemici109. Gli piace anche leggere in quest’opera che bisogna sostituire la forza bruta con la forza dell’anima, e l’odio con l’amore; che Dio e la Verità sono dei concetti interscambiabili; che i mezzi non possono contraddire i fini senza screditarli. In compenso, non è d’accordo con Tolstoj quando critica la civiltà moderna perché, a suo dire, pone il progresso materiale davanti a quello morale. Ma ben presto concorderà pure su questo punto.

Quell’anno, il presidente del Transvaal, Paul Kruger, rifiuta sempre il diritto di voto agli inglesi di quello Stato, che ormai sono più numerosi dei boeri. Cecil Rhodes, primo ministro della colonia del Capo, decide allora di invadere il Transvaal: un nuovo fiasco, che ha come conseguenza le sue dimissioni.

A maggio del 1896 (anno in cui il barone Pierre de Coubertin resuscita i giochi olimpici in Europa) Gandhi, che ha deciso di restare più a lungo in Sudafrica per portare a termine le sue battaglie, ottiene dai suoi clienti l’autorizzazione a ripartire per l’India per prendere la moglie e i due figli; promette di cogliere l’occasione per fare una tournée in India e far conoscere la causa degli indiani del Sudafrica.

I mercanti gli chiedono di non fermarsi troppo. Hanno bisogno di lui, lì: la tensione tra Natal e Transvaal rende la pace tra i due paesi ancora più precaria e aumenta i rischi di vedere gli indiani trattati ancora peggio.



Il “quaderno verde”

Gandhi parte per Calcutta a bordo del piroscafo Pergola, dato che il porto di Bombay è chiuso per un’epidemia di peste introdotta da una nave proveniente da Hong Kong. Sarà il suo primo soggiorno in India come personaggio pubblico. Ormai non è più il giovane timido partito per il Sudafrica, spinto dal bisogno. Ha acquisito sicurezza, guadagna e vive confortevolmente. Ha ancora difficoltà a esprimersi in pubblico, ma è deciso a farsi conoscere. Non è particolarmente ansioso di rivedere moglie e figli dopo tre anni di separazione. Affrontare i dirigenti indiani alla prossima riunione del Congresso è per lui almeno altrettanto importante. La politica è divenuta la sua passione. La morale lo sta conquistando. Dopo toccherà all’indianità.

A bordo, apprende qualche rudimento di tamil e telugu, due lingue dell’India del Sud parlate dai girmitiya. Sbarcato a Calcutta, prende un treno per Rajkot. Ad Allahabad approfitta di una corrispondenza per andare a trovare William Chesney, caporedattore del giornale più importante della città, il «Pioneer», che pur essendo d’accordo con i bianchi del Sudafrica si offre di dargli voce: Gandhi concederà così la sua prima intervista a un giornale indiano. Scopre che la situazione degli indiani del Sudafrica è ben poco conosciuta in India e decide di redigere un testo divulgativo sull’argomento. Arriva a Rajkot ai primi di luglio, proprio insieme alla peste venuta da Bombay. Non vede la moglie e i due figli da più di tre anni. Ha scritto loro poco: Kasturba ancora non sa leggere.

La situazione sul posto è tremenda: il monsone non è arrivato, il prezzo del grano è salito alle stelle e le ultime riserve alimentari sono state spedite in Inghilterra. Invece di prepararsi a portare i suoi nel Natal o comunque passare un po’ di tempo con loro, Gandhi dedica la maggior parte del mese di luglio a redigere il suo opuscolo sulla situazione degli indiani del Sudafrica, che intitola eloquentemente L’inquietudine degli indiani inglesi in Sudafrica. In esso descrive con parole forti la loro condizione: «Per strada, qualsiasi passante che odia l’indiano lo insulta e gli sputa addosso. È trattato come un parassita della società. [...] I tram non sono per gli indiani; nelle ferrovie, gli amministratori lasciano che gli indiani lavorino come bestie; le porte di hotel e ristoranti sono chiuse per loro»169. Leggendo tutto questo, molti indiani (in particolare Tagore, Aurobindo e il suo braccio destro Jatin Mukherjee)95 penseranno che il testo descriva altrettanto bene la situazione degli indiani in India. Ancora non troviamo neanche una parola sulla sorte, ben peggiore, degli africani.

Il 14 agosto 1896 Gandhi fa stampare diecimila copie del testo e lo invia alle personalità più eminenti e ai giornali del Gujarat. Il libello, che sarà chiamato ben presto “quaderno verde” a causa del colore della copertina, riscuote grande successo e bisogna procedere a una ristampa immediata di quarantamila copie. Neppure nel Natal il libretto passa inosservato. Un mese dopo la pubblicazione, il 14 settembre, un dispaccio della Reuters di Londra precisa: «Un libretto pubblicato in India sostiene che gli indiani del Natal sono derubati, aggrediti e trattati come bestie, e non possono ottenere risarcimento. Il “Times of India” sollecita un’inchiesta su queste accuse». A Durban, lo scandalo è enorme. La stampa accusa Gandhi di essere venuto in India solo per calunniare il Natal e creare un’agenzia incaricata di sommergere il paese con un’ondata di immigranti. Prima di tornare, e malgrado l’insistenza dei mercanti, Gandhi decide allora di fare un tour dell’India, per esporre la situazione dei suoi compatrioti del Sudafrica, che prevede delle tappe a Bombay, Pune, Madras e Calcutta.

A ottobre, finalmente è autorizzato a recarsi a Bombay, dove la peste è un po’ regredita, ma la carestia resta terribile: una parte sostanziale del Famine Fund è stata utilizzata dall’esercito britannico per finanziare la guerra in Afghanistan80. La polizia ha aperto il fuoco su gente che manifestava al grido di «Metteteci in prigione, lì almeno non moriremo di fame!». Rivede con emozione il suo guru, Rajchandra, a cui non ha mai smesso di scrivere. Lo trova malato, ma più luminoso che mai. Quello che ora è soprannominato il “leone” della città, l’avvocato divenuto Sir Pherozeshah Mehta, organizza per lui una riunione in cui dovrà parlare del Sudafrica davanti a un centinaio di uditori. Ma, preso ancora una volta dal panico54, non riesce a leggere fino in fondo il discorso che ha preparato e che deve terminare al posto suo un oratore locale, Dinshaw Wacha, braccio destro di Mehta (che presiederà la sessione del Congresso di Calcutta nel 1901). Nel discorso Gandhi spiega che gli europei cercano di degradare gli indiani del Sudafrica al livello di “semplice cafro” «la cui occupazione principale è cacciare e la cui sola ambizione è raccogliere bestiame per comprare una moglie e passare il resto della vita nell’ozio e nella nudità»65.

Prosegue il suo viaggio per Pune, nel Maharashtra, dove fa la conoscenza di due dei membri più importanti del Congresso dell’epoca, Bal Gangadhar Tilak, caporedattore del «Maratha» (in inglese) e del «Késari» (in marathi), favorevole al ricorso alla violenza e alla supremazia degli hindu, che lo prende in giro per la sua ignoranza della politica indiana, e Gopal Krishna Gokhale, professore di inglese e di scienze economiche il quale, in cerca di giovani militanti di qualità per il suo movimento, è colpito da Gandhi, che sente molto vicino a sé. Questi descriverà in seguito, usando delle immagini efficaci, la natura del suo rapporto con ciascuno dei tre uomini che avranno un ruolo chiave nella sua vita e nella storia dell’India: «Sir Pherozeshah mi aveva fatto l’effetto dell’Himalaya; Tilak, dell’oceano. Ma Gokhale mi fece pensare al Gange. Il fiume sacro invita alla freschezza del bagno. L’Himalaya respinge la scalata, mentre si esita a lanciarsi sull’oceano; ma il Gange vi attira nel suo seno, è una gioia galleggiare e remare sulle sue acque...»170. Gokhale diverrà il suo maestro di pensiero.

A Madras, la tappa seguente, da dove vengono molti dei lavoratori a contratto del Natal, Gandhi riceve l’appoggio della stampa, in particolare dello «Hindu». In tutte le città attraversate, cerca di reclutare militanti che vengano ad aiutare in Sudafrica. Invano. All’inizio di novembre, è a Calcutta (dove i notabili locali e la stampa sono lungi dal mostrarsi così accoglienti) quando riceve un telegramma dai commercianti di Durban in cui gli chiedono di tornare: loro l’hanno lasciato partire per andare dalla famiglia, e nient’altro. Senza contare che si impone una nuova emergenza: una nuova legge ha appena vietato a qualsiasi indiano non ancora iscritto di diventare elettore, lasciando il diritto di voto a quelli che lo possiedono ancora. Nel giro di pochi anni, non ci saranno più elettori indiani.



L’ombrello dell’inglese

Il 30 novembre, mentre Henry Ford costruisce a Detroit la prima Ford T e in Gran Bretagna Guglielmo Marconi stabilisce la prima comunicazione con il telegrafo senza fili, Gandhi salpa dal porto di Bombay, appena riaperto, con la moglie di nuovo incinta e i due figli piccoli. Non è riuscito a convincere nessun altro ad accompagnarli.

La nave arriva a Durban il 19 dicembre, insieme a un altro bastimento pieno, questo, di immigranti clandestini indiani. Abdullah è proprietario di una delle navi e armatore dell’altra. Per certi europei, messi in agitazione dal dispaccio della Reuters e manipolati dalla stampa e dal governo del Natal, non si tratta di un caso. In città, si mormora che Gandhi porti di proposito la peste. Le due navi sono messe sotto quarantena dal procuratore generale Escombe, il vicino di casa di Gandhi. Poi sono autorizzati a sbarcare solo gli europei. Gli indiani restano a bordo, fischiati continuamente dalla folla che minaccia di massacrarli.

Il 13 gennaio 1897, dopo varie settimane di quarantena, gli indiani sbarcano in mezzo alle proteste, tranne Gandhi, che Escombe decide di far scortare nottetempo dalla polizia per «proteggerlo dagli insorti». Quella sera un collaboratore europeo di Abdullah, Laughton, sale a bordo per avvisarlo che i manifestanti si sono dispersi e che può scendere a terra154. Ma, mentre sbarca con la famiglia, alcuni contestatori che si erano nascosti gli saltano addosso, gli strappano il turbante, gli lanciano uova e sassi. Senza l’intervento della moglie del capo della polizia di Durban che tornava da una cena in calesse e che lo protegge brandendo il suo ombrello, sarebbe stato senza dubbio linciato. La folla lo segue fino davanti casa, cantando: «Hang old Gandhi / On a sour apple tree» (‘impiccate il vecchio Gandhi / a un melo selvatico’). Una volta rifugiatosi in casa, con la famiglia sbigottita da una tale accoglienza, dice al figlio più grande, Harilal, che allora ha otto anni: «Se dovesse capitare ancora, dovremo difenderci in tutti i modi, anche con la violenza»109. La violenza, ancora una volta, l’ha sfiorato. Ha visto quanta barbarie può scaturire da una parola.

Questa scena lo segnerà profondamente; ne parlerà in molte occasioni nel corso della sua vita, certo che quella volta era stato a un passo dalla morte. Per lui è anche la scoperta del fatto che ogni uomo può diventare violento e che la nonviolenza presuppone una profonda trasformazione di ciascuno. Più di quarant’anni dopo, nel 1940 («Harijan», 1° settembre 1940), racconterà ancora con il suo modo inimitabile di riscrivere la storia:

Dio è sempre venuto in mio soccorso [...]. Il mio coraggio è stato messo a dura prova il 13 gennaio 1897, quando sono sbarcato e ho dovuto affrontare una folla urlante decisa a linciarmi. Ero accerchiato da migliaia di persone [...] ma il coraggio non mi ha abbandonato e davvero non so da dove mi venne il fegato di attraversare quella folla, ma l’ho avuto. Dio è grande!

Dio, quel giorno, aveva assunto le sembianze dell’ombrello di una vecchia signora inglese.



L’avvocato prospera

Questa storia fa comunque un grande scalpore. Da Londra, il ministro delle Colonie, Chamberlain, chiede al governo del Natal di perseguire gli aggressori di Gandhi, che però rifiuta di sporgere denuncia: «È uno dei miei principi non risolvere problemi personali davanti a una corte di giustizia, e inoltre non so come potrei denunciare qualche giovane testa calda senza imputare niente agli europei influenti, compresi i membri del governo del Natal, che hanno fomentato fino all’inverosimile la popolazione europea di Durban»169.

Sempre deciso a diventare un avvocato come gli altri, chiede alla moglie e ai due figli di fare di tutto per inserirsi nella società locale, senza però rinunciare alla loro identità. Li obbliga dunque a mangiare con forchetta e coltello. E anche se non chiede più, come a Bombay, di vestirsi all’europea, impone loro di portare una tenuta parsi; perché è, dice lui, agli occhi degli occidentali, la tenuta indiana «più moderna»110.

Inizialmente rifiutano; Gandhi ordina e loro obbediscono. Kasturba, che è incinta, vuole cacciare dalla villa di Beach Grove i collaboratori di suo marito che vivono lì. Lui è contrario. Lei vuole una vita familiare confortevole; si ribella e protesta a fortiori quando il marito le chiede di vuotare il vaso da notte di uno dei suoi collaboratori, cristiano di origine panchma (ovvero ‘intoccabile’) e in più insiste che lo faccia con gioia, altrimenti la rimanderà a Rajkot! Gandhi, che un giorno ricorderà la scena, riconosce che a volte è stato «un marito crudele»...

Quell’anno (1897) Kasturba dà alla luce un terzo maschio, Ramdas. Non volendo chiedere per i propri figli dei favori rifiutati a quelli degli altri indiani, Gandhi si vieta di iscrivere i primi due a una scuola inglese o indiana: Harilal, che adesso ha nove anni, e Manilal, che ne ha sei, devono accontentarsi delle lezioni che il padre dispensa loro durante il tragitto per andare in ufficio: 12 chilometri a piedi, andata e ritorno. Malgrado le proteste della loro madre, Mohandas non accetterà mai di iscrivere nessuno dei suoi figli a una scuola europea, perché, dice, lì non si insegna in gujarati.

Gli affari vanno bene. Dalle 100 sterline dell’inizio, la sua rendita annuale tocca ormai le 5.000. Può permettersi di essere esigente: quando un cliente si trova in torto o gli mente, lo abbandona, a volte anche nel bel mezzo del processo66.

Riprende la lotta per l’abolizione delle leggi discriminatorie e il 6 aprile 1987 invia un lungo rapporto a Chamberlain, ministro delle Colonie, e nel frattempo continua a sommergere il mondo di petizioni. Sempre invano.



Il giubileo della fame

Quell’anno, in Germania la messa a punto di un colorante sintetico blu scuro fa crollare il prezzo dell’indaco naturale prodotto in India a partire dall’indigofera; su questo torneremo. Le cerimonie per la celebrazione del sessantesimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria si trasformano in uno scandalo50: come rivela la rivista americana «Cosmopolitan», in India per questi festeggiamenti sono stati dilapidati direttamente o indirettamente più di 100 milioni di dollari; il giornale pubblica anche la foto delle vittime della carestia nelle province centrali accanto a quella di un maestoso monumento eretto nello stesso posto in onore di Vittoria. Le sommosse si moltiplicano40. Il 22 giugno 1897, in una Pune affamata e infestata dalla peste, due alti responsabili britannici vengono assassinati da due indiani all’uscita dalla Government House, dove erano andati ad assistere ai fuochi d’artificio per il giubileo50.

A settembre, Tilak, che sui suoi giornali incita gli indiani a manifestare contro questo sperpero scandaloso, è messo in prigione per diciotto mesi. Tagore protesta con un discorso tonante nel palazzo del Comune di Calcutta evocando i martiri celebri dell’India; Sri Aurobindo prepara in segreto un’insurrezione. A dicembre, alla sessione annuale del Congresso Nazionale Indiano, un avvocato, Romesh Chunder Dutt, dichiara che il giubileo segna, «con l’accumularsi delle calamità, l’anno più funesto che l’India abbia mai vissuto da quando è passata dalle mani della Compagnia delle Indie Orientali a quelle della Corona»40.

Il flagello della fame non dà tregua. A gennaio del 1898 la stampa mondiale parla della “carestia del secolo”: essa ha già fatto più di 10 milioni di vittime80. A Durban Gandhi raccoglie fondi nella comunità indiana del Sudafrica per le vittime in patria. Nello stesso anno, prima di ritirarsi, il viceré Lord Elgin, in un discorso al Club di Simla, la sua sontuosa residenza estiva, afferma: «L’India è stata conquistata a fil di spada e deve essere mantenuta allo stesso modo». L’assemblea del Congresso protesta violentemente contro gli arresti operati tra i suoi membri, che poco a poco la rendono fragile. Nel frattempo, nell’alto Nilo, i francesi devono indietreggiare davanti agli inglesi a Fachoda. La politica inglese in India prende una brutta piega. All’inizio del 1899, appena arrivato, il viceré Lord George Nathaniel Curzon dichiara che dopo tutto «la sua più alta ambizione, nel suo servizio in India, sarà di aiutare il Congresso già vacillante a sciogliersi pacificamente»59...



Barellieri per gli inglesi

Nell’estate del 1899 la peste scoppia a Johannesburg; Gandhi viene a sapere che il direttore dell’Adam’s Hospital, il dottor Booth, della missione anglicana, distribuisce gratuitamente medicine agli indiani poveri. Con l’aiuto di un amico parsi, Rustomjee, va a lavorarci lui stesso per due ore al giorno109; qui apprende i rudimenti di infermieristica e scopre gli indiani più poveri, che non aveva mai visto da vicino. Constata inoltre quanto sia impotente la medicina dei suoi tempi.

A settembre, si inasprisce la tensione tra il Natal inglese e il Transvaal boero. Quest’ultimo paese si rivela sempre più ricco di diamanti; vi accorrono dunque sempre più immigranti inglesi che, se avessero diritto al voto, farebbero cadere il paese in seno alla Corona. Il ministro delle Colonie, Chamberlain, fa allora stanziare delle truppe al confine con il Transvaal e invia un ultimatum a Paul Kruger, esigendo il riconoscimento dei diritti politici dei britannici nel paese. Prima ancora di ricevere quello di Chamberlain, Kruger lancia il suo ultimatum: dà quarantotto ore agli inglesi per evacuare le loro truppe dalle frontiere del Transvaal. L’11 ottobre 1899 scoppia la guerra; lo Stato libero dell’Orange si allea con il Transvaal. Questa volta, gli inglesi si dotano dei mezzi per non essere sconfitti. Le forze dispiegate sono enormi: 100.000 combattenti boeri contro 500.000 soldati britannici.

Gandhi non esita: nonostante le umiliazioni subite da lui e dagli altri indiani del Natal, nonostante la carestia terribile vissuta dall’India in quel momento, prende le parti di Londra ed esorta gli indiani del Natal ad arruolarsi nell’esercito britannico perché, a suo dire: «gli indiani sono in Sudafrica soprattutto perché essa fa parte dell’Impero britannico». Spiega che «aiutare gli inglesi li costringerà a riconoscere i nostri diritti»109. In base alla sua pratica di avvocato è già convinto (e non abbandonerà mai questa strategia) che bisogna trattare l’avversario ragionevolmente, se si vuole essere trattati allo stesso modo. Propone di costituire un corpo ausiliario di barellieri e chiede perfino ai commercianti di finanziare generosamente le spese belliche. Né i mercanti né i girmitiya sono particolarmente entusiasti: «Perché farsi uccidere per aiutare gli inglesi a ottenere un diritto di voto che loro rifiutano a noi?». Neanche il governo del Natal ha molta voglia di riempirsi di indiani «che non sanno niente di guerra e di cui bisognerà occuparsi». Quando un funzionario del governo obietta a Gandhi che la cosa gli sembra molto complicata, questi replica ironicamente che «quel lavoro non richiede certo troppa intelligenza». Il funzionario si ostina a rifiutare perché, risponde con la massima serietà, «tutto, anche quello, richiede un addestramento»109.

A dicembre, quando le forze inglesi del generale Buller registrano perdite massicce sulle rive del Tugela, il procuratore generale del Natal, Harry Escombe, finisce per accettare l’offerta. Gandhi riesce a reclutare 300 commercianti e 800 ex lavoratori a contratto con cui forma un corpo di autisti di ambulanza, hindu e musulmani insieme, agli ordini del dottor Booth154. Avvocati, ragionieri, artigiani, braccianti indiani hindu e musulmani curano così degli inglesi che si battono per un diritto che negano a loro! Ufficialmente nominato sergente maggiore, in realtà Gandhi ne assicura il comando a distanza: non va di persona al fronte, ma delle sue truppe verifica l’igiene, la cui mancanza presso gli indiani viene spesso rimproverata dagli europei. Non ha occasione di incontrare Winston Churchill, all’epoca corrispondente di guerra, che viaggiando su un treno che trasporta polvere da sparo viene catturato dagli uomini del generale Botha e poi scappa da Pretoria.

Nel gennaio del 1900, Lord Roberts, che ha perso il suo unico figlio nella guerra, cede il comando del corpo di spedizione inglese a Horatio Kitchener, il quale riprende Kimberley il 15 febbraio e libera Mafeking, assediata, difesa dal generale Baden Powell, futuro fondatore del movimento scout. Il corpo di barellieri (che sarà operativo al fronte solo per sei settimane, da aprile a giugno del 1900) mostra una tale dedizione che, nel Natal come a Londra, la stampa ne parla con ammirazione. Un testimone (che in seguito sarà il primo biografo di Gandhi, agiografico quanto i suoi successori), il reverendo Joseph Doke, racconta: «Aiutare chi è restio a farsi aiutare è cosa rara. Quando in più chi aiuta mette a rischio la propria vita, ecco una cosa ancora più rara. Il comportamento degli indiani è ammirevole»38. Il corrispondente del «Natal Mercury» sottolinea: «Marciare per cento miglia in cinque giorni trasportando feriti e bagagli è cosa degna dei più alti elogi. È quello che ha fatto il reggimento indiano, e un’impresa del genere sarebbe l’orgoglio di qualsiasi esercito»106. La rivista «Punch» ironizza: «Siamo tutti figli dell’Impero, dopo tutto!»59. Il procuratore Harry Escombe, in punto di morte, sceglie questo momento per dire a Gandhi quanto sia desolato del modo in cui è stato accolto a Durban, e che non pensava «che gli indiani fossero capaci di tanta carità cristiana».

Il 5 giugno, Kitchener fa un ingresso trionfale a Johannesburg, la più grande città inglese del Transvaal. A quella data, la prima guerra dell’era moderna, che vedeva opposte due popolazioni di origine europea, si è già chiusa con 7.000 morti su un totale di 100.000 combattenti boeri e 22.000 morti tra i 500.000 soldati britannici. Il massacro tuttavia non è finito: in autunno i boeri in rotta cominciano una guerriglia a cui Kitchener risponde facendo distruggere abitazioni e fattorie, e deportando 200.000 boeri (uomini, donne e bambini) in campi di concentramento, imitando quelli creati qualche anno prima dagli spagnoli a Cuba; i loro servitori africani sono rinchiusi in altri campi ancora peggiori. Qui soccombono più di 30.000 boeri e centinaia di migliaia di africani, nonostante le proteste di un’infermiera britannica, Emily Hobhouse, e il rapporto di una commissione d’inchiesta britannica. È la fine: a novembre del 1900 il Transvaal e lo Stato di Orange, ridotti allo stremo, rinunciano all’indipendenza; gli Uitlander (gli inglesi del Transvaal) ottengono i diritti civili. La lingua dei boeri, l’afrikaans, potrà continuare a essere usata; Londra si impegna a risarcire i danni di guerra al Transvaal e a indennizzare le vittime dei campi.



Abiti indiani

Questa guerra è stata traumatica. Entrambe le parti, soprattutto quella inglese, hanno perpetrato crimini orrendi. I barellieri hanno riferito a Gandhi di aver visto i soldati della regina massacrare donne e bambini boeri, cristiani come loro, e anche dei boeri abbandonarsi ad atrocità. Il disprezzo di Gandhi per quelli che lo umiliano diventa sempre più un disprezzo per l’Occidente in generale; una civiltà non dovrebbe permettere né commettere tali nefandezze, perciò l’Occidente non è un mondo civilizzato. Ormai rimprovera ai cristiani, inglesi e boeri, di non seguire i Vangeli e getta quindi nello stesso calderone cristiani e occidentali. Dichiara che i cristiani sono incapaci di amore, di vero amore, l’ahimsa dei giaina. In particolare prova un profondo disprezzo per i medici europei che non hanno fatto niente per i feriti del campo nemico. E soprattutto, quando gli riferiscono dei casi di stupro, stabilisce un ulteriore nesso tra sessualità e violenza.

Poi arriva una nuova umiliazione: dopo aver fondato, nel luglio del 1900, il Commonwealth d’Australia e aver annesso il Transvaal, il governo britannico crea una commissione incaricata di abrogare le leggi del Transvaal, «contrarie allo spirito della costituzione britannica e incompatibili con la libertà dei sudditi della regina Vittoria». Naturalmente, questa commissione si interessa esclusivamente alla libertà degli inglesi; gli indiani, come gli africani, restano fuori dalla riforma. In altre parole: nessun nuovo diritto è preso in considerazione per loro. Mohandas è indignato: tutti gli sforzi degli indiani in questa guerra dunque non sono serviti a niente? Ha avuto torto a credere di poter ottenere qualcosa dagli inglesi comportandosi bene143. Scrive all’avvocato Naoroji, sempre membro della Camera dei Comuni, che lui chiama «il grande vecchio dell’India»109, per esprimergli l’amarezza degli indiani del Sudafrica; essi sono stati solidali, in alcuni casi eroici, i loro commercianti si sono mostrati molto generosi nelle collette di guerra, ma niente dunque potrà mai cancellare la loro condizione di coolie. Decisamente non ci si può aspettare niente dagli inglesi.

Per Gandhi, una trasformazione morale si traduce sempre sul piano dell’abbigliamento. Nell’estate del 1900, spesso mette da parte colletto inamidato e redingote per vestirsi all’indiana, con la tunica; si lava i vestiti da solo, si rasa e si taglia i capelli155. Chiede a Kasturba, incinta per la quarta volta, di pulire lei stessa la casa, compresi i servizi. Riconosce che, con la moglie, è un continuo di «liti e tregue»170. Quell’anno, il 22 maggio, decide di fare a meno di medici e levatrici europee, e procede lui stesso a far venire al mondo il suo quarto figlio, Devdas. Ormai è deciso a non volerne altri e, dato che è contrario all’uso di qualsiasi metodo contraccettivo, è costretto all’astinenza. Tanto più che con la moglie le cose non vanno più bene. Ci metterà sei anni per ufficializzare la sua decisione, che diventerà un’esperienza di tipo mistico, una risposta alla sua violenza, di cui la sessualità è per lui la causa principale e l’altra faccia della medaglia.



Kallenbach prende il posto di Rajchandra

Nel settembre del 1900, in un ristorante vegetariano di Johannesburg, Gandhi conosce un architetto in vista della città, Hermann Kallenbach, ebreo di origine tedesca nato nella regione di Memel, al confine tra Germania (Prussia orientale) e Lituania, di qualche anno più grande di lui. Instaurano un’amicizia intensa, che sarà cruciale; non si lasceranno più, almeno nello spirito, fino a che la morte non li separerà, quarantacinque anni più tardi. Kallenbach è un giovane molto in gamba. Guadagna bene, ma è animato dagli stessi ideali di Gandhi: aiutare l’umanità a scoprire il suo pacifismo. A Natale di quell’anno, quando Kallenbach va a portare dei doni ai figli di Gandhi, questi li toglie loro, affinché non si sentano diversi dai figli degli indiani più poveri, con grande afflizione di Kasturba che si infuria a vedere la sua progenie tratta come dei sadhu (‘rinuncianti’).

A dicembre, a Lahore, il Congresso Nazionale Indiano reclama il riconoscimento dei diritti degli indiani del Transvaal. Il 21 gennaio 1901 la regina Vittoria si spegne sull’isola di Wight; il figlio Edoardo VII sarà incoronato il 9 agosto. Quell’anno, gli inglesi sono preoccupati dall’espansione russa in Asia centrale, e il viceré Curzon scrive al ministro delle Colonie, Lord Hamilton, a proposito del Tibet: «Naturalmente non possiamo invadere il loro paese. Sarebbe una follia per noi attraversare l’Himalaya e occuparlo. Ma è molto importante che nessun altro lo prenda, e bisogna che esso diventi una sorta di Stato cuscinetto tra la Russia e l’Impero delle Indie»9. Naturalmente, l’invasione del Tibet avrà luogo lo stesso.

Il 9 aprile, a Rajkot dove Mohandas ha trascorso la sua infanzia, il primo e solo maestro che Gandhi abbia mai riconosciuto, il guru-gioielliere Rajchandra, muore di peste all’età di trentun anni come se, per lasciare posto a Kallenbach, nel cuore di Gandhi, dovesse scomparire colui che aveva occupato il posto della madre. Alla vigilia della sua morte, il giovane mormora delle frasi meravigliose: «Siate certi che questa anima è eterna: essa raggiungerà livelli sempre più alti, avrà un magnifico avvenire. State tranquilli, calmi e sereni. È possibile che io non possa mai più dirvelo con la mia lingua, ma vi consiglio di proseguire i vostri sforzi per scoprire e realizzare voi stessi». Un po’ più tardi, nel corso della notte, dice ancora: «Ritorno alla vera natura della mia anima»38, poi entra in meditazione e spira.



Secondo ritorno in India: il primo Congresso

Quando viene a sapere di questa morte, per Gandhi è un vero shock. Lui vuole ritrovare le sue radici, essere se stesso, tornare in India – senza sapere davvero cosa ci andrà a fare. Ne parla ai suoi clienti nell’estate del 1901; questi accettano, non senza reticenze, di lasciarlo partire, a condizione che torni subito nel caso lo richiamino entro un anno.

Il 18 ottobre 1901, al porto di Durban, al momento di imbarcarsi per Bombay con moglie e figli, Gandhi rifiuta, con grande dispetto di Kasturba, i regali di addio di Kallenbach. Il 14 novembre, di ritorno a Rajkot, pensa di stabilirsi a Bombay come avvocato. Ma, ancora prima di avere scelto un luogo di residenza e un mestiere, lascia la famiglia e corre ad assistere per la prima volta alla riunione annuale del Congresso, prevista per il 27 dicembre a Calcutta. Passa prima per Benares dove, a fine novembre, rivede Annie Besant, trasferitasi in India nel 1893 e la cui lotta si identifica ormai tanto col nazionalismo indiano quanto con la teosofia. Vede con disgusto il sangue di un animale sacrificato colare in un tempio della città.

Arriva al Congresso su un vagone di terza classe, si spreca in cortesie, abbottona con umiltà la veste del segretario generale. I tre principali dirigenti del momento (Mehta, Tilak e Gokhale) sono presenti. Tilak si afferma sempre più, alla testa della sua fazione rivoluzionaria, contro Mehta e Gokhale, riformisti. Gokhale, che Gandhi ha già conosciuto nel suo viaggio del 1896, gli chiede ancora una volta di restare a lavorare al suo fianco. Gandhi osserva, scioccato dalla disorganizzazione che impera in questa assemblea così diversa dal “suo” Congresso del Natal: ogni incaricato delega il suo lavoro a un altro, che a sua volta delega a qualcun altro ancora. Fortuna, pensa Gandhi, che il Congresso si riunisce solo per tre giorni per poi «ripiombare in letargo»170. Le condizioni sanitarie gli appaiono disastrose, ideali per scatenare un’epidemia. Poiché nessuno provvede a pulire le latrine54, Gandhi, tra lo stupore generale, si offre di occuparsene. In questa baraonda, cerca invano di incontrare Devendranath Tagore, malato, e il monaco filosofo Vivekananda, di ritorno da una serie di conferenze in Occidente, ormai isolato e in meditazione assoluta, che morirà qualche mese più tardi, a trentanove anni. Dell’insegnamento di Vivekananda recepirà soprattutto che l’India deve allontanarsi dall’Occidente per trovarsi, riformarsi, prima di tornare a portare il suo contributo al mondo.

Gandhi si imbatte in una giovane donna che in seguito avrà un ruolo fondamentale nella sua vita, Sarala Devi Ghosal, parente di Tagore, musicista e scrittrice, discepola di Vivekananda, il quale avrebbe voluto che lei lo accompagnasse in Occidente. All’apertura di quella sessione del Congresso, lei dirige un coro di cinquantotto cantori che interpreta un’opera di Tagore. Gandhi non farà parola di questo incontro con lei nei ricordi pubblicati un quarto di secolo più tardi, mentre vi racconta le ore passate quel giorno con il padre della ragazza, Janakinath Ghosal, uno dei segretari del Congresso, per aiutarlo a rispondere alla sua corrispondenza. Sarala Devi ricomparirà, qualche anno dopo, come il grande amore della sua vita.

Gandhi riesce a far passare una mozione sulla condizione degli indiani del Sudafrica, soggetto che ancora non interessa a molti: che sono infatti 100.000 immigrati in confronto ai 250 milioni di abitanti dell’India? È deluso da quell’assemblea in cui nessuno gli ha prestato attenzione, a parte Gokhale che lo invita a Pune.

Nello stesso periodo (dicembre 1901) Sully Prudhomme riceve il primo premio Nobel per la letteratura, mentre Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa, e Frédéric Passy, presidente della Società Francese di Pace, si dividono il primo premio Nobel per la pace. Gandhi non lo riceverà mai.

Trascorre il mese di gennaio del 1902 a Pune con Gokhale, che insiste perché resti e diventi un suo collaboratore. Lui esita: deve guadagnarsi da vivere come avvocato e il Congresso gli sembra un’organizzazione ancora assai insignificante, anarchica e inefficace. Il 1° febbraio visita Rangoon, poi torna a Rajkot dove ha lasciato la famiglia.

A marzo, decide di stabilirsi come avvocato a Bombay. Qui affitta una bella casa nel quartiere di Santa Cruz. Kasturba è felicissima di ritrovare i suoi comfort54. Una sera di aprile, il secondogenito, Manilal, che all’epoca ha undici anni, è preso da convulsioni; il medico, che Kasturba ha voluto chiamare contro il volere del marito, lo dà per spacciato e gli prescrive delle uova di pollo54. Gandhi rifiuta di infrangere le regole vegetariane nonostante le suppliche della moglie. Veglia il bambino e gli fa degli impacchi. Manilal guarisce. Gandhi si sente confermato nella sua critica della medicina occidentale ed elabora i suoi principi alimentari, assai diversi da quelli che sosteneva fino a poco tempo prima: bisogna mangiare crudo, dice, e solo frutta. Soprattutto, niente pane, né alcol, tè, caffè, cacao, latte o legumi. Bisogna limitarsi a due pasti al giorno: colazione e cena; soprattutto, non pranzare54. È un’alimentazione priva di sale («perché il sale provoca le emorroidi e l’asma»177!). Le medicine occidentali sono da bandire, perché esse contengono grasso e alcol! La terra è la migliore medicina contro il veleno dei serpenti, le infezioni degli occhi e della pelle. Ne farà ben presto un elemento essenziale all’autocontrollo personale, e quindi dell’autogoverno dell’India.

Nel settembre del 1902 i meticci del Sudafrica creano l’African Political Organization (APO), diretta dal dottor Abdullah Abdurhaman, eletto nel consiglio municipale del Capo. Gandhi si interesserà ben presto alle loro battaglie66.



L’«Indian Opinion»

A novembre, cioè appena sei mesi dopo il suo trasferimento a Bombay, nello stesso periodo in cui Lenin pubblica Che fare?, i dirigenti delle comunità indiane del Sudafrica lo richiamano: Lord Chamberlain, ministro delle Colonie, ha appena annunciato una sua visita nell’Africa australe. È un’occasione unica per presentare le loro lamentele al più alto livello e solo lui, Gandhi, può farlo nel modo migliore. Ci pensa un po’ su: a Bombay non si è ancora creato una clientela, non ha nemmeno più il suo posto nel Congresso Indiano e poi ha dato la sua parola. Così riparte per la seconda volta per il Sudafrica con la moglie e i quattro figli! Questa volta è riuscito a convincere diversi giovani a unirsi a lui: tra questi Maganlal, nipote di un fratello di suo padre, oltre ad altri cugini e pronipoti54. Questi giovani non lo lasceranno più, dovunque vada, nei decenni a venire. Il suo ascendente è ormai stabilito.

A dicembre sbarca a Durban. L’accoglienza è meno violenta e più discreta della volta precedente. Il mese seguente, davanti a Chamberlain, chiede che gli indiani possano godere degli stessi diritti degli europei. Il ministro ascolta paziente prima di rispondere che le colonie hanno un governo autonomo e che lui non può farci niente. Un’ipocrisia, ovviamente, perché tutto si decide a Londra, ma gli inglesi non intendono rischiare di perdere alle elezioni il potere che si sono arrogati con le armi.

Gandhi non si dà per vinto e, quando Chamberlain parte per il Transvaal, decide di seguirlo per presentargli le stesse richieste, questa volta a nome degli indiani di quella colonia. Gli vietano l’ingresso. Riesce a passare, grazie a un amico di Kallenbach, il sovrintendente Alexander109. Ma, arrivato sul posto, viene escluso dalla delegazione ricevuta da Chamberlain col pretesto che non è registrato nel Transvaal. Ebbene: si registra! E dato che Johannesburg è la principale città del futuro, a febbraio del 1903 vi si stabilisce come avvocato, d’accordo coi suoi finanziatori, con un’assistente scozzese, Miss Dick66. La casa dove trasloca con la famiglia è meno bella di quella di Durban, ma è lì che deve stare. Inutile dire che le conseguenze di tutto questo sulla vita della famiglia e sull’istruzione dei ragazzi sono disastrose. Harilal ottiene dal padre il permesso di andare a seguire degli studi a Bombay, sotto il controllo dello zio Lakshmidas. Harilal è al settimo cielo.

A giugno, Gandhi capisce che gli è indispensabile un giornale per rivolgersi alla comunità indiana del Sudafrica. Ci sono cose da reclamare, in particolare l’estensione del diritto di voto e l’abrogazione della tassa di 3 sterline che affligge gli indiani sotto contratto e che è ancora in vigore154. Ottiene 3.000 sterline da un mercante gujarati, Madanjit Vyavharik, per metter su una tipografia, The International Printing Press, e un giornale. Questo sarà, a partire dalla fine del 1903, il primo giornale indiano del Sudafrica, l’«Indian Opinion», il cui nome sembra un omaggio a quello di «Black Opinion» («Imvo Zabantsundu») creato nel 1884 da un leader nero, John Tengo Javubu, per difendere i diritti degli africani. Il che dimostra la simpatia di Gandhi per questa lotta parallela alla sua. Il primo caporedattore è un gujarati; i suoi successori saranno un pastore anglicano, il reverendo Doke, poi due giornalisti ebrei, Polak e West (Gandhi definirà più tardi gli ebrei, con i quali avrà rapporti intensi e difficili, gli «intoccabili del cristianesimo»). L’«Indian Opinion» è subito un successo: la tiratura passa rapidamente da 1.500 a 3.000 copie, che è molto, in rapporto ai 5.000 indiani che sanno leggere. Gandhi vi terrà per tutta la durata del suo soggiorno sudafricano un editoriale settimanale, e vi saranno pubblicate opere a puntate di Ruskin e Tolstoj, biografie di Socrate, Lincoln, Washington e Florence Nightingale. Quell’anno perde un migliaio di sterline investite con un’europea nella creazione di un ristorante vegetariano a Johannesburg66.

Nel frattempo, la colonizzazione “civilizzatrice” continua: il 4 agosto 1904, violando gli impegni presi da Lord Curzon, la spedizione del colonnello Francis Younghusband, commissario per il Tibet, entra a Lhasa dopo aver massacrato più di 2.000 tibetani a Guru; il Dalai Lama fugge verso la Mongolia, mentre gli inglesi fanno degli accordi commerciali nella regione e vietano l’accesso ai russi. Nella stessa epoca, Jean Jaurès fonda «L’Humanité» e scoppia la guerra russo-giapponese: è il primo conflitto bellico tra un paese asiatico e una potenza parzialmente europea. A Bombay viene fondata la prima fabbrica indiana di tessuti in cotone, iniziativa che gli inglesi non vedono di buon occhio. Ciononostante questa industria si svilupperà. Gandhi vi troverà in seguito i suoi più accesi sostenitori.



Un’India immaginaria in Sudafrica

Il 5 agosto, sul treno che conduce Gandhi da Johannesburg a Durban, il giornalista inglese suo amico, Henry Solomon Polak, allora caporedattore di un importante giornale del Natal, «The Critic», gli dà da leggere un libro dello scrittore inglese John Ruskin, Fino allultimo139, scritto nel 1862. Ruskin è uno storico e un critico d’arte, grande avversario delle idee di Viollet-le-Duc; l’opera è uno dei soli trattati di economia che si sia azzardato a pubblicare ed è un testo notevole, dove attacca la teoria economica e l’”homo œconomicus” che agisce «invariabilmente per ottenere la maggiore quantità di beni indispensabili, benefici e lusso con la minima quantità di lavoro e fatiche fisiche necessarie allo stato attuale delle conoscenze». Per Ruskin, la prosperità di una nazione non deve essere giudicata in base alla ricchezza prodotta, che può essere il risultato di uno sfruttamento dei lavoratori, ma in base al benessere umano che essa genera. Secondo lui bisogna esigere dal datore di lavoro che renda il lavoro dei suoi impiegati «piacevole, interessante e positivo». L’autore fa l’apologia di una vita semplice fatta di lavori manuali, che crei degli «esseri umani dagli occhi splendenti, dal respiro profondo e dal cuore gioioso»139. Questo pensiero (incredibilmente moderno, malgrado il tono un po’ enfatico) arriva puntuale per Gandhi, e va a completare quelli di Rajchandra e Tolstoj: uno definisce la metafisica, l’altro la morale, il terzo l’economia. In seguito, Gandhi scriverà infatti: «Tre contemporanei hanno prodotto una profonda impressione sulla mia vita e mi hanno conquistato: Rajchandrabhai, tramite una frequentazione personale, Tolstoj, con il suo libro Il regno di Dio, e Ruskin, con il suo Fino allultimo». Tutto ciò scatena una trasformazione nel suo stile di vita a cui tutto, fino a quel momento, lo preparava: dato che non può aspettarsi niente dall’India e l’Occidente lo disgusta, non gli resta che creare un’India immaginaria in Sudafrica.

L’indomani mattina, il 6 agosto 1904, quando il treno arriva a Durban, Polak e Gandhi decidono di mettere in pratica le teorie di Ruskin. Discutono con Albert West l’idea di trasferire l’«Indian Opinion» in una comunità agricola in cui vivranno come coloni. Ecco un tratto costante della vita di Gandhi che lo rende così diverso dai politici: lui si sente in diritto di raccomandare solo ciò che lui stesso mette in pratica; preferisce dare l’esempio piuttosto che dare lezioni. È un mutamento radicale della sua vita. Gandhi è decisamente cambiato. Il suo ascendente sugli altri aumenta; quell’omino timido diventa una persona dolce, dai gesti ampi e lenti, sempre sorridente, fragile e raggiante. Il giovane avvocato mondano diventa il portatore di un’utopia.

Tre giorni dopo, di ritorno da Johannesburg presta a Kallenbach il libro di Ruskin. L’architetto, altrettanto entusiasta, annuncia che seguirà Gandhi dovunque vorrà!

Verso il 15 agosto, Mohandas mette a parte Kasturba del suo progetto di andare a vivere in una comune. Furiosa, lei non vuole saperne. Ha già fatto un’esperienza simile, in un certo senso, a Beach Grove, e ha appena ritrovato il comfort di una casa. Ricominciare è fuori questione. Pacatamente, lui le propone ancora di scegliere: o seguirlo, o tornare a Rajkot. Lei accetta di seguirlo.

Resta da trovare il denaro. Kallenbach lo fornisce e, alla fine di agosto, compra per poche migliaia di sterline una bella proprietà di una cinquantina di ettari in mezzo a piantagioni di canna da zucchero, con una fonte e degli alberi da frutto, a 5 chilometri da Phoenix e a trenta da Durban67. La fattoria (non è un caso) si trova a 2 chilometri da quella di John Langalibalele Dube, primo presidente dell’Interstate Native Congress, l’organizzazione a difesa degli africani che otto anni dopo diventerà (a imitazione dell’Indian National Congress) l’African National Congress, l’ANC. Kallenbach conosce Dube e decide di aiutarlo65. Strano mix: un tedesco e un indiano, a 4.000 chilometri dai loro rispettivi paesi, si mettono alla testa di una battaglia per i diritti dei più poveri. Il dottor Mehta, sollecitato, parteciperà da Bombay al finanziamento dell’avventura.

Tra i primi coloni a stabilirsi con loro figurano Polak, West, i cugini e pronipoti di Gandhi, dei parsi, degli hindu e dei musulmani109. Un centinaio di persone in tutto, tra cui venti bambini, a cui vanno aggiunti, all’inizio, degli impiegati zulu. Si crea così la “fattoria Phoenix”, un gioioso gruppo che sente di essere l’avanguardia del secolo che inizia.

Nell’autunno del 1904 e nel 1905, mandano avanti la fattoria e imparano l’uso della fucina da un cinese di Johannesburg. Gandhi vuol fare del luogo una sorta di asram, il luogo protetto in cui si illumina ogni guru indiano. Ciascun colono riceve un lotto di un ettaro e mezzo di terreno che non può vendere, ma solamente cedere a un altro membro della colonia. I servizi igienici sono primitivi; non ci sono cisterne per l’acqua; vengono costruiti otto edifici di lamiera con i tetti di paglia66. Un capannone ospita la tipografia e l’«Indian Opinion». Tutti i redattori del giornale partecipano ai lavori agricoli e percepiscono lo stesso salario. Gandhi e Polak correggono le bozze, poi i bambini piegano e impacchettano i giornali54. La simpatia per la causa degli africani è certa: la tipografia stampa anche il giornale di Dube in lingua zulu, lo «Ilanga Lase Natal» (‘La luce del Natal’) e Gandhi parla di Dube sull’«Indian Opinion», chiamandolo «nostro amico e vicino»66.

Gandhi e Kallenbach, che traslocano nella comune con le rispettive famiglie, non ci stanno spesso: fiorenti, i loro uffici di avvocato e architetto sono a Johannesburg, che è molto lontana da Phoenix. Quando Gandhi è alla fattoria, la sua casa fa da fulcro alla vita comunitaria. La sua mutazione personale si accelera: comincia a digiunare regolarmente, smette di consumare latte, si taglia da solo i capelli, pulisce le sue latrine e spinge la moglie e gli amici a fare lo stesso169. L’atmosfera è allegra, calorosa, piena di entusiasmo. Gandhi legge ogni giorno ad alta voce dei brani della Bhagavad-Gita, soprattutto i capitoli sul non possesso (aparigraha) e l’equanimità (upeksa). Ogni domenica, i residenti si riuniscono da lui per una preghiera comune in cui si mescolano la Bhagavad-Gita, la Bibbia, inni cristiani e bhajan, canti sacri hindu in gujarati. Gandhi dice: «Ho trovato il mio Dio su un continente abbandonato da Dio»169.



Prime riforme in India

Alla fine del 1904, all’assemblea annuale di Bombay, Gopal Krishna Gokhale è eletto presidente del Congresso Nazionale Indiano, dove succede all’inglese Sir Henry Cotton dopo una battaglia serrata contro gli estremisti di Tilak. Nel 1905, in Irlanda, Arthur Griffith fonda il Sinn Fein. In India, all’inizio dell’anno, un terremoto causa 20.000 vittime a Kangra; 5 milioni di abitanti muoiono per malnutrizione a Bombay e nelle Province Unite.

A marzo, Sarala Devi, la musicista e militante conosciuta da Gandhi nel 1901, si sposa su insistenza dei genitori, che cercano di proteggerla dalla polizia di Calcutta, con un dirigente nazionalista del Punjab, Rambhuj Dutt Chaudhuri, già vedovo per due volte, che appartiene all’Arya Samaj, movimento nazionalista che si prefigge di tornare alle radici dell’induismo.

A maggio, sull’«Indian Opinion», Gandhi plaude alla vittoria marittima giapponese sulla Russia a Tsushima: primo scacco di una potenza europea contro una potenza asiatica (è qui che nasce l’espressione “pericolo giallo”). Il Giappone conquista la Corea, la regione di Port-Arthur in Cina e una parte delle isole Curili; la Manciuria del Sud è restituita alla Cina. L’«Indian Opinion» comincia a essere notato anche in India: vi si abbonano dirigenti del Congresso e collaboratori diretti del viceré109.

Nel corso dell’estate del 1905, russi e inglesi si accordano per spartirsi le sfere di influenza in Persia; nei Balcani, alcune guerre privano l’Impero ottomano di alcuni suoi territori europei. L’islam indiano comincia a preoccuparsi per la sorte che la Gran Bretagna riserva all’islam in Medio Oriente; poeti come Iqbal e Ghibli, giornalisti come Abiul Kalam Azad e Mohamed Ali fomentano l’odio tra musulmani e hindu9. Il viceré Curzon, sul punto di abdicare alle sue funzioni, decide allora di dividere il Bengala tra hindu e musulmani: crea una zona hindu a ovest attorno a Calcutta (il Bengala Occidentale, che include il Bihar e l’Orissa) e una zona musulmana a est con Dacca come capitale (il Bengala orientale, che include l’Assam). Ciò scatena le ire dei bengalesi hindu divenuti minoritari in confronto a biharesi e oriyani a ovest, e in confronto ai musulmani a est9.

A dicembre il Congresso, riunito a Benares, condanna questa divisione. Inoltre aumenta le proprie finanze grazie all’appoggio di gruppi di imprese che mirano a contrastare la concorrenza britannica, come la Bombay Millowners Association, l’Indian Tea Association, l’Indian Jute Mills Association e l’Ahmedabad Millowners Association. L’avvocato di Londra, sempre membro del Parlamento, Dadabhai Naoroji, ricopre di nuovo la presidenza del Congresso nonostante l’ascesa di Tilak e del suo braccio destro Lala Lajpat Rai che formano allora, in seno al Congresso, il New Party9. Tilak invita il paese a consumare solo ciò che è prodotto in India, un appello severamente biasimato dagli inglesi. Tilak parte allora per Londra per chiedere che l’India, «parte integrante dell’Impero», sia trattata con considerazione. Dal Sudafrica, Gandhi spiega che è contrario al boicottaggio dei prodotti inglesi perché, per lui, è «una forma di violenza» e che è favorevole piuttosto al «consumare indiano». Questa diventerà una delle sue grandi battaglie: ogni programma deve essere costruttivo e non negativo.

All’inizio di gennaio del 1906, la vittoria del Partito Liberale alle elezioni porta John Morley a essere nominato ministro dell’India; Gilbert J. Elliot Murray Kynynmound (che diverrà Lord Minto) subentra a Curzon come viceré. I tempi cambiano: Morley ha nominato al suo fianco un consigliere musulmano e uno hindu, e invita il viceré a promulgare una timida riforma che permetta ai comuni di designare uno o più delegati indiani al Consiglio Legislativo di ogni provincia9. Una delegazione di capi musulmani guidata da uno di loro, l’Agha Khan, va a chiedere al viceré che solo gli elettori musulmani possano eleggere alle assemblee regionali dei deputati musulmani9. Questa divisione religiosa dell’elettorato costituirà d’ora in poi una delle loro principali rivendicazioni.

In seguito, nel corso di quell’anno, un gruppo di notabili musulmani fedeli a Londra crea la Lega Musulmana Panindiana, proprio al fine di attirare i voti dei correligionari. Non si parla ancora della divisione, che la Lega finirà per ottenere. Lord Morley osserverà in seguito: «I musulmani hanno introdotto dei collegi elettorali, e questo avvelena alla fonte l’evoluzione della democrazia»9. Lord Minto rassicura l’Agha Khan: questa suddivisione in collegi un giorno ci sarà. Quarant’anni più tardi, essa sfocerà in massacri e nello smembramento del subcontinente.

Nella stessa epoca, Gandhi legge La disobbedienza civile160 di Henry Thoreau (morto nel 1863), ex studente di Harvard divenuto insegnate, profondamente ispirato dalla Bhagavad-Gita. L’americano espone il diritto di rifiutare di piegarsi davanti a qualsiasi forma di potere. Punto essenziale, in cui Gandhi si ritrova: secondo l’autore non potrà esserci alcun cambiamento della società senza un cambiamento dell’uomo, e applica questa regola a se stesso, dando le dimissioni dal suo posto di professore, costruendosi una capanna e coltivando il suo orto sulla riva del lago Walden. Thoreau si indigna per la sottomissione imposta dai governi: «Se la macchina del potere vuol fare di voi lo strumento di un’ingiustizia verso il vostro prossimo, infrangete la legge!». Per lui lo Stato migliore è quello che governa meno, cioè quello che non governa affatto. Spiega che sottomettersi a una legge iniqua per preservare la propria libertà è un accordo immorale. «Sotto un governo che imprigiona ingiustamente, il posto dell’uomo giusto è in prigione»160, afferma. Gandhi non dimenticherà questo insegnamento: cambiare vita, cambiare se stessi per trovarsi. È ciò che sta cominciando a fare nella sua fattoria, e a questo proposito riconoscerà spesso il suo debito intellettuale nei confronti di Thoreau.

Il 12 maggio 1906, da Johannesburg, redige per il suo giornale un articolo in favore dell’autonomia dell’India: «In nome della giustizia e per il bene dell’umanità»169. È la prima volta che si immischia pubblicamente negli affari del subcontinente.

Viene inoltre a sapere dal fratello maggiore Lakshmidas, rimasto a Rajkot, che suo figlio Harilal, di diciannove anni, a maggio ha sposato una ragazza del suo clan, Gutlab, con il consenso della casta.

Il 27 maggio, scrive al fratello per protestare contro questo matrimonio troppo precoce. Il fratello è disperato nel vederlo avviato a quella vita ascetica54: lui non è più, gli risponde Mohandas, un avvocato di successo. Aspira a un’altra vita, il suo ideale è altrove. Il suo studio è destinato così ad andare in declino. Harilal, con la giovane moglie, torna dal padre e lavora nel suo studio di avvocato: lui ama quel mestiere.



Dai massacri all’astinenza

Sempre a maggio, uno dei capi del KwaZulu, Bhambatha kaMacinza, inkosi degli zondi, attraversa il fiume Tutela, confine tra il regno KwaZulu e il Natal, e sfida il governo del Natal. Credendo Dinuzulu, ultimo discendente dei re zulu, all’origine della ribellione di Bhambatha, gli inglesi lo depongono e come rappresaglia applicano una tassa speciale alle tribù zondi. Le truppe di Bhambatha rispondono uccidendo un ufficiale inglese. I giornali gridano allo scandalo. Il re Dinuzulu viene arrestato e condannato a dieci anni di prigione. Riprendono i massacri di africani (che gli inglesi chiamano pudicamente «guerra contro gli zulu»).

Nonostante le delusioni sofferte nella guerra contro i boeri, Gandhi propone ancora una volta di partecipare ai combattimenti al fianco degli inglesi. Ricordandosi questa volta della qualità del lavoro dei barellieri indiani nel conflitto precedente, gli inglesi accettano entusiasti e offrono loro anche delle munifiche retribuzioni. Gandhi scrive sull’«Indian Opinion» del 9 giugno: «Il governo ha offerto delle remunerazioni che noi abbiamo rifiutato. Perché il peso di queste retribuzioni deve poggiare sulla comunità indiana ed è tutto a nostra gloria [...]. In passato siamo stati trattati da “scansafatiche” sul piano della guerra. È il momento di dimostrare che ciò è falso»169. Mette di nuovo su un corpo di barellieri volontari e questa volta va di persona al fronte. Lì assiste, sconvolto, al massacro di africani, armati di arco e frecce per combattere contro il miglior esercito del mondo. Soprattutto è testimone di stupri che lo traumatizzano, e il suo odio per la sessualità si rinforza. Vent’anni dopo osserverà: «Non ho conosciuto l’orrore della guerra durante quella contro i boeri, ma l’ho vissuto nella guerra contro gli zulu. Non era una guerra, ma una carneficina. E molti inglesi la pensavano come me. Ma, dopo tutto, il nostro compito era occuparci degli zulu feriti e, se lì non ci fossimo stati noi, non sono certo che qualcuno si sarebbe occupato di loro»170.

Nel corso di questa avventura, ha trascurato la fattoria e molti se ne sono andati. Le risorse sono agli sgoccioli; Gandhi scrive un po’ a tutti in India per chiedere denaro e ottiene 25.000 rupie (quasi niente) dalla famiglia Tata, da ricchi industriali, tra cui di nuovo Mehta, e altrettanto da alcuni principi.

È un periodo in cui la sessualità gli sta molto a cuore. Fin dall’infanzia, sposatosi per obbligo a dodici anni, il sesso è lì, fonte di violenza e sensi di colpa. Dal 1900, senza che ci sia stato un voto esplicito, non ha più rapporti fisici con la moglie. Ma niente ci dice che non abbia relazioni con qualcun’altra, anche se la condanna sociale in questo campo è pesante. Si ricorda di una poesia (Alla vista di una fanciulla) del suo amico Rajchandra, il quale gli manca molto e che, astinente a venticinque anni, gli aveva fatto prendere coscienza delle difficoltà e delle esigenze di questa disciplina. Inoltre, le violenze a cui ha assistito l’hanno traumatizzato. Il ritorno a casa del figlio con la giovane sposa accresce il suo turbamento. Rilegge Tolstoj, il quale afferma che per raggiungere la perfezione bisogna innanzitutto acquisire il controllo di sé (lui che ci riesce così male): «Possiamo sopravvivere a un terremoto, a un’epidemia, alla malattia o a qualsiasi tipo di sofferenza, ma la tragedia più insopportabile è stata e sarà sempre quella della camera da letto»161. Questa preoccupazione è senza dubbio così presente nella sua vita che Gandhi a un certo punto decide che gli è «impossibile vivere seguendo allo stesso tempo la carne e lo spirito»169; fa ufficialmente e definitivamente voto di castità. Gli hindu la chiamano brahmacarya: liberazione del pensiero del desiderio, che conduce al contatto con Dio (Brahman) e alla salvezza (moksa).

Non appena tornato dalla Zululand, Gandhi spiega: «marito e moglie non ci perdono niente»54; al contrario, si prendono meglio cura dei figli e si occupano meglio l’una dell’altro; ci saranno, assicura, «meno litigi, economia di sperma e migliore salute»54. Poi imbastisce una teoria su cui tornerà molto: «La castità è una delle più alte discipline, senza la quale lo spirito non può acquisire la fermezza necessaria. Un uomo che non è casto perde di vigore, diventa effeminato e debole»169. Per resistere meglio, sperimenta diversi regimi alimentari; in seguito farà sapere che la dieta che più aiuta a rimanere casti consiste nel mangiare esclusivamente frutta, in particolare noci. Tutto è collegato: dominio di sé, dominio della sessualità, dominio della violenza, dominio politico, indipendenza dell’India. La sua vita diviene una lotta per staccarsi da sé, per far nascere un essere puro.

Gli inglesi non sono i soli, quell’anno, a massacrare le popolazioni dei paesi che invadono. Contemporaneamente gli olandesi sterminano circa 100.000 persone nell’Aceh, sull’isola di Sumatra. Il generale Hendrikus Colijn addirittura descrive le sue imprese in alcune lettere scritte alla moglie, in cui leggiamo che ha fatto giustiziare a sangue freddo donne e bambini che imploravano pietà: «È un lavoro spiacevole, ma non ho potuto fare altrimenti». A Bali, prima di essere sterminati, gli abitanti dei villaggi, uomini, donne e bambini, sfilano davanti alle truppe olandesi, vestiti con i loro abiti più belli, e si suicidano collettivamente pugnalandosi davanti ai soldati impietriti.



Il giuramento dell’11 settembre e il fallimento del primo satyagraha

Il 1° luglio 1906, di fronte a un’immigrazione indiana che continua a riversarsi e stabilirsi nel paese, nonostante tutte le leggi che cercano di contrastarla, il governo del Transvaal fa adottare l’Asiatic Law, che impone il censimento di tutta la popolazione indiana entro il 12 del mese. È un’arma assoluta che permette all’amministrazione di ripartire da zero e decidere arbitrariamente, questa volta, chi può restare e chi deve partire. Tutti i diritti acquisiti sono rimessi in discussione: è l’arbitrarietà eretta a sistema.

Grandissima agitazione nella comunità indiana: Gandhi riprende subito la battaglia che aveva trascurato per occuparsi di Phoenix. Tanto più che i massacri degli zulu lo hanno allontanato dagli inglesi che ora governano il Transvaal. Ha intenzione di indire una grande manifestazione, riunire più gente possibile. Quell’uomo timido, divenuto capo di un piccolo clan, si rivela anche un uomo politico: il dominio di sé gli darà un ascendente sugli altri. È questo il punto fondamentale: l’ascendente che esercita sugli altri, che diventerà immenso, attinge dall’ascendente che ha acquisito su se stesso. Nessuna sala di Johannesburg vuole ospitarlo, eccetto un teatro di proprietà di alcuni amici ebrei di Kallenbach, il Teatro imperiale. L’11 settembre 1906, riunisce 3.000 persone venute a protestare contro l’Asiatic Law, «anche a costo di finire in prigione»109. Il generale Botha, allora responsabile del Transvaal, manda William Hosken, amico di Gandhi, ad avvertirlo che la loro azione non impedirà al testo di essere applicato, perché «tutti gli europei del Transvaal vogliono questa legge, e voialtri indiani sapete perfettamente quanto è potente il governo del Transvaal»34. Gandhi gli chiede di ripetere questo proposito davanti all’uditorio e traduce lui stesso questo discorso in gujarati. Scoppia un putiferio. Un commerciante indiano, Muhammad Kachhalia, esclama: «Ho ascoltato il discorso del signor Hosken. Io conosco la potenza del governo del Transvaal. Ma esso non può fare niente di peggio che promulgare questa legge. Ci getterà in prigione, confischerà i nostri beni, ci deporterà, ci impiccherà. Tutto ciò lo sopporteremo volentieri, ma non possiamo accettare questa legge. Io giuro davanti a Dio che mi farò impiccare piuttosto che sottomettermi a questa legge, e spero che tutti i presenti facciano lo stesso»54.

Ispirandosi a Thoreau, che ha appena letto, Gandhi pensa allora di proporre un atto di disobbedienza civile, il primo di una lunghissima serie. Un atto che diverrà il suo segno distintivo: disobbedire è agire senza violenza. Redige e mette ai voti un breve testo, chiedendo ai 3.000 indiani riuniti nella sala di giurare che non obbediranno all’ordinanza sul censimento degli asiatici, quali ne siano le conseguenze: «Ciascuno ascolti il proprio cuore. Se una voce interiore gli dice che ha la forza necessaria, solo allora prometterà e questo impegno porterà i suoi frutti. [...] Anche se ci impegneremo tutti insieme, nessuno deve dimenticare che la rottura del contratto da parte di uno o più non può sciogliere gli altri dai loro obblighi». Tutti votano entusiasti.

All’indomani dell’assemblea, Gandhi cerca di dare un nome a quella forma di azione che non è né un boicottaggio, né uno sciopero, né esattamente un gesto di disobbedienza civile. Intuisce che un’azione diventa molto più forte quando si trova una parola semplice per definirla. E più ancora quando si lascia che la scelgano coloro che ne saranno i portatori173. Lancia così un concorso sull’«Indian Opinion» per trovare questa parola. Suo nipote Maganlal Gandhi, che adesso conduce efficacemente la fattoria di Phoenix, propone sadagraha (‘fermezza in una buona causa’). Gandhi la modifica in satyagraha (‘fermezza nella verità’ o ‘forza della verità’)109. Per quarant’anni, darà questo nome a ogni campagna di disobbedienza civile o a ogni mobilitazione nonviolenta contro un atto della potenza coloniale. Il termine sarà ben presto ripreso da decine di milioni di indiani per diventare il simbolo universale del risveglio degli umiliati.

Da Pune, dove si sta curando per un principio di diabete, Gokhale scrive a Gandhi per chiedergli su quali forze possa contare: minimo su sedici, risponde lui, e massimo su sessantasei...

Per dirigere la campagna che sta per iniziare, lascia Phoenix, troppo isolata, e si trasferisce nella modesta casa di Johannesburg con la sua famiglia. Qui ospita una giovane inglese, vedova, che sposerà il suo amico Polak. Kasturba è disperata per il protrarsi della vita comunitaria.



Prima ambasciata a Londra

Ciò non turba affatto l’amministrazione del Transvaal: ai primi di ottobre il testo che obbliga ogni indiano a registrarsi per ottenere un permesso di soggiorno è adottato dall’Assemblea Legislativa. La Corona inglese può ancora porre il proprio veto, poiché il Transvaal fa ormai parte dell’Impero e non è ancora, come il Natal, un’entità a sé. Un avvocato inglese di Johannesburg, Gregovski, consiglia a Gandhi di chiedere a Londra di rifiutare di promulgare la legge109. La risoluzione degli indiani, dell’11 settembre, è quindi spedita segretamente al ministro per le Colonie (Lord Elgin, ex viceré dell’India) tramite il governatore del Transvaal. Si decide anche di inviare Gandhi a Londra, scortato da un rappresentante della comunità musulmana, per perorare la loro causa, dopo lunghe discussioni sulla scelta di questi delegati.

I due sbarcano a Londra il 21 ottobre 1906 e alloggiano, a spese dei commercianti che li hanno inviati, in uno dei migliori hotel della capitale, il Cecil. Gandhi non è più tornato sulle rive del Tamigi da quella sua partenza precipitosa di tredici anni prima, quando era un anonimo laureato ansioso di occidentalizzarsi. Ormai ha rifiutato lo stile di vita occidentale, a volte si veste con una tunica indiana ed è diventato il leader riconosciuto di una comunità in rivolta in una colonia britannica.

Due giorni dopo il suo arrivo, scrive al caporedattore del «Times», ma la sua lettera non viene pubblicata. Possiamo intuire il motivo poiché, nello stesso periodo, il corrispondente di quel giornale a Johannesburg scrive che: «Se l’emigrazione degli indiani non viene frenata, i bianchi dovranno lasciare il Sudafrica!»67.

Innanzitutto Gandhi incontra alla Camera Dadabhai Naoroji e alcuni parlamentari amici dell’India. Il 7 novembre un centinaio di eletti condotti da Henry John Stedman Cotton (l’ex amministratore dell’Assam, che ha presieduto il Congresso Nazionale Indiano due anni prima) appoggiano la sua posizione. Incontra anche il ministro delle Colonie, Lord Elgin, che comincia col mettergli sotto gli occhi, con un largo sorriso, una lettera di due altri indiani del Natal (un cristiano e un medico hindu sposato con un’inglese) che, non essendo stati scelti come delegati, invitano Londra a non fidarsi di Gandhi, il quale a loro avviso costituisce un problema “imbarazzante” per la comunità indiana del Transvaal! Lord Elgin non intende assolutamente cedere: non desidera alienarsi il governo del Transvaal. «La legge del Natal», dice, «sarà approvata dal nostro governo»66. Un sottosegretario di Stato alle Colonie assiste alla riunione: è Winston Churchill. Ha trentadue anni, cioè cinque in meno di Gandhi. Prende la difesa degli indiani davanti a Elgin: «A torto o ragione, queste persone sono state autorizzate a venire in Sudafrica. Sono state autorizzate a lavorarvi, a farvi fortuna. È ingiusto braccarle con leggi inique»109. Questo sarà il primo e ultimo incontro tra Gandhi e Churchill. In seguito, saranno degli acerrimi avversari a distanza per quarant’anni, al punto che il secondo si augurerà a più riprese la morte del primo.

La riunione non approda a nulla e, alla fine di novembre, Gandhi ritorna nel Natal con le pive nel sacco. «La legge», pensa, «sarà promulgata».

All’inizio di dicembre Dadabhai Naoroji, a ottantun anni, lascia Londra per presiedere la seduta annuale del Congresso a Calcutta. Sri Aurobindo, sempre più deluso dai moderati, crea un college a Calcutta, con Tagore come professore. Ed elabora la sua «dottrina della resistenza passiva»8 per poi pubblicarla in inglese in quattordici articoli sul suo giornale intitolato «Bande Mataram». Invita al boicottaggio dei prodotti di importazione, delle corti giudiziarie e degli istituti scolastici inglesi, e alla creazione di una resistenza «difensiva» per l’indipendenza, che è, dice, un yajna (‘sacrificio’). Sri Aurobindo insiste:

Noi della nuova scuola non fisseremo il nostro ideale di un solo pollice al di sotto dell’assoluto swaraj: un governo indipendente tale e quale a quello del Regno Unito. Nessun ideale inferiore a questo può ispirare una sollevazione nazionale, né stimolare il popolo alla lotta formidabile, ardente e accanita, che sola permetterà all’India di ridivenire una nazione. Noi siamo convinti che questo popolo, non appena si risveglierà (e quando avrà raccolto tutta la propria forza) non potrà né dovrà intrattenere altro rapporto con l’Inghilterra, se non un rapporto di uguaglianza in una confederazione. Accontentarsi dei rapporti tra padrone e subordinato o tra superiore e inferiore sarebbe un’aspirazione troppo meschina e pietosa, indegna di esseri umani; lottare per qualcosa di diverso da un’indipendenza gloriosa e forte sarebbe offendere la grandezza del nostro passato e le possibilità magnifiche del nostro avvenire.8

È messo in prigione. Gandhi non è d’accordo con lui: non ama molto quegli indiani che vogliono semplicemente ottenere gli stessi diritti degli inglesi. Anche se lontano dal suo paese, diventa un nazionalista esigente.

Gandhi e Sri Aurobindo saranno i due giganti dell’India del secolo a venire. Sono molto diversi tra loro. Sri Aurobindo ha passato quattro anni in Inghilterra: tornato in India, studia le lingue moderne del paese e il sanscrito. Uno dei migliori conoscenti di entrambi scrive:

Attratto dal progetto estremista di Tilak, Sri Aurobindo giudicherà ravvivante e purificatore il ruolo di una violenza contenuta. Entrambi riconoscono l’utilità di fondare delle riviste per la diffusione delle loro idee; lineare, Gandhi resta per tutta la vita sullo stesso piano pragmatico (unione di hindu, musulmani e cristiani; integrazione degli intoccabili; controllo della libido), mentre in una spirale ascendente le riviste di Sri Aurobindo vanno da problemi sociopolitici («Bande Mataram» del 1906) fino a un nazionalismo spiritualizzato («Dharma», in bengalese; «Karmayogin», in inglese, 1909), per arrivare a una sintesi multidisciplinare di conoscenze, un’armonia di credenze orientali e occidentali, il suo sogno dell’Unità umana, il regno della Vita divina («Arya», 1914).95

Tutti e due utilizzano il digiuno contro se stessi, il silenzio per se stessi.

Entrambi amano ridere. Gandhi è vittoriano. Per Sri Aurobindo «la risata di Dio a volte è assai indecente e impropria agli orecchi casti; non si accontenta di essere Molière: deve essere anche Aristofane e Rabelais». Rispettoso delle esperienze (spesso pericolose) di Gandhi, Sri Aurobindo lo guarda con sospetto. Attratto da colui di cui Tagore scriveva: «È l’anima ciò che egli ha cercato nel modo più vero e che egli ha trovato davvero», Gandhi si rammarica del rifiuto ripetuto di Sri Aurobindo a riceverlo.95

Di ritorno a Durban, Gandhi scrive:

Quando vedo agire certi indiani nazionalisti, resto scettico. Quello che vogliono non è molto indiano né molto nazionale. [...] I nazionalisti indiani che ho letto dicono: «Datemi una sfida elettorale. Io ho il diritto nazionale di diventare primo ministro!», oppure: «Sono furioso se non posso diventare caporedattore del “Daily Mail”». L’inglese caritatevole avrà ragione di rispondere loro: «Bene, mio buon indiano, ma siamo noi che abbiamo inventato tutto ciò!». La libertà di espressione è un diritto assoluto, ma gli indiani hanno anche il diritto di essere e vivere da indiani.169

Qui Gandhi già manifesta la sua ossessione di rifiutare il modello di sviluppo inglese affinché l’India non diventi quello che presto definirà un «Englishistan». Già esprime il suo desiderio di essere trattato da essere umano come gli altri, con il diritto di concepire una propria personale definizione di felicità e di progresso.



Non registrarsi

Appena tornato, nel gennaio del 1907, deluso dal fallimento a Londra e attaccato da ogni parte dalla stampa del Natal, decide di non leggere più i giornali. Manterrà questo impegno fino all’estate del 1910. Legge quasi esclusivamente opere sull’induismo che contribuiscono a forgiare la sua identità. Sull’«Indian Opinion» scrive una serie di otto articoli in gujarati sull’“Etica della religione”. Qui troviamo un brano magnifico:

L’induismo come lo conosco io soddisfa pienamente la mia anima, riempie il mio essere intero [...]. Quando il dubbio mi assale, quando lo sconforto mi guarda in faccia, quando non intravedo più nessuna luce all’orizzonte, mi rivolgo alla Bhagavad-Gita e trovo un versetto per consolarmi; e mi metto subito a sorridere nel bel mezzo di uno straziante dolore. La mia vita è stata piena di tragedie e, se queste non hanno lasciato in me tracce indelebili, lo devo agli insegnamenti della Bhagavad-Gita.169

Comunque non rinuncia alla lotta: ad aprile si reca a Pretoria per protestare contro l’Asian Act e incontra per la prima volta il generale boero Jan Christiaan Smuts, che ha appena vinto le elezioni in Transvaal contro Botha. Quell’uomo straordinario, che diventerà maresciallo britannico e stretto collaboratore di Churchill nel 1942, sarà il principale avversario di Gandhi nei sette anni a venire, nonostante l’incredibile stima reciproca. Il colloquio non dà risultati e il 30 luglio il governo di Londra, che ancora non ha promulgato la legge, concede l’autonomia al Transvaal, il quale, ventiquattr’ore dopo essersi dotato di un governo ancora presieduto dal generale Botha, promulga la “legge asiatica”. Agli indiani viene dato un mese di tempo per registrarsi, allo scadere del quale saranno considerati clandestini.

Gandhi prepara la risposta: crea un’associazione di resistenza passiva che organizza lo schieramento di cordoni di manifestanti davanti agli uffici di registrazione. Il governo del Transvaal convoca riunioni su riunioni per convincere gli indiani a registrarsi. Nei primi venticinque giorni nemmeno un indiano obbedisce e il governo britannico proroga la data di scadenza. Londra segue la questione giorno per giorno, ma il governo locale, ancora largamente boero, la tiene scarsamente informata e, ad esempio, risponderà solo il 16 settembre alle domande poste da Londra il 16 luglio109. Il 31 luglio il governo del Transvaal minaccia delle ammende e pene carcerarie per chiunque non si farà registrare. Quel giorno, l’amministrazione arresta un primo indiano, Pandit Rama Sundara; una folla crea un gran baccano al suo processo e va a prenderlo, ai primi di agosto, per festeggiare la sua liberazione con una grande cena66.

Quel mese Gandhi scrive a Smuts, divenuto primo ministro, per suggerirgli un compromesso: la registrazione sarà facoltativa e anonima. Smuts rifiuta e minaccia di arrestarlo. Le manifestazioni continuano; Gandhi non cede, organizza la resistenza passiva, difende davanti ai tribunali i resistenti imprigionati. Il 30 novembre, solo 511 indiani su 13.000 sono andati a ritirare il loro certificato di registrazione. Gandhi sfida il potere: «Che ne è dell’avvertimento del generale Smuts? Della deportazione?»66. Smuts gli fa sapere che deve lasciare il Transvaal o sarà arrestato. Gandhi resta.

All’inizio di dicembre, la scadenza è spostata nuovamente al 28 del mese. Gandhi tiene un’assemblea insieme alla comunità cinese, che finora in questa lotta aveva ignorato, perché, diceva: «Non sono sudditi britannici».

Nel frattempo, in India, la situazione è peggiorata: nell’agosto del 1907 si svolge un processo contro Sri Aurobindo. Il governatore del Bengala, nella sua corrispondenza personale con Londra, lamenta: «Benché abbiamo prove preziose del ruolo importante rivestito da Aurobindo in questo complotto, la loro validità legale non è forte. Tuttavia è fondamentale impedirgli di proseguire le sue attività perniciose»95. Assolto per mancanza di prove, Sri Aurobindo acquista ancora maggiore popolarità. Accogliendolo a braccia aperte, Tagore gli dice in tono scherzoso: «Allora, ma così ci delude. Niente prigione né deportazione?». In un omaggio pubblico, Tagore saluta Sri Aurobindo come «la voce incarnata e libera della patria», proclamando: «Il messaggero radioso che è sceso con la luce di Dio, quale re può colpirlo, quale catena o quale scettro!»95.

Metà dicembre: in India, a Surat, la sessione annuale del Congresso si apre in un’atmosfera burrascosa. I moderati e il loro migliaio di delegati (su 1.600) detengono la maggioranza e si pronunciano in favore di una riforma costituzionale progressiva; il grido di «Swaraj!» lanciato prima da Tilak nel Maharashtra, poi da Aurobindo nel Bengala, si fa sempre più potente. Il Congresso si scinde tra moderati ed estremisti: ritroverà la sua unità nove anni più tardi. All’indomani di questa sessione, Tilak è esiliato in Birmania e anche Aurobindo viene arrestato. Tagore pubblica un lungo poema in cui presenta Aurobindo come l’incarnazione dell’anima dell’India. Il loro legame si fa più stretto; Devendranath Tagore, padre del poeta, e Rajnarain Bose, nonno materno di Sri Aurobindo, sono figli di due intimi amici di un dirigente nazionalista, Ram Mohun (Ramohan) Roy.

In Sudafrica, il 28 dicembre, la corte di Johannesburg ordina a una lista di persone di partire entro quarantott’ore, ad altri entro dieci giorni. Gandhi è tra questi.

La Francia, dal canto suo, continua a imporre il proprio giogo alle colonie, in particolare in Indocina. Nel 1907, il re Thanh Thai è deposto ed esiliato alla Réunion dal governo francese, che lo rimpiazza col figlio Duy Tan, un bambino di soli sette anni17.



Prima volta in prigione

Il 10 gennaio 1908, cioè più di un anno dopo la nascita del movimento di protesta contro il censimento, il generale Smuts, non senza reticenza e dopo molti avvertimenti, mette in pratica la sua minaccia: Gandhi è arrestato a Johannesburg e condannato a due mesi di detenzione per aver rifiutato di lasciare il Transvaal, dove non ha il permesso di soggiorno. Per la prima volta nella sua vita, finisce in carcere. In seguito tornerà in prigione ben undici volte e vi passerà in tutto più di cinque anni.

Questa prima volta è un trauma. Si rende conto di aver davvero cambiato vita109. «Avevo una casa, una famiglia, il mio lavoro. Le riunioni pubbliche erano solo un sogno?»66. Come gli altri detenuti, deve indossare un’uniforme sporca, lui che è un maniaco dell’igiene. La battaglia si amplia. Andare in prigione diventa un fatto onorevole, diventa criticabile non esserci. Così molti indiani del Transvaal fanno di tutto per essere arrestati anche loro. Il generale Smuts informa Gandhi che è pronto a negoziare con lui e lo riceve il 21 gennaio, benché ancora prigioniero, nel suo ufficio di Pretoria (secondo certe fonti, l’avrebbe ricevuto di persona, ma secondo altre, più verosimili, avrebbe mandato un amico, il giornalista Albert Cartwright, a trovarlo in prigione). Gandhi sente Smuts proporgli l’abrogazione della legge, a condizione che gli indiani si facciano registrare spontaneamente: è proprio la proposta che gli aveva fatto lui. Chiedendosi se non stia facendo il gioco del governo, Gandhi accetta. Il 30 gennaio Smuts lo fa rilasciare, dopo avergli confermato: «Le assicuro che annullerò l’Asian Act quando la maggior parte di voi si sarà registrata volontariamente»66.

Gandhi, che non coglie l’ambiguità della promessa, esulta. Vede in questo la “vittoria della verità”; convoca un’assemblea a Johannesburg e spiega a una folla scettica di indiani i termini dello strano accordo. Molti protestano, certi mormorano anche che Gandhi avrebbe ricevuto 15.000 sterline da Smuts per firmare. Ma lui sottolinea che credere alla parola dell’avversario è una delle dimensioni essenziali del satyagraha: se Smuts non terrà fede agli impegni, Gandhi riprenderà la resistenza. E, per provare la sua buona fede, lui stesso si iscrive volontariamente. 3.000 indiani si fidano di lui e lo imitano.

Ma il 5 febbraio il generale Smuts sostiene di non aver mai promesso niente e fa marcia indietro. Tanto più, dice, che quelli che si sono già registrati volontariamente non sono ancora in regola: devono ottenere la convalida della loro pratica dall’amministrazione! Un colpo terribile per Gandhi: è stato tradito, e forse ha tradito anche lui! La “vittoria della verità” volge in catastrofe. Il 10 febbraio, mentre torna al suo ufficio di Johannesburg, è colpito violentemente alla testa da un gruppo di pathan (provenienti da una comunità originaria dell’Afghanistan e del Kashmir), guidati da un certo Mir Alam. Gandhi rifiuta di denunciarli. L’11 febbraio è ospitato a casa del reverendo Joseph Doke e resta qualche settimana da lui, poi va a trascorrere la convalescenza a casa sua a Johannesburg dove ospita Henry Polak, che si è risposato. Durante questa convalescenza, detta alla segretaria una traduzione in gujarati del libro di Ruskin col titolo di Sarvodaya (‘Il benessere di ciascuno’). La nuova signora Polak racconta: «Nei primi giorni della sua convalescenza lui sviluppò la facoltà, che conservò in seguito, di addormentarsi mentre lavorava, lì dov’era seduto, e poi di svegliarsi, freschissimo, qualche istante dopo, senza alcuna discontinuità nel corso dei suoi pensieri». E prosegue così: «Ero seduta nella stanza mentre dettava alla sua segretaria, quando all’improvviso la sua voce tacque e i suoi occhi si chiusero. Io e la segretaria siamo rimaste immobili; poi, altrettanto improvvisamente, la voce si è rimessa a dettare a partire dal punto preciso in cui si era fermata. Non mi ricordo che abbia mai chiesto: “Dov’ero rimasto? Cosa stavo dicendo?”»129.



Bruciare i documenti: il secondo satyagraha

Gandhi non si arrende. Ogni promessa è debito. Da marzo a giugno del 1908, insiste presso Smuts perché onori la parola data. Ma invano. Che fare? Nessuno si registra più e l’amministrazione potrebbe espellere tutti gli indiani, anche quelli che si sono registrati. A fine luglio, Gandhi allora escogita un contrattacco: decide che tutti quelli che si sono fidati di lui e che hanno preso il documento lo bruceranno solennemente e «attenderanno umilmente le conseguenze». «Gli indiani», aggiunge, «si preparano a riempire le prigioni». È il secondo satyagraha. Il capo del gruppo che lo ha aggredito, Mir Alam, uscito di prigione, va a stringergli la mano e va a registrarsi, per poter bruciare il suo documento!

Il 16 agosto, a Johannesburg, nel corso di una cerimonia solenne, 230 indiani (guidati da Gandhi che spera fino all’ultimo momento in un telegramma conciliatore del governo) uno dopo l’altro gettano in un braciere il loro certificato di registrazione48. Entrano così volontariamente nell’illegalità. Il corrispondente del «Daily Mail» paragona quest’atto al sabotaggio del tè inglese, del 16 agosto 1773, a Boston, prima della guerra civile americana, che diede origine al movimento che tre anni dopo avrebbe ottenuto l’indipendenza degli Stati Uniti.

Smuts esita: arrestare di nuovo Gandhi significa farne un martire; non arrestarlo, significa perdere credibilità. Due mesi più tardi, il 15 ottobre 1908, lo fa incarcerare per la seconda volta e condurre al Volksrust Gaol. Le prigioni, che gli indiani soprannominano “Hotel di re Edoardo”, si riempiono. Quella di Johannesburg, che può contenere 50 detenuti, ospita fino a 155 “resistenti passivi”. Le pene sono più severe della prima volta; devono spaccare pietre, sistemare dei serbatoi, aprire noci di cocco109. Uno dei giovani detenuti, Nagappa, muore di polmonite. La sera e la domenica, Gandhi, sfinito, legge la Gita54. Riceve varie visite dall’amico Albert Cartwright, il cui giornale, «The Transvaal Leader», sostiene la sua battaglia, e che gli è servito da intermediario presso Smuts. Due mesi dopo, il 12 dicembre, viene rilasciato.

Nello stesso periodo, Sri Aurobindo è arrestato per un anno e diventa l’eroe nazionalista del momento. Il Congresso, riunito a Madras, vota, tra molte altre, una risoluzione di protesta contro il trattamento inflitto agli indiani del Sudafrica, definito «oltraggioso per l’Impero britannico» tanto caro al loro cuore...

Quell’anno, Lenin scrive: «Accanto alla miseria della Russia zarista, la sola paragonabile è quella dell’India»123.



La prigione, ancora e ancora

La macchina repressiva del Transvaal perde il controllo: il 16 gennaio 1909 Gandhi è recluso per la terza volta al Volksrust Gaol per non aver potuto esibire il suo certificato di registrazione che ha bruciato; poi è rilasciato sotto cauzione. Questa diventa una specie di routine. «Ogni volta che tornava, sentivamo in maniera confusa che durante il suo soggiorno in prigione era diventato più grande»130, osserva la giovane signora Polak. Anche Harilal viene arrestato tre volte, come il padre. A questi rimprovera di aver chiesto alla nuova moglie, Gutlab, sposata senza il consenso paterno, di dirigere Phoenix e di occuparsi dei suoi due fratelli più giovani. Lui vuole andarsene, tornare in India, studiare, scappare da Phoenix.

Altri indiani, nel Natal, si uniscono al movimento. Alcuni commercianti vendono legumi di notte senza licenza, solo per andare in prigione. Certi, invece, cedono alla pressione.

Poco dopo Gandhi scriverà:

Quasi la metà della popolazione indiana, incapace di resistere a questa battaglia aspra e di sopportare i rigori del carcere, preferì lasciare il Transvaal piuttosto che piegarsi a una legge degradante. Una parte dell’altra metà cioè 2.500 individui all’incirca si lasciarono incarcerare in nome della loro coscienza, qualcuno fino a cinque volte. Le pene variavano da cinque giorni a sei mesi, nella maggior parte dei casi accompagnate da lavori forzati. Molti hindu si ritrovarono rovinati finanziariamente. [...] Il governo era sicuro che non saremmo riusciti a sopportare una tale prova.170

I girmitiya si dimostrano particolarmente coraggiosi. Per farsi degli alleati tra gli europei, i commercianti indiani annunciano ai loro confratelli che sono desolati ma devono annullare le loro ordinazioni finché non avranno ottenuto soddisfazione. Un commerciante parsi scrive: «Fino al regolamento di questa questione, io consacro tutto il mio denaro alla lotta e mi considero solamente come il guardiano della mia fortuna»66. Chi non firma subisce delle ritorsioni: così ai musulmani, che costituiscono la maggioranza tra i commercianti indiani, vengono rifiutati i biglietti per il pellegrinaggio alla Mecca66.

I cinesi, interessati anche loro dall’Asian Law, cominciano a farsi sentire. Un cinese “con il contratto” si suicida quando il suo padrone europeo minaccia di licenziarlo se non si registra. Alcuni commercianti cinesi creano un’associazione del Transvaal che invita Polak a parlare a una delle riunioni.

Il 20 gennaio 1909 Gandhi sente che l’amministrazione esita davanti alla prova di forza e potrebbe cedere. Scrive sulla stampa per chiedere agli indiani di prepararsi alla battaglia finale. Per aver lanciato questo appello alla rivolta, il 25 febbraio viene arrestato per la quarta volta e rinchiuso al Volksrust Gaol, con una condanna a tre mesi. Qui fabbrica un paio di sandali per il generale Smuts per fargli capire che non prova né odio né risentimento personale nei suoi confronti. Vent’anni dopo, il generale ne farà dono a un museo e scriverà: «Fatalità ha voluto che io sia stato l’avversario di un uomo per cui nutrivo [...] il più grande rispetto»109.

A marzo, sempre in prigione, Gandhi legge Lettera a un hindu, scritta in risposta alla violenza di certi nazionalisti indiani e ispirata da un profeta bahai, Baha’u’llah (Baha´’í, Baha´’u’lla´h); si dice che ne sarebbe autore Tolstoj, ma è cosa alquanto dubbia. Anche se in essa si nega la reincarnazione, concetto tanto caro a Gandhi, questa lettera lo impressiona profondamente; a tempo debito, vuole farla conoscere in Sudafrica quanto in India. Molti aspetti separano i due uomini: il russo Tolstoj è ateo, internazionalista e anarchico; l’indiano Gandhi è credente, nazionalista e favorevole al sistema delle caste.

Gandhi incoraggia inoltre i militanti africani, che si lanciano in violenze immediatamente represse, a seguire la sua strada. Dichiara al «Natal Mercury»: «Se gli indigeni adottassero i nostri metodi e sostituissero alla violenza fisica la resistenza passiva, quello sarebbe un giorno positivo per il Sudafrica»66.

A marzo, per solidarietà con quelli del Transvaal, alcuni indiani del Natal muniti di un diritto di proprietà nel Transvaal decidono di attraversare il confine e sfidare la legge sulla registrazione. Vengono arrestati alla frontiera e messi in prigione. I più sfortunati sono espulsi verso lo Stato di Orange, l’Africa portoghese oppure l’India34.

Il 2 maggio, quando sarebbe dovuto essere liberato, Gandhi è trasferito a Johannesburg, nella prigione centrale di Pretoria, dove si ritrova in compagnia di assassini europei e di africani. Questo non può tollerarlo: «Potevamo comprendere il fatto di non essere considerati come i bianchi, ma essere messi sullo stesso piano degli indigeni ci sembrava troppo difficile da sopportare»65. Teme di essere preso per un kaffir (cafro) ma anche di essere sporcato dal loro contatto. Insiste, per motivi igienici, che gli vengano tagliati i capelli e che vengano rasati i baffi, misura allora imposta solo agli africani, ma alla quale si assoggetta.



Dolcezza contro brutalità

Il 24 maggio finalmente viene liberato, ma la situazione è peggiorata: gli inglesi parlano adesso di fondere Orange, Natal e Transvaal, il che porterebbe a esigere anche il censimento degli indiani del Natal. Per opporsi, i mercanti indiani del Sudafrica continuano a finanziare il Congresso del Natal, che versa aiuti alle famiglie dei militanti imprigionati.

Su richiesta del governo britannico, e per chiarire lo statuto, si organizza a Londra una riunione delle minoranze del Sudafrica. La comunità indiana di Durban decide di mandare Gandhi: da ormai sedici anni, è lui il principale rappresentante della sua comunità.

Il 21 giugno, parte dunque di nuovo per la Gran Bretagna con un indiano musulmano, Hajji Habib, e anche col delegato dei meticci, Abdurhaman, oltre a cinesi e a dirigenti africani, tra cui John Dube. Quando arrivano nella capitale, il 10 luglio, questa è sotto shock per un attentato: un inglese è stato ucciso da un indiano di nome Dhingra, influenzato da Shyamji Krishnavarma, e un medico inglese è morto mentre cercava di soccorrere la vittima154. Gandhi incontra allora alcuni studenti indiani rivoluzionari (di cui uno, Savarkar, sarà accusato a torto del suo assassinio, circa quarant’anni dopo); discutono del colonialismo, dell’imperialismo, del terrorismo e della civiltà occidentale170. Conosce anche Lord Ampthill, ex segretario privato di Chamberlain al ministero delle Colonie, poi governatore del Madras e viceré ad interim, tornato a Londra.

Per far conoscere il suo movimento, Gandhi pensa di bandire un concorso, proponendo la redazione di un Saggio sulletica e lefficacia della resistenza passiva170. Lo criticano: un simile concorso contraddirebbe il vero spirito della resistenza passiva, poiché sembrerebbe che il suo scopo sia comprarsi i consensi. La conferenza per la quale è venuto si impantana, perché gli inglesi non vogliono sentire ragione: i diritti dei non europei del Sudafrica sono incompatibili con i loro interessi. Gandhi invita il leader meticcio Abdurhaman a digiunare; gli parla della Lettera a un hindu attribuita a Tolstoj, che lui ha letto in prigione e che l’ha tanto colpito; l’altro gli risponde che i militanti dell’APO non vogliono sentir parlare della resistenza passiva, ma gli propone di scrivere un articolo sull’argomento per il giornale. Cosa che fa la settimana successiva67.

All’inizio dell’autunno del 1909, Gandhi è ancora a Londra. Vuole vederci chiaro: la Lettera a un hindu è davvero di Tolstoj? Il 1° ottobre scrive all’autore di Guerra e pace per chiedergli l’autorizzazione di far stampare la sua Lettera, se è davvero sua, in 20.000 copie154. Aggiunge alcune osservazioni importanti sulla sua concezione religiosa:

Alla fine della sua conclusione, lei sembra voler sviare il lettore dalla sua fede nella reincarnazione. È forse un’impertinenza da parte di mia dirle quello che segue? Io non so se lei ha studiato la questione in modo approfondito. La reincarnazione o trasmigrazione è una credenza molto cara a milioni di creature in India, come del resto in Cina. Si tratta davvero, per molti asiatici, di un fatto di esperienza e non di un postulato meramente teorico. La reincarnazione spiega, con il soccorso della ragione, molti misteri della vita. Essa è stata la forza consolatrice di tanti resistenti passivi durante la loro incarcerazione nel Transvaal. Il mio scopo, scrivendole queste righe, non è convincerla della verità della dottrina, ma chiederle se le sarebbe possibile ritirare la parola “reincarnazione” – concetto che, insieme ad alcuni altri, sembra nella sua lettera marcato da scetticismo. [...] Con i miei rispetti, Suo obbediente servitore.169

La lettera di Gandhi arriva a Jasnaja Poljana il 30 ottobre, meno di una settimana dopo essere stata spedita. Tolstoj quel giorno scrive sul suo diario: «Ricevuta una gradevole lettera da un hindu del Transvaal» e gli risponde in inglese il giorno stesso, confermandogli che è proprio lui l’autore della Lettera a un hindu, e aggiunge:

Noi qui portiamo avanti la stessa battaglia che combattete voi laggiù: quella della dolcezza contro la brutalità, della mansuetudine e dell’amore contro l’orgoglio e la violenza. Da noi vediamo questa battaglia crescere ogni giorno e manifestarsi nella sua forma più acuta nei conflitti tra legge religiosa e legge civile – nei rifiuti del servizio militare che continuano a moltiplicarsi. La fede nella reincarnazione non può essere ferma quanto la fede nell’immortalità dell’anima e nell’amore divino. Tuttavia, agisca secondo il suo desiderio per quanto riguarda questo passo. Io sarei molto felice di poter collaborare all’edizione che lei progetta. La traduzione e la diffusione della mia lettera non possono che farmi piacere. Non c’è questione di ricompensa pecuniaria, quando si tratta di un lavoro religioso. Sarei felice di tenermi in contatto con lei. Saluti fraterni...169

Il 10 novembre, ossia il giorno dopo che il «Times» rende noto il fallimento delle negoziazioni del governo con le «minoranze del Sudafrica», Gandhi, ancora a Londra, risponde a Tolstoj accludendo alla sua lettera, con molto orgoglio, la sua prima biografia, scritta e pubblicata a Londra dal pastore sudafricano Doke. Nella lettera trapela il suo orgoglio per la battaglia che conduce, definita la «più grande dei tempi moderni»154:

Per me, la battaglia portata avanti dagli indiani del Transvaal è la più grande dei tempi moderni. Essa è stata idealizzata come tale, sia a causa del suo obiettivo che dei mezzi impiegati per condurla. Non conosco battaglie in cui i combattenti non finiscano per trarne qualche vantaggio personale, non conosco battaglie in cui il 50 per cento delle persone che vi partecipano abbiano sofferto tanto e subito tante prove in nome di un principio. Non sono ancora riuscito a far conoscere questa lotta quanto vorrei. Lei oggi può raggiungere il più vasto pubblico possibile. [...] Il suo interesse, la sua simpatia, mi stanno molto a cuore, e così ho pensato che inviarle quest’opera non sarebbe stato un gesto vano. Se i fatti narrati nell’opera del signor Doke le saranno sufficienti, e se riterrà che questi fatti giustifichino le mie conclusioni, posso pregarla di usare la sua influenza, nella maniera che giudicherà opportuna, per far conoscere questo movimento al mondo intero?170

Tolstoj, malato, non risponde. Gli resta meno di un anno da vivere. Gandhi è mortificato da questo silenzio.

Nel frattempo, Sri Aurobindo esce di prigione dove è rimasto per un anno; la sua vita ne è stata sconvolta. Racconta di avere sperimentato degli stati di coscienza radicalmente nuovi. Ritiene che la sua missione ormai vada oltre l’indipendenza dell’India e mira alla liberazione politica e morale di tutta l’umanità! Per sfuggire agli inglesi, si trasferisce a Pondicherry, città allora sotto l’autorità francese, e invita i suoi militanti a seguire, d’ora in poi, Bagha Jatin Mukherjee, il suo “braccio destro” in seno all’organizzazione clandestina.



Contro l’“Englishistan”

Il 13 novembre, Gandhi lascia l’Inghilterra per il Sudafrica a bordo del piroscafo Kildonan Castle169. È convinto che al suo arrivo dovrà tornare in prigione per la quinta volta; in carcere si trova già, tra gli altri, il figlio Harilal, condannato per la quarta volta. Si aspetta la fusione degli Stati del Sudafrica e un inasprimento dell’atteggiamento inglese verso le minoranze.

Sulla nave, turbato dalla conversazione con i giovani estremisti che ha incontrato, combattuto tra l’odio per l’Occidente e la sua avversione per la violenza, scrive di getto, tra il 13 e il 22 novembre, nella lingua gujarati a lui familiare, un manifesto ostile alla violenza intitolato Hind swaraj (come abbiamo già visto swaraj, nei Veda, significa ‘autonomia’)179. L’incipit è un po’ enfatico: «Scrivo qui perché non posso più tenermelo dentro. Ho molto pensato e letto...»178. Una parte del libro consiste in un dialogo tra il “Pacifista” (Gandhi) e il “Lettore” (un terrorista). Quest’ultimo comincia così: «Prima ammazzeremo qualche inglese, e semineremo il terrore [...]. Intraprenderemo una guerriglia e sconfiggeremo gli inglesi».

Al che Gandhi risponde:

In altre parole, voi volete profanare la terra santa dell’India. Non tremate all’idea di liberare l’India commettendo degli omicidi? I milioni di indiani non lo vogliono. Solo chi è intossicato da una miserabile civiltà moderna la pensa così [...]. La vera autonomia è il dominio o il controllo di se stessi.

E ancora:

La resistenza passiva o forza d’animo è superiore alla forza delle armi. In queste condizioni, come possiamo considerarla l’arma dei deboli? I fautori della forza fisica non sanno niente del coraggio necessario a un resistente passivo. Credete forse che un vigliacco possa mai infrangere una legge iniqua?179

Gandhi fa anche delle osservazioni sulla violenza contro gli animali: «Un uomo è utile esattamente quanto una mucca», e «la mucca è il simbolo della fratellanza tra l’uomo e la bestia». La protezione della vacca ha un più alto valore etico dello swaraj, perché essa può allontanare la “liberazione finale dalle reincarnazioni” (moksa). Non bisogna biasimare gli inglesi, dice Gandhi, ma compatirli109. La Camera dei Comuni, che osa chiamarsi la «Madre di tutti i parlamenti» è in realtà una prostituta che non avrà mai figli. La pretesa “civiltà moderna” è una malattia: i popoli vivono come dei folli, i treni e le macchine portano alla pigrizia e alla schiavitù. L’India, dice Gandhi, non sarà mai atea come è diventato l’Occidente. Qui Gandhi riprende un’idea che ha letto, come abbiamo visto, in Vivekananda: «L’India è schiacciata dalla civiltà moderna, non dagli inglesi. Prima del loro arrivo, noi eravamo un sol popolo. Loro hanno creato le nostre differenze. Loro ci dominano con i loro tribunali, con le loro medicine». E aggiunge che la libertà, che non è un fine in sé, passa per la conquista di sé: «Siamo liberi di dire la verità, non liberi di mentire; liberi di servire gli altri, non di sfruttarli; liberi di fare il sacrificio di noi stessi, non di uccidere o ferire». Infine, conclude, con il suo senso innato per le formule: «Se cercheremo di modernizzare l’India sul modello inglese, l’India diventerà l’Englishistan»179.

Il 30 novembre, quando sbarca in Sudafrica, il testo è terminato. Contrariamente a quanto si aspetta, non viene arrestato appena messo piede a terra. Anzi constata, andando a Phoenix, che i militanti hanno stampato e diffuso dappertutto poesie, manifesti e volantini. Una poesia dice: «Se vi registrate sperando una falsa felicità / vi sbagliate del tutto e dovrete lasciare il Transvaal. / Meglio soffrire adesso e salvare la pelle alla fine»154.

Gandhi fa stampare 20.000 copie della Lettera a un hindu di Tolstoj dalla tipografia della fattoria, The International Printing Press, e pubblica il suo Hind swaraj in due parti sull’«Indian Opinion», l’11 e il 19 dicembre, poi sotto forma di opuscolo54. Ne fa lui stesso una traduzione in inglese, che ottiene un grande successo in Sudafrica; in India, dove non circola nemmeno, viene immediatamente bandita. Tilak trova l’opera «inutilizzabile»; Gokhale, che si interessa da tempo a Gandhi, rimane deluso, e la definisce «l’opera di un imbecille», poi predice con indulgenza che lo rinnegherà entro un anno al massimo.

Il 29 dicembre, a Lahore, il Congresso (che ha eletto ancora una volta un inglese alla sua testa) applaude distrattamente la battaglia condotta in Sudafrica. Gokhale espone i metodi di resistenza passiva di Gandhi e chiede per essi maggiore attenzione. Nel frattempo Mukherjee soprannominato “Jatin”, senza dubbio d’accordo con Sri Aurobindo e come in risposta al libro di Gandhi, lancia una serie di attentati terroristici.

Il 4 aprile 1910 Gandhi invia il suo Hind swaraj a Tolstoj, che non ha risposto alla lettera precedente: «Sono dispiaciuto di importunarla, ma se la salute glielo permette, e se ha tempo di esaminare la mia opera, è inutile dire che apprezzerò molto un suo giudizio sulle mie pagine»169. L’8 maggio (all’indomani della morte di Edoardo VII, a cui succede il figlio Giorgio V), Tolstoj risponde a Gandhi:

Ho letto la sua opera con immenso interesse, poiché penso che il problema da lei trattato in quelle pagine (la resistenza passiva) sia di importanza capitale non solo per l’India, ma per l’umanità intera. Non trovo più la sua lettera precedente, ma ho letto con passione la sua biografia scritta da Doke: essa mi ha permesso di conoscerla meglio e comprenderla. Attualmente ancora in convalescenza, sono costretto a sforzarmi di non scriverle tutto quello che avrei da dirle in merito al libro e a tutta la sua attività che ammiro. Lo farò non appena starò meglio. Suo amico e fratello...169

Qualche giorno più tardi, il 19 maggio, a Baramati, vicino a Pune, in una famiglia bramina e ortodossa nasce Nathuram Godse. Trentasette anni dopo assassinerà Mohandas Gandhi.



La fattoria Tolstoj

Nell’estate del 1910, come Gandhi aveva temuto, le colonie del Capo, Natal, Orange e Transvaal si fondono in un’Unione Sudafricana. Su 3,5 milioni di abitanti, un milione è di origine europea, di cui più di due terzi afrikaaner. Meno di 200.000 sono indiani. Il resto, ovvero i due terzi, sono africani. La nuova costituzione permette alle ex repubbliche boere di applicare un sistema elettorale totalmente segregazionista, mentre la colonia del Capo concede il diritto di voto ad alcuni indiani, meticci e africani, mediante criteri di reddito molto restrittivi. La capitale dell’Unione è fissata a Pretoria, la sede del Parlamento al Capo. Sono inclusi in questo insieme, sotto protettorato britannico, il Basutoland (futuro Lesotho), lo Swaziland (regno dello Ngwane) e il Bechuanaland (futuro Botswana). I militanti africani, guidati da John Dube, sognano di unirsi a tutte le altre minoranze e si mettono a immaginare una nuova organizzazione per lottare contro la terribile discriminazione che subiscono. Kallenbach e Gandhi li appoggiano mettendo a loro disposizione la tipografia67.

In ogni parte dell’Unione, specialmente nel Transvaal, la repressione comincia a indebolire la comunità indiana: degli operai tamil, particolarmente attivi, sono deportati in India, senza la loro famiglia; molti commercianti sull’orlo del lastrico si ritirano dall’azione; il Congresso del Natal non ha più i mezzi per sostenere le famiglie dei detenuti nel paese o altrove, anche se un ricco industriale indiano come Sir Ratan Tata fa al Congresso del Natal una donazione di 25.000 rupie, imitato dal Congresso Nazionale Indiano, dalla Lega Musulmana e il Nizam-Ul-Mull, ovvero la dinastia Asaf Jahi che regna sfarzosamente da secoli a Hyderabad.

Gandhi giunge alla conclusione che, per ospitare e aiutare le famiglie di questi prigionieri, una fattoria sarebbe la soluzione migliore; Phoenix, a quasi due giorni di treno da Johannesburg, è troppo lontana dal Transvaal, principale teatro delle lotte. Dunque non è pensabile.

Il 30 maggio 1910, Kallenbach (che ha già finanziato la fattoria di Phoenix) compra una nuova proprietà di circa 500 ettari a 35 chilometri da Johannesburg; l’architetto scrive a Tolstoj per chiedergli l’autorizzazione di dare il suo nome al luogo. Nessuna risposta. Viene istituita la fattoria. Gandhi vi instaura una disciplina simile a quella di Phoenix: tre pasti, preghiera della sera, lavoro manuale66. Una famiglia africana vi alloggia senza essere considerata membro della comunità65. Quando Gandhi è lì non si fa ricorso alle medicine, come se la sua presenza (dicono i fedeli) bastasse a proteggerli dalle malattie. Poiché il suo studio di avvocato è situato a Johannesburg, è più presente a Tolstoj che a Phoenix, dove la sua famiglia risiede da cinque anni.

Harilal, il primogenito, ne ha abbastanza di questa vita. Adesso ha ventitré anni e vuole partire con la moglie per l’Inghilterra per studiare Legge, come suo padre. Gandhi rifiuta, spiegandogli che è «una perdita di tempo»54. Quando, due mesi dopo, un amico di Gandhi residente a Londra offre una borsa di studio per un giovane a sua scelta perché vi studi Legge, lui spinto da un inesorabile senso di giustizia sceglie un nipote, non suo figlio! In seguito, Harilal gli rinfaccerà di averlo sempre scoraggiato e di aver imposto i suoi diktat. Si produce una vera rottura con questo figlio che ha solo diciott’anni meno di lui e che soffrirà sempre per avere un padre celebre. Demoralizzato, manda sua moglie Gutlab e la figlia più piccola Raun a Rajkot.

Quell’anno, il governo nomina viceré il liberale Lord Charles Hardinge al posto di Lord Minto. Appena assunte le sue funzioni, annuncia l’intenzione di unificare il Bengala, la cui divisione ha portato solo disastri.

Il 15 agosto Gandhi, che ancora aspetta la risposta promessa da Tolstoj, gli invia un’altra lettera:

Apprezzo molto l’approvazione generale che lei ha dato al mio libretto su La legge dautonomia dellIndia, e se ha il tempo di scrivermi ancora, mi rallegro in anticipo di leggere la critica dettagliata dell’opera che ha avuto la bontà di promettermi nella sua lettera [...]. Non dovrei importunarla con tutte queste sciocchezze, se non conoscessi l’interesse personale che lei ha verso la lotta di resistenza passiva portata avanti nel Transvaal.154

Più tardi, Gandhi ricuserà l’espressione «resistenza passiva» che gli sembrerà impropria per definire la sua azione.

Il 7 settembre, da Kotchery, dove la figlia maggiore ha una proprietà, Tolstoj finalmente risponde con una lettera molto esauriente:

Ho ricevuto il suo periodico, l’«Indian Opinion», e ho provato una grande gioia nel leggere ciò che vi è scritto a proposito dei non resistenti [...]. In realtà, questa non resistenza altro non è che l’insegnamento dell’amore, non falsato da interpretazioni menzognere. L’amore (ovvero l’aspirazione all’armonia delle anime umane, e l’azione che deriva da questa aspirazione) l’amore è la legge suprema, unica della vita umana. Ogni uomo lo sa per averlo sentito nel più profondo della sua anima: lo percepiamo così nettamente da bambini, fino al giorno in cui la menzogna di tutti gli insegnamenti del mondo getta le idee nella confusione. È nostro dovere sopprimere ogni regime basato sulla violenza con le sue imposte, le sue istituzioni politiche e poliziesche [...]. Ecco perché la sua attività nel Transvaal è un’opera fondamentale, l’iniziativa più importante tra tutte quelle attualmente in corso nel mondo.169

Quest’ultima frase è una meravigliosa ricompensa, per Gandhi. Con questa lettera dello scrittore russo (che morirà meno di due mesi dopo, il 28 ottobre, nella catapecchia del capostazione di Astapovo), Gandhi «riceveva da Tolstoj morente», scriverà Romain Rolland, «quella santa luce che il vecchio apostolo russo aveva covato in sé, alimentata dal suo amore, nutrita dal suo dolore; e ne faceva la fiaccola che ha illuminato l’India. Il suo bagliore ha toccato ogni parte della Terra»133.

A gennaio del 1911, Gandhi contratta ancora (ma sempre invano) con il generale Smuts per far abrogare la legge sul censimento, mentre in India il nuovo viceré, Hardinge, trasferisce la capitale da Calcutta a Nuova Delhi e parla di rinunciare alla divisione del Bengala.

A febbraio, Jatin Mukherjee, delegato da Aurobindo, incontra il Kronprinz in visita a Calcutta e ottiene da lui la promessa di una fornitura d’armi in vista di un’insurrezione indipendentista. Prende inoltre contatto con diversi militanti in Europa per andare a prenderle e chiede ai suoi uomini negli Stati Uniti di prepararsi a un’azione clandestina in grande stile che stringerà l’India in una morsa grazie a truppe venute dall’Afghanistan e dalla Thailandia95.

In Sudafrica si moltiplicano le trattative: Gandhi incontra Smuts il 27 marzo, il 22 aprile e il 3 maggio; questi sembra accettare un accordo provvisorio sull’abrogazione della legge.

Il 16 maggio, Harilal non ne può più e scappa dalla fattoria Tolstoj. Kallenbach parte alla sua ricerca, lo ritrova a Delagoa Bay e lo trascina indietro come un delinquente. Grande crisi. L’indomani, il giovane è messo su una nave per raggiungere moglie e figlia a Rajkot.

Il 1° giugno 1911 i prigionieri del satyagraha sono rilasciati. Ma la legge resta in vigore: Smuts non osa contraddire i coloni.

Il 6 luglio un giovane vietnamita di ventun anni, Nguyen Tat Thanh (detto Nguyen Ai Quoc, e più tardi Ho Chi Minh) si fa ingaggiare su una nave della Compagnia degli Scaricatori Riuniti e si ritrova a Marsiglia, poi vicino a Le Havre dove, il 5 settembre, fa domanda di ammissione alla Scuola Coloniale17. Domanda respinta. Trentacinque anni dopo diventerà il leader del suo paese.

L’8 dicembre, sconfortato dal non arrivare a una soluzione, Gandhi invita Gokhale, nella speranza che il gran leader indiano ottenga da Smuts ciò che lui, modesto avvocato, non è riuscito a ottenere.

L’8 gennaio 1912, alcuni insegnanti e avvocati africani, appoggiati dagli indiani del Congresso e dai meticci del Sol Plaatje, creano a Bloemfontein l’African National Congress (ANC) ed eleggono John Dube a capo dell’organizzazione. Su richiesta di Kallenbach e d’accordo con Gandhi, l’«Indian Opinion» pubblica il manifesto dell’ANC66. Questa sarà l’unica collaborazione tra Gandhi e il movimento di cui Nelson Mandela sarà un giorno il leader.



Il terzo satyagraha

Gokhale arriva nel Transvaal nel marzo del 1912. È accolto come un ospite ufficiale dal governo locale, che gli mette disposizione una carrozza-salone per i suoi spostamenti. Gandhi si comporta come se fosse il suo segretario e maggiordomo e gli chiede di cercare di ottenere anche la cancellazione della tassa di 3 sterline che pesa sui lavoratori a contratto.

Il 16 marzo, Gokhale incontra a Pretoria Louis Botha, divenuto il primo dirigente della nuova Unione Sudafricana, e il generale Smuts, diventato ministro degli Interni, della Difesa e delle Miniere. Alla fine dell’incontro, Gokhale dice a Gandhi: «Tutto è deciso: lei tornerà in India tra un anno. L’Asian Act sarà abrogata e la tassa di 3 sterline abolita». «Ne dubito», replica Gandhi. «Lei non conosce quei ministri come me»109.

E, in effetti, non succederà niente di tutto ciò.

Gokhale è affascinato dall’aura e dall’ascendente di Gandhi. E nota la straordinaria devozione dei militanti che lo circondano. Insiste perché Gandhi lo raggiunga al più presto in India. Mohandas acconsente e inizia i preparativi. Il 22 ottobre accompagna Gokhale fino a Lourenço Marques, in Mozambico, poi a Zanzibar, nel suo viaggio di ritorno verso l’India. Rientrando a Bombay, Gokhale dichiarerà ai suoi compagni d’armi, parlando di Gandhi: «In sua presenza, uno si vergogna di fare una qualsiasi cosa indegna, e ha addirittura paura di fare pensieri indegni...»154.

Di fatto, a novembre, una volta partito Gokhale e come Gandhi aveva previsto, il generale Smuts dichiara al Parlamento del Sudafrica che, nonostante la sua promessa, l’ostilità degli europei nel Natal impedisce di abolire l’obbligo di schedatura degli indiani come anche la tassa di 3 sterline che grava sugli ex braccianti residenti e sulle loro famiglie.

Il 12 dicembre, in visita ufficiale in India, Giorgio V annuncia ufficialmente lo spostamento della capitale dell’India britannica da Calcutta a Delhi e conferma la riunificazione dei due Bengala. Queste due decisioni provocano l’ira dei musulmani e il viceré Lord Hardinge scampa per un soffio a un attentato.

Gandhi ne ha abbastanza: tutte le sue lotte sono inutili. E Gokhale ha tanto insistito... Decide così di tornare in India a metà luglio del 1913 e lo scrive sull’«Indian Opinion». Ma, ancora una volta, non potrà farlo.



La marcia delle donne

Nuovo affronto per gli indiani del Sudafrica: il 14 marzo un verdetto della Corte Suprema dell’Unione dichiara che, in applicazione della nuova Costituzione, tutti i matrimoni che non siano stati celebrati secondo un rito cristiano e registrati all’ufficio matrimoni sono nulli. In altre parole, le unioni contratte da hindu, musulmani e parsi diventano dall’oggi al domani illecite e i figli che ne sono nati si ritrovano illegittimi! Questa volta la faccenda è più seria. Le donne prendono in mano la battaglia109. Il 30 marzo manifestano in tutto il paese. Molte, tra cui Kasturba (per la quale è la prima manifestazione pubblica) finiscono in prigione54. Il 12 aprile, sull’«Indian Opinion», Gandhi protesta contro questa misura. Le donne sono liberate. Il 19 maggio minaccia il governo di nuove manifestazioni se non terrà fede alle proprie promesse.

Il 7 giugno rimanda ancora una volta il suo ritorno in India e si prepara a lanciare un nuovo satyagraha sulla questione della validità dei matrimoni. Il 28 si dichiara pronto a negoziare con Smuts e comincia a farlo, ma non ottiene niente; il 13 settembre annuncia il fallimento delle trattative e il 15 rilancia la resistenza passiva in modo nuovo: con una marcia. Nessuno sa se sia stato Mohandas, oppure Kasturba, ad aver avuto l’idea di questa forma di azione. In ogni caso, d’ora in poi la donna interverrà spesso nelle modalità operative di Gandhi.

16 persone, tra cui Kasturba, partono dalla colonia di Phoenix, nel Natal, per il Transvaal. Arrestate perché senza permessi al loro ingresso nel paese, sono incarcerate il 23 settembre.

In senso contrario, qualche giorno dopo, undici donne provenienti questa volta dalla fattoria Tolstoj, nel Transvaal, entrano senza autorizzazione nel Natal e si dirigono verso la città mineraria di Newcastle; prima di essere arrestate, convincono i minatori a scioperare per ottenere l’abolizione della vecchia tassa di 3 sterline che impedisce loro di restare in Sudafrica allo scadere dei cinque anni. I minatori sono infatti dei girmitiya e questa tassa è la loro maggiore preoccupazione: se verrà tolta, potranno sperare di diventare liberi cittadini del Sudafrica, lasciare la miniera e restare nel paese. Dunque si agitano, manifestano, parlano di sabotare le miniere. Il 17 ottobre, per prevenire qualsiasi atto di violenza da parte loro, Gandhi si reca a Newcastle e chiede loro di smettere di lavorare nella massima calma possibile fino a quando sussisterà la legge sulle 3 sterline: 3.000 minatori giurano e si mettono in sciopero.

La situazione diventa molto più preoccupante per gli inglesi: le miniere sono sacre! Così i proprietari delle concessioni tagliano l’acqua alle case dei loro dipendenti. Allora anche i minatori si mettono in marcia67. A Balfour vengono arrestati e ammassati su treni diretti nel Natal; loro rifiutano di salirci senza aver ricevuto un espresso ordine di Gandhi bhai (‘fratello Gandhi’). Li costringono a obbedire e alcuni sono rinchiusi nelle miniere, che divengono orribili prigioni.

Il 24 ottobre Gandhi, non trovando aiuto nel Natal, decide di marciare anche lui verso la fattoria Tolstoj, nel Transvaal66. Raduna 2.037 uomini, 127 donne e 57 bambini che sperano di essere arrestati e messi in prigione lungo il percorso.

Il 28 ottobre la marcia comincia. In due giorni gli scioperanti, sfamati con mezzo chilo di pane e 30 grammi di zucchero, percorrono 50 chilometri fino a Charleston, al confine. Leggenda vuole che una donna continui a marciare malgrado la morte del suo bambino154.

Con questa marcia, lo sciopero si estende. Persone totalmente analfabete, che vivono come schiavi, lasciano il lavoro, impassibili davanti alla violenza. Nessuna traccia di anarchia. Per volere di Gandhi, continuano la pulizia delle strade e il lavoro negli ospedali66. Il 3 novembre annuncia che entrerà nel Transvaal.



Il massacro di Durban

Il 5 novembre manda un telegramma a Smuts per chiedergli di abolire la tassa e legalizzare i matrimoni non cristiani. Invano. Quello stesso giorno, a Durban, il governo apre il fuoco col falso pretesto che alcuni manifestanti avrebbero lanciato delle pietre. Bilancio: quattro morti e decine di feriti. Il principale dirigente africano, John Dube, fondatore dell’ANC, assiste al massacro e testimonia:

Ho visto cinquecento indiani seduti a terra, circondati da commissari bianchi, donne e poliziotti bianchi [...]. Gli indiani sono picchiati con strisce di cuoio: «Alzatevi, al lavoro!». Nessuno si muove. Poi un indiano risponde: «Fino a quando Gandhi Raja [‘re Gandhi’] starà in prigione, noi non lavoreremo». Gli altri li colpiscono ancora con fruste, bastoni. Vengono picchiati uomini, donne e bambini, indistintamente. Molti piangono da spezzare il cuore, ma senza muoversi. Poi la cavalleria li carica. Dopodiché trascinano via un indiano, senza dubbio il loro leader, in stato pietoso. Improvvisamente un poliziotto bianco grida a un poliziotto della mia razza [africano]: «Ammazzalo! È quello che si merita». Il poliziotto nero lo uccide. Poi ne vengono abbattuti altri due.65

Shock terribile per l’opinione pubblica. Alcuni europei che assistono a queste atrocità cominciano a protestare. La stampa indiana ne parla a titoli cubitali. Smuts stesso rimane turbato. Gandhi, sentendosi in colpa, pensa di fermare quel movimento che ha provocato dei morti. Ma non lo farà, mentre come vedremo, più tardi in India, trovandosi in circostanze simili lo farà cessare.

Il 6 novembre, alcuni bambini della colonna di Gandhi attraversano il confine per primi senza che la polizia osi sparare. Il governatore generale invia al ministro delle Colonie a Londra un messaggio rassicurante: «Il signor Gandhi si trova in grande difficoltà. È affaticato dai fantasmi che lui stesso ha creato e non vuole avere più la responsabilità di alimentarli. Il dipartimento desiderava arrestarlo, ma il ministro ha pensato diversamente»169. Il 7 novembre Gandhi viene arrestato, poi rilasciato sotto cauzione, e si unisce alla marcia. L’8 è di nuovo arrestato a Standerton; riconosciuto e liberato, prosegue la sua marcia. Il 9, arrestato a Teakworth, viene portato a Balfour. Il 10 inizia un semisciopero della fame (un solo pasto al giorno) fino all’abolizione della tassa e decide di indossare la tunica dei lavoratori a contratto. È più che mai “girmitiya Gandhi”, adorato dai minatori, che non muovono un passo senza il suo permesso. L’11 è condannato a Dundee a nove mesi di carcere a regime duro. Il 13 è mandato al Volksrust Gaol. Il 14 è condannato a tre mesi supplementari di carcere! Infine, giunto il 16 a Johannesburg, è arrestato e condannato a 60 sterline di multa o nove mesi di prigione a regime duro: lui sceglie la prigione66.

Nel frattempo, il massacro di Durban continua a fare effetto sull’opinione pubblica. In India vengono organizzate delle manifestazioni. Il primate anglicano dell’India, Monsignor Leroy, protesta in una lettera aperta alla stampa. A Delhi, scioccato, il viceré Lord Hardinge esige un’inchiesta sulle atrocità commesse a Durban. In un discorso straordinario pronunciato a Madras il 17 novembre, dichiara:

Delle persone come me, che non sono indiane ma molto legate all’India, si uniscono con simpatia agli sforzi degli indiani. Recenti incidenti sono finiti male. Sono state mosse delle accuse per atti di violenza che non possono essere tollerati da un governo o da popoli che si definiscano civilizzati. Il governo sudafricano smentisce queste accuse. Ma sembra che ci sia un’ammissione in questa smentita, e io penso che il governo sudafricano non abbia fatto mostra di saggezza. Diviene urgente nominare una commissione imparziale per indagare su questi incidenti e dimostrare all’India e al mondo la nostra obiettività. Potete essere certi che il governo dell’India, da parte sua, non lascerà alcuna accusa senza risposta e presenterà la questione al governo britannico.169

Nessun viceré si era mai espresso così contro il proprio governo e contro il governo di un’altra colonia inglese. A Pretoria, Botha, furioso, chiede a Londra di richiamare Lord Hardinge. Londra esita, ma non osa acconsentire a questa richiesta: Hardinge è diventato immensamente popolare in India e il suo mandato di cinque anni non è ancora scaduto.

Nel frattempo, Minto considera Sri Aurobindo l’uomo più pericoloso e Curzon protesta contro l’idea dell’università di Oxford di conferire a Rabindranath Tagore una laurea honoris causa: «In India ci sono personaggi più notevoli di Tagore».

Intanto, Tagore, dopo Rudyard Kipling e prima di Romain Rolland, riceve il premio Nobel per la letteratura. Il suo Asilo di Pace (Shantiniketar), fondato nel 1901 a 75 chilometri a ovest di Krishnanagar (a nord di Calcutta), diviene l’università Vishwa Bharati, dove studenti di tutto il mondo vanno a iniziarsi alle filosofie dell’India. Gandhi sogna di ispirarsi a questo per creare un proprio asram.

Sebbene molto malato, Gokhale intraprende una campagna di mobilitazione per i disobbedienti sudafricani e incarica due inglesi, discepoli di Rabindranath Tagore, il reverendo Charles Andrews e William Pearson, di andare a sostenere Gandhi. Questi invece pensa di inviare alcuni suoi compagni da Tagore e Gokhale, partito per farsi curare in Gran Bretagna; Gokhale gli scrive invitandolo a raggiungerlo a Londra, per poi rientrare insieme in Sudafrica.

Ma prima bisogna concludere la battaglia in corso. E, poiché niente funziona, Gandhi pensa di utilizzare un’altra arma: lo sciopero della fame.



Vittoria con lo sciopero della fame

Fine novembre del 1913: il generale Smuts tenta di salvare la faccia istituendo una commissione d’inchiesta di tre membri... tutti noti per le loro posizioni razziste! Gandhi rifiuta di testimoniare e, il 6 dicembre, inizia uno sciopero della fame, il primo che intraprende per ragioni politiche. Nella sua infanzia ha visto certamente sua madre digiunare e lui stesso ha già digiunato per motivi religiosi. Vede i suoi amici musulmani digiunare ogni anno per il ramadan. Ha sempre considerato il digiuno un modo di purificare lo spirito e punirsi per le proprie debolezze. Nella sua mente il digiuno non è un ricatto, ma una maniera di mostrare che ha coscienza del proprio fallimento e nel contempo di far riflettere l’altro sulle proprie mancanze158. Un modo per il più debole di avere moralmente la meglio sul più forte.

Con Smuts funziona: sopraffatto dagli scioperi, spinto sia dalla propria coscienza che dalla stampa e dal governo di Londra, e sconvolto dal massacro di Durban, abolisce la tassa di 3 sterline sugli ex lavoratori residenti, legalizza i matrimoni celebrati secondo i riti indiani e fa in modo che un semplice certificato di residenza con sopra l’impronta digitale sia sufficiente per essere ammessi legalmente nell’Unione Sudafricana.

Dopo otto anni di lotta, le principali rivendicazioni dei tre satyagraha sono dunque soddisfatte, almeno all’inizio... Quanto a Gandhi, il 18 dicembre viene liberato senza condizioni e interrompe lo sciopero della fame durato dodici giorni.

Dopo qualche giorno però si lancia in un nuovo sciopero della fame di due settimane, questa volta per punirsi del fatto che un membro della fattoria ha avuto dei rapporti sessuali...109

Vinta questa battaglia, riceve numerose lettere di congratulazioni dall’India e in molte di queste, provenienti dal Gujarat, viene chiamato “Mahatma”, ovvero, secondo la tradizione hindu, colui i cui pensieri, parole e atti sono in completa armonia: «Colui il cui cuore sanguina per i poveri, gli oppressi e i perseguitati», diceva Vivekananda.

Tutti vogliono vederlo e cercano il suo aiuto. Ironia della storia: gli impiegati bianchi della South African Railways (gli stessi che, poco più di vent’anni prima, l’avevano cacciato da una carrozza di prima classe e che lo farebbero di nuovo senza dubbio se ci provasse) vanno a chiedergli il suo appoggio! Lui rifiuta, non per questo motivo, ma perché il satyagraha non permette di accanirsi sul nemico quando questi è debole. Ora Smuts, dice Gandhi, sconfitto dagli indiani, è vulnerabile...

Quell’anno, in Francia, il tenente colonnello Do Huu Chanh, ufficiale appartenente a una famiglia vietnamita anticamente naturalizzata, chiede di essere ammesso a seguire i corsi all’Accademia militare. Il generale Joffre, capo di Stato Maggiore dell’esercito, rifiuta: «Data la sua origine, il tenente colonnello Do Huu Chanh non deve accedere ai vertici della gerarchia. In queste condizioni, è fuori questione farlo accedere all’istruzione militare superiore»17.

Il 22 gennaio 1914 l’accordo con Smuts è confermato. La firma richiederà ancora qualche mese, per le necessarie ratificazioni parlamentari. Il satyagraha si ferma e la fattoria Tolstoj, che non ha più ragion d’essere, è messa in vendita. Gandhi decide di inviare i suoi uomini da Tagore e parla di raggiungere al più presto Gokhale.

All’inizio di febbraio Andrews e Pearson, inviati di Gokhale, prima di ripartire per l’India vanno a trovare John Dube, leader dell’ANC, per dirgli che a loro avviso l’African National Congress dovrebbe fondersi con l’Indian Congress e apprendere da questo le tecniche della nonviolenza, che hanno dato i loro frutti. Dube risponde loro che il massacro di Durban ha contato molto più della nonviolenza nella vittoria degli indiani e aggiunge questa curiosa risposta: «Ho studiato a fondo la lotta degli indiani sotto la guida del signor Gandhi [...]. Noi non possiamo fare ciò che hanno fatto gli indiani. Noi non abbiamo quella propensione divina alla sofferenza. Se guidassi il mio popolo su quella strada, saremmo distrutti»65.



Fine dell’avventura sudafricana

Marzo 1914: prima di partire per l’India, pensando che non tornerà più in Sudafrica (lascerà Phoenix nelle mani del secondo figlio, Manilal), Mohandas, su un numero speciale dell’«Indian Opinion» in cui sono commemorati gli otto anni di satyagraha, pubblica una lunga riflessione su questo tema (una delle più teoriche che scriverà mai) che servirà da base all’azione futura:

Spinto al suo limite estremo, il satyagraha è indipendente da qualsiasi sostegno finanziario o materiale, e certamente, anche nella sua forma elementare, dalla forza fisica e dalla violenza. [...] In realtà, la violenza è la negazione di questa immensa forza spirituale che può essere coltivata o utilizzata solo da chi rinuncia del tutto alla violenza. È una forza utile sia agli individui che alle comunità. Essa può servire tanto nella vita pubblica quanto in quella quotidiana. Le sue possibilità di applicazione universale sono una dimostrazione della sua permanenza e della sua invincibilità [...]. L’uso di questa forza esige l’adozione della povertà nel senso che non dobbiamo preoccuparci di sapere se avremo i mezzi per vestirci o mangiare.

Poi ritorna sulle prove che ha affrontato e sul massacro di Durban:

Durante questa lotta, non tutti i satyagrahi erano pronti ad arrivare fino in fondo. Altri ne avevano solo il nome. Erano venuti senza convinzione, spesso con motivazioni ambigue o più di rado impure. Alcuni di loro, addirittura, mentre erano impegnati nella lotta avrebbero volentieri fatto ricorso alla violenza se non fossero stati strettamente sorvegliati. È per questo che la lotta è durata; perché l’esercizio della forza morale più pura, nella sua forma perfetta, dà quasi immediatamente soddisfazione. [...] Uno degli elementi fondamentali dell’educazione dovrebbe consistere nell’insegnare ai bambini che, nella lotta per la vita, è facile vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’accettazione della sofferenza.169

Sempre a marzo, mentre in Europa si vanno accumulando le tensioni che potrebbero trascinare la Gran Bretagna in una guerra mondiale, dei nazionalisti irlandesi e indiani cominciano a rivendicare la rispettiva indipendenza esigendo anche che venga accordata loro in previsione di un appoggio alla Gran Bretagna in un eventuale conflitto. Annie Besant lo fa sapere chiaramente a Londra: «Il prezzo della lealtà indiana è la libertà dell’India». Nel frattempo, Jatin Mukherjee continua a mettere in piedi un traffico internazionale di armi in collaborazione col governo di Guglielmo II.

In aprile, Gandhi, consapevole che i successi in Sudafrica gli aprono porte che possono rivelarsi utili nella prospettiva di future lotte in India, decide di tornare dapprima a Londra per incontrarvi Gokhale. Parte con la moglie e due dei figli, mentre Manilal resta a gestire la fattoria e l’«Indian Opinion». Harilal è già a Rajkot. Hermann Kallenbach pensa di accompagnarli.

A giugno, Tilak torna dalla Birmania, dove era stato esiliato, e si impegna a ricostituire l’unità del Congresso diviso tra riformisti e radicali; davanti alla guerra che sembra ormai inevitabile, si mostra docile: «È dovere di ogni indiano, grande o piccolo, ricco o povero, sostenere e aiutare al meglio il governo di Sua Maestà»154.

Il 30 giugno, all’indomani dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria a Sarajevo, Gandhi firma con il generale Smuts (divenuto ministro degli Interni del governo dell’Unione Sudafricana) l’accordo che soddisfa le principali rivendicazioni degli indiani. Una settimana dopo, Kallenbach conferma che lo accompagnerà: è risoluto a rifarsi una vita in India e a mettere in pratica le sue idee insieme all’amico. Decidono che andranno a Londra per incontrarsi con Gokhale, che al momento si sta curando in Francia, prima di ripartire insieme per l’India.

Il 6 luglio Gandhi riunisce i suoi amici per una riunione d’addio molto commovente. È arrivato in Sudafrica come giovane consigliere di un’impresa commerciale per 105 sterline all’anno e ha finito per guadagnarne 5.000. A Bombay, giovane avvocato, non era riuscito a svolgere un controinterrogatorio in un processo civile di scarsa importanza; in Sudafrica ha rinunciato alle sue ambizioni da avvocato, agli abiti inglesi, si è rasato il cranio, non mangia altro che frutta fresca o secca, si astiene dal parlare per un giorno intero alla settimana (prima il martedì, poi il lunedì). La battaglia è stata dura: è andato cinque volte in prigione per un totale di sette mesi, è stato aggredito sette volte. L’avvocato senza carisma è diventato un trascinatore di folle, a capo di un’importante organizzazione politica, fondata su una fede sempre più incrollabile: «È lì che la fede religiosa divenne in me una forza vivente. Ero andato in Sudafrica per guadagnarmi da vivere e mi sono ritrovato in cerca di Dio e della realizzazione di me stesso»170. Lo applaudono a lungo. Molti piangono. Lui sa che non tornerà mai più. In realtà, la sua opera non ha fatto sparire del tutto la discriminazione di cui sono oggetto gli indiani in Sudafrica. Il sistema dei girmitiya e l’apartheid sono rimasti; i commercianti sono ancora legati all’obbligo di un permesso di soggiorno; la maggior parte degli indiani non ha ancora diritto al voto. Africani e meticci sono vittime di restrizioni ancora peggiori.

Il 18 luglio, imbarcandosi per l’Inghilterra con Kasturba, due dei suoi figli e Kallenbach, Gandhi è ansioso: l’India per lui è solo, come dirà quel giorno, «un paese straniero»154. Infatti, da quando l’ha lasciata nel 1888, vi ha soggiornato per meno di quattro anni, e ogni volta soprattutto per perorare la causa di qualche migliaio di indiani del Sudafrica, causa così irrisoria rispetto alla posta in gioco nel subcontinente! Infatti il Natal e il Transvaal messi insieme sono meno estesi della più piccola provincia indiana, e la loro popolazione è di 2.500 volte minore... Lui di certo non nutre ancora l’ambizione di dirigere l’intera lotta anticoloniale ma, come in Sudafrica, non può che vedersi come un leader.

Intanto, informato della partenza di Gandhi, il generale Smuts mormora: «Il Santo ha lasciato le nostre coste, spero per sempre»66. Molti anni dopo, diventato un eroe della grande guerra, uno dei fondatori della Società delle Nazioni e maresciallo britannico, Jan Christiaan Smuts farà dono al National Museum africano del paio di sandali fabbricati per lui in prigione da Gandhi nel 1909, dichiarando che non si ritiene degno di portarli:

Fatalità ha voluto che io sia stato l’avversario di un uomo per cui nutrivo, già all’epoca, il più grande rispetto. Per Gandhi, tutto è andato secondo i suoi piani. Ha anche potuto godere di un meritato riposo in prigione, cosa che senza dubbio desiderava. Al contrario io, tutore dell’ordine, ero in una situazione impossibile. Dovevo applicare una legge relativamente impopolare e, per di più, ho dovuto subire l’umiliazione di doverla abolire. Per lui, in realtà, tutto ciò fu un completo successo.169

Gandhi. il risveglio degli umiliati

4. Hind swaraj (1914-1930)



Dimenticare Kallenbach

Il 18 luglio Gandhi, Kasturba, i due figli più piccoli e Kallenbach salpano per Londra. Tagliati fuori dal mondo per tutta la durata del viaggio, vengono a sapere solo da voci, durante gli scali, che le sorti dell’Europa stanno precipitando. Dopo l’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando a Sarajevo, il 28 giugno, l’ingranaggio si è messo in moto; il 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia; il 1° agosto la Germania alla Russia; il 2, la Gran Bretagna alla Turchia; il 3, la Germania alla Francia; il 4, l’Inghilterra alla Germania; il 5, l’Austria alla Russia. Il 6, a Calcutta, Lord Hardinge annuncia l’entrata in guerra del Raj. I principi e i leader del Congresso, da Gokhale a Tilak, non ci vedono alcun problema, ma i musulmani, Azad e i fratelli Ali, legati al sultano e califfo ottomano alleato dei tedeschi, preferirebbero, come afferma uno di loro, che «il governo del nostro califfo [l’imperatore] facesse la guerra al fianco del governo del nostro re-imperatore»109.

Tutte le vaghe riforme promesse senza convinzione dalle potenze europee restano così congelate; le colonie sono semplicemente chiamate a fornire truppe; il progetto di autonomia dell’Irlanda è sospeso per tutta la durata della guerra e un leader irlandese, John Redmond, esorta anzi i membri del suo gruppo indipendentista, l’Irish Volunteers Forces (IVF), ad arruolarsi nell’esercito britannico.

Quel giorno, quando sbarca a Southampton, Gandhi scopre che l’India è in guerra, quindi lui stesso è avversario di Kallenbach, l’amico che ha conservato la nazionalità tedesca! Non è accolto male, al contrario: il sostegno concesso dal viceré alla sua causa, dopo il massacro di Durban, ha legittimato il suo movimento agli occhi degli inglesi. E poi tutti a Londra hanno ben altro da fare che occuparsi di un oscuro militante coloniale: all’inizio di agosto, le truppe tedesche conquistano Liegi, poi Bruxelles, mentre Tokyo dichiara guerra a Berlino per invadere gli avamposti tedeschi in Cina.

Gandhi vuole agire e spingere gli indiani dell’India e del Sudafrica a contribuire. Per quanto lo riguarda, non se ne parla di partire per il fronte: ha quarantasei anni. Propone però di costituire un corpo ausiliario di barellieri, il terzo dopo quello della guerra dei boeri e quello del massacro degli zulu. Quando lo viene a sapere, Henry Polak, rimasto in Sudafrica, protesta con un telegramma: «Come può un nonviolento partecipare indirettamente alla guerra?»155.

A Berlino, il cancelliere Bethmann Hollweg, mantenendo la promessa fatta a Jatin Mukherjee a Calcutta nel 1911, dal figlio del Kaiser, fornisce alla rete di rivoluzionari i mezzi per noleggiare delle navi sulla costa californiana e spedire armamenti verso quella orientale dell’India, destando i sospetti dei servizi segreti inglesi e americani. Jatin Mukherjee ha uomini a Londra, Parigi, Berlino, New York, San Francisco, Seattle. E ha un piano: preparare un’insurrezione generale (di cui fissa la data al 21 febbraio 1915), poi, una volta ricevute le armi dall’Europa, impadronirsi del quartier generale dell’esercito imperiale a Fort William, vicino Calcutta, tagliare tutti i mezzi di comunicazione e di trasporto ferroviario della capitale e assumere il potere95. Il 26 agosto, approfittando del disordine dovuto agli inizi della mobilitazione, Jatin Mukherjee e i suoi uomini rubano alcune casse di pistole Mauser nel deposito di un importatore inglese e si lanciano in una serie di attentati terroristici.

Intanto, 18 giovani venuti dall’asram di Phoenix, condotti da Maganlal Gandhi, arrivano a casa di Tagore, nei pressi di Calcutta, per studiare con lui quello che potrebbe essere un loro asram.

A metà di settembre, l’offensiva tedesca, che si avvicina a Parigi a gran velocità, si blocca sulla Marna, in parte grazie ai taxi requisiti dal generale Gallieni [i rinforzi francesi inviati per partecipare alla controffensiva sulla Marna, una volta arrivati a Parigi, erano così esausti che il generale Gallieni requisì i taxi della città per trasportarli al fronte, N.d.T.]. Il 23, a Londra, Gandhi riunisce all’hotel Cecil alcuni giovani indiani lì presenti per esortarli «a seguire il cammino del dovere, da concepire dal punto di vista imperiale». Di fatto, truppe indiane cominciano a partire per il fronte in Medio Oriente, Francia e Belgio, in particolare per combattere sulla Somme, poi a Ypres; molti vi troveranno la morte tra l’estate e l’autunno del 1914. In totale, saranno inviati al fronte più di un milione di soldati indiani, animati dalla speranza che quel contributo sarebbe stato ricompensato alla fine della guerra con l’indipendenza del loro paese. Vent’anni dopo, un parlamentare britannico, Lord Lansbury, dipingerà l’impressione prodotta nel 1914 dalla straziante tragedia del corpo d’armata indiano:

che, a costo di pesanti perdite, ha fermato il grande assalto tedesco dell’autunno del 1914 e ha così salvato l’Impero britannico [...]. Queste truppe erano state inviate dalla loro soleggiata patria in Francia, quella Francia che avevano raggiunto solo dopo una lunga traversata. Molti di loro non sapevano chi fosse il nemico che andavano a combattere, certi credevano addirittura che fossero i russi! Del tutto ignare della tattica moderna, queste truppe erano state gettate direttamente nella spaventosa carneficina di Ypres.

Prima delusione: Gandhi spera di rivedere Gokhale, che dovrebbe aspettarlo, ma questi non c’è, poiché è rimasto bloccato in Francia. Che fare? Nel frattempo, riceve una lettera di Tagore in cui il poeta gli comunica l’arrivo della gente di Phoenix e lo ringrazia di «permettere ai suoi discepoli di essere anche i nostri e intessere un vivo legame nella sadhana delle nostre due vite»109. Lo aspetta al più presto.

A ottobre, il corpo di barellieri di Gandhi è operativo; tra loro, una giovane e ricca bengalese, Sarojini Naidu, venuta a Londra a studiare poesia, che lo soprannominerà più tardi “Mickey Mouse”. Non lo lascerà più per quarant’anni. Come in Sudafrica, vuole decidere tutto lui; quando l’esercito gli spiega la gerarchia e la disciplina, e che il suo corpo ausiliario deve essere sottoposto agli ordini di un ufficiale britannico, lui minaccia, dall’alto del suo grado di sergente di riserva, di lanciare un satyagraha, ovvero un’azione di resistenza passiva... punibile col plotone d’esecuzione! Ma tutti quanti hanno altro di cui preoccuparsi che di quei 200 infermieri indiani e li lasciano fare. Gandhi è vittima di una grave pleurite quando finalmente dalla Francia arriva Gokhale, dopo aver traversato la Manica nonostante la guerra, anche lui molto malato. Questi gli spiega che il Congresso è dominato dai moderati, cioè lui e Sir Pherozeshah Mehta; il leader degli estremisti, Tilak, recentemente uscito di prigione, se ne sta tranquillo; il suo braccio destro, Lala Lajpat Rai, dirigente del Punjab, è in esilio; l’altro radicale, Sri Aurobindo, si è ritirato a Pondicherry. Gokhale gli ripete ciò che gli ha detto in Sudafrica:

I musulmani indiani vivono male l’entrata in guerra contro i turchi e questo rischia di scatenare una guerra civile, e quindi la divisione del paese: dopo tutto, l’India è un’invenzione inglese. Voi avete fatto molto bene con i musulmani in Sudafrica; loro vi apprezzano [...]. Ci aiutate ad andare più velocemente verso l’indipendenza. Ma avete bisogno di capire l’India, che non conoscete. Torniamo insieme, andate alla scoperta dell’India, studiatela, viaggiate. Poi venite a lavorare con me. Io vi chiedo di scrutare l’India con l’occhio di uno sparviero affamato.169

Gandhi è d’accordo. È impaziente di tornare. Del resto, il clima londinese, freddo e umido, è sconsigliato per la sua pleurite. Cerca dunque di ottenere un visto indiano per Hermann Kallenbach, ma il viceré, Lord Hardinge, ha vietato l’ingresso in India a tutti i cittadini tedeschi. Gandhi bussa a ogni porta. Ciò non fa che attirare l’attenzione sul caso di Kallenbach, che viene arrestato e internato. Gandhi lascia partire Gokhale e promette di raggiungerlo a Bombay, non appena avrà tirato fuori l’amico da quel ginepraio. Ma non ci riesce e qualche settimana dopo, il 19 dicembre 1914, su richiesta dello stesso Kallenbach, si rassegna a lasciarlo lì e partire. Va a salutare i suoi barellieri diretti alle trincee e si imbarca, desolato, per Bombay, con la moglie e i due figli, abbandonando l’amico in un campo di internamento. «Fu straziante per me separarmi da Kallenbach e vidi che la sua pena era grande»170.

Molto tempo dopo, Kallenbach sarà autorizzato a tornare in Sudafrica. Per anni i due amici si scriveranno ogni quindici giorni, poi le lettere si faranno più rade. Si rivedranno solo dopo un quarto di secolo, in circostanze particolarmente tragiche di cui parleremo.



Uno sparviero affamato

Abbandonando Kallenbach, Gandhi volta pagina e si lascia alle spalle per sempre il Sudafrica. Sulla nave che lo porta verso Bombay, decide di agire in India come ha fatto in Sudafrica, per insegnare al popolo a ritrovare la propria dignità, a prendere le distanze dall’Occidente, con le sue tecniche e la sua violenza. L’India, pensa Gandhi, non potrà aspirare all’autonomia finché ogni suo più umile abitante non sarà divenuto «l’artefice del proprio destino»169; il paese, spiega, deve riformarsi dal punto di vista religioso e sociale. Bisogna, come hanno già voluto Ram Mohan Roy e i suoi successori, abolire davvero il sacrificio delle vedove (sati) e il divieto per loro di risposarsi (daha), aumentare l’età legale per il matrimonio (di cui Gandhi aveva personalmente sofferto), sopprimere il fardello della dote, abolire l’intoccabilità, sostenere le popolazioni ai margini. In seguito, l’autonomia sarebbe venuta da sé, senza lotte né violenza. Ritiene che riuscirà a farlo capire agli inglesi in India, come ha convinto il generale Smuts in Sudafrica, e che la strategia della nonviolenza utilizzata a Durban porterà i suoi frutti anche a Delhi e Calcutta.

Al suo arrivo a Bombay, il 9 gennaio 1915, Gokhale, tornato poco prima di lui, stremato, lo attende al porto con alcuni amici. Quelli che non conoscono Gandhi scoprono un uomo magro, il capo rasato, vestito come un contadino, con delle grandi orecchie: «Il suo grosso naso punta verso il basso mentre il labbro inferiore punta verso l’alto, andandogli incontro; somiglia a una noce levigata, lucida e brillante, senza grasso superfluo»56.

Tre giorni dopo, il 12 gennaio, un sontuoso ricevimento è dato in suo onore al palazzo di Jahangir, quarto imperatore Moghul. Tutta l’élite di Bombay è presente: gli alti funzionari, il mondo degli affari e i giornalisti. Tutti sono al corrente delle sue imprese in Sudafrica: i documenti bruciati, i digiuni, le marce, gli arresti, le sconfitte, le vittorie, il massacro di Durban ecc. L’eroe del giorno arriva, l’aria grave, vestito con un drappo del Kathiawar, sua regione natale, e un turbante, tenuta che stona in quell’ambiente occidentalizzato. Sir Pherozeshah Mehta, l’avvocato e personalità più in vista di Bombay, che lo conosce dal suo primo soggiorno a Londra, lo saluta come «l’eroe della causa dell’indipendenza dell’India» e presenta Kasturba come «l’eroina del Sudafrica». Mohandas risponde che lui non ama molto quel genere di cocktail mondani e che si sentiva più a suo agio con i lavoratori a contratto del Natal. Silenzio imbarazzato... Quando un giovane ed elegante avvocato, del Gujarat come lui, Mohammad Ali Jinnah, gli rivolge un complimento, Gandhi lo interrompe rimproverandogli in gujarati di parlare in inglese. Silenzio glaciale... Quando un giornalista parsi gli si rivolge anche lui nella lingua del colonizzatore, Gandhi gli volta le spalle: «In Africa non ho dimenticato la mia lingua madre!».

Allora gli chiedono perché, se ama così poco gli inglesi, ha reclutato dei barellieri per loro. Lui risponde che bisogna aiutarli a vincere la guerra affinché ne derivi l’indipendenza dell’India109. Gokhale, Jinnah e Tilak protestano: «Gli inglesi non la concederanno mai di loro spontanea volontà! Questa guerra è la grande occasione dell’India. Bisogna approfittarne per prenderci la nostra indipendenza; vedremo poi se è il caso di aiutare gli inglesi». Gandhi ribatte: «Dando man forte agli inglesi e collaborando con loro in queste ore difficili per loro, noi potremo migliorare la nostra condizione»170. Quella sera rivede anche Annie Besant: l’irlandese ormai si sente totalmente indiana. Uno dei suoi amici, Srinivasa Sastri, assistente di Gokhale in seno al suo piccolo gruppo, scrive allora: «Ella era persuasa, in fondo al suo cuore, che la sua anima e il suo spirito appartenessero a quella contrada e che si sarebbe reincarnata in quel paese per apprenderne la cultura, diffonderne la filosofia, insegnarne la religione. La sua grande ambizione era di essere conosciuta come indiana, di essere riconosciuta in ogni focolare come un’indiana»32.

Gokhale è divertito dal comportamento del suo giovane protetto. Ne nota «l’energia nascosta in quel corpo spigoloso [...]. Cammina assai eretto, ride a squarciagola [...]. Quando entra in una stanza, Gandhi vi porta una boccata d’aria fresca»169. Gokhale scrive poi che Gandhi «è senza alcun dubbio della stoffa di cui sono fatti gli eroi e i martiri. Anzi di più: possiede il meraviglioso potere di trasformare gli uomini ordinari che l’accompagnano in eroi e martiri»109. Gli suggerisce di chiedere un’udienza di cortesia al governatore di Bombay, Lord Willingdon, che lo riceve molto cordialmente e lo ringrazia per ciò che ha fatto reclutando il corpo ausiliario di barellieri: «Le chiedo una cosa sola: di venire a trovarmi ogni volta che deciderete di prendere delle misure concernenti il governo»109.

Gokhale, che soffre di una forma di diabete sempre più grave, promette di aiutarlo a trovare un finanziamento per l’asram che vuole creare e gli propone di entrare nel suo gruppo nel Congresso, i Servitori dell’India, anche se gli amici di Gokhale non apprezzano la fraseologia religiosa né la critica della civiltà occidentale di Gandhi. Il 30 gennaio Gokhale gli fa inoltre promettere di sforzarsi di conoscere meglio l’India prima di prendere posizione e di non esprimersi in pubblico per un anno. Gandhi accetta.

Il 1° febbraio 1915 Gokhale, sempre più spossato, torna a casa sua, a Pune. Gandhi invece va a sistemare la propria famiglia a Rajkot, dove è accolto come un eroe, anche se la sua casta ancora non vuole saperne di lui. A Gondal, nel Kathiawar, nel corso di una riunione in cui si sforza di non prendere la parola per mantenere la promessa fatta a Gokhale, un pover’uomo lo chiama “Mahatma”, come qualcuno faceva già in alcune lettere, cioè “colui i cui pensieri, parole e azioni sono in completa armonia” (manasy ekam vacasy ekam karmany ekam).



In prima linea

Gandhi parte il 4 febbraio da Rajkot per andare da Tagore, a Shantiniketan, nel Bengala, per ritrovare gli amici di Phoenix arrivati là da qualche giorno. Il poeta lo saluta chiamandolo “Mahatma”, come ha sentito fare ai giovani di Phoenix (da questo la falsa leggenda che l’appellativo sia stato inventato da Tagore: lui è solo stato il primo a usarlo in pubblico). Andrews, che è presente, riferisce la conversazione tra i due:

Il loro primo argomento di discussione sono gli idoli. Gandhi li difende, dicendo che le masse non sono capaci di sollevarsi dall’oggi al domani per delle idee astratte. Tagore non sopporta di vedere trattare il popolo come un bambino. Gandhi risponde che anche in Europa si utilizzano degli idoli: sono le bandiere, e lui propone il suo: un arcolaio; aggiunge che il nazionalismo può condurre all’internazionalismo proprio come a volte è necessaria la guerra per giungere alla pace. Tagore è in pieno disaccordo. Lui pensa che tutto debba passare per la ragione, la scienza, l’oggettività.3

Gandhi è deluso: l’asram di Shantiniketan non è affatto come se lo aspettava, regnano il disordine e la mancanza di igiene. Spiega a Tagore il pericolo che corre nel friggere il pane nell’olio: «Così diventa un vero e proprio veleno». Tagore replica con ironia: «Allora dev’essere un veleno a effetto molto lento, perché è tutta la vita che lo mangio e non mi sono ancora trovato male»109. Mohandas vuole convincere gli studenti e i professori di Shantiniketan a mettere alla porta la trentina di bramini che lavorano lì come cuochi, così che provvedevano da soli alla cucina, a lavare i piatti e fare le pulizie. Tagore, divertito, li incoraggia a farlo ma, appena Gandhi parla di ricostruire le latrine, tutti se la svignano109.

Quando, nel frattempo, una flotta franco-inglese attacca la Turchia nei Dardanelli, una parte dei musulmani indiani invoca la guerra santa contro Londra e vuole partire per difendere il califfo contro gli inglesi.

Lo stesso giorno – due settimane dopo il suo arrivo da Tagore – Gandhi riceve un telegramma da Pune: Gokhale, che voleva prenderlo sotto la sua ala, è morto di diabete a quarantanove anni, nel suo paese d’origine. Gandhi è distrutto: «Avevo bisogno di un pilota sicuro per lanciarmi sul mare tempestoso della vita pubblica indiana, e mi sentivo sicuro solo sotto l’ala di Gokhale»170, scriverà. In segno di lutto decide di camminare a piedi nudi per un anno. E conferma l’impegno preso di non parlare in pubblico per un anno. Perde la poca fiducia che ancora riponeva nella medicina occidentale e spiega11 a Tagore che la guarigione dalle malattie dipende dall’autocontrollo, da un ambiente sano, da un’alimentazione frugale e dal rifiuto di qualsiasi medicina, tranne quelle composte dai cinque elementi (terra, acqua, fuoco, aria ed “etere”, che Gandhi chiama l’«immensità blu»). E aggiunge: «Produrre abbastanza legumi, frutta e latte nei villaggi è una parte essenziale di ogni trattamento naturale»11.

La morte di Gokhale rivestirà un ruolo capitale nel suo destino: lui aveva bisogno di un maestro e invece, più in fretta del previsto, si troverà in prima linea.



Primo “asram”

Verso l’inizio di marzo del 1915, dopo aver passato un mese presso Tagore, Gandhi parte con i suoi discepoli in pellegrinaggio al Kumbha Mela [la più grande festa hindu, N.d.T.], sulle rive del Gange, vicino ad Allahabad, a 120 chilometri da Benares, nel punto di confluenza tra Gange, Yamuna e Sarasvati, fiumi sacri e mitici; si tratta di uno dei luoghi più sacri dell’induismo e ogni dodici anni milioni di indiani arrivano al Triveni Ghat per bagnarsi in quelle acque.

Poi torna a Bombay e, in memoria di Gokhale, chiede di essere ammesso nei Servitori dell’India, ma il nuovo dirigente del gruppo, Srinivasa Sastri, tentenna e Gandhi ritira la sua candidatura; diventeranno comunque amici e compagni di lotta. Il 20 maggio apprende con tristezza la morte del suo secondo mentore, Mehta, l’avvocato di Bombay che l’aveva accolto tanto amichevolmente e a casa del quale aveva conosciuto Rajchandra.

Alla fine del mese deve decidere dove alloggiare il piccolo gruppo di diciotto persone tra giovani, donne e bambini (ora sono in venticinque) che hanno legato la loro sorte alla sua. Molte città, tra cui Rajkot, si offrono di accoglierlo. Alcuni industriali di Ahmedabad, capoluogo del più grande centro di produzione tessile del Gujarat, gli offrono ospitalità a Kochrab, un paese vicino; lui accetta: è vicino sia a Bombay che ai luoghi della sua infanzia.

Sistema la piccola truppa in una superba casa, di proprietà di un avvocato, che chiama pomposamente l’”asram del satyagraha”. Come in Sudafrica, tutti fanno voto di sincerità, di castità (comprese le coppie sposate), di ahimsa (nonviolenza), di povertà e di «servire il popolo indiano». Come in Sudafrica, è Gandhi a decidere tutto: impiego del tempo, abbigliamento, alimentazione. Stila una lista di undici doveri: la fede, la verità, la tolleranza, la morale, la rinuncia, la nonviolenza, l’amore, la disciplina, l’istruzione, la giustizia, il servizio149. Per lui il più importante è l’obbligo alla verità, di parola, di pensiero e di azione, perché «la menzogna, la fretta, le false promesse sono forme di violenza»169.

Ancora una volta il suo abbigliamento si evolve e di tanto in tanto indossa una tunica di khadi (una dhoti), che è semplicemente una specie di drappo legato in vita. Dà fuoco lui stesso ai suoi ultimi abiti occidentali e costringe la fidanzata del fratello maggiore a indossare una khadi bianca al suo matrimonio, anche se in India il bianco per le donne è il colore del lutto.

La sua principale preoccupazione è far vivere il suo asram, come ha fatto in Sudafrica. Innanzitutto cercando di rendere sicuro al massimo che si autofinanzi, grazie alle produzioni agricole e tessili, poi trovando delle risorse complementari. Inoltre servirà del denaro per pagare i suoi spostamenti: anche se viaggia in modo modesto, viene invitato dappertutto. Ci saranno sempre uomini e donne particolarmente fortunati ad aiutarlo: dopo Mehta, ci saranno Tata, Bajaj e molti altri, che incontreremo tra poco.

Il 7 maggio 1915 la guerra prende una nuova piega: a sud-est dell’Irlanda un sottomarino tedesco affonda una nave inglese, il Lusitania; ci sono 198 morti, di cui 128 americani. Il mare non è più sicuro.

Il 9 settembre, su una spiaggia vicina al golfo del Bengala, Jatin Mukherjee attende le armi promesse dai tedeschi. Ma invano: è stato tradito da alcune spie austroungariche. Le armi non arriveranno. Jatin viene ucciso insieme a quattro compagni95.

Gandhi cerca allora l’appoggio dell’ispiratore di Jatin Mukherjee, Sri Aurobindo, rifugiato a Pondicherry. Lo scrittore non lo riceve. Lo considera ossequioso, di ambizioni limitate, mediocre. Scriverà in seguito: «La lealtà di Gandhi non è un modello per l’India, che non è il Sudafrica. Un tono abietto e servile non ha niente a che vedere con la diplomazia e non è buona politica; esso non inganna né disarma l’avversario [...]. Non si tratta di ottenere qualche privilegio, ma di creare una nazione di uomini degni dell’indipendenza, capaci di conquistarla e conservarla»103.



Lo scandalo di Benares

A ottobre, prima crisi nell’asram di Gandhi: diversi membri hanno figli che vogliono mandare a scuola. Poiché è fuori questione far frequentare loro una scuola esterna all’asram, Gandhi si mette in cerca di un istitutore. La Società dei Servitori dell’India gliene trova uno, Sadabhai, che insegna a Bombay109. Lui, la moglie Danibhen e la figlia Lakshmi accettano le regole dell’asram. Unico ostacolo, e non da poco: sono degli intoccabili e la maggior parte degli hindu non vuole abitare con loro. Gandhi, per quanto lo riguarda, non ci vede nessun problema, ma Kasturba, i figli e il nipote, tra gli altri, sono contrari. E come ogni volta che i suoi non sono d’accordo con lui, Gandhi dice loro di prendere o lasciare: se non vogliono ammettere quegli intoccabili possono anche andarsene54. Kasturba si rassegna, il nipote Maganlal parte per Madras, per paura della “contaminazione”; alcuni finanziatori smettono di aiutarli, la fattoria rischia il fallimento. Gandhi non cede ed è pronto, dice, ad andare a lavorare con le sue mani nei bassifondi della città insieme agli intoccabili, quando riceve una donazione anonima di 13.000 rupie. In seguito scoprirà che il discreto benefattore è il proprietario di una grande fabbrica tessile della città, Ambalal Sarabhai. Qualche mese più tardi, Maganlal tornerà per dirigere la comunità. In seguito la famiglia Sarabhai giocherà un ruolo importante nel suo destino.

A novembre, in occasione del V anniversario dell’ascesa al trono di Giorgio V e con la firma di Lord Hardinge (lo stesso che si era indignato contro il massacro di Durban), Gandhi riceve una prestigiosa onorificenza britannica, la Kaisar-i-Hind, per i “servizi resi in Sudafrica”! A dicembre, ancora vincolato dalla sua promessa di non esprimersi in pubblico, non si reca alla conferenza annuale del Congresso, che si tiene a Bombay, e dove Annie Besant ha assunto un ruolo importante. Sir Reginald Craddock, responsabile della polizia presso il viceré, che fa sorvegliare il Congresso, descrive quest’ultima come «una vecchia dama futile spinta da un desiderio ardente di dirigere l’azione» e definisce Tilak «uomo morso dal veleno dell’odio antibritannico». Nel frattempo Gandhi visita l’India, come gli ha chiesto di fare Gokhale un anno prima.

Il 6 febbraio 1916 Annie Besant, allora al culmine della notorietà, invita il viceré all’inaugurazione del suo Hindu Central University College a Benares. Tutta l’élite del paese è presente: inglesi, maharajah e studenti del college34. Per giorni è un tripudio di discorsi sotto la presidenza del maharajah di Darbhanga, un hindu ortodosso che sovvenziona le attività di Malaviya e predica il ritorno a una stretta ortodossia braminica109. Annie Besant ha invitato anche Gandhi: ormai è passato quasi un anno da quando ha promesso a Gokhale di non parlare in pubblico. Il suo primo discorso sarà una grande attrazione.

Arrivato a Benares per prima cosa va a visitare uno dei più importanti templi dell’induismo, quello di Vishwanath, dedicato a aiva; resta scioccato nel trovarlo sporco, in stato di abbandono. Accede alla riunione, furioso per le varie perquisizioni che ha dovuto subire (nel 1912 il viceré Hardinge era scampato a un attentato) e per il lusso dei partecipanti109. Annie Besant invitandolo sulla tribuna lo presenta come un «saggio hindu», il che lo fa infuriare ulteriormente. È in preda alla collera. E colui che fu, e sarà ancora, il paladino della nonviolenza si rivela in quel caso capace di un’estrema violenza verbale, che deve dominare prima di controllare quella altrui. Si alza, vestito di un manto kathiawari e un turbante. Inizia scusandosi di doversi esprimere in inglese: «È con un sentimento di profonda umiliazione che mi vedo costretto, sotto il tetto di questo grande college, che si erige nel cuore della città santa, a rivolgermi a dei compatrioti in una lingua per me straniera [...]. Qualcuno di voi pensa che un giorno l’inglese potrebbe diventare la lingua nazionale dell’India?». «No, no!», gridano alcuni studenti, stupiti di udire queste frasi dopo tanti discorsi convenzionali. «Se volete che l’India vi ascolti, non dovete parlarle con le parole, ma con i fatti. Voi rivendicate l’autonomia per la vostra patria ma non siete neanche capaci di aver cura del vostro tempio di Vishwanath, che è in uno stato di sporcizia rivoltante!». Poi si rivolge ai maharajah: «Che specie di autonomia sarebbe, se non desse innanzitutto dei vantaggi ai contadini e agli operai?». Dopodiché si rivolge al viceré: «Se voi rappresentate un impero così potente, perché avete bisogno di tante misure di sicurezza? Perché avete tanta paura?»109. Poi denuncia quelli tutti ingioiellati che parlano di povertà e critica la costruzione di palazzi con i soldi del popolo32. Sbeffeggia avvocati, medici, proprietari terrieri, e ancora esorta gli studenti ad avere il coraggio di un confronto legale, nonviolento. In seguito denuncia gli errori dei rivoluzionari e predica un mondo senza padroni né poliziotti32.

Annie Besant tenta di interromperlo. La sala protesta. Molti si alzano. Gandhi continua, sottolineando l’importanza per l’India di riformare se stessa, prima di sperare qualsiasi cosa dagli altri: «È la slealtà verso noi stessi, indiani, a essere la radice di un’arroganza inglese così poco naturale al genio di questo popolo insulare. Aiutiamo piuttosto gli inglesi a restare inglesi quando amministrano l’India!»32. Annie Besant gli intima di tacere. La seduta è tolta in un brusio indescrivibile.

Quel giorno, nella sala, l’ascolta, sbalordito, un giovane studente che diverrà uno dei suoi principali discepoli e continuatore della sua opera alla sua morte, trent’anni più tardi: Vinoba Bhave.

Nel frattempo, in Europa gli irlandesi scelgono la violenza: il 24 aprile 1916, giorno di Pasqua, a Dublino, Patrick Pearse tenta un colpo di Stato e proclama la repubblica. La risposta inglese è immediata: una settimana dopo, Pearse è arrestato e giustiziato insieme a James Connolly, fondatore del Partito Repubblicano Socialista irlandese. È un chiaro segnale dato a tutti quelli che vorrebbero approfittare della guerra per sottrarsi all’Impero.

Nell’estate del 1916, molto più modestamente, Tilak e Annie Besant fondano all’interno del Congresso la Home Rule League con l’obiettivo di ottenere l’autonomia dell’India in seno all’Impero britannico.

Il 18 giugno, Tagore critica ancora l’Occidente davanti all’università di Tokyo, invitando a un risveglio dell’Asia contro l’Europa:

La civiltà che ci arriva dall’Europa è vorace e dominatrice: essa consuma i popoli che asservisce, stermina e annienta le razze che intralciano la sua marcia conquistatrice. È una civiltà tutta politica, dalle tendenze cannibali; essa opprime i deboli e si arricchisce a loro spese. È una macina. Essa semina dappertutto gelosie, dissensi. È una civiltà scientifica e non umana [...]. Noi pronostichiamo senza la minima esitazione che non potrà durare in eterno, perché il mondo è retto da una legge morale sovrana che si applica alle collettività come agli individui.151

Il 7 dicembre, a Londra, il primo ministro, Herbert Asquith, è rimpiazzato da David Lloyd George, mentre la guerra stagna su tutti i fronti, in particolare in Turchia.



Prima battaglia: l’indaco del Champaran

Nel novembre del 1916 Gandhi partecipa alla riunione del Congresso a Lucknow; Annie Besant, che ne ricopre la presidenza, sarà l’ultima europea a farlo. Tilak trova un accordo con la Lega Musulmana di Jinnah per «invocare insieme un’autonomia rapida dell’India». È il Patto di Lucknow tra hindu e musulmani. Gandhi presenta ancora una risoluzione sulla situazione degli indiani del Sudafrica, che dalla sua partenza è peggiorata. Si sforza di esprimersi in hindi, lingua di cui ha scarsa padronanza. Quando l’uditorio lo prega di continuare in inglese, lui risponde: «No! Anzi, visto che è così, per un anno pronuncerò tutti i miei discorsi in hindi!»109. Poco dopo, nei corridoi del Congresso, un bramino di quarantadue anni, Rajkumar Shukla, gli si presenta: possiede delle terre e dei bufali, e dà lavoro ad alcuni braccianti nel Champaran, un distretto del Bihar. È anche un coltivatore di indaco, gli spiega, e la situazione per lui sta diventando disastrosa155. Chiede a Gandhi di proporre una risoluzione che attiri l’attenzione del Congresso sulle sue difficoltà. Gandhi risponde che non ne sa niente ma, vista l’insistenza dell’uomo, promette di recarsi sul posto non appena possibile. Per essere sicuro che manterrà la promessa, l’interlocutore non lo mollerà per tre mesi.

Mentre nel marzo del 1917 a Pietrogrado comincia la Rivoluzione russa (gli Stati Uniti entrano in guerra contro gli imperi centroeuropei un mese dopo), l’agricoltore espone il suo problema: il distretto del Champaran è primo al mondo nella produzione dell’indaco (il colorante blu estratto da una pianta dell’India, l’indigofera, come indica il nome nelle diverse lingue). All’inizio del XIX secolo a Bettiah, capitale del Champaran, il Raj aveva affittato degli appezzamenti a certi europei con l’obbligo di produrvi l’indaco; questi europei, per la maggior parte funzionari, subaffittavano le terre a contadini e si facevano pagare prelevando i tre ventesimi del raccolto155. Questo sistema, chiamato tinkathia, aveva funzionato finché, all’inizio del XX secolo, la messa a punto di un indaco sintetico da parte di alcuni chimici tedeschi aveva rovinato il mercato del colorante naturale. Gli europei, locatari delle terre ma residenti in città, allora costringevano i contadini a pagare, in cambio della loro parte di raccolto, dei diritti di successione immaginari, tasse sull’utilizzo dell’acqua di canali di irrigazione inesistenti, contributi per l’acquisto da parte dell’europeo di un elefante, una casa, una macchina e così via155. Nell’agosto del 1914 la situazione si ribalta ancora: l’indaco chimico non passa più i confini della Germania e i contadini del Champaran sono di nuovo costretti a coltivare l’indaco sotto minaccia di multe e sevizie. Così le rivolte si moltiplicano. Un proprietario bianco è appena stato ucciso. È dovuto intervenire l’esercito131.

Il 14 aprile 1917 Gandhi arriva a Patna, capitale del Bihar, per la sua prima battaglia sociale in India. Va a bussare alla porta di Rajendra Prasad, giovane e brillante professore di diritto che ha conosciuto l’anno prima alla riunione del Congresso a Lucknow131. Vedendo un uomo vestito così poveramente, il domestico gli nega addirittura l’uso del bagno e gli chiede di attendere alla porta. Gandhi lascia il suo nome e dice che andrà ad aspettare da un’altra parte, in città, da un vecchio compagno di Londra. Un’ora dopo Rajendra Prasad lo raggiunge, mortificato, lo ascolta e decide di accompagnarlo a Muzaffarpur e a Motihari, due villaggi del Champaran. Partono il giorno dopo. Non si separeranno più131.

Il 15 aprile a mezzanotte, un professore di una scuola media statale di Muzaffarpur, Kripalani, va ad accoglierli alla stazione con i suoi allievi davanti alla carrozza di prima classe74. Non scende nessuno: i viaggiatori sono scesi da un vagone di terza classe e li aspettano dall’altra parte della banchina. Kripalani diverrà uno dei principali collaboratori di Gandhi e uno dei grandi protagonisti della lotta per la libertà. Sarà presidente del Congresso al momento dell’indipendenza. Prasad sarà il primo presidente dell’Unione Indiana dopo l’indipendenza.

L’indomani, Gandhi visita alcuni villaggi e fa domande. In realtà sta scoprendo l’India, come gli aveva chiesto di fare Gokhale. La situazione lì è ancora più miserabile di quanto immaginasse: la carestia, l’analfabetismo, la sporcizia, tutto lo sconvolge. La sua fama l’ha preceduto: si formano piccole folle155. Il 17, il capo della polizia locale gli ingiunge di lasciare il Champaran con il primo treno; Gandhi rifiuta. Convocato in tribunale per l’indomani, vi arriva attorniato da migliaia di contadini accorsi dai villaggi vicini. Quando il giudice inizia a interrogarlo, Gandhi lo interrompe: «Mi dichiaro colpevole»; legge una dichiarazione: «Io sono un cittadino rispettoso della legge; se ho rifiutato di obbedire all’ordine che mi è stato dato, non è per mancanza di rispetto verso l’autorità legale, ma in ossequio alla legge superiore che ci governa: la voce della coscienza»109. Sotto una valanga di applausi, il giudice annuncia che emetterà il verdetto tre giorni più tardi e decide di rilasciare Gandhi con una cauzione di 100 rupie, che lui si rifiuta di pagare. Il giudice cede e benevolmente lo libera, senza cauzione, tra i lazzi della folla.

Desideroso, come in Sudafrica, di far conoscere la sua vittoria il più possibile, Gandhi telegrafa al viceré, al Congresso, alla stampa. Il 20 aprile, l’amministratore britannico nel distretto scrive al governatore della provincia, Edward Gait: «Gandhi desidera ricoprire lo stesso ruolo di martire che ha avuto in Sudafrica»109 e si scusa anche di averlo fatto fermare, il che, sostiene, è il risultato di un «grave errore di giudizio», e il poliziotto che ha fermato Gandhi l’ha fatto senza riferire ai suoi superiori, perché, «a questo punto, è evidentemente impossibile impedire a un uomo dell’esperienza di Gandhi di fare la propria inchiesta, e il comportamento del responsabile locale non serve che a eccitare l’opinione pubblica e a far sospettare il governo di voler impedire un’inchiesta»110.

Per placare gli animi, il viceré, su consiglio del suo collaboratore, Sir Reginald Craddock, chiede al governatore del Bihar di nominare una commissione presieduta da Gandhi, per indagare sulla questione. Gandhi accetta e la commissione si riunisce subito; essa raccomanda all’unanimità l’abolizione del sistema e un rimborso del 25 per cento delle somme indebitamente estorte dai proprietari inglesi156. Quando Rajendra Prasad, che l’accompagna, gli chiede perché non abbia richiesto il rimborso totale delle somme, «Gandhi spiegò che i proprietari, in virtù del loro prestigio, potevano guardare i ribelli dall’alto in basso; il semplice fatto di abolire quel sistema e obbligarli a rimborsare una parte dei loro profitti illeciti sarebbe bastato a intaccare o addirittura rovinare il loro prestigio»131. Risposta importante; fin dall’inizio, Gandhi usa in India il metodo che ha applicato in Sudafrica e che applicherà fino alla sua morte: mai umiliare l’avversario, soprattutto quando è indebolito. Nel giro di dieci anni, tutti gli europei lasceranno il Champaran109.

Per migliaia di contadini Gandhi diventa il Mahatma o Bapu (‘padre’). L’amministratore britannico a Bettiah, altro distretto del Bihar, W.H. Lewis, scrive al giudice locale: «Possiamo anche considerare Gandhi un idealista, un fanatico, un rivoluzionario, ma per il popolo indiano è un liberatore a cui attribuisce poteri straordinari»155. Un giornale nazionalista di Calcutta, l’«Amrit Bazar Patrika», dichiara: «Dio benedica Gandhi e la sua opera! Vorremmo avere mezza dozzina di Gandhi in India per insegnare al popolo l’abnegazione e il patriottismo disinteressato»109. In pratica, ormai, ogni volta che compare in una stazione, la folla si accalca, la gente si precipita lì per avere l’onore di tirare al posto dei cavalli la carrozza che lo trasporta.

È allora che Gandhi assume anche Mahadev Desai, un altro giovane avvocato di Ahmedabad, che diventa il suo segretario. Gli dice: «In voi ho trovato l’uomo che mi serviva»37. Questi non lascerà più il Mahatma fino alla morte (avvenuta nel 1942).

Kripalani gli confida che lui stesso ha scoperto solo allora la realtà dell’India: «Prima del Champaran, i nostri contatti con le masse si limitavano ai nostri domestici»74. Venendo a sapere dalla stampa quello che è successo nel Champaran, il giovane Jawaharlal Nehru scriverà invece: «Una nuova immagine dell’India emergeva davanti a me, un’India affamata, miserabile»119.

Anche Gandhi ha avuto la rivelazione della miseria delle campagne indiane e ne è sconvolto. Così intraprende subito quello che chiamerà più tardi un «lavoro costruttivo», cioè un’azione concreta. A giugno fa venire Kasturba e Devdas, Desai, il dottor Dev dei Servitori dell’India e il professor Kripalani con le loro mogli. Apre nei villaggi del Champaran delle scuole elementari in edifici di fortuna prestati dagli abitanti. Questi provvedono ai bisogni dei professori che, in cambio, insegnano, spazzano le strade del villaggio, curano i pozzi neri. Il programma scolastico comprende rudimenti di lingua locale e principi di igiene109.



L’asram si trasferisce: Sabarmati

A ottobre, tornato nel suo asram, Gandhi conosce, nel corso di una conferenza a Godhra, un avvocato, Vallabhbhai Patel, e lo invita a cena all’asram di Kochrab. Il giovane spiega che suo padre ha partecipato alla rivolta dei sepoy, agli ordini della maharani Lakshmi Bai. Dopo aver studiato Legge in Inghilterra, Patel ha aperto uno studio ad Ahmedabad55. Tra i due nasce subito una forte intesa55. Patel diverrà, con Nehru, uno dei principali collaboratori di Gandhi e il primo vice primo ministro dell’India indipendente.

In Europa, la guerra ristagna. Moltissimi giovani indiani, tra tanti altri, vi perdono la vita. A Pietrogrado, in giugno, la crisi russa precipita; in India, alcuni vedono in essa una speranza. Annie Besant, presidente del Congresso, scrive su «New India»: «L’autocrazia è stata abolita in Russia e vacilla in Germania; ma, sotto la bandiera inglese, essa resta al suo posto»109. A Londra, la Camera dei Comuni concede il diritto di voto alle donne che abbiano compiuto i trent’anni. Il 6 luglio, Lawrence d’Arabia entra ad Aqaba alla testa delle truppe di Fayçal: i turchi stanno per essere cacciati dall’Arabia da questa coalizione anglo-araba. Il 20 agosto, Edwin Montagu, segretario di Stato dell’India, parla di aprire un po’ di più l’amministrazione indiana agli autoctoni. In quello stesso mese, ad Annie Besant è interdetta la residenza in molte province per le sue dichiarazioni, poi viene imprigionata a Coimbatore.

Nel frattempo, ad Ahmedabad si scatena la peste. Gli industriali del settore tessile (in particolare Ambalal Sarabhai, che ha aiutato Gandhi a finanziare il suo asram) devono corrispondere agli operai un’”indennità di peste” pari all’80 per cento del loro salario per dissuaderli dal lasciare la città.

A ottobre, gli Stati Uniti entrano nel conflitto mondiale, il cui esito continua a essere incerto. Mentre all’inizio di novembre un colpo di Stato bolscevico scatena la Rivoluzione d’Ottobre, in Sudafrica la tassa sull’immigrazione, che era stata reintrodotta, è nuovamente abolita. Gandhi manifesta la sua lealtà verso la Gran Bretagna in guerra: «La lealtà non è un merito; è un obbligo per tutti i cittadini, in tutto il mondo»112.

Il 15 dicembre, la Russia bolscevica e la Germania decidono di aprire dei negoziati a Brest-Litovsk in vista di un armistizio. Gandhi ne approfitta per chiedere al Congresso di raccogliere firme in tutta l’India a sostegno di un memorandum indirizzato a Edwin Montagu, il nuovo segretario di Stato dell’India, esigendo al più presto «un governo autonomo», come hanno chiesto a Lucknow il Congresso e la Lega. Suggerisce di redigere il memorandum in tutte le grandi lingue dell’India. A ottobre, in Gujarat vengono raccolte 8.000 firme grazie a Gandhi; nessuno riesce a fare di meglio nel resto del paese. Ciascuno misura la propria popolarità. Nascono discussioni tra Edwin Montagu, Lord Chelmsford e i leader del Congresso su un’eventuale riforma (modesta) dello statuto dell’India all’uscita dalla guerra.

All’inizio dell’inverno del 1917-18, a Pietrogrado, i commissari del popolo (nuovo nome dei responsabili dei ministeri) del Partito Bolscevico che ha preso il potere, chiamano i popoli del Medio Oriente e gli indiani ad «abbattere la tirannide di chi [li] depreda da un secolo». Gandhi intanto è tornato a Kochrab. Nomina Kripalani, l’istitutore del Champaran, acarya (‘preside’) della scuola che vuole creare per i bambini dell’asram74. Intende farne un esempio di quello che comincia a chiamare, come si è visto, «un programma costruttivo».

A dicembre, mentre le truppe di Allenby prendono Gerusalemme, l’epidemia di peste che infuria ad Ahmedabad raggiunge Kochrab. L’asram allora si sposta un po’ più lontano, a Hriday Kanj, sulla riva sinistra del Sabarmati, su un appezzamento di 75 ettari, di proprietà di Ambalal Sarabhai; l’industriale tessile vive sull’altra sponda del fiume, che si può attraversare facilmente, tranne nel periodo dei monsoni. Con l’aiuto del ricco vicino, la giungla viene dissodata per far spazio a casette, tra cui quella di Gandhi – ampia e confortevole, con quattro stanze e un patio, attorno a un refettorio –, una scuola, una biblioteca, laboratori di filatura e tessitura, una latteria; alcune porzioni di terreno vengono coltivate a legumi e cotone. Il luogo è vasto e sereno. Gandhi pianifica tutto e lascia la gestione a Maganlal, che ha diretto Phoenix. Mahadev Desai lo raggiunge dopo aver conseguito la laurea in Legge all’università di Bombay; poiché ha una bella grafia Gandhi ne fa il suo segretario e gli detta la corrispondenza. Ancora una volta, pur dandosi da fare per autofinanziarsi il più possibile grazie alle produzioni dell’asram, Gandhi dovrà trovare delle risorse supplementari andando da grandi industriali privati.

Quell’anno, la morte di Sir Dadabhai Naoroji, l’avvocato di Calcutta diventato parlamentare britannico, fa di Tilak e Jinnah i due principali leader del Congresso.

Di Tilak, il ministro delle Colonie, Edwin Montagu, che rivestirà in seguito un ruolo importante nella creazione dello Stato d’Israele, scrive sul suo diario109: «Tilak è probabilmente oggi la personalità più potente dell’India [...]. È un riformatore sociale che vuole trovare dei compromessi per migliorare le condizioni di vita del popolo. Si veste come un coolie, non cerca alcun vantaggio personale, vive dell’aria che respira; è un puro visionario»93. Su Jinnah, lo stesso Montagu osserva che è un «oltraggio che un uomo come Jinnah non abbia alcuna chance di gestire gli affari del proprio paese»93. Riferisce che il corrispondente in India del «Manchester Guardian» gli avrebbe confidato: «Jinnah pensa che, quando la dottoressa Annie Besant e Tilak saranno scomparsi, lui diventerà il capo».

A dicembre, alla riunione del Congresso a Calcutta, Gandhi invita al boicottaggio dei tessuti di importazione, causa di un danno economico nonché identitario. Quando gli amici della Besant vanno a chiedergli consiglio sul modo migliore per ottenere la sua liberazione dalla prigione, lui suggerisce che un centinaio di volontari intraprendano una marcia, percorrendo i 1.500 chilometri che separano Bombay da Coimbatore...

La giovane poetessa bengalese Sarojini Naidu, tornata dal fronte, col suo stile così particolare definisce Gandhi come un «capriccioso sognatore di sogni impossibili e imbarazzanti» e descrive l’ascendente di colui che è divenuto per molti il Mahatma: «L’apparizione improvvisa, oggi, di san Francesco d’Assisi col suo saio, a Londra o a Milano, non sarebbe molto più sconcertante della presenza di quest’uomo dai piedi nudi, dalle vesti rozze, dagli occhi placidi, calmo, con un gentile sorriso ironico, che rifiuta, anche se lo riceve, un omaggio che nemmeno gli imperatori possono comprare».



I due primi satyagraha in India: Kheda e Ahmedabad

Due questioni intrecciate, due primi satyagraha in India, entrambi nel Gujarat, vicino casa sua, vengono a consolidare la reputazione di Gandhi.

Nel dicembre del 1917, alla riunione del Congresso a Calcutta, due contadini, Mohanlal Panda e Sankarlal Parikh, del villaggio di Sabha, nel distretto di Kheda, nel Gujarat, incoraggiati dal successo del Champaran, chiedono a Gandhi di aiutarli a essere esonerati dalle tasse: l’amministrazione fiscale, dicono, lo concede quando il raccolto è magro, come lo è stato quest’anno a causa delle piogge torrenziali; ma il fisco, intreccio di funzionari indiani e inglesi, non vuole sentirne parlare.

Quindici giorni dopo, Gandhi, di ritorno nel Champaran dove cerca di avviare delle scuole e migliorare l’allevamento155, riceve la visita di Anasuyaben Sarabhai, sorella di Ambalal Sarabhai. Anasuyaben, che è stata educata in Inghilterra, gli spiega che una volta finita l’epidemia di peste gli imprenditori, tra cui suo fratello, vogliono sopprimere il premio di rischio per gli operai tessili, e questo non è giusto perché il costo della vita è più che raddoppiato dal 1914. Lui promette di studiare la questione.

Mentre, l’8 gennaio 1918, senza consultare gli europei, il presidente Wilson espone un programma in quattordici punti per mettere fine al conflitto mondiale proclamando il diritto all’autodeterminazione dei popoli (compresi dunque gli indiani), Gandhi decide di studiare come priorità il dossier di Kheda. Si reca sul posto e consiglia ai contadini di rifiutare di pagare l’imposta e di affrontarne le conseguenze. Si devono verificare, dice, due condizioni: il comitato esecutivo del villaggio deve approvare all’unanimità questa strategia che implicherà dei rischi per tutte le famiglie; inoltre deve accettare che la lotta sia diretta da lui stesso o da qualcuno che lui designerà. Nomina allo scopo Vallabhbhai Patel, l’avvocato di Ahmedabad56.

Patel è entusiasta all’idea di dirigere quella che sarà una prima resistenza passiva, un satyagraha in India. Ha però qualche dubbio: dovrebbe rinunciare alla sua clientela di avvocato per un periodo indeterminato, e quindi correre dei grossi rischi per sé e per i suoi due figli55. Alla fine accetta. La seconda condizione è accolta, anche se un membro indeciso del comitato di villaggio si astiene. 3.000 contadini firmano così il giuramento di non pagare la tassa, quali ne siano le conseguenze. L’amministrazione fiscale si abbatte su di loro, moltiplicando le confische di bestiame e immobili. Quasi nessuno cede. In qualche caso le reazioni degli scioperanti sono violente. Gandhi, che vuole assolutamente una «guerra pacifica», protesta quando alcune donne e bambini picchiano un mamlatdar (agente delle tasse) venuto a confiscare i loro bufali.

Poi Gandhi va a trovare l’amministratore della provincia, Frederick Pratt, personaggio interessante, assai rappresentativo di quell’”armatura d’acciaio” di cui gli inglesi vanno tanto fieri. Questi previene Gandhi: «In India, disobbedire alla legge fiscale è molto diverso dall’infrangere le altre leggi; significa fare un passo inaccettabile, perché è minacciare di rovesciare l’amministrazione»55. Nei cinque mesi che seguono, da gennaio a marzo, Pratt negozia rudemente con Patel e a volte con Gandhi, che in pubblico chiama rispettosamente “Mahatma”. Alla fine si trova un accordo: la tassa non è abolita, ma i contadini più poveri ne sono esonerati. Secondo successo in India, sempre in campagna, ma questa volta non contro i latifondisti, bensì contro l’amministrazione britannica. E questo, grazie alla sola personalità di Gandhi.

Kripalani, che ormai lo seguirà dappertutto, nota il suo straordinario ascendente e osserva la trasformazione di Patel a contatto con Gandhi, come anche quella di Desai:

Patel è sotto l’influenza della personalità di Gandhi. Prima, viveva come un giovane avvocato sulla cresta dell’onda [...]. Poi ha rinunciato ai suoi abiti stranieri e alla sua vita agiata. Vive con gli operai, condivide il loro cibo, dorme sullo stesso suolo, fa tutto da sé, si lava la biancheria, percorre lunghe distanze a piedi per recarsi nei villaggi... Ma è più raggiante che mai, allegro e sorridente. L’ho visto spesso accadere nella vita di molti dei nostri leader: quando si uniscono alla lotta per la libertà, è come se si lasciassero alle spalle la vecchia vita. Sono born again come indiani.74

Avendo affidato a Patel il grosso della battaglia di Kheda, Gandhi torna a Sabarmati per occuparsi degli operai tessili di Ahmedabad che hanno subito l’abolizione del premio che rappresentava l’80 per cento dei loro salari. Il 1° marzo 1918 consiglia loro di scioperare per ottenere un aumento del 50 per cento e di impegnarsi a rispettare tre principi durante lo sciopero: nonviolenza, non-mendicità, non-compromesso. Gli operai tentennano: non hanno mai scioperato e non hanno riserve economiche. Alla fine accettano e giurano di tener fede alla loro decisione55. Il 4 marzo, di fronte a questa prima interruzione del lavoro nell’industria tessile in India, gli imprenditori procedono a una serrata. Per gli operai, ciò significa la perdita di ogni risorsa. La lotta è iniziata.

Anasuyaben, la sorella dell’imprenditore amico di Gandhi, passa le sue giornate nelle case degli operai a curare i malati e a distribuire viveri. Ogni mattina di quella settimana, Gandhi redige un bollettino di informazione che Anasuyaben fa stampare a sue spese, in cui esorta gli scioperanti ad approfittare di questa involontaria inattività per riparare le loro case, imparare a leggere, oppure apprendere un nuovo mestiere. Ogni sera, gli operai si ritrovano sotto una babul (acacia) sulla riva della Sabarmati, accanto all’asram, davanti alla grande proprietà dei Sarabhai, per ascoltare Gandhi. Il quale promette loro che, se lo sciopero fallisse e li riducesse in miseria, lui sarà il primo a lasciarsi morire di fame. Dopo qualche giorno, il morale degli scioperanti comincia a cedere: nessuno trova un altro lavoro; inoltre, dato che hanno giurato di non cercare aiuti finanziari all’esterno, si trovano con nulla in mano. Il 6 marzo, gli industriali, che sentono vicina la vittoria, vanno da Gandhi: «Gli operai per noi sono come dei figli, perciò non immischiatevi nei nostri affari di famiglia»109. Il 9, Ambalal va a pranzo con Gandhi: c’è anche Anasuyaben, che serve il fratello; il giovane, più aperto dei suoi colleghi, accetta la costituzione di una giuria di mediazione composta da tre rappresentanti di ogni parte (padroni e operai) sotto la presidenza dell’esattore locale, un funzionario rispettato, Anandshankar Dhurva. Il 12, i mediatori propongono un aumento del 35 per cento invece del 50 richiesto. I padroni rifiutano questa intromissione e annunciano che gli operai che rifiuteranno il 20 per cento saranno licenziati: non sarà difficile rimpiazzarli. Il 15, qualcuno accetta. Gandhi li esorta a resistere; uno di loro fa notare che lui e Anasuyaben, che «vanno e vengono in carrozza» e «mangiano cibo raffinato», non possono capire minimamente la situazione degli scioperanti affamati, senza altro impiego in vista109. Questa osservazione ferisce Gandhi; alla riunione del pomeriggio spiega di essere dispiaciuto nel vedere ormai solo «mille volti tristi» invece dei «circa cinquemila volti raggianti e determinati di un tempo». Aggiunge: «Non posso tollerare che infrangiate il vostro giuramento. Da adesso, non mangerò più niente, e non userò più la carrozza finché non avrete ottenuto il vostro aumento del 35 per cento»110. È il suo primo sciopero della fame in India. Molti altri digiuni (undici in tutto per l’esattezza) scandiranno ancora la sua vita. Ogni volta più estremi, più seguiti a livello nazionale e poi mondiale. Per lui questo è un elemento chiave: digiunare per espiare i suoi errori e costringere gli altri a riflettere sui propri.

Ambalal protesta: «È una questione tra noi e i nostri operai. Non dovete mettere in pericolo la vostra vita». Neanche la sorella vuole che lui digiuni. In seguito, Gandhi dirà di essere stato tormentato dall’angoscia della giovane donna «che [gli] era attaccata con l’affetto di una sorella»169. Riconosce da sé che il suo digiuno è una forma di ricatto:

Beninteso, non si può negare che il digiuno possa arrivare a esercitare una sorta di coercizione. Questi sono i digiuni che mirano a un obiettivo egoistico. Un digiuno intrapreso per estorcere denaro a qualcuno, o per uno scopo personale simile, equivarrebbe all’esercizio di una coercizione o di una pressione ingiustificata. Io prevedo senza dubbio di resistere a simili pressioni. Personalmente ho resistito ai digiuni intrapresi contro di me o di cui sono stato minacciato. Poiché si dice che il confine tra egoismo e altruismo sia spesso molto tenue, invito chi considera il fine di un digiuno come egoistico o basso a rifiutare decisamente di cedervi, anche se questo può provocare la morte di chi digiuna.

I negoziati si rifanno febbrili. Il 18, dopo tre giorni di digiuno, i negoziatori mettono a punto una formula complessa che permette a ciascuno di salvare la faccia. Innanzitutto, i padroni accettano la mediazione dell’esattore; poi, gli operai riprendono il lavoro con un aumento di salario del 35 per cento il primo giorno, del 20 il secondo, del 27 il terzo, e infine del 35. Il doppio risultato generale è l’accettazione della procedura della mediazione e la creazione di un sindacato degli operai tessili, l’Ahmedabad Textile Labour Association, il primo del Gujarat.

Il 19 marzo 1918, dopo quattro giorni, Gandhi rompe il suo primo digiuno indiano. L’amministratore britannico Pratt, che segue la questione, osserva: «Finché gli operai seguiranno le raccomandazioni di Gandhi Sahab, essi otterranno il benessere e la giustizia»109.

Molto tempo dopo, Frederick Pratt diverrà un importante diplomatico, mentre il fratello minore, William Henry Pratt, emigrato in Canada nel 1909, sarà famoso in tutto il mondo come interprete al cinema del ruolo di Frankestein sotto il nome di... Boris Karloff!



Sergente addetto al reclutamento

Alla fine di giugno, Gandhi viene a sapere che la guerra in Europa si mette male per gli inglesi, sia contro i tedeschi che contro i turchi. Le truppe franco-britanniche, nelle trincee, sono allo stremo. Il governo di Londra decide quindi di arruolare 500.000 indiani su base volontaria per dare il cambio ai “poilus” [‘pelosi’, soprannome dato ai soldati francesi, N.d.T.]. Come molte altre personalità indiane, Gandhi è invitato a Delhi dal viceré, Lord Chelmsford, per discuterne. Arrivato a palazzo, scopre che né Tilak (che tuttavia si è impegnato a non criticare il governo britannico), né Jinnah, né i fratelli Ali (che si sono schierati dalla parte della Turchia) sono stati invitati. Allora protesta: «Senza di loro, questa conferenza perde gran parte del suo valore. Non può uscirne fuori niente». Convinto di riuscire a spuntarla in un faccia a faccia, vuole incontrare il viceré senza partecipare alla conferenza, ma poi accetta di assistervi e incoraggia gli altri leader indiani ad approvare la mobilitazione: «Coloro che non possono battersi non possono dare prova delle virtù della nonviolenza»109. Nel corso della conferenza, dichiara pubblicamente: «Nella piena consapevolezza delle mie responsabilità, io do il mio assenso a questa mozione». Si spinge ancora oltre e, senza che nessuno glielo abbia chiesto, promette di reclutare lui stesso 600 uomini, ovvero uno per ciascuno dei 600 villaggi del distretto di Kherala in cui ha appena riportato un successo che lo ha reso molto popolare. Scrive ad Annie Besant e Jinnah per esortarli a unirsi a lui per spingere gli indiani ad arruolarsi ricorrendo a un argomento assai lontano dalle sue idee: questa guerra, dice, è un’occasione unica di imparare a servirsi delle armi di cui gli indiani sono privi, poiché il porto d’armi è vietato fin dalla nascita del Raj. «Io non dico che l’India debba combattere, ma che l’India debba conoscere nel dettaglio l’arte della guerra. Partecipando a questo sforzo, avremo in pugno l’Inglese».

A partire da giugno, Gandhi percorre in lungo e in largo il distretto di Kheda, accompagnato da Patel e Kripalani, per reclutare; ma, malgrado la sua notorietà, viene mal accolto.

Sto affrontando la prova peggiore della mia vita. Io voglio mandare degli uomini in battaglia, cioè a rischiare la morte [...]. E immagino che, attraverso questo mare di sangue, troverò il mio paradiso. Trovo gente incapace di uccidere. Come predicare loro la nonviolenza? Gli insegnano l’arte di uccidere. È tremendo [...]. In certi momenti, il mio cuore sprofonda.131

Si sente «reo di trasformare i più deboli nei più coraggiosi», sottolinea Patel. Insiste con i contadini sul loro dovere di “cooperare” con gli inglesi. Nessun successo, nonostante i primi sprazzi di coinvolgimento. Dopo dieci settimane, riesce a dare agli inglesi solo 100 nomi, tra cui quello di Patel e il suo. Rajendra Prasad osserva che Gandhi è turbato: «Io non so più cosa desidera Dio»131. Nel frattempo, a Sabarmati, la moglie di Harilal, Gutlab, muore, lasciandolo solo con quattro figli54.

L’11 agosto, nel corso di una campagna di reclutamento a Nadiad, in un caldo infernale, Gandhi sviene. Informati da Patel, Ambalal e la sorella vanno a prenderlo e lo portano a casa loro, dove si riposa un mese; è sfinito, rifiuta le cure e insiste per essere trasportato dall’altra parte del fiume, all’asram di Sabarmati. Si sente talmente a corto di forze che si prepara a morire: «Il mio ultimo messaggio all’India è che essa troverà la sua salvezza attraverso la nonviolenza; è con la nonviolenza che l’India contribuirà a salvare il mondo»169. Delira un po’, dichiara che le sue azioni sono dettate da Dio o da «una voce esteriore»54; che la sofferenza è redentrice; la penitenza, fonte di gioia; il sacrificio, una forma di azione. Poi gli torna la voglia di vivere: accetta di bere del latte di capra; scriverà poi che l’olfatto ha un ruolo fondamentale nel ritorno alla salute e, cosa piuttosto curiosa, che «la volontà di vivere si rivelò più forte della devozione alla verità»170.

Si alza dal letto e a luglio tiene un discorso ad alcuni studenti di Ahmedabad, a cui chiede di pulire la città invece di studiare delle scienze di origine inglese, inutili e addirittura nocive; qui risiede, dice, la vera swaraj, l’autonomia. Ad agosto, nel corso di una sessione straordinaria del Congresso, a Bombay, Gandhi vende le ultime copie del suo libro Hind swaraj e un piccolo settimanale clandestino, il «Satyagraha». Tilak, insieme ad Annie Besant, lancia una fervente campagna contro la Gran Bretagna e viene arrestato di nuovo.

Il 30 ottobre 1918, mentre Gandhi si riposa a Bombay nella casa dell’amico Pranjivan Mehta, viene firmato un armistizio tra Turchia e Regno Unito. Il 9 novembre, Guglielmo II abdica; l’11 la Germania capitola a Rethondes. La guerra è finita. Kallenbach potrebbe finalmente raggiungere Gandhi, invece si trasferisce a Durban, per lavorare come architetto, e si sposa. Le vie dei due uomini si sono definitivamente separate, anche se continueranno a scriversi due volte al mese; dovranno attendere una ventina d’anni per rivedersi. A novembre, Harilal vorrebbe risposarsi. Il padre si oppone: «Come posso io, che ho sempre incoraggiato l’astinenza sessuale, incoraggiarti a romperla?»54.

Il 28 dicembre, i repubblicani irlandesi trionfano alle elezioni promesse; a Parigi un operaio immigrato, che diverrà Ho Chi Minh, aderisce alle Jeunesses Socialistes. Nel frattempo, in India, il Congresso elegge presidente Motilal Nehru, che presenta a Gandhi suo figlio Jawaharlal. È un avvocato di trent’anni, di ritorno dagli Stati Uniti e da Londra, che sogna di entrare in politica. Su richiesta del padre, che non desidera vedere il suo rampollo impegnarsi in quel tipo di lotta, Gandhi gli dice: «Il paese ha bisogno di grandi avvocati, diventatelo, questo ci sarà utile»157. Nehru non è convinto: «Gandhi era troppo distante, diverso e apolitico per noi giovani, in quel momento»119.



Il primo svadesi

La Gran Bretagna esce dalla guerra esangue. Solo le colonie, in particolare l’India, forniscono ancora a Londra le risorse necessarie a una grande potenza. Ma la loro partecipazione alla prima guerra mondiale, i quattordici punti del presidente Wilson (che affermano il diritto dei popoli a disporre di se stessi) e l’appello lanciato dall’Internazionale Comunista agli abitanti delle colonie a sollevarsi conferiscono un peso nuovo alle loro rivendicazioni.

Così, a dicembre, mentre l’epidemia di influenza detta “spagnola” stermina una popolazione indiana già indebolita da malaria e colera, il viceré decide di prorogare le misure d’urgenza prese durante la guerra: queste leggi, chiamate Rowlatt Act dal nome del giudice che presiedeva il comitato incaricato della loro stesura, danno ai governatori delle province il diritto di arrestare chiunque senza processo e di vietare qualsiasi pubblicazione. Risultato: indignazione diffusa, in particolare nel Punjab, dove molti uomini sono morti nelle trincee.

A gennaio del 1919, Gandhi, furioso nel constatare ancora una volta che la sua solidarietà con gli inglesi non è valsa a nulla, vede in questo un’occasione per lanciare la sua prima azione politica su grande scala. Lo farà senza passare dal Congresso.

Il 28 marzo convoca nel suo asram, come per un vero e proprio complotto, Vallabhbhai Patel, Benjamin Guy Horniman (il caporedattore britannico del «Bombay Chronicle»), Sarojini Naidu, Umar Sobhani (un musulmano proprietario di una filanda a Bombay), Anasuyaben Sarabhai, Yagnik e Shankerdal Bunker, direttori di giornali («Young India» e «Navajivan») e un attivista nazionalista che l’ha aiutato finanziariamente (ma il cui nome è rimasto ignoto), e li chiama Indian covenanters (‘congiurati indiani’). Senza consultare il Congresso, fa firmare loro un testo da lui redatto, che contiene un appello a boicottare le importazioni occidentali finché le leggi Rowlatt resteranno in vigore, e questo a partire dal 30 marzo.

Invita così all’hartal (sciopero generale), al satyagraha e allo svadesi (boicottaggio dei prodotti stranieri).

Questo vale per tutta l’India, eccetto i principati «i cui abitanti non sono stati abituati a esprimersi, e che sarebbe troppo difficile tenere sotto controllo durante una tale campagna di massa». Il Congresso non si esprime. Gli uomini d’affari che devono la loro fortuna alla cooperazione con gli inglesi rifiutano di associarsi al movimento. Tagore si preoccupa di questo boicottaggio dei prodotti stranieri e lo scrive a Gandhi: «Nessun popolo può fare la propria salvezza staccandosi dagli altri»150. Gandhi gli risponde che per lui conta solo il bene dell’India, non quello dell’umanità103. Jinnah (che decisamente non apprezza molto Gandhi, col suo spirito religioso, la sua propensione all’autoanalisi, l’importanza che assegna alle astrazioni e quella che chiama la sua “umiltà esibizionista”) protesta: «Quali ne siano le conseguenze, fremo di orrore in anticipo!»109; eppure guida comunque a Bombay una manifestazione contro una cerimonia d’addio al governatore, Lord Willingdon, che più tardi tornerà a Delhi in veste di viceré.

Il movimento esordisce il 30 marzo 1919. Immediatamente vi aderiscono in molti, portandolo all’eccesso.



Il massacro di Amritsar

Fin dai primi giorni, le cose sfuggono di mano: ad Ahmedabad alcuni inglesi sono molestati, le case saccheggiate; viene proclamata la legge marziale. Gandhi racconta, desolato, sul suo diario:

Nel Kheda, dove il tasso di criminalità è più elevato che negli altri distretti, questa gente, al grido di “Mahatma Gandhi” ha divelto rotaie e fatto deragliare treni, e se non fosse stato per un puro caso, avrebbero causato la morte di centinaia di soldati. Gli operai delle filande di Ahmedabad hanno fatto lo stesso: si è sparsa una falsa voce secondo la quale Anasuyaben era stata arrestata o aggredita. Gli operai hanno attaccato un posto di polizia, catturato un sergente inglese, l’hanno ucciso, poi hanno bruciato il suo corpo in mezzo alla strada; hanno incendiato gli uffici postali e causato molti altri danni.109

Gandhi pensa allora di arrestare un movimento che, lanciato da appena dieci giorni, gli sfugge di mano, ma non fa in tempo: il 10 aprile ad Amritsar, nel Punjab (dove si trova il più sacro santuario sikh, il Tempio d’Oro), il governatore fa arrestare due deputati, un musulmano, il dottor Kichlu, appena tornato da quattro anni al fronte in Europa, e un hindu, il dottor Satyapal. Le manifestazioni di massa degenerano. Cinque europei e trenta indiani restano uccisi. Il 12, Gandhi tenta di recarsi sul posto per calmare la situazione, ma la polizia lo ferma alle porte di Delhi e lo scorta fino a Bombay. In una lettera del 12 aprile Tagore si rivolge direttamente a Gandhi chiamandolo “Mahatma” per la prima volta per iscritto e rinuncia pubblicamente al titolo nobiliare conferitogli da Giorgio V. Il 13 aprile 1919 il quotidiano angloindiano «The Englishman» commenta: «Come se importasse in qualche modo per la reputazione, l’onore e la sicurezza del regno e della giustizia britannici se questo poeta bengalese resti un knight [‘cavaliere’] o ridiventi un semplice Babu!».

Quel giorno stesso, in 10.000 tra uomini, donne e bambini si riuniscono in un parco della città, il Jallianwalla Bagh (bagh significa ‘giardino’ in punjabi e in urdu). È una manifestazione pacifica che prende come spunto le feste del Baisakhi, cerimonia tradizionale del nuovo anno punjabi. Ma il governatore della provincia si crede attaccato da manifestanti aggressivi e invia il generale Reginald Dyer, nato in India, alla testa di 25 gurkha e 25 pathan e baluchi armati di fucili 303 Lee-Enfield e di due mitragliatrici. Il generale fa bloccare l’ingresso principale del parco e ordina di sparare a caso sulla folla, in particolare sulle quattro uscite ancora aperte verso cui si precipita la gente. Quando certi soldati esitano e sparano in aria, Dyer ordina loro di mirare più in basso minacciandoli di morte. Le scariche durano dieci minuti; vengono sparate migliaia di pallottole e uccise 379 persone; migliaia di feriti sono abbandonati sul posto. I morti e i feriti sono tutti hindu in un paese musulmano. La sera stessa, il governatore del Punjab si complimenta con Dyer, decreta la legge marziale per l’intera provincia, che chiude per due mesi a qualunque visitatore; 51 “agitatori” sono condannati a morte e 46 all’ergastolo.

Grandissimo turbamento in tutto il paese.



L’“errore himalayano”

L’indomani, il 14 aprile, da Nadiad, nel Kheda, dove si trova, Gandhi dichiara di aver commesso un “errore himalayano” (formula che diverrà proverbiale in India) lanciando il movimento svadesi; poi torna a Sabarmati, a 100 chilometri da lì. Scriverà più tardi: «Ho capito di aver fatto un errore di calcolo himalayano proponendo la disobbedienza civile a gente che ignorava totalmente l’arte del satyagraha. Quest’arte viene istintivamente a chi è naturalmente rispettoso della legge»170. E questo non è il caso, secondo lui, delle masse indiane. D’ora in poi ripeterà senza sosta che l’India dovrà riformare se stessa prima di agire.

In un testo essenziale per comprendere la sua concezione della nonviolenza, aggiunge addirittura che la disobbedienza civile deve arrivare anche all’accettazione tranquilla del massacro di chi protesta:

La popolazione riunita a Jallianwalla Bagh non avrebbe dovuto fuggire o anche solo voltare le spalle quando le hanno sparato addosso. Se il messaggio della nonviolenza l’avesse toccata, essa avrebbe dovuto, quando è stato aperto il fuoco, avanzare marciando, a petto scoperto, e morire gioiosamente nella convinzione che ciò avrebbe significato la libertà per il suo paese [...]. Noi abbiamo fatto il gioco del generale Dyer, perché abbiamo agito come lui aveva previsto. Lui voleva vederci fuggire davanti alla canna del suo fucile, voleva che strisciassimo tracciando linee con il nostro naso per terra. Questo fa parte della politica dell’“a ferro e fuoco”. Quando affrontiamo questa politica guardandola dritta negli occhi, essa svanisce come un’apparizione.169

Gandhi assumerà la stessa posizione, vent’anni più tardi, verso la Shoah, dicendo che le vittime ebree devono affrontare il boia nazista con il sorriso...

Il 18 aprile, tornato a Sabarmati, dichiara che intraprenderà tre giorni di digiuno per penitenza. E che sospenderà il satyagraha. I leader del Congresso s’infuriano: perché invece non sfruttare l’indignazione provocata da quel massacro per intensificare il movimento? In generale, i biografi di Gandhi, che non vogliono criticarlo troppo, non insistono su questa scelta; uno storico indiano, Majumdar, si arrischia a dire che «rimane un mistero»109. Questo gesto, comunque, lo rifarà spesso: interrompere un movimento perché uscito dai binari.



Il silenzio, l’arcolaio, la dhoti

Gandhi inoltre prende tre decisioni che si riveleranno definitive: il silenzio, l’arcolaio, la dhoti.

Da una parte, convinto di aver agito in maniera troppo affrettata, decide che d’ora in poi passerà in silenzio tutti i lunedì senza eccezione, per ricercare la pace interiore secondo i principi hindu del mauna (‘silenzio’ in sanscrito) e della santi (‘pace’). Fino a quel momento lo aveva fatto solo occasionalmente; da adesso non infrangerà più questa regola se non in circa due occasioni, fino alla sua morte. In realtà, ama sempre più parlare con i gesti e moltiplica i contatti fisici; riempie giovani e vecchi di pacche sulle spalle, fa smorfie, poggia la mano sulla spalla ai giovani dell’asram passeggiando, o sulla testa in segno di benedizione54. Vedremo che questi contatti fisici non sono tutti innocenti...

Poi Gandhi decide di filarsi da solo il cotone, tessere da solo la stoffa e confezionarsi da solo i vestiti. In un villaggio vede un arcolaio e ne intuisce tutta la portata simbolica. Se ne mette uno in camera e per lui è una scoperta grandissima; allo stesso tempo disciplina manuale e occasione per concentrarsi, isolarsi dal mondo, riflettere, controllarsi, protestare contro l’influenza occidentale: questa sarà la risposta all’umiliazione. Tuttavia l’arcolaio non viene dalla tradizione indiana: è un attrezzo messo a punto in Europa e non c’è nessun legame con la ruota del destino, anche se in hindi le due parole (carkha e cakra) si somigliano foneticamente. Gandhi spiega che il carkha (l’arcolaio) e la khadi (il tessuto di cotone) lo mettono in relazione con un tessitore del XV secolo originario del Nord dell’India, KabHr, che cercò di creare dei legami tra hindu e musulmani, e con Thiruvalluvar, poeta del VI secolo che predicò nel Sud dell’India54. D’ora in poi si servirà dell’arcolaio per tutta la vita, almeno un’ora al giorno, e vi costringerà anche i suoi compagni, compresi i più restii; imponendo pure, in seguito, la produzione di una quantità minima di filato a ogni membro del Congresso al fine di allontanarne i più violenti. Dal suo eremo, Tagore gli scrive di essere ostile a questo tentativo di allontanare l’India dalla modernità, a questo «suicidio spirituale»150.

Gandhi infine decide di semplificare ulteriormente il suo abbigliamento. Adotta una volta per tutte la dhoti, quella striscia di stoffa che ha già indossato altre volte e che non lascerà più. Quel panno senza cuciture è come il pensiero indiano, che scivola da un concetto all’altro senza interruzioni, nonostante pieghe e torsioni...



Riunire i musulmani

Il 28 aprile 1919, il trattato di Versailles crea la Società delle Nazioni che raggruppa 45 nazioni (26 non europee), compresi i delegati fantoccio dell’India, che in realtà assicurano una voce supplementare alla Gran Bretagna; la Russia rifiuta di farne parte; la Germania ne è esclusa. Quanto al presidente degli Stati Uniti, Wilson, che ne è il promotore, non otterrà la ratificazione del trattato da parte del Senato americano. La Francia recupera l’Alsazia e la Lorena. L’Impero ottomano è sul punto di essere smantellato dai negoziatori del trattato di Sèvres.

A maggio del 1919, le truppe britanniche occupano il Medio Oriente (a eccezione della Siria) dalle coste del Mediterraneo fino a quelle del Mar Caspio e ai confini del Caucaso. Tra il Beluchistan e la Mesopotamia, niente sfugge al loro controllo. Inoltre, la conquista a partire dall’Egitto – da parte di truppe indiane, australiane, neozelandesi e sudafricane – di Siria, Palestina, Giordania e Mesopotamia ha procurato loro un passaggio via terra dal Mediterraneo al Golfo Persico. Ciò si è rivelato molto costoso per le casse dello Stato («L’avventura mesopotamica è stato uno dei peggiori investimenti che abbiamo mai fatto», dichiara all’epoca l’ex primo ministro britannico Lord Asquith)59. Ma di fatto questo offre alla Royal Dutch Shell e agli inglesi i diritti di estrazione petrolifera e assicura loro il controllo dell’Irak Petroleum e di tutte le concessioni petrolifere negate in precedenza dalla Turchia. Così alcune conquiste militari, motivate principalmente dalla protezione della via dell’India, portano quasi per un colpo di fortuna il petrolio agli inglesi.

I musulmani indiani si preoccupano del destino dei Luoghi Santi. Da sempre Gandhi si sente vicino a loro. Essi l’hanno aiutato nei momenti difficili della sua giovinezza: «Io non sono un hindu, ma un indiano. Io voglio essere un ponte tra le due comunità. Voglio legare, se possibile, queste due comunità col mio sangue»36.

Nel frattempo, Lord Chelmsford ed Edwin Montagu danno il tocco finale a un rapporto sullo stato dell’India in cui si mostrano preoccupati per «una divisione confessionale che significa la creazione di campi politici organizzati gli uni contro gli altri, e che insegna agli uomini a pensare da partigiani, non da cittadini. Il governo britannico è spesso accusato di dividere per regnare; perciò non dividiamo gli uomini senza necessità proprio mentre li conduciamo sulla via dell’autonomia; altrimenti, saremo tacciati di ipocrisia»193.

Invece che sulla «via dell’autonomia», il suddetto rapporto sfocia in una riforma superficiale: il Government of India Act. I consigli legislativi provinciali, eletti a suffragio ristretto, acquistano la facoltà di nominare e dimettere i “ministri regionali” responsabili dell’Istruzione, dell’Agricoltura, dell’Amministrazione locale, dell’Industria e delle Opere pubbliche; i portafogli della polizia e della giustizia, le prigioni e l’imposta fondiaria restano di competenza dei governatori provinciali, che rendono conto solo al viceré. A livello nazionale, un Consiglio Legislativo imperiale è suddiviso in due camere, un’Assemblea Legislativa e un Consiglio di Stato, entrambi senza potere reale. L’Assemblea Legislativa è elettiva per cinque settimi e il Consiglio di Stato lo è per tre quinti, entrambi con suffragio censuario molto ristretto. Inoltre una Camera dei Principi riunisce i rappresentanti diretti dei 109 Stati, a cui si aggiungono dodici seggi che ne rappresentano altri 127; 326 Stati non hanno alcuna rappresentazione. Perfino qualche indiano è ammesso in seno a un “Consiglio esecutivo del viceré” che non ha, neanche questo, alcun potere. Le prime elezioni di queste camere sono fissate per il novembre del 1923, quattro anni dopo. Gandhi va a dir loro che trova il testo assai insufficiente. Il Congresso, presieduto da Motilal Nehru, decide di non partecipare a queste elezioni.

Gandhi presiede una conferenza di indiani musulmani, l’All India Khilafat, che reclama che la custodia dei Luoghi Santi dell’islam (La Mecca, Medina e Gerusalemme) sia lasciata al califfo turco. Lancia l’idea di un satyagraha per protestare contro lo smantellamento dell’Impero ottomano. Chiede di essere ricevuto dal viceré, al quale dichiara: «Se vuole conquistare il cuore e lo spirito dei musulmani dell’India, il governo di Sua Maestà deve pervenire a un accordo con la Turchia»169.

Nel settembre del 1919, inventa il Gandhi cap, una bustina bianca che indossa di rado. Jawaharlal Nehru lo porterà con grande eleganza.



Chiusura del caso Amritsar

A ottobre finalmente si riunisce a Delhi, dopo molte reticenze, una commissione d’inchiesta sugli eventi di Amritsar diretta da un alto magistrato britannico, Lord Hunter, venuto appositamente da Londra. È una pagliacciata: quando il giudice domanda cortesemente al generale Dyer perché non abbia fatto soccorrere i feriti, di cui molti sono morti nelle ore successive alla sparatoria, questi risponde che nessuno glielo aveva chiesto! Poi Lord Hunter interroga Gandhi:

D. «Presumo, signor Gandhi, che siate voi l’istigatore del movimento del satyagraha?».


R. «Sissignore».


D. «Volete spiegarlo brevemente?».


R. «È un movimento interamente fondato sulla verità, destinato a sostituire i metodi violenti. Per come l’ho concepito, è un’estensione del diritto sociale in campo politico e la mia esperienza mi ha portato a concludere che questo movimento, e solo questo, può liberare l’India dalla minaccia di una violenza che si estenderebbe a tutto il paese se si volesse mettere fine agli abusi».


D. «Voi lo avete usato in opposizione alla legge Rowlatt. E, in questo contesto, avete chiesto alla popolazione di firmare l’impegno del satyagraha?».


R. «Sissignore».


D. «Avete intenzione di far aderire il maggior numero possibile di uomini a questo movimento?».


R. «Sì, conformemente al principio di verità e di nonviolenza [...]. Il satyagraha è lontano dalla resistenza passiva come il Polo Nord dal Polo Sud. La resistenza passiva è stata concepita come l’arma del debole, e non esclude l’utilizzo della forza fisica e della violenza, mentre invece il satyagraha è l’arma del forte ed esclude l’uso della violenza sotto qualsiasi forma [...]. Il suo significato intrinseco è l’adesione alla verità – da cui il suo nome di “forza della verità”. Io l’ho anche chiamato “forza dell’amore” o “forza dell’anima”».169

Quando Hunter gli domanda: «Chi determina la verità?», Gandhi risponde: «Questo spetta a ogni individuo»169.

La commissione conclude che il generale Dyer ha commesso un «grosso errore di giudizio». Nient’altro. Lui è sollevato dal suo incarico e rispedito senza alcuna sanzione in Inghilterra, dove riceve un’accoglienza trionfale. Se la Camera dei Comuni esprime la propria sfiducia nei suoi confronti con 230 voti contro 129, la Camera dei Lord ritiene, con 129 voti contro 86, che «si tratta di un uomo valoroso». Il «Morning Post» organizza una colletta: questa frutterà al generale una spada e 20.000 sterline, che gli permetteranno di godersi una lunga e serena pensione.



Un grande amore

A ottobre, dopo il fiasco della commissione Hunter, Mohandas, che ha appena compiuto cinquant’anni, va per la prima volta a Lahore per condurre delle indagini personali. È accompagnato dal pandit Malaviya, da Motilal Nehru, allora presidente del Congresso, da Charlie Andrews, che lo segue dal 1913, e da Pyarelal Nayar (di appena diciannove anni). Questo giovane assistente dice di trovare in Gandhi «la calma sicurezza della forza; l’accesso a una riserva nascosta di potenza che potrebbe attraversare anche un impenetrabile muro di granito»114. Per tre mesi gira il Punjab e interroga numerosi testimoni del massacro di Amritsar, promuovendo allo stesso tempo la khadi e il carkha.

Gandhi allora viaggia a piedi nudi, in terza classe. In ogni camera in cui alloggia, fa togliere letto, tavolo e sedia. Quando qualcuno fa il suo elogio, lui l’interrompe e obietta che bisogna ammirare solo il popolo, e critica chi gli si rivolge in inglese109. Con la sua voce appena udibile, arringa il popolo e appare agli occhi dei funzionari inglesi come un riformatore religioso (come Mahatma Munshi Ram o Swami Vivekananda) e non ancora come un uomo politico. La gente comincia a comprendere che è dotato di poteri psichici eccezionali. E, come per i più grandi guru, si mormora che basti incrociarne lo sguardo (darsan) per ottenere la sua benedizione.

Numerosi leader del Congresso del Punjab si trovano ancora in detenzione, tra cui Rambhuj Dutt Chaudhuri nella cui casa alloggia Gandhi. In assenza del suo ospite, lui incontra la moglie Sarala Devi, che all’epoca ha quarantasette anni, è nipote di Tagore, e dirige il giornale «Hindustani» al posto del marito54. Lei gli rammenta che si sono incrociati diciott’anni prima, nel dicembre del 1901, quando lei dirigeva il coro che eseguiva l’inno di apertura della seduta del Congresso, messo in musica da Tagore, a Calcutta.

Il colpo di fulmine è reciproco. Il 27 ottobre, qualche giorno dopo il suo arrivo a Lahore, Gandhi scrive: «La compagnia di Sarala Devi mi ispira molta tenerezza. Lei si occupa molto bene di me»154. Ed è così preso da questa relazione (che qualifica come “indefinibile”) che pensa a un «matrimonio spirituale»169. Effettivamente formano una coppia eccezionale: lei, grande intellettuale, lo ricollega a Tagore e al Bengala; insieme, sono l’India tutta intera.

A dicembre il Congresso tiene la sua seduta annuale ad Amritsar, per commemorare il massacro. Tilak e Motilal Nehru, il presidente, si riavvicinano a Gandhi che esorta a respingere le riforme proposte da Montagu e Chelmsford. Il Congresso rifiuta la partecipazione a queste elezioni a suffragio ristretto. I 7.000 delegati vogliono portare Gandhi alla testa del Congresso, ma lui preferisce far eleggere Lala Lajpat Rai, patrono del Congresso del Bengala. La riunione sfocia così nella decisione di acquistare il giardino in cui è avvenuto il massacro per farne un luogo sacro. Gandhi propone di lanciare una sottoscrizione per raccogliere le 536.000 rupie necessarie: «Il memoriale dovrebbe essere il simbolo nazionale della volontà onesta e costante di giungere all’unione tra musulmani e hindu», scriverà in seguito. «Proprio come non proviamo rancore verso un demente, noi non possiamo nutrirne per il generale Dyer. Di conseguenza, svuoterò il memoriale di ogni idea di amarezza e rancore»169.

Un giornale inglese protesta contro la celebrazione:

La proposta di Gandhi di commemorare la sparatoria del Jallianwalla Bagh rischia di non favorire molto la concordia. È un tragico incidente in cui il nostro governo è stato trascinato a tradimento, ma l’amarezza del suo ricordo vale la pena di essere coltivata? Adesso non dobbiamo tentare di trovare una simbiosi più ampia, come quella predicata dal Buddha e dal Cristo? Gandhi sembrerebbe destinato a divenire l’apostolo di un tale movimento, ma le circostanze lo costringono a cercare un modo per suscitare resistenze e formare gruppi saldi. Arriverà forse a darsi come missione quella di unificare il mondo?169



La casta, prova «essenziale per una buona evoluzione


dell’anima»

Gandhi ritiene che il boicottaggio sia fallito perché non ha potuto ordinare di mantenere la calma in maniera così efficace come faceva a Durban sull’«Indian Opinion». Deve dunque creare un giornale? È incerto: in India, a differenza del Sudafrica, ce ne sono già molti e il paese è immenso, un solo giornale non arriverà a tutti. Poi però si butta. All’inizio del 1920, i suoi amici industriali del settore tessile di Ahmedabad (che facevano parte dei congiurati) gli affidano due mensili: uno in gujarati, «Navajivan» (‘La vita nuova’), l’altro in inglese, «Young India». La tiratura allora è di 40.000 copie. Ben presto diverranno settimanali e Gandhi li utilizzerà per più di vent’anni, come ha fatto in Sudafrica, per comunicare le sue idee. Molti giornali indiani riprenderanno spesso i suoi articoli, assicurando loro un impatto considerevole in tutto il paese.

Nei suoi primi articoli, Gandhi spiega di essere contrario a qualsiasi forma di macchina, perfino la bicicletta, fatta eccezione per la macchina da cucire Singer che lo incanta154. Spiega anche che, per lui, il concetto centrale dell’induismo, il varnadharma, ricopre contemporaneamente la nozione di “dovere” nella vita individuale e quella di “solidarietà” nella vita sociale; esso prende la forma di asramdharma nella vita individuale e la forma di varnadharma in quella sociale. Il varnadharma deve permettere di instaurare una società egualitaria fondata sull’amore e la mutua cooperazione.

In un articolo di capitale importanza, Gandhi approva la divisione della società indiana in caste: «Noi siamo tutti nati per servire la creazione divina, i bramini con il sapere, gli ksatriya con il potere protettore, il vaisya con l’abilità commerciale e gli sudra con il lavoro manuale». Ciononostante, lui che è un vaisya non è rimasto commerciante. Aggiunge poi che le caste sono «necessarie all’armonia personale e collettiva». Esse non devono tuttavia costituire una gerarchia sociale. Gandhi scrive: «Lo spirito del sistema delle caste non è uno spirito di arrogante superiorità, ma si tratta della classificazione di diversi sistemi specifici di cultura»169. Esse perciò devono essere «separate ma uguali» e – punto che illustra bene il suo rapporto con la morale – costituiscono una prova «essenziale per una buona evoluzione dell’anima» nel lungo percorso della reincarnazione. Lui dunque non chiede l’abolizione di questo sistema, ma precisa che «ciascuno deve sapere restare al suo posto, grazie all’autocontrollo» come «richiede la Bhagavad-Gita laddove consiglia al principe Arjuna di uccidere il cugino in battaglia a sola condizione che non ne tragga né interesse personale né piacere». In compenso, denuncia l’intoccabilità, «che nuoce alla causa dell’indipendenza»169.

Per di più, benché sia sempre più innamorato e il suo rapporto con Sarala Devi non sia affatto platonico, Gandhi scrive che la generalizzazione della castità non conduce affatto all’estinzione del genere umano, che il matrimonio svia l’uomo da missioni più alte, che solo il brahmacari, l’uomo casto, è un uomo completo. Allo stesso tempo, non dissimula più la sua relazione, che pone problemi a tutti nell’ambiente benpensante dell’epoca. Suo figlio Devdas e il suo collaboratore Mahadev Desai gli chiedono di porvi fine54. Lui obbedirà dopo nove mesi, a giugno del 1920. «È grazie a loro che non sono precipitato nel fuoco dell’inferno», dirà nel 1933.

Quando, a dicembre di quell’anno, Sarala Devi si lamenterà di essere stata sacrificata «a Bapu e alle sue leggi», le risponderà con una lettera che mostra bene quanto la loro relazione non sia solo spirituale:

Ho analizzato il mio amore per te. Sono così giunto a una definizione del matrimonio spirituale. È un’associazione tra due persone di sesso opposto in cui la dimensione fisica è totalmente assente. È dunque possibile tra fratello e sorella, tra padre e figlia. Tra due brahamacbri, è possibile solo in pensiero, parole e atti [...]. Possediamo noi questa squisita purezza, questa perfetta armonia, questa perfetta fusione, questa somiglianza di ideali, questo totale oblio di sé, questa fermezza d’intenti, questa totale fiducia? Per quanto mi riguarda, posso rispondere francamente che è solo un’aspirazione. Io non sono capace di questa sorta di amicizia con te...

L’avventura lo segnerà profondamente e fino alla fine si sforzerà di provare a se stesso di essere capace di questo “totale oblio di sé”, di questo controllo del desiderio, tanto da lanciarsi, come vedremo, in sbalorditive esperienze di continenza sessuale.

Quindici anni dopo, in occasione di una discussione con Margaret Sanger, un’americana venuta a perorare presso di lui il controllo delle nascite, egli racconterà ancora, dopo aver accennato che sua moglie era analfabeta, che aveva «rischiato di soccombere» a «una donna di vasta cultura», ma che per fortuna si era liberato da «quella trance»109.



Un satyagraha per l’islam

Le negoziazioni del trattato di Sèvres tra gli alleati e l’Impero ottomano accelerano. Si parla di affidare la custodia dei Luoghi Santi di Gerusalemme alla Gran Bretagna che li occupa dal 1917. I musulmani indiani sono furiosi. Gandhi pensa che sia una buona occasione per un’alleanza tra questi e gli hindu. «Un’occasione simile non si ripresenterà per cent’anni», osserva. Perciò vuole rilanciare l’idea di un satyagraha per l’islam.

A marzo, in Palestina, alcuni nazionalisti arabi venuti da Damasco lanciano un raid sulla Galilea; le colonie ebraiche subiscono attacchi micidiali. Gli ebrei decidono allora di armarsi. Il 4 aprile e i giorni seguenti i quartieri ebraici di Gerusalemme sono attaccati (18 ebrei morti e 4 musulmani). Gli inglesi rimuovono il sindaco, Musa Kazim al-Husseini, e condannano in contumacia suo fratello che è stato arrestato ma è riuscito a fuggire. Il 24 aprile, alla conferenza di San Remo, le potenze alleate ratificano la concessione al Regno Unito di un mandato sulla Palestina e la Transgiordania.

Nel giugno del 1920, dopo due anni di silenzio, Gandhi riprende la sua corrispondenza con Kallenbach, tornato in Sudafrica; inoltre partecipa ad Allahabad a una riunione con i rappresentanti delle principali comunità religiose. Espone loro un programma di resistenza nonviolenta che propone di lanciare a partire dal 1° agosto, per ottenere che i Luoghi Santi musulmani siano lasciati sotto il controllo del sultano e per contrastare l’uso di prodotti stranieri, azione diversa dal puro boicottaggio: «Finché il Congresso si atterrà a una non-cooperazione nonviolenta, il boicottaggio dei prodotti britannici, considerati come distinti dagli altri prodotti stranieri, dovrà essere rifiutato»170.

Poco dopo, il 7 luglio, nel corso di una sessione straordinaria particolarmente animata del comitato esecutivo del Congresso, a Calcutta, Gandhi, che eccezionalmente alloggia dal figlio Harilal, domanda «riparazione per i torti causati al Punjab» e la difesa del Califfato. Cita Thoreau: «Io sono convinto che se mille uomini, cento, o anche dieci che potrei nominare [...], se solamente dieci uomini onesti [...], se anche un solo uomo onesto, nello Stato del Massachusetts, cessando di tenere degli schiavi, rifiutasse effettivamente questa pratica e fosse quindi imprigionato, questo significherebbe l’abolizione della schiavitù in America»160. Aggiunge inoltre che il satyagraha, di cui ha da poco importato la pratica in India, «si fonda sull’antica legge dell’”autosacrificio” che non implica un’umile sottomissione dell’anima alla volontà di chi fa il male, ma un’opposizione dell’anima alla volontà del tiranno, e una resistenza ai suoi ordini ingiusti»169. Questa frase acquisterà una risonanza particolare allo scoppio della seconda guerra mondiale.

L’inizio del satyagraha è fissato al 1° agosto. Gandhi dichiara a Muzaffarnagar, poi a Bombay, il 29 luglio: «Il tempo dei discorsi sulla non-cooperazione è passato ed è arrivato quello dell’applicazione pratica. Ma due cose erano necessarie al completo successo: un ambiente libero da qualsiasi violenza e spirito di sacrificio»169.

Quel 1° agosto, giorno dell’inaugurazione del movimento, muore Lokamanya Tilak, sfinito da lunghi anni di prigione e di esilio. Alla sua cremazione a Bombay, davanti a più di 200.000 persone, Gandhi lo definisce «il creatore dell’India moderna». E Sri Aurobindo, facendo riferimento alla lotta che comincia, dichiara:

Un grande spirito, una grande volontà, un illustre ed eminente leader di uomini ha lasciato il suo campo di azione e di fatica. Per i suoi compatrioti, Lokamanya Tilak rappresentava molto di più, perché era divenuto l’incarnazione degli sforzi passati e il capo della lotta attuale per una vita libera e più ricca [...]. [La sua] morte ci coglie in un momento in cui il paese attraversa ore tormentate e decisive. Essa avviene in un periodo critico, anzi coincide con una svolta cruciale in cui il Padrone del Destino sta interrogando la nazione, la cui risposta determinerà la forza e il significato del suo avvenire.8

Lo stesso giorno, Gandhi rispedisce al viceré la sua medaglia d’oro del Kaisar-i-Hind, quella ricevuta per la guerra zulu e quella della guerra dei Boeri, con queste parole:

Non è senza una fitta al cuore che restituisco queste medaglie nel quadro dell’operazione di non-cooperazione che comincia oggi, in relazione con il movimento [in favore del mantenimento del ruolo del califfo come protettore dei Luoghi Santi]. Sebbene queste onorificenze mi siano care, io non posso in coscienza portarle finché i miei compatrioti musulmani saranno obbligati a sopportare l’affronto inflitto ai loro sentimenti religiosi.169

Quella sera stessa ha luogo un primo autodafé dei tessuti stranieri.



“La legge della spada”

Il 10 agosto, è sottoscritto il trattato di Sèvres tra gli alleati e i delegati del sultano Mehmet VI, che conserva il trono. Il trattato conferma lo smembramento dell’Impero ottomano, crea una repubblica indipendente d’Armenia e un territorio autonomo dei curdi. La Società delle Nazioni affida le province arabe alla Francia e al Regno Unito che eredita alcuni Luoghi Santi di Gerusalemme. L’Italia e la Grecia ottengono dei brandelli dell’Impero. Istanbul, le coste del Mar di Marmara e i Dardanelli sono smilitarizzati. Gli Stretti turchi sono posti sotto il controllo di una commissione internazionale. Il mandato sulla Palestina sancisce che la Gran Bretagna deve «mettere il paese in condizioni politiche, amministrative ed economiche che permetteranno la costituzione di una patria nazionale ebraica e lo sviluppo di istituzioni di autogoverno».

L’11, su «Young India», Gandhi pubblica un articolo importante, “La legge della spada”, in cui ammette per l’unica volta nella sua vita che la violenza può essere lecita:

Credo che se l’unica scelta fosse tra la vigliaccheria e la violenza, io consiglierei la violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il suo onore piuttosto che diventare o restare, per vigliaccheria, un’immensa vittima del suo disonore. Dunque non auspico che l’India pratichi la nonviolenza per debolezza, ma in piena coscienza della sua forza e del suo potere. Credo tuttavia che la nonviolenza sia infinitamente superiore alla violenza.

Riconferma la sua inclinazione: «Io amo molto la dottrina che considera la realtà plurale. Questa dottrina mi ha insegnato a giudicare un musulmano e un cristiano dal rispettivo punto di vista». Respinge la democrazia parlamentare per rifiuto della centralizzazione e predica la democrazia diretta. Aggiunge: «Io non sono un visionario. Mi definisco un “idealista pratico”»169.

Ad agosto del 1920, Sri Aurobindo spiega al dottor Moonje, braccio destro di Tilak, le ragioni del suo rifiuto di presiedere il Congresso:

Io non sono più un uomo politico. Ho intrapreso, in maniera definitiva, un altro genere di lavoro che ha per base la spiritualità, un lavoro di ricostruzione spirituale, sociale, culturale ed economica di natura pressoché rivoluzionaria, ed effettuo o per lo meno veglio su una sorta di esperimento di laboratorio che assorbe tutta l’energia di cui sono capace [...]. E l’ho intrapresa come la missione del resto della mia vita [...]. Comunque posso permettermi di segnalarvi che fate una scelta errata chiedendomi di prendere il posto di Tilak. Nessuno oggi in India, per lo meno nessuno che attualmente conosciamo, è in grado di occupare quel posto, e io meno di chiunque altro. Io sono idealista fino al midollo; non posso essere utile che quando si deve effettuare qualcosa di drastico, una svolta radicale o rivoluzionaria da prendere (per rivoluzione, non intendo dire violenza)... La politica di Tilak [...] è senza dubbio la sola alternativa a una certa forma di non-cooperazione della resistenza passiva.8

Nello stesso momento, a Mosca, al secondo Congresso della Terza Internazionale, Lenin sottolinea la necessità di sostenere i movimenti “nazionali rivoluzionari”. Finanziati da Mosca, il Partito Comunista dell’India e i radicali di Dhaka (Anusilan) intraprendono una violenta campagna contro Gandhi, mentre gli uomini di Aurobindo, in esilio interiore, sono in cerca di un nuovo maestro.



L’imprudente promessa: l’indipendenza in un anno

Da agosto, il satyagraha continua senza avere un grosso impatto: il topolino di Gandhi non ha fatto tremare l’elefante del Raj.

A dicembre, mentre il III Congresso islamico-cristiano di Haifa reclama il blocco dell’immigrazione ebraica e la creazione di uno Stato arabo di Palestina, il Congresso Nazionale Indiano si riunisce a Nagpur, nodo ferroviario al centro geografico dell’India. Questa volta, si contano 14.000 delegati, hindu e musulmani: una vera città!

Comunque il Congresso è molto ben organizzato: ogni villaggio che conti cinque aderenti è considerato come un’unità del movimento; al di sopra ci sono i cantoni, poi i distretti e ventuno comitati provinciali designati da quelli distrettuali68.

Le scelte tattiche sono fatte dall’high command (il comitato direttivo), in pratica da Gandhi in persona: appena sei anni dopo il suo ritorno in India è riuscito, con la sua azione all’esterno del Congresso, a guidarlo senza mai cercare, almeno per il momento, di diventarne il presidente. Rifiuta anche di vedere il Congresso come un partito: «non più di quanto lo sia il Parlamento britannico, che contiene anch’esso diversi partiti, uno dei quali è momentaneamente più forte degli altri».

Molti delegati imitano il suo costume, mentre si rifiutano di farlo Jinnah o Motilal Nehru. Molti, come Jawaharlal Nehru, si mostrano così rispettosi verso Gandhi da non dargli mai le spalle. Tutti si riferiscono a lui come il “Mahatma”23. Quando Mohammad Ali Jinnah nel suo discorso se ne dimentica e lo chiama semplicemente “Gandhi”, il capo del Movimento del Khilafat, Maulana Mohammed Ali, lo interrompe per chiedergli di chiamarlo “Mahatma”, «come fanno tutti»; numerosi delegati allora applaudono. Jinnah continua, imperturbabile, ma una parte dell’assemblea lo apostrofa: «Siediti!»23. Il presidente della seduta, Sri Vijayaraghavachari, prega Jinnah di rispettare le usanze. Gandhi allora si alza e dice: «Io non sono un Mahatma. Sono un uomo comune. Costringendo Jinnah a scegliere questo vocabolo particolare, voi non mi rendete omaggio. Non possiamo ottenere la libertà forzando gli altri ad adottare il nostro punto di vista. Un uomo è libero di pensare o dire tutto ciò che vuole degli altri se il suo linguaggio non ha niente di scortese o spregiativo»23. Applausi entusiastici. Furioso, Jinnah (che già nel 1915, a Bombay, era stato umiliato pubblicamente da Gandhi) lascia la sala. Scriverà al Mahatma: «I suoi metodi hanno provocato scissioni e divisione praticamente in ogni istituzione a cui si è accostato. In tutto il paese, la gente è disperata, e l’estremismo del suo programma ha colpito solo l’immaginazione di una gioventù inesperta, di ignoranti e analfabeti»23.

Per conquistare la fiducia dei tanti radicali disorientati dalla morte di Tilak, Gandhi propone a Sri Aurobindo la presidenza del Congresso. Come le altre volte, questi declina l’offerta e spiega:

In primo luogo, non ho mai firmato e mai firmerò nessuna professione di fede nel Congresso, essendo la mia di diverso orientamento. Poi, dopo essermi ritirato nell’India francese, ho sviluppato una posizione e dei punti di vista che divergono considerevolmente da quelli che coltivavo un tempo, e mi troverei molto in imbarazzo per ciò che avrei da dire al Congresso. Sono in totale accordo con tutto ciò che si fa finché l’obiettivo è di ottenere la libertà per l’India, ma mi vedrei nell’impossibilità di identificarmi in un qualsiasi programma...8

Per allontanare dal Congresso i fautori della violenza, Gandhi propone che ogni membro sia obbligato a filare un rocchetto e inviarlo all’organizzazione centrale, All India Khadi Board.

È allora che avviene l’imprudenza. Giunto a imporsi come «la sola autorità esecutiva» del Congresso, Gandhi afferma alla tribuna, quel 21 dicembre 1920, che se il Congresso accettasse di allargare lo svadesi (cioè il boicottaggio dei prodotti stranieri) alle scuole, agli enti, ai tribunali, dunque alle istituzioni giudiziarie e scolastiche, che se gli indiani volessero dare le dimissioni dai posti governativi che occupano, disertare l’esercito, rifiutare i titoli e gli onori britannici, rifiutare addirittura ogni contatto con gli inglesi, che se ciascuno si impegnasse a cancellare le differenze di abbigliamento, a portare la khadi, a usare l’arcolaio in ogni casa almeno un’ora al giorno, che se tutto ciò si facesse con disciplina e spirito di sacrificio, allora gli inglesi sarebbero sopraffatti, il paese cadrebbe come un frutto maturo, lo swaraj (l’autonomia) diverrebbe realtà nel giro di un anno34. Tutti restano sbalorditi: Gandhi promette l’indipendenza di a un anno!

Un seguace di Jatin Mukherjee, Bhupendra Kumar Datta, l’interrompe: «Volete dire che, in un anno, farete del Congresso il Parlamento della democrazia indiana indipendente se il popolo sottoscrive il vostro appello?». «Sì», gli risponde Gandhi tra gli applausi. Datta allora per un anno gli accorda la collaborazione dei suoi sostenitori estremisti. «Ma, allo scadere dell’anno, contiamo di riprendere il nostro programma che non indietreggia davanti alla violenza». Gandhi replica: «Sarei più felice se accettaste la nonviolenza come un principio, e non come una politica»95. Informato da Datta, Sri Aurobindo è scettico: «Gandhi ha mostrato una grande energia. Potrà portare la lotta abbastanza lontano, ma non credo che saprà liberare il paese dall’oggi al domani. Non lasciatevi andare. Dovrete di nuovo agire secondo le sue convinzioni. Non opponetevi per il momento, collaborate. Ma non voglio che facciate della nonviolenza un feticcio»8.

Il Congresso dibatte, discute, tergiversa. Das e Motilal Nehru appoggiano Gandhi senza esitazioni, poi il Congresso approva il suo progetto con 1.855 voti contro 873. Per dissipare ogni tensione, Gandhi aggiunge, come ama dire: «Una decisione del Congresso non impedisce affatto a uno dei suoi membri di intraprendere un’azione contraria»154. Altri si uniscono successivamente alla prima cerchia dei suoi collaboratori: Bhave, Patel, Kalelkar, Kripalani, Prasad, Nayar, Desai, Jawaharlal Nehru; li imiteranno presto Jamnalal Bajaj, Ghanshyam Das Birla, Swami Anand. Un quarto di secolo dopo, quanti di questi giovani saranno ancora in vita dirigeranno l’India.

Nel frattempo, in Francia, al congresso di Tours, un militante di una sezione parigina del Partito Socialista, il giovane Quoc, di cui si è già parlato, vota con la maggioranza del partito per l’adesione alla Terza Internazionale. Lo ritroveremo, molto più tardi, sotto il nome di Ho Chi Minh.

In Irlanda, dopo la morte del sindaco di Cork, Lord MacSwiney, dopo sessantatré giorni di sciopero della fame e l’esecuzione da parte dell’IRA, in segno di rappresaglia, di 14 membri dei servizi segreti britannici a Dublino, il 21 novembre 1920 l’esercito britannico spara sulla folla, allo stadio di Crow Park, a Dublino. È il Bloody Sunday. Il 23 dicembre, il governo firma il Government of Ireland Act, che concede l’autonomia all’Irlanda del Sud.

Per attenuare il sentimento di trionfo che potrebbe ricavare dalla seduta del Congresso, Gandhi il 12 gennaio 1920 scrive su «Young India» un articolo sul legame tra nonviolenza e umiltà: «Lo spirito di nonviolenza conduce necessariamente all’umiltà [...]. I non-cooperanti non devono inorgoglirsi dei loro successi stupefacenti al Congresso. Noi dobbiamo agire come il mango, che si piega quando è carico di frutti»170.



L’anno del tutto o niente

Gandhi teme che con il satyagraha possa scattare di nuovo la violenza, come nel 1919. Il 27 gennaio scrive su «Young India»: «Il satyagraha esclude il ricorso alla violenza sotto qualsiasi forma, che sia di pensieri, parole o atti. Con una giusta causa, la capacità di soffrire indefinitamente e la rinuncia alla violenza, la vittoria è certa»169.

Ha ragione ad avere paura: il 29 gennaio 1921, alcuni operai tessili e dei contadini della regione di Bardoli, nel Gujarat, rifiutano di pagare le tasse, il che non è previsto nella parola d’ordine del movimento. Inizia una battaglia, condotta da Patel, che durerà in tutto sette anni.

Quando, il 10 febbraio, viene posata la prima pietra di un arco di trionfo al porto di Bombay, Gandhi scrive: «La non-cooperazione e la disobbedienza civile non sono che ramificazioni diverse dell’albero chiamato satyagraha: il satyagraha è la ricerca della verità; e Dio è verità. L’ahimsa è la luce che mi rivela questa verità».

A marzo, su «Young India», Gandhi descrive gli abiti occidentali come “ripugnanti”. Torna ossessivamente sull’arcolaio: «L’uso dell’arcolaio in tutte le case e l’adozione esclusiva di abiti filati e tessuti a mano, da parte di tutti quanti, sono assolutamente indispensabili per la libertà dell’India». E aggiunge: «L’unica preoccupazione è che l’arcolaio dovrebbe essere introdotto nelle scuole indiane». Infine: «Lo swaraj è impossibile senza l’abolizione completa dell’intoccabilità da parte degli hindu»169.

Tagore scrive sulla stampa indiana, il 2 marzo 1921:

Verrà il giorno in cui l’uomo debole di cuore, completamente libero dall’armatura, proverà che sono i mansueti a ereditare la terra. È dunque logico che il Mahatma Gandhi [...] evochi l’immenso potere dell’umanità dell’India oltraggiata e deprivata. I predestinati dell’India hanno scelto come alleato [...] la potenza dell’anima e non quella del muscolo. Essa deve elevare la storia umana, dal livello fangoso della lotta materiale alle vette delle battaglie dello spirito.153

Tre giorni dopo, dice di Gandhi:

Ho cercato [...] di scoprirvi una melodia; ma l’India della non-cooperazione, con il suo formidabile volume sonoro, la sua minaccia agglomerata, i suoi clamori di negazione, non mi canta niente. E mi dico: «Se non riesci a marciare allo stesso passo dei tuoi compatrioti, in questa grande crisi della loro storia, guardati dal dire che loro hanno torto e tu ragione; abbandona il tuo ruolo di soldato, torna nel tuo angolino di poeta e sii pronto ad accettare la derisione e la disgrazia popolare».151

Ad aprile, Gandhi indice una colletta per sostenere il movimento che si diffonde. Ma, ai suoi occhi, il numero non è né necessario né sufficiente. Scrive infatti: «Dato che un esercito di resistenza civile è o dovrebbe essere esente da passione, ovvero senza spirito di rivincita, esso ha bisogno di un numero molto meno cospicuo di soldati [...]. In realtà, un solo resistente civile perfetto basterebbe a vincere la battaglia contro il male»170.

L’India attira allora l’attenzione dei pacifisti, che la considerano, dichiara Romain Rolland riprendendo Tagore, come una «forza spirituale [...] capace di aiutare l’Europa a superare i contrasti nazionali di cui ha appena sofferto il Vecchio Continente e a oltrepassare il materialismo della civiltà moderna»137.



Primo fallimento

Il 6 settembre 1921, Gandhi vede Tagore, che il 1° ottobre pubblica un articolo in cui riconosce ciò che c’è di positivo nel suo contributo: «Se ne stava sulla soglia della capanna di migliaia di diseredati, vestito come uno di loro. Parlava nella loro stessa lingua. Questa finalmente era la verità e non una citazione da un libro...»103. Qualche tempo dopo, Tagore tuttavia scrive a un corrispondente francese: «È l’isolamento morale, costante, invisibile fardello per lo spirito, che mi opprime di più. Vorrei che fosse possibile unire le mie mani a quelle del Mahatma Gandhi, e così abbandonarmi alla corrente dell’adesione popolare. Ma non posso nascondermi più a lungo che la nostra concezione e la nostra ricerca della verità sono del tutto opposte...».

Il viceré non intende lasciar proseguire queste manifestazioni. Cedere all’ultimatum è fuori questione e dichiara quindi fuorilegge i militanti del partito; iniziano gli arresti di massa: sono fermate 30.000 persone, tra cui Mahadev Desai, Maganlal Gandhi, Pyarelal Nayar, Lajpat Rai, Abiul Kalam Azad, Chakravarti Rajagopalachari, Vallabhbhai Patel, Rajendra Prasad, Motilal e Jawaharlal Nehru54. Si assiste addirittura a un fenomeno di emulazione tra i membri del Congresso per sapere chi si beccherà la condanna più pesante. Il 17 novembre un giovane leader, Subhas Chandra Bose, nato nel 1897 e formatosi a Cambridge, che ha appena dato le dimissioni dall’Indian Civil Service per lavorare con Chitta Rajan Das, avvocato del Bengala molto impegnato nella lotta, organizza il boicottaggio della visita del principe di Galles a Bombay, cosa che gli costa la prigione. Lo ritroveremo vent’anni dopo. Per espiare queste rivolte e queste violenze, Gandhi intraprende un digiuno di cinque giorni.

All’inizio di dicembre Gandhi, che ha perso di nuovo il controllo della situazione, vede con inquietudine l’Irlanda spaccata in due, con le sei contee del Nord sotto il Regno Unito. Lui non vuole che il “corpo dell’India” subisca una simile amputazione. Alla fine del mese, nel corso della sessione annuale del Congresso ad Ahmedabad, quasi tutti i leader sono sotto chiave, tranne lui. La promessa dell’indipendenza entro un anno non è stata mantenuta. Gandhi ne è screditato e Das viene eletto presidente.

Nel frattempo, la BBC trasmette le sue prime emissioni radiofoniche. Gandhi saprà ben presto servirsi di questo mezzo.



Il massacro di Chauri Chaura

Gandhi constata che, nonostante l’arresto di tanti manifestanti, molti vogliono ampliare la disobbedienza civile e organizzare uno sciopero fiscale; il 19 gennaio 1922 scrive: «Osservo in molti luoghi un desiderio di partecipare alla disobbedienza civile di massa sospendendo il pagamento delle tasse. Ma io raccomando la massima prudenza prima di lanciarsi in questa pericolosa avventura»169. Poi, di fronte al fallimento di altre forme di azione, decide di farvi ricorso. Il 1° febbraio invia un ultimatum al viceré, Lord Reading, minacciando uno sciopero fiscale generale se i prigionieri politici non saranno liberati. Il viceré rifiuta. Con l’appoggio scettico di ciò che resta del comitato direttivo del Congresso, Gandhi ordina allora lo sciopero fiscale generale a partire dal 12 febbraio. Naturalmente Londra non può tollerarlo. Il ministro delle Colonie, Montagu, pensa che Gandhi sia impazzito, che sarebbe dovuto essere arrestato da un pezzo e che bisogna farlo senza attendere oltre.

Il 4 febbraio, a Chauri Chaura, vicino Gorakhpur, nell’Uttar Pradesh, una folla di 2.000 persone, che vuole ottenere la chiusura di un negozio che vende alcolici, supera il cordone della polizia. I poliziotti si fanno prendere dal panico, sparano in aria, vengono colpiti da pietre, entrano ancora più nel panico e uccidono tre manifestanti (due hindu, un musulmano). La folla inferocita assedia le forze dell’ordine rifugiate nella loro postazione, aspetta che le loro munizioni si esauriscano per aprire il fuoco contro di loro, e stermina 22 poliziotti respingendo addirittura tra le fiamme quelli che tentano di fuggire. Il governo di Londra allora impone la legge marziale e 172 persone sono incriminate: 19 saranno condannate a morte e 113 a pene che vanno dai due anni all’ergastolo; 38 saranno assolte per “insufficienza di prove” e 3 moriranno sotto tortura nel corso degli interrogatori.

È il terzo massacro legato a una manifestazione organizzata da Gandhi nell’arco di un anno. Il 10 febbraio, per punirsi di questa violenza, come ha già fatto dopo il massacro di Amritsar, decide di digiunare per cinque giorni e ancora una volta chiede, con stupore generale, la sospensione del movimento.

Il 13 febbraio scrive su «Young India»: «È la peggiore umiliazione che abbia mai provato, ma il paese ha molto da guadagnare dalla mia umiliazione e dalla confessione dei miei errori»169.

I leader del Congresso, siano essi liberi o reclusi, che si tratti di Chakravarti Rajagopalachari, Azad o anche del fedele Mahadev Desai, insorgono: perché fermare tutto a causa di un incidente marginale, senza rapporto col movimento? Jawaharlal Nehru scrive: «Il governo inglese stava perdendo vigore, ma, grazie a questa decisione di Gandhi, può riprendere l’iniziativa»120. Solo Motilal Nehru sottoscrive la decisione di Gandhi: ha previsto che le cose prenderanno una brutta piega.

Gandhi scrive allora il 16 febbraio su «Navajivan»: «Confessare un errore è come una scopa che spazza via la polvere e ripulisce il suolo». E aggiunge: «L’obiettivo non è la nonviolenza, ma la libertà. Ma, senza la nonviolenza, non avremo la libertà»169. Scrive a Kallenbach per confidargli che si aspetta di essere arrestato e deportato141.

Il 28 febbraio, giorno in cui il governo inglese concede l’indipendenza all’Egitto (la sovranità ottomana è già stata abolita nel 1914) conservando il controllo del canale di Suez, passaggio essenziale per la via delle Indie, Gandhi riceve nell’asram la figlia di un leader del Congresso del Bihar, Brajkishore Prasad. Si chiama Gandhi Prabhavati e si è sposata nel 1920, all’età di quattordici anni, con un certo Jaya Prakash Narayan, partito per studiare negli Stati Uniti. Kasturba e Gandhi vegliano su di lei, come su altre donne dell’asram; lei fa dunque voto di castità.

Il 12 marzo, Gandhi scrive a un leader musulmano, in carcere, Hakim Ajmal Khan109: «Senza la nostra unità, non potremo ottenere la nostra libertà, e i musulmani dell’India non potranno dare al Califfato tutto l’aiuto che desiderano offrirgli»106.



Sei anni di prigione

Il 10 marzo 1922, nonostante l’interruzione della sua iniziativa, Gandhi è arrestato e processato per “sovversione” ad Ahmedabad. Il processo riguarda tre articoli di «Young India», e il direttore del giornale, Shankarlal Banker, è arrestato con lui. Quando fa il suo ingresso nella sala delle udienze, il giudice Broomfield e il sostituto procuratore generale si alzano in piedi. Gandhi sostiene da solo la sua difesa, ammette tutto ciò di cui lo si accusa e anzi dichiara che quelle accuse sono un onore109: «Io sono qui per chiederle di infliggermi la pena più pesante per quello che è, agli occhi della legge, un crimine deliberato e, per me, il più alto dovere di un cittadino. La vostra unica scelta, signor giudice, è tra il dimettervi o infliggermi la pena più severa, se credete che il sistema legale che contribuite ad amministrare sia buono per il popolo»169. Viene condannato a sei anni di prigione. A Londra, l’Inner Temple, al cui foro si era iscritto trent’anni prima, lo radia.

Viene portato alla prigione di Geeta, a Pune, vicino Bombay. I suoi due giornali, «Navajivan» e «Young India», continuano a essere pubblicati sotto la direzione di Vinoba Bhave, Kaka Kalelkar e Anasuyaben Sarabhai.

Il 4 luglio, a Londra, la Camera dei Comuni applica la carta del mandato sulla Mesopotamia e la Palestina: un’amministrazione civile sostituisce l’occupazione militare. Essa è ratificata dalla Società delle Nazioni. L’articolo 2 riprende la dichiarazione Balfour del 1917 (l’annuncio della futura creazione di una «patria nazionale ebraica» in Palestina); gli arabi rifiutano di riconoscerla e boicottano le istituzioni mandatarie.

Nell’estate del 1922, i leader del Congresso sono liberati uno dopo l’altro, anche se alcuni rifiutano di lasciare la loro cella. Jawaharlal Nehru è furioso di essere tra i primi liberati: «Continuiamo la lotta», scrive con un’enfasi che non è da lui, «seguiamo il nostro grande leader, Gandhi, nella lealtà al Congresso. Siamo organizzati, vigilanti e non dimentichiamo né l’arcolaio né la nonviolenza!».

Dalla prigione in cui si prepara a passare sei anni, Gandhi cambia battaglia e sceglie la questione dell’intoccabilità, perché gli inglesi non potranno rimproverargli di combatterla. Anzi, questi sono anche soddisfatti, ritiene, di veder indirizzare l’energia dei nazionalisti su un obiettivo diverso dall’indipendenza. Dice: «Gli hindu ortodossi credono ancora che adorare Dio e toccare una parte dei loro correligionari siano due cose incompatibili, e che la vita religiosa si riassuma nel fare le proprie abluzioni ed evitare le contaminazioni fisiche. [...] Io non desidero reincarnarmi ma, se dovessi rinascere, nascerei intoccabile»169.

Non è il benvenuto su questo terreno: il movimento degli intoccabili, diretto da una nuova figura, Bhimrao Ramji Ambedkar, lo taccia di ipocrisia. Ambedkar, che ha trent’anni, viene dagli intoccabili mahar, che hanno dato il nome allo Stato del Maharashtra. Non riesce a perdonare le umiliazioni subite alla scuola del villaggio, quando doveva sedersi fuori dalla classe2. Il maharajah di Baroda (Vadodara) gli ha pagato gli studi all’Elfinstone College di Bombay, poi alla Columbia University, negli Stati Uniti, e alla London School of Economics. Primo intoccabile ad aver conseguito un dottorato, è diventato membro del Foro di Londra. Ambedkar denuncia l’«ineguaglianza graduata» della società indiana, «ordine crescente della riverenza e ordine decrescente del disprezzo [...] in cui la divisione in una moltitudine di sottogruppi rivali rende impossibile qualsiasi azione concertata»2. Chiama gli intoccabili dalit, traduzione in marathi dell’espressione “i calpestati”. Sostiene la necessità di un elettorato separato, fonda a Bombay un giornale, «Mooknayak» (‘Guida dei silenziosi’) e prende posizione contro l’indipendenza, perché essa indebolirebbe gli intoccabili; minaccia inoltre di incitare i suoi compagni ad abiurare l’induismo. La religione, obietta Gandhi, non è oggetto di scambio: «Sarebbe terribile se le anime di cinquanta milioni di persone fossero messe all’asta»169.

A dicembre del 1922, all’apertura della sessione plenaria annuale del Congresso a Gaya, nel Bihar, Gandhi, sempre recluso, ha fallito su tutta la linea: i dodici mesi hanno visto solo rivolte, treni bruciati, poliziotti uccisi da folle che urlavano il suo nome. E, soprattutto, l’indipendenza che lui ha promesso non c’è. Tuttavia riesce a far votare una risoluzione in cui si chiede che ogni partecipante al movimento di non-cooperazione firmi il seguente impegno: «In quanto hindu, io credo nella giustizia e nella necessità di sopprimere quel male che è l’intoccabilità; io cercherò ogni volta che è possibile il contatto personale con le classi umili e mi sforzerò di rendere loro servizio»169. Il Congresso si scinde in due gruppi in base all’orientamento nei confronti delle elezioni sempre previste per il novembre del 1923: i “no-changers” (Patel, Rajendra Prasad, Jawaharlal Nehru e Rajagopalachari) non vogliono tornare sulla decisione già presa di non parteciparvi. I “pro-changers” (Motilal Nehru, Chitta Rajan Das) vogliono prendervi parte.

Altri leader come Vinayak Damodar Savarkar, che Gandhi ha conosciuto a Londra nel 1909, sono molto più radicali. Essi pensano che occorra “purificare” il suolo dell’India da ogni presenza straniera, anche con la violenza. Altri hindu tradizionalisti, al contrario, ritengono che l’intoccabilità appartenga all’ambito religioso e non debba essere mischiata con la lotta politica per l’indipendenza. Gandhi continua a sostenere il boicottaggio, anche se non è riuscito; riconosce però che la carta del Congresso prevede un solo obiettivo: «Ottenere l’indipendenza con tutti i mezzi legittimi e pacifici». Certi membri del Congresso, tra cui Motilal Nehru e Chitta Rajan Das, ora criticano il boicottaggio «che è fallito» e che per loro non può che volgere in catastrofe; fondano così in seno al Congresso un partito moderato, il Partito Swaraj.



Leggere, scrivere

L’anno 1923 è per Gandhi, in prigione, quello della scrittura e della lettura. Legge cinquanta opere, soprattutto religiose, e fila il cotone all’arcolaio. Scrive un testo su Il satyagraha in Sudafrica173 e inizia a lavorare alla sua Autobiografia170. Chiede agli altri militanti reclusi di non fare ostruzionismo sistematico, anche se non sono riconosciuti come prigionieri politici: «Noi dobbiamo fare della prigione un’istituzione neutra in cui possiamo, dobbiamo, collaborare in una certa misura»154. Fa arrivare delle parole d’ordine alle sue truppe: «L’intoccabilità è una maledizione per l’India», «L’armonia intercomunitaria è il fondamento dell’indipendenza», «Andate nei villaggi»... Invia al figlio Manilal, che dirige l’«Indian Opinion» in Sudafrica, una lettera in cui gli descrive l’amore fisico come «il più basso di tutti gli atti»170. Molti gli scrivono per porgli domande religiose e lo considerano un maestro; lui risponde che tutto ciò che non è nella Bhagavad-Gita, in particolare l’intoccabilità, non è hindu.

Nel frattempo, la figlia di Jawaharlal Nehru, Indira, a undici anni, crea la Brigata delle Scimmie. Questo gruppo di bambini ha in particolare il compito di sorvegliare la polizia e distribuire dei volantini di propaganda per l’indipendenza. Cresciuta a Pune, va spesso a trovare Gandhi in prigione.

In Turchia, il colonnello Mustapha Kemal, leader dei Giovani Turchi, prende il potere; il 29 ottobre 1923, depone il sultano, si fa proclamare presidente della Repubblica e non si cura più dei Luoghi Santi. Il partito del Califfato in India, che desiderava vederli affidati alla Turchia, non ha più ragion d’essere.

A novembre, le elezioni ai consigli legislativi delle province sono boicottate dalla maggioranza dei nazionalisti. Gli swarajisti (come vengono chiamati adesso quelli che sostengono Motilal Nehru) ottengono la maggioranza dei seggi nell’Assemblea Legislativa centrale e in quelle provinciali. Nehru dirige il Partito Swaraj nell’Assemblea centrale e Chitta Rajan Das ne prende la testa nel Consiglio Legislativo del Bengala109, dove costituisce il gruppo più importante e dove conclude un patto con i musulmani. Jawaharlal Nehru diventa sindaco di Allahabad. Vithalbhai Patel (fratello di Vallabhbhai) è eletto in uno dei due seggi riservati ai musulmani del comune di Bombay, e Jinnah nell’altro. Nel resto del paese gli swarajisti sono battuti da partiti locali.

Alla fine dell’anno, sempre dietro le sbarre, Gandhi è nominato presidente del Congresso, nel corso di una sessione straordinaria riunita a Delhi. Intanto Romain Rolland scrive a Tagore: «Ho terminato il mio [libro su] Gandhi in cui rendo omaggio alle mie due grandi anime, fiumi straripanti di spirito divino»136. Questa piccola opera dell’autore di Giancristoforo fa conoscere il Mahatma in Europa. Lo scrittore francese vi scrive: «La religione della nonviolenza non è solo per i santi, essa è per gli uomini comuni. È la legge della nostra specie, come la violenza è la legge delle bestie»133.



Liberazione nell’insuccesso

All’inizio di gennaio del 1924, quando ha scontato quasi due anni di regime carcerario molto duro e gliene restano ancora quattro, Gandhi accusa forti dolori all’addome. Rifiuta di vedere dei medici, non perché sono inglesi, ma perché non crede nella loro competenza. Spiega che più medici ci sono in una città, più questa trabocca di malati, che la guarigione passa per il morale – e riprende la sua teoria dell’equilibrio tra terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Una giovane dottoressa, Sushila Nayar, sorella del suo segretario, Pyarelal, lo cura poi con il chinino per una malaria; diventerà una delle sue “compagne segrete”169. Su sua richiesta, accetta di andare all’ospedale Sassoon (dal nome di una delle grandi famiglie ebree dell’India che l’ha fondato) di Pune, dove i medici inglesi gli diagnosticano un’appendicite acuta. È operato il 12 gennaio da un medico-colonnello britannico (che deve eseguire l’operazione alla luce di una torcia a vento a causa di un blackout). Piovono messaggi di solidarietà dal mondo intero. L’ospedale diventa affollatissimo: nessuno vede Gandhi da due anni! La stampa e le personalità di tutto il paese vanno a trovarlo. Considerandosi ancora un prigioniero, rifiuta di parlare di politica con chiunque.

Il 5 febbraio, lascia l’ospedale per tornare dietro le sbarre. Aspetto paradossale della situazione: medici e infermieri britannici, che hanno fatto di tutto per tenerlo più a lungo possibile in un luogo più ospitale della prigione, gli fanno un saluto d’onore alla sua uscita e lo pregano di non dimenticare che è stato operato da un medico inglese assistito da infermieri inglesi e farmaci inglesi, e che l’ombrello che lo ripara dal sole quando lascia l’ospedale è anch’esso inglese54... Lui risponde che non ha chiesto di boicottare i prodotti inglesi in quanto inglesi, ma che gli indiani portino tessuti fabbricati da indiani.

Meno di una settimana dopo, il 9 febbraio, il viceré ritiene che questa ricomparsa di Gandhi alla luce del sole rischi di rendere la sua permanenza in prigione assai impopolare e che lui sia molto più utile fuori, visto che ora vuole occuparsi degli intoccabili più che lottare per l’indipendenza. Viene liberato.

Poiché gli restano da scontare ancora quattro anni, per quel lasso di tempo sarà sorvegliato con l’obbligo di rendere noti i luoghi in cui si trova e le sue attività.

Nell’istante in cui diventa famoso, perde molto del suo credito presso i militanti. Gandhi ha dimostrato la sua incapacità di condurre una rivoluzione su scala nazionale. Tanto più che la nonviolenza non ha più il vento in poppa: nell’aprile del 1924, Bose è eletto sindaco di Calcutta prima di essere arrestato, a ottobre, per presunte attività terroristiche ed esiliato a Mandalay, in Birmania, dove Tilak aveva passato sei anni.

A maggio, Gandhi parte per riposarsi a Juhu, stazione balneare vicina a Bombay dove un amico industriale parsi, Shantikumar Morarji, possiede una villa; vi ritornerà in diversi momenti chiave della sua vita. Riprende la direzione di «Young India» e di «Navajivan», si sposta di villaggio in villaggio con il suo carkha sotto braccio per promuovere l’arcolaio e la khadi. Assume anche concretamente la presidenza effettiva del comitato esecutivo del Congresso. Il 24 maggio Gandhi scrive: «Ho conosciuto il punto di vista di Sri Aurobindo tramite mio figlio che si è recato appositamente da lui [...]. Riconosco che la nostra base deve essere spirituale. E cerco, con i miei limiti, di dirigere ogni attività da un punto di vista spirituale»169.

A giugno, durante l’assemblea del Congresso provinciale del Bengala, l’avvocato Chitta Rajan Das, presidente del Partito Swaraj, rende omaggio al patriottismo di un giovane, Gopinath Saha, che ha assassinato un inglese innocente da lui scambiato per Tagart, il commissario di polizia inglese responsabile di azioni abiette e che avrebbe ucciso Jatin Mukherjee. Gandhi insorge contro questo elogio e propone al Congresso, riunito ad Ahmedabad, di subordinare l’appartenenza al Congresso all’obbligo di filare il cotone. I membri del Partito Swaraj rifiutano. Gandhi fa marcia indietro, ma si lancia in una severa critica del terrorismo e dell’azione di Saha. Un rapporto della polizia segreta lo definisce «sconfitto e umiliato»: «Mentre ci si aspettava la sua vittoria, Gandhi è stato costretto a battere in ritirata»169.

Un aneddoto145: in quello stesso mese Gandhi visita Shimoga, nello Stato di Mysore, in prossimità delle più importanti cascate dell’India, le Jog Falls. Kaka Kalelkar e Mahadev Desai, che l’accompagnano, vorrebbero visitare il posto e cercano di convincerlo a fare una deviazione. Gandhi rifiuta, dichiarando che è un lusso che non può permettersi: lui è a Mysore per diffondere un messaggio e il tempo per andare alle cascate e tornare non potrebbe essere sfruttato per incontrare numerosi operai. Kaka Saheb, autorizzato a fare l’escursione, lo prega di dare il permesso anche a Mahadev Desai. Risposta di Gandhi: «No. Per Mahadev, io sono la cascata. Mahadev resterà»109. Quindici anni più tardi, glielo consentirà.

Più in generale, si interessa poco ai paesaggi54. Nel suo solo libro di Ricordi175, evoca la natura soltanto tre volte: nel 1893, in viaggio per il Sudafrica, nota la vegetazione di Zanzibar; nel 1896, di passaggio a Calcutta, «ammira la bellezza» dello Hooghly River; nel 1914 descrive Hardwar, nell’Uttar Pradesh, uno dei siti più sacri dell’India dove ha luogo un impressionante pellegrinaggio all’inizio di ogni anno solare indiano.



Il satyagraha di Vykom

A giugno, nel Kerala (nel Sud dell’India), a Vykom, nello Stato principesco di Travancore, un evento conferisce nuova attualità alla battaglia degli intoccabili: alcuni di loro, cui è stato vietato di percorrere le strade che passano davanti ai templi o alle case di bramini, lanciano un’azione nonviolenta che consiste nel cercare di accedere ogni giorno, a un’ora fissa, a quelle strade proibite e passare il resto del tempo ad aspettare davanti agli sbarramenti.

Entusiasta, Gandhi suggerisce al Congresso un referendum sulle caste, ma nessuno vuole sentirne parlare. Propone allora di appoggiare questa manifestazione pacifica, per ora puramente simbolica. Alcuni leader intoccabili come Sri Narayanan Guru, del Kerala, disapprovano apertamente questi metodi troppo dolci e suggeriscono agli abitanti di Vykom «di penetrare nelle vie proibite e scavalcare le barricate. Dovranno entrare nei templi e sedersi con gli altri a cenare»169. Gandhi risponde loro a settembre:

Con questi metodi [...], se sono forti e pronti a morire in numero sufficiente, potranno raggiungere i loro scopi. Ma io ritengo semplicemente che li avrebbero raggiunti con un mezzo che è l’opposto del satyagraha; inoltre, non convincerebbero gli ortodossi a condividere il loro punto di vista, ma glielo avrebbero imposto con la forza.

E aggiunge: «So che questa sofferenza dolce e silenziosa finirà per bruciare i muri del pregiudizio. Di conseguenza ci tengo a che i riformatori prendano pienamente coscienza delle loro responsabilità e che non si scostino di un capello dalla disciplina che si sono imposti»169.

È ben presto vittoria: non solo la strada che porta ai templi, ma tutte le strade di Vykom sono aperte agli intoccabili54. Eppure, per alcuni di loro, questo non basta: vogliono proseguire la lotta e sollecitano il sostegno di Gandhi. Questi risponde con una lettera in cui appare chiaramente come concepisca il suo ruolo in una battaglia. Lettera superba, espressione del suo stile e del suo ascendente:

I satyagrahi, se contano su di me, devono sapere che si appoggiano a un giunco spezzato [...], poi asciugare le loro lacrime, se possono; ma la sofferenza è un loro privilegio personale e a questa sofferenza seguirà sicuramente la vittoria, purché essi siano puri [...]. I satyagrahi di Vykom conducono una battaglia gravida di conseguenze quanto quella dello swaraj [...]. Il cuore più duro, l’ignoranza più grossolana devono sparire davanti al sole nascente della sofferenza senza collera né malizia.169

Alcuni decidono dunque di continuare la lotta per ottenere di più. Una missiva toccante indirizzata a Gandhi descrive la loro quotidianità; essa merita di essere letta, perché fa comprendere l’India di quei tempi e la devozione che ispira Gandhi a coloro che lo seguono:

Ormai sono rimasti solo dieci volontari, me compreso. Ogni giorno, uno di noi cucina, mente gli altri praticano il satyagraha per periodi di tre ore ciascuno. Contando l’andata e il ritorno, il satyagraha dura quattro ore. Ci alziamo regolarmente alle quattro e mezza e dedichiamo una mezz’ora alla preghiera. Dalle cinque alle sei spazziamo, attingiamo l’acqua, laviamo i piatti. Alle sette, tranne due di noi (che sono usciti per il satyagraha alle 5,45, dopo il bagno), torniamo dal bagno e filiamo o cardiamo fino all’ora di andare al posto di blocco. Produciamo circa mille metri [di filo] al giorno, alcuni di più. La produzione media supera i diecimila metri al giorno. Non insisto sul lavoro realizzato di domenica, perché ognuno agisce secondo la propria volontà; alcuni di noi cardano e filano ancora due o tre ore ma, a ogni modo, quel giorno non è lavorativo. Quelli che sono membri del Congresso filano la domenica per la quota di filo da garantire. Altri dedicano alcune ore al nostro umile contributo ai fondi del Memorial Deshabandu dell’India che lei ha creato. Abbiamo intenzione di inviarle un piccolo pacco di filo, il 4 settembre. Spero che sarà felice di riceverlo. Lo fileremo al di fuori delle ore di lavoro abituali. Ci riproponiamo o di mendicare o di filare per tutta quella favorevole giornata, e di inviarle ciò che avremo ottenuto. Non abbiamo ancora deciso.169



In disparte, davanti alla violenza

Mentre la comunità hindu rimane divisa sulla questione dell’intoccabilità, un nuovo incidente, questa volta tra hindu e musulmani, volge in tragedia: il 9 settembre 1924 a Kohat, nel nord-ovest dell’India, degli hindu insultati su un giornale musulmano replicano su un loro giornale. I toni si accendono e ben presto scoppiano disordini: 150 hindu e musulmani si uccidono tra loro. Si verificano incendi e saccheggi. Alcuni hindu vengono costretti a mangiare carne, o convertiti con la forza; alcune donne vengono violentate.

Gandhi se la prende con la stampa delle due comunità per aver fomentato l’odio e descrive i giornalisti come «una peste strisciante che semina il contagio con menzogne e calunnie». Vuole andare a Kohat, ma è ancora in libertà vigilata e il viceré gli rifiuta l’autorizzazione. Il 18 settembre, decide di fare ventuno giorni di digiuno nella casa di Mohamed Ali, uno dei leader del partito del Califfato a Delhi. Gli hindu si indignano di vederlo solidarizzare così con i musulmani quando le vittime di Kohat sono per la maggior parte correligionari. Lui replica che la questione dei rapporti intercomunitari è divenuta la «questione prioritaria»54.

A dicembre, finalmente viene autorizzato ad andare a Kohat con uno dei leader musulmani, Shaukat Ali. Entrambi condannano i disordini e il ruolo dell’amministrazione britannica locale, ma Ali ritiene che i musulmani abbiano patito quanto gli hindu e che perciò si debba dimenticare tutto, mentre Gandhi pensa al contrario che gli hindu siano stati molto più colpiti e che si debbano rimettere in discussione le conversioni forzate.

Sempre a dicembre, il Congresso tiene la sua riunione annuale a Belgaum, nel Karnataka, a 300 chilometri a sud di Pune. Gandhi, il cui mandato è scaduto, cede la presidenza alla poetessa Sarojini Naidu. La nonviolenza ha fallito, non ha mantenuto le sue promesse. Il terrorismo è ripreso e il Congresso esita a condannarlo. Altri nazionalisti, come Lajpat Rai, pensano che bisogna accettare i musulmani in India solo se questi smettono di esserlo. Una risoluzione presentata da Gandhi per condannare l’assassinio di un inglese è approvata per un pelo; lui si sente rinnegato, si dichiara «sconfitto e umiliato»: «Con poche eccezioni, c’è un grande fossato tra la classe colta indiana e me [...]. Tutta l’élite della nazione sembra contro di me, contro il mio stile di vita e il mio pensiero. Ma il popolo mi ama»169. L’ossessione dell’arcolaio continua: Gandhi impone un contributo obbligatorio di 2.000 metri di filo al mese ai membri del Congresso. Invece di ottenere 10 milioni di adesioni, nel 1924 il Congresso ne ha solo 200.00041.

Intanto, dopo sei anni passati in Francia, quello che diverrà Ho Chi Minh lascia Parigi per Mosca, dove il Partito Comunista forma i quadri dei movimenti anticolonialisti17.

Alla fine del 1924 il secondo figlio di Gandhi, Manilal, allora trentenne, rimasto in Sudafrica per dirigere l’asram di Phoenix e l’«Indian Opinion», fa una breve visita al padre: il giornale va bene; la fattoria si è sviluppata; l’apartheid è sempre più severo; la lotta degli indiani è ormai comune con quella dell’ANC, ma la nonviolenza è sempre più contestata. Mohandas invita il figlio a sposarsi; Manilal sta per rispondergli che effettivamente... ma non vuole dire di più.

A gennaio del 1925 il Mahatma viaggia, soprattutto in Bengala, sempre aiutato finanziariamente da Ambalal e Bajaj, per perorare la causa degli intoccabili, mentre i movimenti nazionalisti si fanno sempre più violenti. Un gruppo di bramini del Maharata fonda il partito Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), che assume come obiettivo l’emancipazione della “nazione hindu”. L’RSS impone ai suoi membri l’uniforme, il saluto e una bandiera; danno la caccia a tutti gli yavan (la parola indica contemporaneamente gli “stranieri” e tutti i non hindu). Nel corso di una manifestazione, un membro dell’RSS apostrofa Gandhi domandandogli se sia meglio lasciare 330 milioni di persone in schiavitù o massacrare qualche migliaio di inglesi; lui risponde:

Uccidere tutti gli inglesi non migliorerebbe la situazione degli indiani. Io non mi oppongo alla violenza da un punto di vista morale, ma per ragioni pratiche: essa sarebbe inefficace [...]. La violenza non farà che rimpiazzare la dittatura inglese con un’altra [...]. Sconfiggere un satana con le armi farà nascere un altro satana. Uccidere non può mai essere nobile.169

Gandhi condannerà sempre gli attentati e questo darà ad alcuni l’impressione che approvi la serie di impiccagioni che seguono inesorabilmente.

In un discorso pronunciato a febbraio di quell’anno, a Bhavnagar, alla terza conferenza politica del Kathiawar, Gandhi ribadisce il suo rifiuto del terrorismo e paragona i rapporti tra Gran Bretagna e India a quelli tra padre e figlio:

Che fa un figlio quando si oppone a una qualunque azione di suo padre? Chiede al padre di tornare sulla sua discutibile decisione; gli presenta delle richieste rispettose. Se il padre non accetta, nonostante le sue ripetute preghiere, il figlio rifiuta di collaborare con lui e arriva a lasciare il tetto paterno. Questa è giustizia pura. Il padre stesso comprende questa affettuosa non-cooperazione. Lui non può sopportare di essere abbandonato da suo figlio, né di essere separato da lui; profondamente disperato, si pente.169

Invece Gandhi si mostra assai pessimista sui rapporti tra hindu e musulmani. Scrive dunque: «Non accetterò mai lo scambio di sangue per sangue, né del tempio per la moschea. Ma chi mi ascolta?»169.



Mirabehn e altre donne

La moglie di Gandhi vive a Sabarmati; il suo secondogenito, Manilal, è tornato in Sudafrica. Gandhi manda il più piccolo, Devdas, a trovare Sri Aurobindo a Pondicherry; quest’ultimo, sempre scettico, gli domanda155: «Che fareste, con la vostra nonviolenza, se l’Afghanistan decidesse di invadere l’India?». Il primogenito, Harilal, diventato direttore della società All India Stores Limited a Lyallpur, nel Punjab, vedovo con quattro figli, beve molto e preoccupa la madre. Nel marzo del 1925 una lettera comunica a Gandhi che Harilal si sarebbe reso colpevole di malversazioni. Lui se ne dissocia subito pubblicamente: «Per me, la legge del satyagraha, legge dell’amore, è un principio eterno. Io collaboro con tutto ciò che è buono. Desidero non collaborare con ciò che è male – venga esso da mia moglie, da mio figlio o da me stesso»169. Scopre inoltre che la moglie si è tenuta per sé alcune centinaia di rupie destinate all’asram. Invece di regolare la questione in famiglia, ancora una volta, dedica a questo un articolo sul «Navajivan», denunciando le bassezze della moglie di cui dice di sentirsi lui stesso responsabile e colpevole.

A maggio apprende la morte dell’avvocato Das, che ha fondato il Partito Swaraj con Motilal Nehru, e che l’aveva appoggiato al congresso di Nagpur, nel 1920, quando aveva promesso l’indipendenza del paese entro un anno...

A giugno, mentre il libricino di Romain Rolland lo fa conoscere al resto del mondo, lo sfiora l’idea di accettare gli innumerevoli inviti che ha ricevuto dall’Europa e dagli Stati Uniti. Poi ci ripensa e agli americani risponde: «Sia detto senza arroganza da parte mia ma con umiltà, il mio messaggio e i miei metodi valgono veramente, in principio, per il mondo intero. Se il movimento che aspiro a rappresentare ne ha la vitalità e gode della benedizione di Dio, esso conquisterà il mondo intero senza aver avuto bisogno della presenza fisica mia o di chicchessia»169.

Alcuni stranieri gli rendono visita. A novembre arriva così a Sabarmati una certa Madeleine Slade, la trentatreenne figlia di un ufficiale di Marina. Dopo un’infanzia felice, in cui sognava di diventare pianista, ha letto la biografia di Beethoven scritta da Romain Rolland, al quale ha fatto visita nel 1924 a Villeneuve, in Svizzera, dove il pacifista si era dovuto rifugiare. Lui le ha parlato del libro che ha recentemente pubblicato su Gandhi, che definisce un «secondo Cristo». Lei l’ha letto nel viaggio di ritorno a Londra, ne è rimasta profondamente colpita, ha scritto a Gandhi per chiedergli di riceverla e ha acquistato immediatamente un biglietto per Bombay. Gandhi le ha risposto di prendersi un anno per riflettere, di imparare a dormire sulla nuda terra e a filare il cotone e di diventare vegetariana. Lei si è abbonata a «Young India», ha letto la Bhagavad-Gita e un po’ del Rig Veda in francese. Ha venduto il suo pianoforte e ha spedito 20 sterline al Mahatma con un campione di lana filata da lei. Il 24 luglio 1925, lui le risponde da Calcutta, dove si trova, che è pronto ad accoglierla: «Ricordate che la vita a Sabarmati non ha niente di roseo. È dura. A ogni membro è assegnato del lavoro manuale. Il clima del paese non è un aspetto trascurabile»109.

All’inizio di settembre del 1925, la giovane lascia Londra; il padre l’accompagna fino a Parigi; non lo rivedrà mai più. Ripassa per Villeneuve, dove Romain Rolland le dice di invidiarla perché incontrerà colui che lui ammira tanto senza conoscerlo.

Gandhi l’attende con grande impazienza: un’inglese che aspira a diventare sua discepola! Il 6 novembre, Devdas, il figlio più piccolo, l’accoglie a Bombay al suo sbarco dalla nave. L’indomani è attesa alla stazione di Ahmedabad da Mahadev Desai, Vallabhbhai Patel e Swami Anand, che la conducono all’asram dove Gandhi la riceve. Colpo di fulmine! Lui le dice: «Tu sarai mia figlia» (lui non ne ha e questa è l’unica volta che manifesta una sorta di rimpianto al riguardo); la alloggia in una delle casette dell’asram, a pochi metri dall’edificio principale dove vive lui. Il 13 novembre, scrive a Romain Rolland:

Che tesoro mi avete mandato! Io smuovo qualsiasi sasso per aiutarla a diventare un ponte tra l’Oriente e l’Occidente. Dato che sono troppo imperfetto per avere dei discepoli, lei sarà per me una compagna di ricerche; e, poiché vi supero sia in età che in esperienza spirituale, vi propongo di condividere l’onore della paternità. Miss Slade mostra notevoli capacità di adattamento e ci ha già messo molto a nostro agio.169

Infatti, la giovane si mette a cucinare ciò che Gandhi ama mangiare, si veste con un sari bianco, si taglia i capelli, fa voto di castità, impara l’hindi e accetta il nome che Gandhi le dà, quello di una principessa rajput del periodo medievale che ha rinunciato a tutto per Dio: Mira, da cui Mirabhen.

A fine novembre, venendo a sapere che alcuni membri dell’asram hanno rapporti sessuali tra loro, Gandhi decide di digiunare per sette giorni. Scrive su «Young India»:

Desidero che l’asram si liberi da quegli errori che indeboliscono la virilità della nazione e minano la personalità della gioventù. Ma non era pensabile punire i ragazzi per i loro errori. L’esperienza acquisita in due scuole sotto la mia direzione mi ha insegnato che la punizione non purifica, anzi non fa che indurire i ragazzi. In casi simili, in Sudafrica, sono ricorso al digiuno, a mio avviso con eccellenti risultati.

Segue poi una frase sorprendente, che mostra l’ampiezza dei poteri che si attribuisce: «Se io posso volermi identificare con la sofferenza dei più umili dell’India, e se ne ho il potere, permettetemi di identificarmi anche con i peccati dei ragazzi sotto la mia custodia. Agendo così in tutta umiltà, spero di vedere un giorno Dio, cioè la Verità, faccia a faccia»169. Il 6 dicembre aggiunge: «Se potessi agire senza i miei occhi, allora potrei agire senza digiunare. Gli occhi mi sono necessari per vedere il mondo esterno, il digiuno per vedere il mondo interiore...»169.

All’indomani di questo digiuno, scoppia un altro scandalo di ordine sessuale – ma questa volta è lui nell’occhio del ciclone: un ex membro musulmano dell’asram accusa Gandhi di aver invitato sua nuora a non portare più il velo e per di più gli rimprovera di “toccare” le donne dell’asram! Davanti allo scandalo pubblico, Gandhi riconosce su «Navajivan» che lui non è uno yogi e perciò resta vittima delle esigenze della natura umana: «Come tutti, io sono una creatura terrena, soggetta allo stesso istinto sessuale»169. Ricorda che ha fatto voto di castità ventun anni prima, che non conosce «nessun altro luogo in India» in cui le donne godano di tanta libertà come nel suo asram, che lui le considera delle madri, sorelle o figlie, ma riconosce che le donne dell’asram lo “toccano”. Tuttavia, si giustifica: se loro lo “toccano” è in modo del tutto “materno”; e per quanto lo riguarda, il suo contatto è quello «di un padre che tocca innocentemente sua figlia in pubblico»169. Prosegue le sue confessioni: «Io non ho mai apprezzato l’intimità. Quando le ragazze escono a passeggio con me, poggio loro la mano sulla spalla camminando. Loro sanno, come tutti, che questo contatto è sempre innocente»169. E aggiunge: «A parte me, nessun altro uomo ha contatti con le giovani, perché non ne hanno occasione. Non si può stabilire un rapporto paterno a proprio piacimento»169.

In realtà, da qualche mese, o forse più, col pretesto dei brividi che gli causa la malaria, Gandhi ha cominciato a dormire con una o due ragazze che lo massaggiano e lo scaldano. Evita di farlo con Mira che è appena arrivata.

Alla fine del 1925, indebolito da questi attacchi, sfinito dalla fatica, ha perduto due chili. Non è riuscito niente34: né l’indipendenza, né l’autonomia, né la campagna in favore degli intoccabili. Ed ecco che la sua stessa reputazione viene messa in causa. Decide di non uscire per un anno intero da Sabarmati: si infligge un anno della prigionia da cui è stato liberato.



Un anno nell’asram

A dicembre dunque non va a Kanpur, dove Sarojini Naidu è la prima donna a presiedere una sessione annuale del Congresso. Lì si incontrano, in mezzo a 7.000 delegati, due giovani scrittori di passaggio, ancora pressoché sconosciuti: Naipaul e Aldous Huxley. Quell’anno, in Germania, un certo Adolf Hitler pubblica Mein Kampf; in Italia, il Partito Fascista al potere diventa partito unico; Chiang Kai-shek diventa il capo del Kuomintang cinese. Il desiderio di pace spinge Briand, Mussolini, Arthur Neville Chamberlain e Stresemann a firmare il trattato di Locarno. A Mosca, il futuro Ho Chi Minh redige un pamphlet, Il processo della colonizzazione francese, in cui denuncia il monopolio coloniale sul sale, l’alcol, l’oppio, il caucciù: «Decine di migliaia di ossa ingrassano gli alberi di caucciù, proprio come il nostro sudore ingrassa i francesi»17. Gandhi non si interessa agli altri movimenti di liberazione nazionale, né ai movimenti fascisti d’Europa, tranne per condannare la loro violenza; in generale è molto più preoccupato dai movimenti comunisti, perché intuisce l’importanza che l’Unione Sovietica comincia ad assumere negli animi di alcuni giovani nazionalisti indiani.

Chi incontra Gandhi recluso a Sabarmati (il cui finanziamento, quell’anno, è difficile) descrive un uomo abbattuto. Jawaharlal Nehru osserva «profondi segni di tristezza»19 nei suoi occhi scintillanti. Mehta scrive: «Deve essere accaduto qualcosa di terribilmente penoso in lui, perché mi sentivo sempre profondamente turbato in sua presenza»91. Gandhi non apprezza più la venerazione nei suoi confronti. A un’altra inglese che gli chiede di farle da guru, lui risponde: «Se volete venire, venite pure; ma ricordate che io sono fatto di carne e di sangue, e che le nostre anime indistruttibili possono comunicare a migliaia di chilometri di distanza l’una dall’altra»109. Non ama più che lo chiamino “Mahatma”: «La puzza di questa parola mi è insopportabile», dice, e lavora all’arcolaio per sfuggirne. Cede i diritti d’autore dei suoi libri all’asram, poi li trasferisce al giornale «Navajivan». Detta una specie di testamento: «Io non ho alcuna proprietà personale. Se ne fosse trovata qualcuna dopo la mia morte, questa dovrà essere donata agli amministratori dell’asram, Revashankar Zaveri, Jamnalal Bajaj, Mahadev Desai, Imam Saheb, Chaganlal Gandhi»169. Un gruppo composito: un amico miliardario, membri della famiglia e collaboratori.

All’inizio di febbraio, nella sua prigionia volontaria, studia l’hindustani (miscuglio di hindi e urdu) che vorrebbe imporre come lingua nazionale: è una lingua facile da comprendere, al contrario dell’antico sanscrito che alcuni cercano di promuovere.

Quando, nello stesso mese, muore a Londra il padre di Mirabehn, Gandhi vuole rimandarla in Gran Bretagna; lei rifiuta, cede la sua eredità all’asram e chiede di assentarsi per andare a imparare l’hindustani a Delhi. Il Mahatma si oppone alla sua partenza. Lei resta e si impegna ancora di più. Attaccata dalla stampa inglese che l’accusa di aver venduto tutti i suoi libri, di aver fatto dono della sua eredità a Gandhi e di «vivere nella setta di un pazzo anti-inglese», lei risponde su «Young India» del 7 febbraio:

Io non ho perso i contatti con la mia famiglia [...]. Vivo in mezzo a duecento tra bambini, donne e uomini dell’India, in un posto molto ben organizzato. Questa gente non considera Gandhi un guru; loro lo chiamano Bapu (che significa ‘padre’); è un esploratore sociale. Non ho venduto i miei libri, essi sono molto utili qui. Ho rinunciato a qualsiasi proprietà privata. Gandhi mi ha chiesto di riflettere un anno, prima di venire. Non sono stata costretta a pronunciare giuramenti [...]. Penso di essere arrivata in un luogo in cui la mia anima è in pace. Passo il mio tempo a imparare l’hindi e filare il cotone.169

La vita nell’asram, quell’anno, è particolarmente austera, scandita dalla preghiera del mattino e della sera. Quella del mattino inizia alle 4,10 precise e comprende testi musulmani, buddhisti e cristiani; quella della sera è più breve54. Queste preghiere hanno luogo all’aria aperta, seduti per terra, sotto un albero di neem (nim, Azadirachta indica) o vicino al fiume. Nessuna divinità è invocata. Gandhi canta brevemente, e questo gli ispira «pace, verità e bellezza». Mira racconterà che, allo spuntare del giorno, «lui era il primo ad arrivare e, quando era l’ora, si metteva a cantare. La sua voce era magnifica»54. Dopo la preghiera, si fila il cotone per un’ora a beneficio dei daridranarayan (in sanscrito ‘Dio [travestito] da povero’). Come in Sudafrica, la cucina è collettiva: niente posti assegnati né gerarchia; uomini e donne svolgono gli stessi lavori. Tutti fanno le pulizie perché, «dato che il lavoro è sacro, non ci sono servitori»174. Gandhi dorme pochissimo; è come sempre ossessionato dall’igiene, dalla pulizia, e detesta la trascuratezza in tutte le sue forme, che sia nel pensiero, nella scrittura o nell’impiego del tempo della vita quotidiana.

Molto provato dagli attacchi che ha subito, osserva quell’anno: «Come può la gente elevarsi degradando gli altri? [...] La mia coscienza obbedisce a una legge più alta della legge [...]. Gli esperimenti con la verità sono come quelli che conduce uno specialista nel suo laboratorio»169.

Termina poi il libro cominciato in prigione, nel quale racconta quelli che chiama i suoi «esperimenti con la verità» e che interrompe nel 1921 («in mezzo alla battaglia», dice, «come il momento in cui si svolge la Bhagavad-Gita»). Quella che chiamerà “autobiografia”170 è in realtà un’appassionante arringa pro domo, scritta in un momento in cui deve affrontare un fiasco politico, uno scandalo personale e la rinuncia a un grande amore. La scrive in gujarati, mentre i suoi testi migliori, come il discorso pronunciato all’università di Benares o la sua arringa davanti al tribunale di Ahmedabad, sono, suo malgrado, in inglese. La sua vita non ne esce abbellita, ma non racconta tutto: ad esempio, non fa parola di Sarala Devi. Sri Aurobindo commenterà: «La sua autobiografia diventerà un classico sulla scia delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau o di sant’Agostino»8.

Benché occupato a regolare la vita dell’asram fin nei minimi dettagli, compreso il suo finanziamento, risponde di persona a molte lettere. «Un giorno», ricorda Pyarelal, suo segretario, «ho contato esattamente cinquantasei lettere che aveva scritto di sua mano; aveva riletto ognuna di esse, dalla data fino al saluto finale, prima di consegnarle per spedirle. Alla fine, era così stanco che si premeva le tempie con le dita, e si è sdraiato sulla nuda terra, lì dov’era seduto, senza nemmeno stendere le coperte su cui era appoggiato»109. Tagliato fuori dalla realtà del paese, scrive i suoi editoriali e denuncia su «Young India» «l’ingiustizia quotidianamente perpetrata negli Stati Uniti contro i neri allo scopo di preservare il principio della superiorità bianca», ricordando agli indiani che «il loro modo di trattare i cosiddetti “intoccabili” non è migliore di quello in cui i bianchi trattano i neri negli Stati Uniti»169.

Diventa maniacale e si irrita quando non si rispettano le sue esigenze; la sua matita, ad esempio, deve essere posata a destra e non a sinistra sullo scrittoio165. Quando Ram Narayan Chaudhari, uno dei suoi assistenti, gli domanda: «Non è una cosa senza importanza?», Gandhi risponde:

Nella nostra vita, deve esserci metodo. Se il Sole, la Luna e la Terra non osservassero le loro leggi, l’universo intero sarebbe distrutto. Ogni minuto del mio tempo è dedicato a certi compiti. Se non trovo i miei oggetti al loro posto, sprecherò molto del mio tempo, e questo comporterà molti inconvenienti, e il mio lavoro ne risentirà. Chi mi sta vicino deve tenere questo bene a mente.165

Un giorno nota che uno dei membri dell’asram, Kaka Kalelkar, ha l’abitudine di spezzare dei rametti dell’albero di neem e di servirsene come stuzzicadenti, quando avrebbe bisogno a malapena di quattro o cinque foglie. Gli fa osservare: «È una violenza [...]. Queste foglie devono essere raccolte umilmente, chiedendo scusa all’albero»165.

Barricato nell’asram, «si reca tutti i giorni in infermeria per passare qualche minuto con ogni paziente. Applica lui stesso le fasciature ed effettua i lavaggi. La gente dell’asram dice che, per incontrare Gandhi ogni giorno e passare qualche momento con lui, bisogna ammalarsi»165. Un giorno, un ragazzo originario dell’India del Sud si ammala di dissenteria e chiede del caffè. Ora, né il tè né il caffè sono permessi nell’asram, ma ce n’è un po’ in un piccolo armadio a muro adiacente alla camera di Kasturba. Gandhi, che ha vietato il caffè a tutti, gli risponde: «Un caffè leggero può far bene allo stomaco. Non abbiamo né idlidosa [cibi dell’India meridionale] ma anche delle fette di pane tostato vanno bene con il caffè». E gli serve lui stesso su un vassoio un bicchiere di caffè con due fette di pane tostato165!

Comincia addirittura a bere la sua urina, dicono quelli che ne vantano le qualità curative: essa contiene, dicono, melatonina, magnesio e fosforo...

A marzo, un messaggio proveniente dal Capo gli annuncia che suo figlio Manilal, che adesso è trentaquattrenne e che dodici anni prima ha lasciato a dirigere l’«Indian Opinion», vuole sposarsi, come ha fatto intendere nella sua ultima visita. Sorpresa: vuole sposare Fatima Gool, la figlia di un commerciante musulmano del Capo, Yusuf Gool, a casa del quale Gandhi aveva passato alcuni giorni nel 1914, subito prima del suo ritorno in India. La famiglia Gool e in particolare Timmie (Fatima) accettano il matrimonio, nonostante la differenza di religione. In una lettera del 3 aprile, invece, il Mahatma proibisce al figlio questa unione: «Il tuo matrimonio avrebbe un forte impatto sulla questione hindu-musulmana [...]. Non puoi dimenticare, la società non può dimenticare che sei mio figlio». E minaccia: «Temo che, se stringi questo legame, tu non sia più l’uomo più indicato per occuparsi dell’”Indian Opinion”». Peggio ancora: «Credo che ti sarà impossibile, dopo di ciò, tornare a stabilirti in India», per poi aggiungere un’ipocrisia abissale: «Ma sei un uomo libero, e io non posso costringerti a fare niente»55.

Il giornale per Manilal è la sua vita, fin dall’infanzia, e vedersi proibire il rientro in India gli sembra inconcepibile, anche se suo padre non ha un tale potere. Cede e rinuncia al matrimonio con Timmie; accetta addirittura di sposarsi con una ragazza qualsiasi che sceglierà suo padre per lui54.

Gandhi si ostina ancora nel suo rifiuto di uscire dall’asram. Anche quando, a maggio, il nuovo viceré, Edward Frederick Lindley Wood, tredicesimo visconte di Halifax (Lord Irwin), lo invita ad andarlo a trovare, lui non intende lasciare Sabarmati. Alla fine dell’estate, ne esce solo per tenere delle conferenze sulla Bibbia e la Gita all’università Gujarat Vidyapith di Ahmedabad, a pochi chilometri da lì. Questi discorsi lo portano a chiarire il suo pensiero. Ormai propende per un’interpretazione metaforica della Gita: il corpo umano è il carro, Arjuna lo spirito, Krishna la guida. Dio, come Krishna, vuole che gli uomini combattano contro le loro debolezze e non contro gli altri uomini. La Gita è dunque un testo sul dominio di sé e non sulla guerra54.

Il 2 settembre 1926, osserva: «È dovere di ogni uomo o donna colti leggere con empatia i testi sacri di tutti i popoli del mondo. Se accettiamo di rispettare la religione altrui come noi vorremmo che gli altri rispettassero la nostra, allora lo studio amichevole delle religioni del mondo è un dovere sacro»169. Manifestazione di tolleranza particolarmente gustosa dopo la sua decisione di opporsi al matrimonio di suo figlio con una musulmana. Rispettare l’altro, sì, ma ognuno a casa propria! Esattamente come per le caste...

All’inizio di dicembre, Manilal si reca in India, due anni dopo la sua ultima visita, per sposare una ragazza che suo padre ha scelto per lui: è la nipote diciannovenne di un suo collaboratore, Sushila, di una famiglia di agiati commercianti della casta baniya, come lui. Gandhi esige che il matrimonio sia estremamente semplice e che tutti i regali offerti alla coppia siano ceduti all’asram. Ai giovani sposi offre solo una copia della Gita, una raccolta di canti di preghiera dell’asram e un arcolaio.

Alla fine di dicembre, il padre osa ancora scrivere al figlio, appena tornato in Sudafrica: «Voglio da parte tua la promessa solenne che rispetterai il libero arbitrio di Sushila, che la tratterai come tua compagna, non come tua schiava [...], e che ti prenderai il tuo piacere con lei solo se lei è consenziente»169.



Nuovi viaggi

A un certo punto Gandhi ritiene di poter uscire dall’asram e si reca a Gauhati, capitale dell’Assam (il cui nome in sanscrito significa ‘mercato della noce’), dove ha luogo, alla fine di dicembre, la sessione annuale del Congresso; è accolto calorosamente: lo scandalo sessuale del 1925 è dimenticato. Poi decide di andare a visitare un’imponente esposizione di khadi a Bangalore.

Mirabehn, che l’ha accompagnato a Gauhati, spera di poterlo seguire a Bangalore, invece lui la manda a studiare l’hindustani nell’asram Bhagavadbhakti, a Rewari, come lei aveva desiderato. Una volta arrivata riceve una lettera, spedita il giorno stesso della sua partenza, che getta una luce particolare sull’evoluzione del loro rapporto: «Partire oggi», scrive Gandhi, «per me è stato difficile, perché ti ho fatta soffrire, ma era inevitabile. Io voglio che tu diventi perfetta; voglio che faccia sparire tutti gli angoli [...] che ti sbarazzi di ogni nervosismo. [...] Il mio spirito senza il mio corpo è sempre con te. Ed è molto più del debole spirito imprigionato da tutte le limitazioni della carne. [...] Devi conservare la tua personalità, ma resistere quando è necessario. Perché io posso sbagliarmi su di te, nonostante tutto il mio amore per te. Io non voglio che tu mi creda infallibile»169.

Non essendosi ancora completamente ripreso dalla dissenteria, Gandhi resta molto più del previsto a Bangalore e trascorre i primi mesi del 1927 a casa di un suo compagno di lotta, Chakravarti Rajagopalachari, che conosce da circa nove anni e che a volte gli fa da guardia del corpo. Ed ecco un altro colpo di fulmine: il suo quarto figlio, Devdas, che ha ventisei anni e fa da assistente al padre, chiede in sposa Lakshmi, la figlia più giovane del loro ospite, che ne ha quindici. Il matrimonio tra una bramina e un baniya è raro, e i due padri, che non sono contrari all’unione, decidono di allontanare i due giovani per qualche anno senza possibilità di scriversi né di vedersi. Devdas torna dunque nel Nord dell’India, mentre Lakshmi parte col padre e il Mahatma convalescente per Kolhapur, nel Sud del Maharashtra.

A Ceylon come nel Karnataka, Gandhi, che ha appena fatto sposare uno dei suoi figli all’interno della sua casta e ha accettato di unirne un altro con una bramina, sostiene che tutte le ragazze hindu dovrebbero sposare un intoccabile. Nell’India del Sud, invita a scrivere servendosi dell’alfabeto sanscrito, il devanagari.

L’India entra quindi nell’attualità mondiale. Nel febbraio del 1927, il primo “Congresso anti-imperialista” riunisce a Bruxelles «diversi popoli che vivono sotto il giogo del colonialismo europeo». Vi partecipano Albert Einstein, Henri Barbusse, Romain Rolland, Jawaharlal Nehru, la vedova di Sun Yat-Sen, alcuni delegati del Kuomintang e del governo del Tonchino, due partiti comunisti e rivoluzionari dell’Indocina. Viene istituita una Lega contro l’oppressione coloniale e l’imperialismo da parte di alcuni africani e antillani, Lamine Senghor, Tiemoko Garan-Kouyate, Camille Sainte-Rose ecc.

Quando poi Nehru parte per la Svizzera, Gandhi gli scrive una lettera di raccomandazione per Romain Rolland, presentandolo come «uno dei suoi più cari amici e colleghi»54, anche se l’interesse di Nehru per il marxismo lo preoccupa.

Quell’anno, rimane ancora fermo sul piano politico. Si occupa del suo asram, che ha quasi raggiunto l’autosufficienza. Riceve molti visitatori da tutto il mondo. Si occupa della sua Associazione di Filatori all’arcolaio e continua ad assillare gli altri con le sue manie.

A maggio, mentre Lindbergh attraversa l’Atlantico senza scali, Harilal, il primogenito di Gandhi, conduce una vita sregolata e piena di debiti. I genitori e le sorelle della moglie si occupano dei suoi quattro figli, e lui pubblica un attacco contro suo padre. Gandhi scrive a Kallenbach, che allora si trova nella sua casa di Inanda, nella periferia di Durban: «In un certo senso, Harilal è un bravo ragazzo, ma è in aperta ribellione...»54.



Prima rottura con Nehru

Ai primi di ottobre, il viceré, Lord Irwin, succeduto l’anno prima a Reading, invita di nuovo Gandhi a Delhi. Da Mangalore, nel Sud del Karnataka (ex colonia portoghese dove vive una forte comunità cattolica), Gandhi prende la nave per Bombay, poi il treno per Delhi. Lì, Irwin gli annuncia che una commissione presieduta da Sir John Simon verrà in India tra qualche mese per fare delle proposte in materia costituzionale. Gandhi gli risponde che, se l’aveva convocato per dirgli questo, avrebbe potuto accontentarsi di mandargli una lettera con un francobollo da un penny: quella commissione non includerà nessun membro indiano. Nessuno, dice, vorrà riceverla! Il viceré lascia intendere che Simon proporrà uno status di dominion, e questo i più giovani, come Jawaharlal Nehru, non lo vogliono, ma Gandhi è pronto ad accettare. È la loro prima rottura.

Il 30 ottobre 1927, in un discorso a Chidambaram, Gandhi rende omaggio a un grande “intoccabile”, Nandanar, un paria dell’India meridionale, seguace della resistenza passiva, che molto tempo prima era miracolosamente riuscito a entrare nel tempio di Chidambaram nonostante l’opposizione del suo capo e dei bramini. Gli attribuisce un satyagraha, anche se la parola a quell’epoca non esisteva ancora: «Quando sentii parlare e poi lessi la storia di Nandanar e del suo nobilissimo satyagraha, e del suo grande successo, la mia testa si chinò dinanzi al suo coraggio e per tutto il giorno mi sentii migliore dato che mi trovavo nel luogo santificato dai piedi benedetti di Nanda»169.

La sessione annuale del Congresso, che quell’anno deve tenersi a Madras, riveste un’estrema importanza: che fare della Commissione Simon? Incontrarla? Combatterla? Motilal Nehru, che ha cambiato parere e adesso vuole che il figlio entri in politica, chiede a Gandhi di aiutarlo a farsi eleggere alla presidenza del Congresso. Patel, molto più vicino a Gandhi, è anche lui candidato. Questi è favorevole ad accettare lo status di dominion; il giovane Nehru, in opposizione al Mahatma, è contrario.

Il 1° novembre, Jawaharlal Nehru scrive a Gandhi163 una lettera incredibilmente violenta contro l’accettazione dello status di dominion: «Nessuna organizzazione nazionalista accetterà di considerare lo status di dominion come obiettivo. Voi ci riducete a un dibattito tra scolaretti, censurandoci come un istitutore irascibile [...] che non ci insegna niente, ma ogni tanto ci sgrida»162. Si fa beffe del progetto di boicottare i prodotti stranieri. «L’Occidente non è più decadente di quanto il sogno del “Regno-Unito di Rama” sia allettante. Decontaminando l’industria dal virus del capitalismo, l’industrializzazione sarà l’unica risposta alla miseria dell’India»157. Gandhi risponde il 17 novembre, senza arrabbiarsi, ma senza modificare la sua posizione: «Sono desolato di perdere un collega eroico della vostra portata, ma bisogna anche sacrificare dei colleghi se si vuole realizzare una grande missione»162.

Jawaharlal Nehru non cede, guida insieme a Subhas Chandra Bose (appena liberato a Mandalay, in Birmania) la sinistra estremista del Congresso e fa adottare una risoluzione in cui si reclama l’indipendenza totale dell’India (e non lo status di dominion). Gandhi rifiuta di aderire. Su «Young India» del 12 gennaio 1929 spiega: «Lo status di dominion può facilmente essere meglio dell’indipendenza se noi ci dotiamo dei mezzi»169.

Tutti concordano nel rifiutare di lavorare con la Commissione Simon e nel creare un’altra commissione propriamente indiana, presieduta da Motilal Nehru, al fine di elaborare un altro schema costituzionale.

Nei corridoi, due giovani attivisti antibramini consegnano a Gandhi un pamphlet satirico contro Chakravarti Rajagopalachari, padre della fidanzata di Devdas, perché lui è un bramino. Gandhi prende le sue difese e dichiara per la prima volta che intende farne il suo successore: «Questo pamphlet mostra che vi nutrite di menzogne. Io dico e ripeto che Rajagopalachari è il mio unico successore possibile...». In realtà, questi all’epoca ha almeno quattro rivali: Patel, Nehru, Prasad e Azad (un musulmano favorevole all’unità hindu-musulmana e vicino a Das). Tranne Azad, sono tutti avvocati. Per non dover scegliere, Gandhi spinge Motilal Nehru (e non suo figlio) alla presidenza del Congresso.

Sempre a gennaio, a Sabarmati, il terzo figlio di Gandhi, Ramdas, di due anni più grande di Devdas, sposa a sua volta una giovane scelta dai genitori, anche lei della loro sotto-casta: Nirmala Vora è della famiglia della moglie di un nipote di Gandhi. Come i Gandhi, i Vora sono dei baniya del Kathiawar. Dopo una breve cerimonia religiosa, Gandhi parla a Ramdas e a Nirmala della povertà che lui ha imposto ai suoi figli e, «commosso fino alle lacrime», chiede al figlio di trattare la sua sposa come una vera compagna e non come una serva: «Vi guadagnerete entrambi il pane col sudore della fronte, come i poveri [...]. Che la Gita sia per voi una miniera d’oro!»54.

Il 5 febbraio, la Commissione Simon sbarca in India, ricevuta al grido di «Simon, go back!». Tutti i partiti la boicottano. Motilal Nehru redige la prima costituzione dell’India elaborata da indiani. Con grande sorpresa di suo figlio, appoggia il consiglio di Gandhi e chiede lo status di dominion. Il suo rapporto è respinto dal figlio, da Subhas Bose e dagli altri nazionalisti, come anche dai musulmani al seguito di Jinnah, per cui l’indipendenza li porrebbe sotto il controllo degli hindu.



I “lavoratori silenziosi”

Sono trascorsi sei anni dalla condanna del 19 marzo 1922 e adesso Gandhi si riconosce il diritto di intervenire di nuovo in pubblico, e si rivolge agli studenti: «Noi siamo nati per servire i nostri simili e possiamo farlo adeguatamente solo se siamo del tutto svegli»169. Con queste parole riecheggia un pensiero di Henry Thoreau in Walden: «Il mattino è quando io sono sveglio e per me è l’alba. La riforma morale è uno sforzo per uscire dal sonno»169.

Tragedia famigliare: ad aprile, Maganlal, il nipote di Gandhi, giunto con lui in Sudafrica nel 1902 per aiutarlo e che da vent’anni assicura la gestione quotidiana di Phoenix, Tolstoj, Kochrab e poi Sabarmati, muore all’età di quarantun anni a Patna. Gandhi scrive alla vedova, Santok. Ricordando le doti di Maganlal («carpentiere, giardiniere, tessitore, tipografo, meccanico, amministratore...»169) evoca quei “lavoratori silenziosi” che, come Pyarelal, Desai, Kalelkar e Kripalani, lo seguono ciecamente:

Colui che avevo scelto come mio erede non c’è più [...]. Aveva optato per la via del silenzio, il dono di sé costruttivo. Lui era le mie mani, i miei piedi e i miei occhi. Il mondo non sa bene quanto la mia pretesa “grandezza” dipenda dal lavoro incessante e noioso dei lavoratori, uomini e donne, silenziosi, devoti, capaci e puri. Se la fede in Dio non mi sostenesse, io impazzirei per la perdita di colui che mi era più caro dei miei stessi figli.169

Le manifestazioni contro la Commissione Simon continuano. A Lucknow, Govind Ballabh Pant è ferito gravemente dalla polizia mentre cercava di proteggere Jawaharlal Nehru. Il 30 ottobre, mentre la Commissione Simon è a Lahore, Lala Lajpat Rai, il “leone del Punjab”, sessantatré anni, alla testa di una marcia silenziosa e nonviolenta, è colpito brutalmente da un commissario di polizia, Scott, e muore pochi giorni dopo. Un rivoluzionario, ex allievo di Lala Rai alla scuola di Lahore, Bhagat Singh, giovane punjabi di vent’anni, ammiratore di Jatin Mukherjee, decide di vendicarlo: organizza l’assassinio di Scott, ma sbaglia e al suo posto uccide un altro poliziotto inglese, Saunders. Poi riesce a scappare salendo su un treno in prima classe e facendosi passare per inglese! Così diventa enormemente popolare nel paese. Un rapporto dei servizi segreti, il Criminal Intelligent Department, osserva che «a un certo punto addirittura è parso scalzare Gandhi come uomo politico faro del momento»154.

A dicembre, il Congresso tiene la sua assemblea annuale a Calcutta e Gandhi torna alla ribalta. Fa adottare le parole d’ordine: lotta contro lo status degli intoccabili, promozione della khadi, temperanza, diritti delle donne. Motilal, che presiede l’assemblea, medita ancora di trasmettere la presidenza al figlio. Bhagat Singh, l’eroe di Lahore, è presente clandestinamente. Molti delegati, esaltati dal suo attentato e dalle manifestazioni contro la Commissione Simon, si pronunciano, come l’anno prima, a favore dell’indipendenza immediata, mentre la risoluzione messa ai voti non chiede, come il rapporto di Motilal Nehru, che uno status di dominion. La discussione si accalora. Gandhi suggerisce allora di mandare un ultimatum alle autorità britanniche, esigendo che lo status di dominion sia concesso all’India entro due anni. Se il governo rifiuterà di soddisfare questa richiesta, il Congresso pretenderà l’indipendenza totale e, per ottenerla, lancerà una campagna di disobbedienza civile.

Sotto la pressione degli estremisti, Gandhi accetta di ridurre l’ultimatum a un anno: se, alla data del 31 dicembre 1929, l’India non sarà dotata di uno status di dominion, il Congresso proclamerà unilateralmente l’indipendenza dell’India e ricorrerà alla disobbedienza civile, affinché questa sia effettivamente riconosciuta da Londra.

Così, ancora una volta, Gandhi lancia un ultimatum, analogo a quello del 1921, che era stato un doloroso fiasco. Solo pochi leader del Congresso pensano che questa volta possa andare diversamente; per gli altri, l’esercito e l’amministrazione sono ancora saldamente in mano agli inglesi. Sono ancora un’“armatura d’acciaio”. E poi il paese non è messo a ferro e fuoco.

Per la presidenza del Congresso, Gandhi è ancora indeciso tra Patel, il preferito dei militanti, e Jawaharlal Nehru, tornato da un viaggio in URSS. Alla fine sceglie Nehru per allontanarlo dalla tentazione comunista e con lui i suoi seguaci. Mentre Sir Samuel Hoare, futuro ministro dell’India, scrive che «lui non dà mai l’impressione di voler lavorare con qualcuno», Gandhi propone dunque al voto dei delegati Jawaharlal Nehru, di cui elogia

il coraggio, la determinazione, l’impegno, l’integrità che hanno infiammato l’immaginazione della gioventù del paese. Lui è in sintonia con il popolo. I suoi stretti legami con la politica europea costituiscono una carta importante per amministrare la nostra [...]. Chi conosce i rapporti esistenti tra Jawaharlal Nehru e me sa che i nostri cuori sono in sintonia, conosce il suo senso della disciplina, la sua lealtà. È un compagno inestimabile, in cui si può avere fiducia assoluta.169

E, per attenuare l’amarezza di Patel: «Tutto sommato, il presidente del Congresso non è un autocrate»169.

Come dare forza all’ultimatum? Nessuno sa bene che fare. Un motivo in più per infuriarsi davanti alla flemma britannica...

Nel frattempo, Bhagat Singh, sempre clandestino, va nel suo villaggio natale di Channa, vicino Calcutta, a trovare un guru rivoluzionario, Swami Niralamba, che è stato un compagno di Jatin Mukherjee.



Il «vangelo dei rivoluzionari»

Nel gennaio del 1929, Bhagat Singh fonda l’Esercito repubblicano socialista segreto e in un testo molto violento rimprovera a Gandhi di essersi ritirato nel suo asram e gli contesta il diritto di esprimersi in nome del popolo154:

In questi ultimi anni, Gandhi ha forse preso parte alla vita sociale delle masse popolari? Si è seduto la notte accanto al fuoco di un contadino per sapere cosa pensasse? Ha passato anche una sola serata in compagnia dell’operaio di una fabbrica? Noi invece l’abbiamo fatto e perciò affermiamo di sapere cosa pensa il popolo. Noi assicuriamo a Gandhi che l’indiano medio, come l’essere umano medio, capisce ben poco delle sottigliezze dell’ahimsa e dell’“Ama i tuoi nemici”. Il mondo va così... Abbiamo un amico, l’amiamo, a volte tanto da farci uccidere per lui. Abbiamo un nemico, l’evitiamo, lo combattiamo e, se possibile, lo uccidiamo. Il vangelo dei rivoluzionari è semplice e sincero.

Comunque Gandhi viaggia: si sposta da un villaggio all’altro predicando la fabbricazione individuale di khadi e il boicottaggio degli abiti stranieri, che in teoria non è stato interrotto. Soffre ancora di dissenteria.

A febbraio, Rasik, secondogenito di Harilal, muore di febbre tifoide a diciassette anni a Delhi, dove ha raggiunto lo zio Devdas, divenuto giornalista. Molto legato a quel nipote, Gandhi definisce «invidiabile» la sua morte. Pubblica inoltre su «Navajivan» un articolo toccante intitolato “Tramonto di mattina: vedo avvicinarsi la vecchiaia”.

L’8 aprile, Bhagat Singh e un suo amico, Batukeshwar, escono dal loro rifugio: entrambi indossano eleganti abiti europei e, provvisti di un lasciapassare da visitatori, entrano nella camera del Consiglio, a Delhi, durante la presentazione di un progetto di legge sui conflitti sindacali, e gridano: «Inqilab zindabad!» (‘Lunga vita alla rivoluzione!’). Lord Simon assiste ai dibattiti da una galleria. I due distribuiscono volantini il cui testo comincia così: «Serve un grande rumore per far sentire i sordi...», e lanciano un ordigno esplosivo volutamente innocuo. Nessuno resta ferito. I due amici sono arrestati. Le indagini rivelano che Bhagat Singh ha assassinato il poliziotto Saunders, l’anno precedente. La sua condanna a morte è inevitabile, nonostante l’enorme impatto popolare avuto dal suo atto di insolenza e di nonviolenza. Gandhi non perdona i due giovani e su di loro fa una dichiarazione ambigua che gli sarà rimproverata: «Le autorità non hanno mezze misure per punire i colpevoli. Ma la loro indifferenza verso i sentimenti del popolo esaspera la nazione, e l’esasperazione può generare l’irreparabile»169. È il massimo che riesce a dire per comprendere la violenza degli umiliati.



Scegliere una lotta

A Londra, Ramsay MacDonald diventa primo ministro; gli inglesi non reagiscono all’ultimatum del Congresso; Gandhi prosegue i suoi viaggi per promuovere la khadi: va nell’India del Nord, poi a marzo in Birmania e ad aprile in Andhra; in estate parte per Kausani, sull’Himalaya, dove scrive un’introduzione alla sua traduzione della Gita in gujarati. Poi incontra Ghaffar Khan a Lucknow. L’ultimatum sta per scadere, nella totale indifferenza...

Ad agosto, Gandhi è stanco. Si sente vacillare e vorrebbe passare il testimone. Scrive su «Young India»: «La battaglia del futuro deve essere condotta da uomini e donne più giovani»169. In Palestina, intanto, scoppiano nuovi scontri tra ebrei e arabi a Hebron, Safed, Jaffa, Gerusalemme, che la polizia inglese non riesce a contenere.

Il 24 ottobre, mentre Gandhi si trova nell’Uttar Pradesh, a New York si verifica un crollo della Borsa di cui Gandhi dirà più tardi: «Sono convinto che la crisi economica che si è estesa a tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti, sia una conseguenza di questa guerra mondiale che qualcuno osa chiamare la “grande guerra”»169.

Il 31 ottobre, cioè due mesi prima della sessione annuale del Congresso che deve tenersi il 23 dicembre a Lahore, capitale del Punjab, il viceré (o piuttosto un rappresentante incaricato di sostituirlo) fa sapere, come ci si doveva aspettare, che la montagna ha partorito un topolino: la Commissione Simon si limita a proporre di ammorbidire le regole del suffragio censuario e promette una «tavola rotonda con alcuni delegati indiani». Ridicolo! Gandhi chiede dunque di incontrare il viceré insieme a Motilal Nehru. Non viene concessa nessuna udienza. È la rottura totale.

A questo punto, lo scontro programmato dalla risoluzione del Congresso dell’anno precedente diventa inevitabile54. L’ultimatum è scaduto. Bisogna trarne le conseguenze. Jawaharlal Nehru fa votare la risoluzione di Purna (il “Purna Swaraj”), vera e propria dichiarazione d’indipendenza.

Il 31 dicembre 1929 a mezzanotte, i membri del Congresso Nazionale issano sulle rive del fiume Ravi la bandiera dell’India: tre strisce orizzontali arancione, bianco e verde, con al centro un arcolaio disegnato da Gandhi. Il 26 gennaio 1930, data della promulgazione della dichiarazione, diviene “festa nazionale dell’indipendenza”; 172 eletti danno le dimissioni dalle assemblee regionali in segno di appoggio a questo testo.

Adesso bisogna spingersi oltre: ma come? Come ottenere la concretizzazione di ciò che è solo un desiderio? L’amministrazione britannica non crollerà da sola e l’“armatura d’acciaio” è ancora intatta. Tutti ricordano il fiasco del 1921. Bisogna quindi scegliere una strategia di lotta. Appena uscito di prigione, Subhas Chandra Bose propone la creazione immediata di un governo provvisorio; Bajaj suggerisce una marcia fino al palazzo del viceré; Patel consiglia il rifiuto di pagare le tasse e la lotta contro la vendita di alcolici. Uno dei principali alleati musulmani di Gandhi, il dottor Ansari, che ha già presieduto il Congresso, è scettico: la situazione non è favorevole come nel 1919, quando l’inflazione, le leggi Rowlatt, la legge marziale e il problema del sultano avevano unito tutti gli indiani110. Nel 1930, al contrario, il governo di Londra è laburista; il viceré, Lord Irwin, predica «un approccio cristiano al problema indiano»; i rapporti tra hindu, musulmani e sikh sono tesissimi e il Congresso è diviso.

Proprio in quel periodo un funzionario subalterno, il signor Godse, è trasferito a Ratnagiri, nel Maharashtra, sulla costa dell’Oman. In quella città si trova anche un importante prigioniero politico di cui si è già parlato: Vinayak Damodar Savarkar, condannato a cinquant’anni di prigione. Il figlio di questo funzionario, Nathuram Godse, si incontra più volte col detenuto e i due discutono dell’indipendenza del paese, dell’inviolabilità della madre patria, dell’abolizione del sistema delle caste, dell’emancipazione delle classi inferiori, del recupero degli hindu convertiti di forza all’islam o al cristianesimo.

Meno di vent’anni più tardi, quello stesso Nathuram Godse assassinerà Gandhi.



«Paralizzare il governo»

Il 18 gennaio 1930 segna un grande evento: Tagore, prima di partire per un viaggio nell’URSS, va a trovare Gandhi a Sabarmati e gli chiede se abbia una strategia per evitare che questa nuova sfida sia, come quella del 1919, un buco nell’acqua. «Ci penso notte e giorno e non vedo luce»168, risponde misteriosamente Gandhi. Molti credono che il Mahatma darà ascolto a Subhas Bose e proporrà la creazione di un governo parallelo, tanto più che il 23 gennaio dichiara: «La dominazione britannica deve finire [...]. Il popolo inglese deve capire che l’Impero è giunto alla sua fine. Ma non lo capirà a meno che noi, in India, non creiamo un potere che ci permetta di imporre la nostra volontà»169. Quello stesso giorno, appena uscito dalla sua prigione birmana, Bose è arrestato di nuovo per aver organizzato una manifestazione non autorizzata.

Il 26 gennaio, in occasione della prima celebrazione del “giorno dell’indipendenza”, sono organizzati in tutta l’India dei raduni illegali. Uno di questi conta 100.000 persone a Delhi. Un messaggio di Gandhi, letto in ognuno di questi raduni clandestini e messo ai voti per alzata di mano, annuncia un movimento di disobbedienza civile, senza altre precisazioni. Il testo merita di essere citato169:

Il governo britannico in India non solo ha privato il popolo indiano della propria libertà, ma si è fondato sullo sfruttamento delle masse e ha rovinato l’India dal punto di vista economico, politico, culturale e spirituale. Di conseguenza, noi crediamo che l’India debba rompere i suoi legami con la Gran Bretagna e ottenere un’indipendenza completa [...]. Riconosciamo tuttavia che il modo più efficace per ottenere la nostra libertà non è la violenza. Perciò intendiamo prepararci a rinunciare, finché potremo, a qualsiasi collaborazione volontaria con il governo inglese, e prepararci alla disobbedienza civile, rifiutando anche di pagare le tasse... Dunque oggi ci impegniamo solennemente a seguire le istruzioni che darà il Congresso al fine di instaurare l’indipendenza totale.

Molte regioni invitano Gandhi ad andare da loro a guidare di persona questa nuova campagna di disobbedienza civile. Lui ancora non rivela la parola d’ordine principale che intende scegliere, anche se nel suo messaggio ha evocato il tema più delicato, lo sciopero fiscale. Vuole alimentare il dubbio, oppure non ha ancora scelto?

Ad Ahmedabad alcuni ragazzi rifiutano di cantare God Save the King, obbligatorio in tutte le scuole, e cantano invece il Bande Mataram, il “Saluto alla madre India”.

Il 15 febbraio 1930, Gandhi ha la «rivelazione» (in ogni caso è ciò che dirà più tardi): la battaglia deve cominciare dal sale, per estendersi poi ad altre sfide, al fine di rendere impossibile il funzionamento stesso del Raj, spezzare l’“armatura d’acciaio”, mettere in ginocchio gli inglesi e costringerli a partire.

Come ripeterà ancora in pubblico, il suo scopo è «paralizzare il governo».

Senza svelare ancora le sue intenzioni, la settimana successiva Gandhi scrive dunque un articolo sul sale. Anche se in passato ha affermato che il sale era «un veleno», adesso ne esalta le virtù: «Insieme all’aria e l’acqua, il sale è forse l’elemento principale di cui le persone hanno bisogno. È l’unico condimento per i poveri; nemmeno le bestie possono vivere senza sale». E poi, sfidare gli inglesi su questo terreno è meno grave che non pagare le tasse.

Eccetto l’acqua, non c’è nessun altro prodotto come il sale la cui tassazione permetta allo Stato di colpire milioni di affamati, i malati, gli infermi, i poveri senza alcuna risorsa. Di conseguenza, questa imposta rappresenta la tassa più disumana che l’ingegno umano abbia potuto immaginare [...]. L’illegalità è che un governo rubi il sale del popolo e gli faccia pagare caro l’articolo rubato.170

La prima battaglia, pensa Gandhi senza ancora esprimerlo, consisterà dunque nell’andare a raccogliere il sale – azione illegale – su tutto il litorale del paese e a venderlo; poi bisognerà intraprendere altre azioni su altri temi sempre più paralizzanti. Lui stesso vuole marciare dall’asram al mare e lì raccogliere il sale. È convinto che non potrà portare a termine questa marcia: per quanto, finché non si raccoglie il sale, non si commetta nulla di illegale, pensa che gli inglesi l’arresteranno prima che arrivi al mare. E poiché vuole assolutamente condividere questa scampagnata con quelli che gli sono più cari, fa venire dal Sudafrica il figlio prediletto, Manilal, senza rivelargli ciò che l’aspetta...

Per molti giorni ancora mantiene segreta la sua idea, perché sa che nel Congresso ci sono sempre più agenti segreti infiltrati del Criminal Intelligence Department, cioè dei servizi segreti inglesi. L’idea lo trasfigura; durante la preghiera dell’asram, parla «con una luce particolare negli occhi»74. Il 20 chiede a Mahadev Desai, Vallabhbhai Patel, Mohanlal Pandya e Revashankar Vas di riflettere su una marcia con partenza dall’asram, alludendo a «un appuntamento in riva al mare». Il 23 manda Patel ad attraversare il Gujarat per trovare il villaggio di arrivo. Sceglie Dandi, a 400 chilometri da Sabarmati, cioè, a ritmo spedito, a tre settimane di cammino. Gandhi spiegherà un po’ più tardi questa scelta: «La storia di Dandi è essa stessa tragica. È un bel posto in riva al mare. In realtà, trae il suo nome dal fatto che lì c’era una divadandi, cioè un faro. Adesso, è un villaggio deserto. Un europeo e poi degli indiani hanno tentato invano, contronatura, di rendere il suolo coltivabile»169.

Ma Patel è arrestato durante il viaggio e spedito in prigione per tre mesi. Non prenderà parte alla marcia...

Il 27 febbraio 1930, senza ancora parlare del sale, Gandhi annuncia su «Young India» che, per una volta, anche se si scatenasse la violenza, non interromperà il movimento:

Deve essere dato per scontato che, quando il movimento di disobbedienza civile inizierà, il mio arresto diverrà una certezza [...]. Sarà allora dovere di tutti coloro che vogliono il successo del movimento mantenere la nonviolenza e la disciplina. Ciascuno dovrà restare al suo posto, tranne in caso di richiamo del capo. Se vi è una reazione spontanea delle masse, cosa che mi auguro, e se l’esperienza è davvero una guida, essa sarà ampiamente autoregolata [...]. Di conseguenza, anche se tutti gli sforzi possibili e immaginabili devono essere fatti per contrastare le forze della violenza, questa volta la resistenza civile, una volta iniziata, non potrà e non dovrà più interrompersi fino a quando anche un solo resistente sarà ancora in libertà o in vita. Ogni seguace del satyagraha dovrà trovarsi in una delle condizioni seguenti: in prigione o in una posizione analoga; impegnato nella resistenza civile; in attesa di ordini, filando o effettuando un compito costruttivo e utile allo swaraj.169

A febbraio, Ho Chi Minh vorrebbe lasciare Mosca per l’Indocina ma, dato che la Francia ha messo una taglia sulla sua testa, si stabilisce a Hong Kong, territorio britannico, dove crea il Partito Comunista Vietnamita17.



Le undici richieste

Il 2 marzo Gandhi manda al viceré una lunga e ingegnosa missiva, a cui ha molto lavorato con Patel, prima che venisse arrestato, poi con Desai e Nehru, e il cui tenore sarà tenuto segreto per una settimana. Nehru non sa della scelta del sale come tema della prima battaglia e la lettera ancora non lo rivela.

Gandhi esordisce col minacciare il viceré di violenze: «Attendere ancora è un peccato. È risaputo che, sebbene disorganizzato e per il momento ancora insignificante, il partito della violenza guadagna terreno e fa sentire la sua presenza. Il suo obiettivo è lo stesso che ho io, ma sono convinto che non potrà portare alle moltitudini silenziose la soddisfazione desiderata»168. Se il viceré non vuole la violenza, deve soddisfare undici rivendicazioni lungamente maturate. Altrimenti, sarà sciopero generale109. La liberalizzazione del commercio del sale è solo una di queste undici richieste, la quarta, citata en passant, senza insistere. Eccole tutte:

1. divieto di vendita di alcolici;


2. un miglior tasso di cambio tra rupia e scellino;


3. riduzione della metà della tassa fondiaria;


4. abolizione della tassa sul sale;


5. riduzione della metà delle spese militari;


6. riduzione degli stipendi degli alti funzionari;


7. instaurazione di diritti di dogana sugli abiti stranieri;


8. concessione del monopolio del traffico costiero alle navi indiane;


9. liberazione di tutti i detenuti politici, tranne quelli accusati di omicidio;


10. soppressione del Criminal Intelligence Department o suo controllo da parte di rappresentanti eletti;


11. diritto al porto d’armi per gli indiani.

Queste undici richieste costituiscono un riassunto perfetto delle aspirazioni concrete degli indiani dell’epoca. Le ha elaborate tutte Gandhi in persona, tranne la seconda, la terza e l’undicesima110.

Gandhi continua la sua lettera annunciando al viceré che lancerà un movimento, ma lo fa in termini vaghi168: «Questa nonviolenza si esprimerà per mezzo della disobbedienza civile, limitata per il momento agli abitanti dell’asram del satyagraha, ma destinata alla fine dei conti a toccare tutti coloro che decideranno di unirsi al movimento, con dei limiti evidenti». Conclude con un formidabile riassunto in poche righe dei suoi rapporti con la potenza coloniale:

La mia ambizione è niente meno che convertire il popolo britannico con la nonviolenza e di mostrargli in tal modo il torto che ha fatto all’India. Io non cerco in alcun modo di nuocere al vostro popolo. Io voglio servirlo, proprio come il mio. Credo di averlo sempre servito. L’ho servito ciecamente fino al 1919. Anche quando i miei occhi si sono aperti e ho inventato la non-cooperazione, il mio scopo è rimasto lo stesso.169

L’indomani, il 3 marzo, senza attendere la risposta del viceré (che non arriverà mai), svela al consiglio direttivo del Congresso riunito a casa sua, ad Ahmedabad, il metodo che ha scelto senza consultarli: sarà una marcia di 400 chilometri da Sabarmati a Dandi per andare, in violazione della legge, a raccogliervi del sale. Partenza tra nove giorni, il 12 marzo all’alba. Arrivo il 6 aprile. Percorreranno tra i 15 e i 20 chilometri al giorno.

Per il consiglio direttivo e il suo presidente Jawaharlal Nehru si tratta di un’enorme sorpresa. Nehru se ne ricorderà: «Nelle nostre file, fu lo stupore totale: non capivamo bene cosa c’entrasse il sale nella lotta per l’indipendenza coloniale [...]. Improvvisamente, la semplice parola “sale” assunse il fascino di una formula magica e si caricò di misteriosi poteri»119. Messi davanti al fatto compiuto, i leader del Congresso autorizzano Gandhi a lanciarsi nella battaglia del sale. Allora tutti vogliono partecipare. Gandhi impone il silenzio: «Sceglierò io chi partirà. Saranno soprattutto dei membri dell’asram, più alcuni di voi»169. Non dice chi. A uno dei compagni che si preoccupa per la sua salute, risponde che avrà la forza di marciare: «Mi prendo cura di me come una donna incinta si prende cura della sua salute per il bene del bimbo che porta in grembo; io in me porto il bene dello swaraj». E precisa:

In caso fossi arrestato, sarebbe pericoloso interrompere il movimento. Se tutto va bene, dovrei arrivare a Dandi il 5 aprile. Perciò mi sembra che il 6 sia più che indicato [per cominciare la raccolta del sale]. È il primo giorno della Settimana Nazionale e l’anniversario del satyagraha che, nel 1919, ha visto una presa di coscienza di massa fino a quel momento sconosciuta...169

Si riferisce al primo satyagraha che aveva lanciato in India il 30 marzo 1919 contro le leggi Rowlatt e che sfociò, quindici giorni dopo, nel massacro di Amritsar. Di qui la sua insistenza nel dichiarare che, anche se si verificassero sanguinosi incidenti, non ci si fermerà. Pensa anche al lungo cammino percorso dalla primissima marcia, quella da cui tutto ebbe inizio: la marcia delle donne del 1913, in Sudafrica... Inoltre pensa che è vecchio, più vecchio di quanto fosse suo padre quando è morto, e si paragona dunque, parlando con diversi amici, a Gesù che entra a Gerusalemme per esservi crocifisso.



Ultimi preparativi

Gandhi espone dunque i dettagli alle sue truppe. Comunica i nomi dei 79 partecipanti che ha scelto personalmente. Tra questi, Jawaharlal Nehru, Sarai Nadu, Manilal Gandhi, Kanti, uno dei figli di Harilal (questi è stato mandato a preparare un movimento dello stesso tipo a Benares), Pyarelal Nayar, Chaganlal Joshi (responsabile dell’asram dalla morte di Maganlal), Narayan Kharel (maestro di musica dell’asram), Abbas Tyabji, giudice musulmano all’alta corte di Baroda, divenuto “professore di arcolaio” nell’asram, Valji Desai (traduttore in inglese degli scritti di Gandhi), uno studente gujarati proveniente dall’America, Haridas Muzumdar, soprannominato “l’americano”, due figli di Kalelkar (Satish e Bal) e alcuni delegati delle 55 province indiane, di cui due musulmani, un cristiano e quattro intoccabili; il più giovane del gruppo è Vithalal Thakkar, di sedici anni. Gandhi, a sessantadue anni, è il più anziano. Patel, che ha preparato tutto con il Mahatma, è ancora in prigione. Gandhi esige da ognuno una preghiera quotidiana, la filatura di 190 metri di cotone in tre ore e – richiesta incredibile! – la redazione giornaliera di un diario personale che lui potrà consultare in qualsiasi momento...

Spiega poi cosa si aspetta da ogni villaggio-tappa: un pasto semplice (che i marciatori cucineranno da soli), un posto pulito per dormire, un luogo isolato dove i satyagrahi potranno «adempiere ai bisogni naturali»168.

Diciotto studenti dell’università Vidyapith di Ahmedabad, membri dell’Arun Tukdi (“Unione del Sole Nascente”) scelti da Kalelkar, divenuto vicerettore dell’università, sono mandati in avanscoperta per controllare la preparazione delle cucine, dei dormitori e delle latrine. Incorreggibilmente moderno, Gandhi ne approfitta per assegnare una prima inchiesta sociologica di una sorprendente attualità sulle popolazioni incontrate; chiede infatti che a ogni sosta siano raccolte le seguenti informazioni:

Composizione della popolazione (quanti uomini, donne, hindu, musulmani, parsi ecc.); numero di intoccabili e, all’occorrenza, loro grado di istruzione; numero di ragazzi e ragazze che frequentano la scuola del villaggio se ce n’è una; quantità di capi di bestiame, numero di arcolai, numero di persone che indossano la khadi; ammontare e tasso dell’imposta fondiaria, superficie dei campi coltivati in comune; consumo di sale.169

Vuole ancora essere lo “sparviero affamato” di cui parlava Gokhale quindici anni prima.

La stampa del mondo intero è forse ancor più affascinata da questa marcia che da quella indiana. Gandhi organizza un ufficio stampa che pubblicherà comunicati quotidiani. Arrivano giornalisti dall’Europa e dall’America, e anche quattro cineasti. Un corrispondente domanda a Gandhi: «Pensa che in seguito alla vostra battaglia potrebbe esplodere la violenza?». «Sì, è una possibilità, che io riduco scegliendo un itinerario ben studiato». Itinerario che non passa per nessuna grande città e non incontra nessuna strada principale36. Ma, questa volta, è fuori questione interrompere la marcia se scoppiano delle violenze per colpa degli inglesi.

Il 10 marzo, a due giorni dalla partenza, in un discorso a quelli che vogliono accompagnarlo, riuniti la sera in preghiera, Gandhi dichiara: «Voglio che siate ben coscienti che noi raggiungeremo il nostro obiettivo, o moriremo. Non faremo marcia indietro. Tutti i soldati che vengono con me devono sapere che possono benissimo non tornare indietro. Quelli che sono sposati devono chiedere il consenso alle mogli e ringraziarle per averci offerto degli uomini per questa battaglia»168. Spiega inoltre che spera di essere imitato in tutta l’India. Dice infatti:

Supponiamo che dieci persone in ciascuno dei settecentomila villaggi dell’India decidano di produrre del sale e disobbedire così alla legge, che potrà fare secondo voi il governo? Nemmeno il peggiore dittatore che voi possiate immaginare riuscirebbe a disperdere i reggimenti dei militanti pacifici della resistenza civile facendo parlare i suoi cannoni. Per poco che decidiate di mobilitarvi, vi assicuro che arriverete a paralizzare questo governo in poco tempo.169

Questa è esattamente la sua strategia di fondo: «paralizzare il governo».

L’indomani, con sua grande sorpresa, non viene ancora arrestato: il viceré tentenna, nonostante le insistenti richieste del governatore di Bombay da cui dipende la regione di Dandi. Nella notte tra l’11 e il 12, Gandhi arringa una folla immensa riunita sulle rive della Sabarmati. Accanto a lui, Ambalal Sarabhai, suo vicino e amico, l’industriale tessile contro cui ha condotto lo sciopero del 1917, e Anasuyaben Sarabhai, sua sorella, che allora lo spalleggiò con Naidu e Bajaj, fanno parte dei suoi principali finanziatori. «È molto probabile», dice Gandhi, «che questo discorso sia l’ultimo che vi rivolgo. Anche se l’amministrazione domani mi permettesse di avviare questa marcia, questo sarà il mio ultimo discorso sulle rive sacre della Sabarmati. Non è neanche escluso che queste siano le ultime parole della mia vita»169.

Poi dà ai partecipanti delle consegne che ci possono sembrare inaudite, ma che nel clima del momento appaiono del tutto naturali:

Nonostante la fatica legata alla marcia, la disciplina dell’asram dovrà essere seguita da tutti, soprattutto su tre punti essenziali: la preghiera, la filatura, la redazione quotidiana del diario [...]. Spesso si ha l’impressione di essere morti di stanchezza e ci si addormenta prima di aver concluso la redazione del proprio diario; in certi luoghi, è difficile procurarsi un arcolaio, o più precisamente un numero sufficiente di arcolai, e per chi fila lentamente è difficile raggiungere la quota di 190 metri in meno di tre ore. Il nostro pellegrinaggio è sacro, noi dobbiamo averne coscienza in ogni minuto del nostro tempo. Quelli che non riusciranno a raggiungere la loro quota o che non troveranno il tempo di filare o di scrivere il diario dovranno venire a parlare con me. Io mi intratterrò con loro. L’impiego del loro tempo sarà sicuramente stato inadatto e io li aiuterò a migliorarlo.169

Mirabhen, che non partecipa alla marcia, ricorda l’angoscia che li oppresse tutti la notte prima della partenza. Scriverà:

Tutti credevano che Gandhi sarebbe stato arrestato da un momento all’altro. Scese la notte, ma non si presentò nessun poliziotto [...]. Mentre lui si preparava ad andare a letto, Kasturba gli frizionò la testa con dell’olio mentre io gli applicavo del ghee [burro, usato anche per i massaggi] sui piedi; stavamo in silenzio, perché sentivamo che stava riflettendo. Cadde addormentato in un batter d’occhio. Quelli che si trovavano nell’asram non vollero tornare a casa loro; volevano restare svegli per proteggerlo. Credo che Gandhi sia stato l’unico a dormire quella notte.92

All’alba del 12 marzo, gli 80 marciatori si avvolgono in una khadi o una semplice tunica (tranne Naidu, che non ha potuto fare a meno di indossare un magnifico sari di seta...) e la maggior parte mette in testa la bustina bianca che Nehru renderà famosa. Tutti, compreso Gandhi (che non porta il cappello), portano una bisaccia contenente un sacco a pelo, un cambio di vestiti, un takli (che serve a mantenere il filo nell’arcolaio), un quaderno e un bicchiere di metallo. Kasturba disegna sulla fronte di Gandhi il tilak, segno hindu di buon augurio fatto con curcuma secca e succo di limone, e gli infila al collo una ghirlanda di cotone. Kalelkar gli porge una canna di bambù che si vedrà ben presto sui giornali e nei cinegiornali di tutto il mondo.

L’ultimo a salutarlo prima della partenza è Ambalal Sarabhai; è lì con sua figlia che, da bambina, giocava a guadare il fiume. Gandhi sussurra al suo vecchio amico che non rimetterà piede nell’asram finché l’India non sarà libera. I loro occhi si riempiono di lacrime...

Quella mattina, accanto alle foto di Sabarmati, la stampa pubblica dei brani della traduzione in gujarati della Bhagavad-Gita che Gandhi ha fatto con l’aiuto di Swami Anand.



La marcia del sale

La marcia parte alle sei e mezza del mattino. Gandhi sfoggia, come fa spesso, un orologio da taschino sul petto. La colonna si mette in movimento. Lui si guarda alle spalle una volta, forse presentendo che non tornerà mai più a Sabarmati.

Pyarelal Nayar e Chaganlal Joshi marciano dietro di lui. Vengono poi Nehru e Sarojini Naidu, e quelli che abbiamo già citato, tra cui Narayan Kharel, il maestro di musica dell’asram, venuto nonostante suo figlio Vasant sia morto di vaiolo qualche giorno prima, e, dietro ai rappresentanti delle 55 province, naturalmente un agente dei servizi segreti britannici! Patel invece è ancora in prigione. In fondo e ai lati della strada, persone incaricate della logistica, la stampa e un nugolo di curiosi che si danno il turno o li scortano in carrozza o in macchina...

I primi giorni non fanno molta strada, poi si attestano su una media quotidiana di 17 chilometri al giorno.

In numerosi villaggi che costellano il loro itinerario, le strade sono decorate e innaffiate per evitare la polvere, e pure i funzionari locali applaudono168. In altri villaggi la popolazione si mostra ostile, in parte perché Gandhi ha un atteggiamento favorevole nei confronti degli intoccabili. Il 15 marzo, a Dabhan, Gandhi va direttamente nel quartiere degli intoccabili per attingere l’acqua, snobbando il comitato d’accoglienza che non immaginava che lui, Gandhi, potesse attingersi da solo l’acqua dai pozzi e aveva incaricato qualcuno di farlo.

La stampa riporta tutto con dovizia di particolari. Il 20 marzo, i giornali spiegano che la marcia si interromperà presto, poiché diciotto persone non stanno bene. Gandhi smentisce:

È verissimo che si sono dovuti prendere due giorni di riposo allo sevashram di Broach, perché erano sfiniti e avevano i piedi piagati. A eccezione di un caso di vaiolo che si è rivelato non grave, non ci sono state malattie vere e proprie [...]. Attualmente stanno bene, sebbene siano costretti a prendersi ancora qualche giorno di riposo. Sperano di raggiungere la colonna a Surat.169

Verso il 25, quando la marcia si avvicina alla meta nell’euforia generale e Gandhi non è ancora stato arrestato, questi comincia a lasciar intendere ciò che ha in mente per la tappa successiva del movimento, dopo la marcia del sale. In un testo del 27 marzo annuncia che, una volta conclusa la marcia, farà disporre dei picchetti di scioperanti davanti alle rivendite di alcolici, alle fumerie d’oppio, ai negozi che vendono tessuti stranieri.

Dobbiamo eliminare questa piaga un giorno o l’altro. Perciò, ovunque i militanti ritengano di poter posizionare dei picchetti di scioperanti senza correre dei rischi sconsiderati [...], devono intraprendere questa campagna, ma in nessun caso sentirsi obbligati ad agire in questo momento, perché non vedrebbero come far abrogare le leggi sul sale. Per ora mi sembra molto più ragionevole dedicarsi a queste ultime.169

Quello stesso giorno, di mattina, a Dandi, l’euforia dei marciatori scema un po’ a causa della fatica accumulata. Due piccoli incidenti irritano Gandhi: Muzumdar, “l’americano” del gruppo, accetta un gelato; alcuni marciatori maltrattano uno dei valletti che li accompagnano, che porta sulla testa una pesante lampada a petrolio168. La sera, quando si fermano, Gandhi riunisce i marciatori estenuati e fa loro la predica, esprimendo la sua «scottante verità»:

Noi siamo dei deboli, facili da tentare. Alla luce di ciò che ho scoperto oggi, come potrei avere il diritto di scrivere al viceré una lettera in cui critico severamente il suo stipendio? [...] Noi agiamo in nome degli affamati, dei diseredati, dei disoccupati [...]. Nessun lavoratore libero e rispettato accetterebbe di portare un tale fardello sulla testa. Noi ci opponiamo alla servitù, al lavoro forzato. Ma cos’è questa, se non servitù? Ricordatevi che, con lo swaraj, noi speriamo di condurre la cosiddetta classe bassa a decidere le sorti dell’India!110

L’agente segreto inglese che segue la marcia nota che, quella sera, «l’atmosfera è diventata elettrica»169.

Il 3 aprile, a due giorni dall’arrivo, stupito dalla passività degli inglesi, Gandhi riconosce di essere «preso alla sprovvista da questo non intervento esemplare degli inglesi», poi constata che in realtà questi non sono rimasti inerti: «Ovunque il sale rischia di essere preso a uso personale dalla popolazione che vive nelle vicinanze, i funzionari lo distruggono. Così, una ricchezza nazionale viene distrutta a spese della nazione e il sale tolto di bocca alla gente!»169.

Quello stesso giorno, racconta alla stampa un aneddoto edificante, rivelatore del clima che circonda la spedizione:

Shrimati Khorshedbai Naoraji si è recata [in macchina] a Sandhiar, tappa del giorno, con Mridulabehn, la figlia di Ambalal Sarabhai [che è venuta a salutarlo col padre alla partenza]. Avevano dovuto attendere che andassero a prenderle per portarle a Sandhiar. Le vie d’accesso alla località non erano molto pulite, così loro decisero di pulirle e chiesero delle scope agli abitanti del villaggio sorpresi. Essi si unirono a queste spazzine nazionali appartenenti a famiglie aristocratiche; senza dubbio il villaggio non era mai stato così pulito come quando queste sorelle hanno dedicato il loro tempo libero a spazzarlo. Raccomando questo autentico servizio, questo discorso muto delle sorelle, all’esercito di giovani che vogliono servire e liberare la nazione.169

Il 4 aprile i marciatori sono autorizzati dalla polizia, che fa da scorta, ad andare fino a Dandi. Ma alcuni esploratori vanno ad avvertire Gandhi che lì tutto il sale è stato raccolto dalla polizia! Allora lui effettua una ricognizione nei dintorni di Dandi, a bordo di un’auto presa in prestito per l’occasione, e pensa di organizzare un’incursione contro tre grossi mucchi di sale custoditi come oro in un magazzino governativo a Dharasana, a 35 chilometri a sud di Dandi. Questo deposito focalizzerà l’attenzione di tutti.

Nella notte tra il 5 e il 6 aprile, dopo aver percorso 386 chilometri in venticinque giorni, i marciatori arrivano a Dandi. Gandhi scrive quindi in inglese, su uno striscione, per i giornalisti stranieri sempre più numerosi: «In questa battaglia del diritto contro la forza, io voglio la solidarietà del mondo!»54.

Alle dieci del mattino del 6 aprile, davanti ai fotografi accuratamente disposti, il Mahatma, in una sorta di coreografia ben studiata, si bagna nell’oceano, raccoglie un po’ di sale nelle mani, poi si raddrizza e lo mostra alla folla: lui è l’India che prende in mano il proprio destino.

È un’esplosione di gioia. La gente applaude, danza, canta. Sarojini Naidu si rivolge a lui definendolo il «violatore di leggi». Gandhi dichiara: «È un dovere, per quelli che hanno coscienza del male tremendo causato dal sistema governativo dell’India, essere sleali e predicare apertamente la slealtà. Davvero la lealtà verso uno Stato così corrotto è un peccato, e la slealtà una virtù»169.

Dopo tre giorni di riposo, che Gandhi passa in un campo di fortuna allestito a 6 chilometri da lì, a Karadi, molti marciatori sono arrestati dopo aver raccolto del sale ad Aat, vicino Dandi. Tra loro ci sono Jawaharlal Nehru, Jamnalal Bajaj, Mahadev Desai e Manilal. Gandhi protesta:

Il governo non aveva il diritto di agire come ha fatto oggi nel villaggio di Aat, a 6 chilometri da Dandi. La polizia ha usato la forza per cercare di strappare il sale ai resistenti civili. Non ne aveva il diritto, in quanto emanazione di un governo civilizzato. Non c’è stata alcuna provocazione. I resistenti non cercavano di fuggire con il sale. La polizia può arrestare i resistenti civili e confiscare loro il sale in modo cortese, ma questo può essergli preso solo dopo il loro arresto e non strappandoglielo brutalmente dalle mani.169



Paralizzare il Raj

La sera stessa del 9 aprile, Gandhi decide di passare alla tappa successiva e lo comunica al paese in un messaggio che può sembrarci un po’ magniloquente, ma di cui le circostanze e la posta in gioco giustificano l’enfasi. Questa volta annuncia un’azione su vasta scala:

Finalmente il momento tanto atteso sembra arrivato. Nel cuore della notte, i miei colleghi e compagni mi hanno destato da un sonno profondo e hanno chiesto di mandare loro un messaggio. Perciò, io detto quanto segue, pur non avendone la minima voglia. Ho già emanato abbastanza messaggi [...]. Gli hindu devono rinunciare all’intoccabilità; hindu, musulmani, sikh, parsi e cristiani devono unirsi; e la maggioranza accontentarsi di quel che resterà quando le minoranze saranno state soddisfatte.169

Poi questa consegna generale che mira a dare una scossa al paese intero:

Se gli studenti lasciano le scuole e le università statali e se i funzionari del governo danno le dimissioni per dedicarsi al servizio della popolazione, noi constateremo che il purna swaraj verrà a bussare alla nostra porta.

Infine questa direttiva precisa:

Le donne devono organizzare dei picchetti davanti agli spacci di alcolici, alle fumerie d’oppio, ai negozi che vendono tessuti stranieri. Giovani e vecchi, in tutte le case, devono utilizzare il takli, filare e tessere quotidianamente. La stoffa straniera deve essere bruciata.

E più concretamente ancora:

Servono almeno dieci donne per costituire un picchetto davanti a un negozio di stoffe straniere o uno spaccio di alcolici. Devono scegliersi una responsabile. Devono prima mandare una delegazione dal negoziante per chiedergli di rinunciare a proseguire il suo commercio, e mostrargli volantini che espongano fatti e cifre relativi all’alcol o ai tessuti stranieri, a seconda del caso. Se il negoziante rifiuta di rinunciare alla sua attività, le volontarie devono prendere posizione davanti al suo negozio lasciando libero il passaggio e fare personalmente appello ai sentimenti dei potenziali clienti.

Si tratta di iniziative soprattutto urbane: non è contemplato né possibile mettere in moto le masse rurali.

L’indomani, Gandhi si congratula con le donne che, in alcune città, tra cui Bombay, hanno eseguito i primi picchetti:

In questa guerra nonviolenta, il loro contributo dovrebbe essere molto più grande di quello degli uomini [...]. Se per forza si intende potenza morale, in questo caso la donna è immensamente superiore all’uomo. Non ha forse più intuito, non ha forse un grande spirito di sacrificio, non è forse più resistente, non ha forse più coraggio? Senza di lei, l’uomo non potrebbe esistere. Se la nonviolenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è nelle mani della donna.169

Scatta la repressione. L’“armatura d’acciaio” regge. Gli arresti si moltiplicano in tutto il paese e parallelamente il movimento si estende. Nel Sud del Kheda, nel villaggio costiero di Bhagalpur, circa 20.000 persone raccolgono del sale e, nella metà dei villaggi di quel distretto, gli eletti si dimettono dai loro posti e non riconoscono più l’autorità del Raj. A Peshawar, nel nord-ovest del paese, quando il loro capo Ghaffar Khan viene fermato, centinaia di khudai (‘servitori di Dio’), i soldati nonviolenti che costituiscono la sua guardia personale, resi furiosi dall’arresto del loro vecchio capo, affrontano al bazar il fuoco dei mitra inglesi; centinaia di persone sono uccise o ferite, ma la folla resta calma davanti ai soldati. Chiamati di rinforzo, i garhwali, noti per la loro lealtà all’Impero, rifiutano di sparare sui loro compatrioti disarmati. Per cinque giorni, la città resta nelle mani degli insorti.

In tutto il paese sono arrestate 60.000 persone. L’Impero tuttavia regge il colpo.

Il 13 aprile, Gandhi insorge contro le violenze dei suoi seguaci. Le sente sulla sua pelle, come se fosse l’India incarnata:

Riconosco di essere del tutto disarmato davanti alla violenza, quando è compiuta da noi; e, quando ne sento parlare, un medico che mi prendesse il polso constaterebbe subito l’accelerazione del battito del mio cuore. Ho bisogno di alcuni istanti, dedicati alla ricerca dell’aiuto di Dio, perché il mio cuore recuperi un ritmo normale. Non riesco a rimediare a questa debolezza. La alimento, anzi. Questa emotività mi permette di poter continuare a servire, a guidare e a confidare in Dio. Lui solo sa quando sarò abbastanza deluso e sconvolto dai nostri atti di violenza perché sia giustificato un digiuno temporaneo o permanente. È l’arma ultima del satyagrahi contro coloro che lui ama.169

Il 17 aprile, in un testo che rivela le sue ossessioni e che ricorda il comportamento degli uomini di Ghaffar Khan qualche giorno prima, ribadisce l’ordine di non scappare davanti alla violenza degli altri:

Dopo il massacro del 1919 [quello di Amritsar], ho ribadito a più riprese la mia speranza che, la prossima volta, da nessuna parte in India la gente sarebbe fuggita davanti alle pallottole, ma che le avrebbe ricevute in petto, a braccia conserte, con una rassegnazione coraggiosa. Mi sembra che questa prova si avvicini più in fretta del previsto. Ma se vogliamo esercitarci a subire dei colpi di pallottola o delle cariche di baionetta a petto nudo, dobbiamo abituarci a restare impassibili davanti alle cariche della cavalleria o ai manganelli. So bene che è più facile a dirsi che a farsi...169

Il 24 aprile, nel corso di una manifestazione dello stesso tipo a Benares, il suo primogenito Harilal viene arrestato. Un leader del Congresso, Sri Prakasa, gli scrive da quella città: «Sembra che debba portare alla vostra conoscenza il comportamento del volontario Harilal che, a mio avviso, ha seguito più di tutti le vostre indicazioni riguardo al comportamento da tenere quando la polizia ci strappa il sale. [...] Quasi tutti gli altri volontari sono stati feriti, ma la sua condotta merita di essere menzionata, ed è con orgoglio che cito il suo nome»54.

Il 27, una lettera scritta da Gandhi e consegnata da 28 donne (hindu, musulmane, parsi) arriva al viceré, per protestare contro la vendita di alcolici e di abiti importati169.

Il 1° maggio, Gandhi alza ancora i toni e dichiara che questa volta tocca al grande deposito di Dharasana, vicino Dandi, dove gli inglesi hanno stipato tutto il sale della regione dopo l’annuncio della marcia. Il viceré denuncia in anticipo «questa incursione contro una proprietà privata».

Il 3, sempre più provocatore, Gandhi scrive a quest’ultimo una lettera di un’ironia pungente, avvertendolo esplicitamente che entrerà nel deposito in una data che mantiene segreta:

Caro amico, se Dio vuole, ho intenzione, con i miei compagni, di partire il... per Dharasana, arrivare lì il... e prendere possesso dei magazzini di sale. Avete detto alla popolazione che quegli edifici sono una “proprietà privata”. Ma è solo una copertura: Dharasana è sotto il controllo del governo quanto la vostra residenza personale. Nemmeno un pizzico di sale può uscirne senza il vostro consenso. Potete impedire questa “incursione” (come l’avete definita non senza ironia e malignità) in tre modi:

1. abolendo la tassa sul sale;


2. arrestandomi, e con me i miei compagni, ma io spero che il paese sarà in grado di rimpiazzare quelli che saranno stati presi;


3. con la violenza, ma io spero anche che ogni cranio fracassato sia rimpiazzato; [...]

Se non riesce a comprendere la necessità di abolire la tassa sul sale e autorizzare gli indiani a raccogliere e fabbricare il proprio sale, io mi vedrò obbligato a intraprendere la marcia annunciata nel primo capoverso di questa lettera.


Sono e resto

Vostro amico.

Gandhi non ha il tempo di spedire questo messaggio: il 4 maggio, poco dopo mezzanotte, tre ufficiali (due inglesi e un indiano) e una trentina di poliziotti indiani armati penetrano nel campo di Karadi e lo arrestano, in virtù della legge del 1827 che permette una detenzione senza processo168. Gandhi chiede al nipote Kanti di preparargli un sacco a pelo e a Desai di mandare la sua lettera al viceré, poi porta con sé un arcolaio e una palla di ciuffi di cotone. Ottiene il permesso di ascoltare il Vaisnava Jana, il canto di Narsingh Mehta che da vent’anni figura nelle sue preghiere e che ha accompagnato la marcia, poi si lascia portar via sorridendo («Finalmente potrò dormire!»)54.



«Yerawada Palace»

Gandhi viene condotto alla prigione di Yerawada, a Pune, che ha lasciato sei anni prima; qui ritrova il sindaco di Calcutta, Sarojini Naidu, Patel e Kalelkar, ma non è autorizzato a parlare con loro. Stringe amicizia con una guardia irlandese, Patrick Quinn, a cui dà lezioni di gujarati e che porta ben in evidenza, attaccato alla camicia con una spilla, un foglietto scritto da Gandhi: «Siate gentili con i prigionieri. Se siete provocati, dominate la vostra collera!».

Il detenuto apprezza di avere il tempo di dormire e di filare il cotone. Riallaccia i contatti per iscritto con un’amica di Pune, Lady Premila Thackersey, da cui è stato in convalescenza nel 1924, la quale gli porta una macchina da cucire. Lady Thackersey è la vedova di Sir Vithaldas Thackersey (questo cognome sembra essere una forma anglicizzata di Ohbkur, ‘guida spirituale’, da cui deriva anche quello di Tagore). L’autorità penitenziaria l’autorizza a scrivere lettere dal contenuto non politico e lui ne scrive una decina al giorno. Spesso si tratta di risposte a problemi dell’asram, dove si è impegnato a non tornare più prima dell’indipendenza54. Dopo un controllo, le sue missive sono inviate all’asram di Sabarmati, dove Narandas Gandhi, fratello di Maganlal, che ha sostituito Joshi (arrestato), le distribuisce. All’inizio, Gandhi scrive come indirizzo del mittente «Yerawada», poi «Yerawada Palace» e infine «Yerawada Mandir» (‘tempio di Yerawada’).

Fuori, la lotta continua: il 12 maggio, un avvocato musulmano, Abbas Tyabji (sessantacinque anni), guida una marcia su Dharasana; arrestati dopo pochi minuti, i manifestati sono incarcerati. Il 21, Sarojini Naidu, accompagnata da Manilal e Pyarelal, prende il testimone e si mette alla testa di 2.500 satybgrahi, ma poi sono caricati e arrestati.

In quello stesso mese, gli inglesi inviano un importante distaccamento militare per assediare Utmanzai, dove agli uomini di Ghaffar Khan viene intimato di spogliarsi delle loro camicie rosse. Battuti e umiliati, loro rifiutano di obbedire. Le case sono incendiate e le “camicie rosse” gettate in prigione. Quelli che prima non la portavano cominciano a indossarla: se Ghaffar Khan aveva reclutato solo un migliaio di combattenti, la repressione britannica permette di richiamarne circa 80.000!

A metà giugno, Chakravarti Rajagopalachari, detto C.R., e 100 satyagrahi sono arrestati al termine di una marcia di 240 chilometri fino a Vedaranyam, un villaggio di pescatori nel Tamil Nadu.

In ottobre, il governo britannico organizza una tavola rotonda a Londra sulla questione indiana, senza la presenza di rappresentanti del Congresso, dichiarato organizzazione illegale. Su richiesta di Ambedkar, la conferenza accetta il principio di un elettorato separato per gli intoccabili. Alla fine della conferenza, convinto che non accadrà niente per molto tempo, Jinnah si stabilisce come avvocato a Londra.

Un uomo d’affari di Bombay riassume così la situazione alla giornalista francese Andrée Viollis, membro del Partito Comunista, venuta a indagare: «Una pura perdita di tempo, questa tavola rotonda! Attualmente, c’è una sola questione: gli inglesi vogliono o no lasciarci il controllo della nostra borsa, la gestione delle nostre finanze?». In totale sarà arrestato un centinaio di migliaia di persone nel corso del 1930.

Nella riunione del Congresso che si tiene alla fine di quell’anno a Karachi, essendo tutti i principali leader detenuti, Vallabhbhai Patel, che non ha partecipato a nessuna marcia ed è stato appena liberato, ne assume la presidenza. Il desiderio di indipendenza dell’anno precedente è reiterato, ma senza alcun mezzo per metterlo in opera: «Noi riteniamo un crimine contro l’uomo e contro Dio sottomettersi a una legge che ha condotto il nostro paese al disastro»109. L’”armatura d’acciaio” ha bloccato la marcia. Il popolo, contrariamente a quanto sperava Gandhi, non si è sollevato in massa...

Il 2 ottobre 1930, mentre Gandhi è dietro le sbarre per un periodo indeterminato, ed evidentemente non tornerà presto all’asram, una certa Prema Kantak, che insegna lì, gli scrive che vorrebbe conservare come suo ricordo degli zoccoli con le suole di legno che lui ha portato. Gandhi le risponde dalla sua cella con una lettera molto interessante dove, per la prima volta dopo molto tempo, parla di suo padre:

Se ne ha voglia, certo che può conservare quegli zoccoli. Ma che se ne farà di quei pezzi di legno? Io tenevo con me una foto di mio padre. Avevo attaccato delle sue foto nell’armadio della mia camera, in Sudafrica. Adesso, mi sono sbarazzato di tutto. Questo non vuol dire che l’onori di meno. Se volessi conservare tutte le foto delle persone che amo, non avrei spazio per metterle. E se volessi conservare i loro sandali, sarei costretto a comprare un campo dove custodirli. [...] Le consiglio di seguirmi quando marcio sulla retta via. Questo sarà mille volte meglio che conservare i miei zoccoli...54

Il 5 gennaio 1931, il settimanale americano «Time Magazine» nomina Gandhi “personaggio dell’anno”, dopo essere stato indeciso tra Sinclair Lewis, MacDonald, Stalin, Hitler e Al Capone...

5. Ahimsa (1931-1939)

Il 6 febbraio 1931, Mohandas Gandhi è in prigione, senza sapere per quanto tempo, quando Motilal Nehru si spegne all’età di settant’anni. Mohandas voleva molto bene all’avvocato del Kashmir, anche se questi riservava alla khadi un pizzico di disprezzo preferendole il proprio elegante guardaroba. E, come sempre nella vita del Mahatma, compare un uomo ogni volta che un altro sparisce: Rajchandra ha preso il posto di sua madre, Kallenbach il posto di Rajchandra, Gokhale quello di Kallenbach, poi Motilal quello di Gokhale. Chi verrà dopo Nehru? Suo figlio Jawaharlal.

Pur non condividendo né il suo amore per la modernità né il suo interesse per gli exploit dell’Unione Sovietica, lui lo considera come il solo, insieme a Patel, in grado di assumere un giorno l’incarico del governo di un’India indipendente. Patel è più solido e preciso, ma Nehru ha la portata internazionale. Nella mente di Gandhi, Jawaharlal diventa un figlio spirituale.

Lui si sente di nuovo al centro di tutto: colui che sbarcò, completamente ignorato, a Bombay nel 1890, è adesso un’icona planetaria, esponente di una filosofia e di una strategia che hanno saputo trascinare milioni di persone. Lui è (e questa è la sola cosa che gli interessa) imprescindibile nella lotta nazionalista nonché il capo del Congresso.

Ma questo status è meritato? Sono già passati dieci anni da quando ha promesso al paese l’indipendenza entro un anno e l’India però è ancora inglese; la marcia del sale non ha ottenuto nulla; il boicottaggio degli spacci di alcolici e dei tessuti si è sfilacciato; gli intoccabili sono sempre emarginati; musulmani e hindu fanno sempre più mostra di aggressività gli uni contro gli altri; la disobbedienza civile continua a rilento; l’”armatura d’acciaio” britannica ha perfettamente assicurato l’arresto e la detenzione di 78.000 membri del Partito del Congresso, tra i quali molti hanno sacrificato fortune e salute al loro impegno. Per di più, proprio un figlio suo è allo sbando e i suoi rapporti con le donne fanno scandalo. Piomba nella malinconia.

Ma, per Gandhi, la depressione è, in genere, il preludio al recupero del buonumore; dopodiché niente può intaccare il suo ottimismo. Crede nel trionfo del Bene e trova «delizia nel vivere secondo il disegno dell’universo». A sessantadue anni, non si è mai sentito in una tale forma fisica e intellettuale; ha dimostrato di essere in grado di camminare per ore, di digiunare per giorni, di filare centinaia di metri di cotone. È consapevole della sua influenza, del suo ascendente. Si vede allo stesso tempo come il «padre dell’India» e come suo figlio, un po’ come il bambino che si portava sulle spalle i genitori, nel romanzo che amava leggere da piccolo.



Il Patto di Delhi

Il viceré sa bene che, nonostante Gandhi abbia perso, tornare allo status quo è impossibile: bisogna evolversi, per non perdere tutto, a cominciare dalle materie prime e dagli sbocchi sui mercati indiani. La Gran Bretagna ne ha assolutamente bisogno, in un momento in cui la crisi mondiale ha fatto precipitare la domanda dei paesi più avanzati. Anche se non teme più né di vedere l’economia del paese progressivamente paralizzata dalla disobbedienza civile né lo Stato schiacciato dalla moltitudine dei detenuti, e anche se l’alta amministrazione continua, imperturbabile, a gestire il subcontinente, il viceré non può lasciare senza risposta questo formidabile movimento dalla risonanza internazionale tanto ampia. Ma con chi negoziare il cambiamento, se non con Gandhi? Nehru e Subhas Bose sono molto meno concilianti.

Perciò, mentre in tutte le altre colonie i leader indipendentisti sono sistematicamente neutralizzati con mezzi più o meno legali, in India questo viceré, come i suoi predecessori, giunge alla conclusione di aver tutto l’interesse a proteggere e ad aver cura di Gandhi, dunque a offrirgli una via d’uscita onorevole. Srinivasa Sastri (che non l’ha voluto nel 1915 tra i Servitori dell’India, l’organizzazione di Gokhale) indica a Irwin il modo giusto per conquistarlo: «Prima di incontrarlo, si deve purificare, deve fare delle preghiere, indossare l’abito spirituale più puro»169. A Londra, addirittura rimpiangono di non avere un altro Gandhi sotto mano in Palestina.

Londra e il viceré concludono che bisogna per prima cosa parlare con Gandhi a Delhi, poi, a seconda della sua reazione, convocare tutti i personaggi più influenti del paese a Londra per giungere a un accordo su un’evoluzione (minima, ovviamente) dello statuto del Raj.

Il 17 febbraio 1931 Irwin, a due mesi dallo scadere del suo mandato, fa liberare Gandhi dopo due mesi di prigione. Lo invita dunque ad alloggiare per negoziare nel suo nuovo palazzo neoclassico, costruito da Edwin Lutyens a Delhi, in fondo alla strada che porta ai ministeri del Raj. Gandhi accetta. Perché si trovi bene, Irwin ha fatto venire Mirabehn a occuparsi della cucina per il Mahatma. Una situazione insolita: l’ex prigioniero e il suo carceriere si incrociano ogni giorno nel magnifico palazzo. In tre settimane fanno otto riunioni di lavoro e trattano le basi di una riforma delle istituzioni indiane. Gli altri leader del Congresso (in primo luogo Nehru e Subhas Bose), ancora reclusi, si infuriano, tanto più che Gandhi non pensa nemmeno per un istante di farli partecipare ai colloqui: l’India è lui.

A Londra, Churchill, allora all’opposizione, è altrettanto furioso:

È sconsolante, anzi nauseabondo, vedere un avvocato fallito, che adesso si atteggia a fachiro di un genere ben noto in Oriente, divorare seminudo, a grandi falcate, le scale del palazzo del viceré per negoziare da pari a pari con il rappresentante del re-imperatore, mentre contemporaneamente fomenta e dirige una campagna di provocazione per la disobbedienza civile.25

Non si potrebbe fare descrizione più esatta della situazione. Perché, almeno ufficialmente, la campagna di disobbedienza civile continua.

Il 5 marzo a mezzogiorno, il «fachiro seminudo» e il «rappresentante del re-imperatore» firmano quello che sarà chiamato Patto di Delhi: il governo britannico libera 88.000 prigionieri politici e autorizza la produzione di sale marino da parte degli indiani in cambio di una sospensione del movimento di disobbedienza civile e della fine dell’incitamento alla diserzione dei soldati e dei funzionari; la questione della futura costituzione è rinviata a una “conferenza della tavola rotonda” indetta a Londra per il mese di settembre. Nient’altro.

Liberati, Nehru, Ambedkar, Subhas Bose e altri esplodono di collera: Gandhi ha ceduto su tutta la linea! Non ha ottenuto niente circa lo status dell’India, eccetto quella questione del sale che doveva avere una portata puramente simbolica e che è diventata il suo unico obiettivo! Come in Sudafrica, in diverse occasioni, Gandhi si è fatto abbindolare; tutti sanno che un movimento di disobbedienza civile non può essere “sospeso”: o va avanti, o si blocca una volta per tutte. Ancora una volta, Gandhi ha creduto alla buona fede degli inglesi. Tanto più che il viceré, ex governatore di Bombay e poi del Canada, Lord Willingdon, che succederà a Irwin, non viene affatto per negoziare.

Provato dalla morte del padre, Jawaharlal Nehru ritiene che Gandhi sia diventato molto “ingombrante”119. Qualcuno arriva anche a mormorare che si debba escludere il Mahatma dal Congresso. Ambedkar, che constata a sua volta il fallimento della campagna per l’ingresso nei templi, vuole radicalizzare la battaglia degli intoccabili. Patel, il fedele secondo, difende Gandhi meglio che può; organizza la sessione del Congresso per nominare, a fine marzo, i rappresentanti da inviare alla tavola rotonda di Londra. Molte persone per le strade di Bombay manifestano contro Gandhi, il quale ignora superbamente queste critiche e avverte che lascerà in Congresso se il “suo patto” non viene da quest’ultimo ratificato. Anzi, il 19 marzo, dichiara che intende essere il solo rappresentante del Congresso a Londra. Non vuole nessuno accanto a lui, tranne qualche assistente:

Le organizzazioni smantellate avranno appena avuto il tempo di ristrutturarsi. I delegati, la metà dei quali saranno appena usciti di prigione, non avranno avuto neanche il tempo di riprendersi. Il Congresso ne uscirà comunque con un prestigio mai raggiunto prima d’ora, cosciente che esso viene dalla sua potenza nata dalle sofferenze patite da decine di migliaia di uomini, donne e bambini, vittime indubbiamente senza uguali della Storia, nel senso che essi hanno sofferto senza compiere rappresaglie...169

Incapaci di resistere all’incredibile ascendente del Mahatma, gli altri accettano di mandarlo da solo a Londra. Errore grossolano: si troverà smarrito in mezzo ai rappresentanti di un’infinità di principati, partiti, gruppi di pressione e amministrazioni e non riuscirà a far sentire abbastanza la voce di un’organizzazione che rappresenta l’India intera.



Difendere un terrorista...

Nel frattempo Bhagat Singh, che due anni prima ha fatto esplodere una bomba innocua nei corridoi della camera del Consiglio, a Delhi, gridando «Inqilab zindabad!», ha esaurito tutti i possibili ricorsi: la sua condanna all’impiccagione è ormai definitiva. Ha fatto uno sciopero della fame di 63 giorni per ottenere lo status di prigioniero politico, il diritto di leggere i giornali e di essere fucilato da un plotone di esecuzione; in prigione ha scritto Why I am an Atheist. Il 20 marzo Gandhi va a perorare la sua causa da Irwin, il viceré uscente. Pensa che il suo carisma la spunterà. Dopo tutto, il viceré ha appena fatto liberare 90.000 persone e ha commutato diverse condanne a morte. Gandhi spiega che bisogna graziare quel giovane di ventiquattro anni. Irwin racconterà in seguito:

Ascoltando Gandhi che mi esponeva la sua richiesta di commutazione, io riflettei prima di tutto sul significato che poteva avere, per il paladino della nonviolenza, il fatto di difendere così seriamente la causa di persone dalle convinzioni tanto lontane dalle sue, ma ho voluto evitare qualsiasi considerazione politica e non ho visto caso in cui, secondo la legge, la pena fosse stata più meritata.169

Il viceré non cede. Singh e due dei suoi compagni sono impiccati tre giorni dopo. Il giorno stesso, le sue spoglie sono trasportate in aereo e incenerite nel villaggio di Hussainiwala, sulla riva del fiume Sutlej, nello Stato del Punjab. Gandhi scrive: «A memoria d’uomo, nessuna vita sarà più romantica di quella di Bhagat Singh»169.

Tre segnali negativi per le negoziazioni che stanno per avviarsi. Da morto, Bhagat Singh diventa un eroe per il paese intero: una sorta di alternativa a Gandhi, il quale comunque accetta di partire per Londra e negoziare con i suoi assassini. Molti giovani nazionalisti non perdoneranno mai al Mahatma di non aver osservato un periodo di lutto per Bhagat Singh come aveva fatto per Gokhale.

È anche un segnale negativo per il Congresso che, due giorni dopo quest’impiccagione, il 25 marzo 1931, a Karachi, nell’ex Beluchistan, concede un sostegno massiccio al Patto di Delhi e nomina all’unanimità Gandhi per rappresentarlo, da solo, alla tavola rotonda di Londra a settembre. Unità di facciata, perché dietro le quinte Subhas Chandra Bose e Jawaharlal Nehru sono radicalmente ostili a queste trattative e decisi a non accontentarsi dei loro risultati, che prevedono trascurabili.



Una star a Londra

Gandhi non si preoccupa più di tanto. Si ripropone di arrivare personalmente a un accordo significativo con Ramsay MacDonald, come ha fatto con Irwin. Il 30 aprile espone su «Young India» una curiosa tattica di negoziazione: «Come satyagrahi, io credo all’assoluta efficacia della capitolazione completa. Se gli inglesi abbandonassero la baionetta per vivere tra noi in tutta semplicità e amicizia, io parlerei volentieri in loro favore. La legge della capitolazione e della sofferenza è universale, senza alcuna eccezione»169.

Non si può dire che all’epoca la nonviolenza fosse la regola dei potenti, inglesi o francesi che fossero: come Bhagat Singh, il segretario generale del Partito Comunista indocinese, Tran Phu, è arrestato e giustiziato in un carcere francese. Oltre 10.000 altri prigionieri dell’”anno del terrore rosso” sono ammassati a Poulo Condor, un arcipelago al largo di Saigon, e molti vi moriranno17.

Il 29 agosto Gandhi si imbarca sul piroscafo Rajputana diretto a Marsiglia con Mirabhen, molte altre ragazze, qualche collaboratore, tra cui Mahadev e Pyarelal, diventati i suoi più stretti consiglieri e segretari e... una capra, di cui beve il latte! Giornalisti e curiosi non perdono un secondo della traversata. L’11 settembre sbarca a Marsiglia (il viaggio dura ormai tredici giorni, cioè quattro volte meno rispetto alla sua prima traversata). Il 12 arriva in treno a Boulogne-sur-Mer e il 13 a Folkestone. A ogni fermata c’è la stampa e una folla enorme lo applaude. Indossa sempre solo una dhoti, nonostante il freddo, e a Londra dichiara ai numerosissimi giornalisti che lo accolgono e lo assillano che i colori sono solo delle «terribili macchie»!

Gandhi scopre poi che Ramsay MacDonald ha altro da fare che negoziare faccia a faccia con lui. La Gran Bretagna ha deciso di abbandonare il sistema aureo e concedere dei poteri ai dominion: l’Impero ormai non è più l’Impero. Deve perciò constatare che, mentre è lì da solo a rappresentare la prima forza politica dell’India, attorno alla tavola ci sono 23 rappresentanti dei principati, 89 dell’India britannica e 20 alti funzionari inglesi risoluti a coltivare le divergenze tra hindu e musulmani, e tra i principi e le minoranze. Gli inglesi non sono disposti a concedere altro che il rafforzamento dei governi locali, che tratteranno solo, come dopo il 1923, i problemi economici e sociali, e a integrare nelle due camere centrali i principati, fino a quel momento esclusi dal sistema legislativo; la maggior parte del bilancio, cioè quello militare e amministrativo, resterebbe posto sotto il solo controllo del viceré. Niente di davvero nuovo.

All’apertura, Gandhi ritrova il suo amico Birla, l’industriale di Delhi, venuto in qualità di rappresentante del mondo degli affari. Gandhi non parla nemmeno alla seduta d’apertura, che però è particolarmente seguita dai media, perché questa si svolge di lunedì (giorno in cui lui osserva il silenzio), scelto apposta per non dargli spazio. Il 22 settembre conosce Charlie Chaplin, allora a Londra al termine di una tournée mondiale per presentare Le luci della città, nel momento in cui il cinema diventa sonoro. Il 25 rivede l’ex viceré Lord Irwin, tornato nella capitale britannica, a Eaton Square. Il 29 si intrattiene con l’Agha Khan III, capo ereditario della comunità ismaelita. Il 10 ottobre conferisce con il capo del Partito Laburista, George Lansbury. Poi scappa di nuovo: il 18 va a incontrare gli operai del Lancashire e parla loro dell’arcolaio; quando passano in auto davanti a Milton Heath dove Mirabehn viveva da bambina, questa rifiuta di fermarsi: lei non ha più a che vedere con Madeleine Slade.

Le trattative languono. A novembre, a causa di queste palinodie, alcuni giovani nazionalisti indiani vanno a parlargli di Bhagat Singh. Lui si infuria: non cercherà di ottenere l’indipendenza con la forza. «Ripeterò finché è necessario al mondo intero che non pagherò la libertà del mio paese sacrificando la nonviolenza. La mia unione con la nonviolenza è così assoluta che preferirei suicidarmi piuttosto che deviare dalla mia posizione»169.

Tuttavia trascura le trattative. Accetta di posare per uno scultore. Il 21 novembre, pronuncia un discorso davanti all’Associazione Vegetariana di Londra che l’aveva accolto durante il suo primo soggiorno: «Se qualcuno mi dicesse che morirei se non mangiassi uno spezzatino di pecora o di mucca o del manzo lesso, anche se si trattasse di un parere medico, io sceglierei la morte. Tale è la base del mio vegetarianesimo»169.

Alla fine di novembre, furioso, sente che gli inglesi lo hanno imbrogliato: lui si è fatto abbindolare; dovrà cercare di rilanciare il movimento di disobbedienza civile che ha interrotto, ma, per adesso, non ne fa parola. Decisamente, come ha scritto nel 1911: «L’Occidente non vale niente». Quando un giornalista gli domanda: «Signor Gandhi, cosa ne pensa della civilizzazione dell’Occidente?», lui risponde con malcelato astio: «Sarebbe un’ottima idea».



La capra da Mussolini

Il 5 dicembre infine lascia l’Inghilterra, con la rabbia nel cuore. La tavola rotonda ha partorito solo una riforma ridicola che rinforza i poteri delle autorità locali. Come mantenere dunque le grandi promesse dell’inverno del 1930 e onorare quella bandiera issata un po’ troppo in fretta?

In India, i movimenti di disobbedienza civile riprendono lentamente. A Guruvayoor, nel Kerala, è organizzato un satyagraha per aprire la città agli intoccabili. Invano. In generale, il ruolo di Gandhi alla conferenza di Londra è percepito come «una sciagurata farsa».

Sulla strada del ritorno, Gandhi passa il 5 e il 6 dicembre a Parigi, torna a Notre-Dame, visitata quarant’anni prima; tiene una conferenza da Louise Guieyesse, fondatrice di un’Associazione Francese degli Amici di Gandhi: «Mi sembra che la battaglia dell’India per la propria indipendenza sia qualcosa che ogni francese dovrebbe comprendere. Questo paese di 250 milioni di abitanti, cioè un quinto dell’umanità, tenta di ottenere la sua libertà con mezzi totalmente estranei alla violenza»169.

Il 7 dicembre 1931 parte per la Svizzera, invitato a parlare a Losanna davanti a un’assemblea di funzionari internazionali, ma non è autorizzato a esprimersi a Ginevra nell’aula della Società delle Nazioni, di cui gli inglesi hanno reso l’India un membro fantoccio: offrirgli una tribuna del genere è fuori questione!

Poi sale a Villeneuve, per incontrare Romain Rolland che vive a Villa Olga dal 1914. Arriva l’8 dicembre. Rolland gli parla per un’ora e mezza del declino morale dell’Europa e discute con i suoi compagni di viaggio. Miss Slade si ricorda che è proprio in quella stanza che ha sentito parlare per la prima volta di Gandhi. E poiché lei un tempo era andata a parlare a Rolland di Beethoven, questi si mette al pianoforte ed esegue per lei l’Appassionata. Mahadev e Pyarelal sono commossi. Reazione di Gandhi, il giorno dopo: «Deve essere bella, se lo dite voi!»36. Romain Rolland vorrebbe convincerlo a esortare all’insubordinazione e allo sciopero fiscale in ogni Stato in guerra, ma soprattutto a denunciare i regimi e i movimenti fascisti più che le democrazie, anche se esse possiedono delle colonie. Gli spiega il suo punto di vista di democratico europeo: «Vedete, il fascismo è un pericolo ben più grave del colonialismo. Noi dovremmo fare fronte comune con i comunisti e l’Unione Sovietica contro i fascisti e i nazisti»54.

Gandhi non è interessato a questi argomenti. Per lui, il fascismo, che non ha ramificazioni in India, non è particolarmente condannabile. Al contrario del comunismo, che in India è presente: «Io non ho niente contro la teoria o, se vogliamo, la filosofia del socialismo. Ma il loro programma, per come è formulato qui, in Europa, non si può realizzare senza la violenza. I socialisti d’Europa [...] prenderebbero senza esitare le armi se pensassero di avere una possibilità di accedere così al potere»169. E questo lui non lo vuole.

Rolland gli risponde che pensava che, per Gandhi, i mezzi compromettessero il fine, e che usare la violenza non potesse servire una causa nonviolenta. Questo dunque avrebbe dovuto spingerlo a denunciare i fascisti. Ma, rivela Gandhi a un Rolland costernato, lui intende approfittare del suo soggiorno in Europa per andare a Roma a rendere visita al papa e a Mussolini. Lo scrittore protesta: perché andare a trovare un fascista? Gandhi insiste: tutti possono essere persuasi, o piuttosto tutti possono essere utili alla causa dell’India54. E poi, aggiunge, anche Tagore ha incontrato Mussolini! Sì, ribatte Rolland, ma era il 1926; non si sapeva molto del fascismo; inoltre, in un articolo sul «Manchester Guardian», Tagore in seguito ha ammesso il suo errore. Rolland lo supplica di non lasciarsi incantare da quegli italiani indianisti che fanno di tutto per avvicinare a Mussolini l’élite dei nazionalisti del Congresso. Non deve andarci! Gandhi non lo ascolta.

Il 12 dicembre è a Roma. Pio IX rifiuta di riceverlo, perché «non è abbigliato in modo conveniente». Il Duce invece lo accoglie sfarzosamente e lo fa accompagnare per tutto il tempo da una schiera di giovani fascisti entusiasti e di fotografi. A piazza Venezia, in mezzo alla folla accalcata per vederlo affacciarsi al balcone del palazzo del Duce, la figlia di Tolstoj grida il suo nome. In seguito lo incontra e gli offre un toccante ritratto del padre seduto nel suo studio, che lei ha appena eseguito. Quella sera stessa, Mussolini dà un concerto in onore di Gandhi a Villa Torlonia. L’indomani, prima di lasciare la città eterna, Gandhi confida a un giornalista italiano che al suo ritorno in India rilancerà fortemente la disobbedienza civile. Per quanto poi cerchi di smentire, il giornalista conferma le sue dichiarazioni e il viceré, venutone a conoscenza, freme di rabbia.

Al ritorno da questa tournée “trionfale” in cui manca solo il futuro cancelliere Hitler, già a pochi passi dalle stanze del potere, un giornale londinese, lo «Star», pubblica una caricatura raffigurante Gandhi seminudo accanto a Mussolini, Hitler, De Valera e Stalin, con indosso rispettivamente camicia nera, marrone, verde e rossa, e la didascalia: «Gli manca solo la camicia».

Questo viaggio è disastroso per la sua immagine in Europa e in America. Il mondo capisce che all’eroe della “marcia del sale” non interessa nient’altro che l’indipendenza del suo paese.



Ritorno a Yerawada

Il 14 dicembre 1931 Gandhi riprende la nave per Bombay, dove sbarca il 28. Alloggia al 19 di Laburnum Road, dove ritrova, al primo piano, la grande stanza in cui ama riposarsi, scrivere e filare. Si rende conto che la situazione è cambiata: è partito per l’Europa da eroe nazionale, coccolato da un viceré uscente, sostenuto dai suoi amici; torna screditato, abbandonato dai suoi seguaci, perseguitato da un nuovo viceré, il marchese di Willingdon, che si vanta di poter assicurare a modo suo «il ripristino della pace in sei settimane».

Infatti il 4 gennaio 1932, cioè meno di una settimana dopo il suo ritorno, Gandhi è arrestato con Patel, sempre sulla base dell’articolo 25 della legge speciale del 1827, e detenuto nella prigione di Yerawada per aver dichiarato che avrebbe rilanciato la disobbedienza civile. Separata dal marito per i quattro mesi del suo soggiorno in Inghilterra, Kasturba lo perde di nuovo sette giorni dopo averlo rivisto. Nello stesso periodo vengono arrestati moltissimi leader e militanti. Quasi tutti quelli che sono stati appena liberati da Irwin sono rispediti in prigione da Willingdon. In tutto 14.803 persone sono arrestate solo nel mese di gennaio del 1932.

Prima di tornare in prigione, Gandhi autorizza suo figlio Devdas a sposare Lakshmi Rajagopalachari (dopo aver consultato anche il padre di lei). Ma anche Devdas viene arrestato e incarcerato a Gorakhpur, nell’Uttar Pradesh orientale. Si ammala gravemente di tifo e le lettere del padre non gli vengono consegnate, dato che i censori non capiscono il gujarati. Mirabehn, arrestata a sua volta, dapprima è detenuta nel carcere di Arthur Road, poi raggiunge il Mahatma a Yerawada. A marzo arriva pure Desai, trasferito da un’altra prigione. Un ex membro dell’asram di Sabarmati, studioso di sanscrito, Parchure Shastri, malato di lebbra, si trova anche lui a Yerawada37. Questi riferisce a Gandhi che l’asram che lui ha lasciato in grande fermento per la “marcia del sale” è ormai vuoto; i mobili sono stati confiscati dagli inglesi per il rifiuto degli abitanti di pagare alcune tasse. Non si tratta di un caso isolato: migliaia di persone in tutta l’India hanno perduto i loro beni109. Come ogni volta che Gandhi si trova in prigione, il governo sorveglia rigorosamente le sue conversazioni e la sua corrispondenza; i giornali non hanno il permesso di diffondere informazioni sulle sue azioni e le sue gesta, né di pubblicare sue foto.

Il viceré si esalta e promette a Londra che farà dimenticare il nome di Gandhi. A Yerawada, i tre compagni di cella si annoiano. Adottano la gatta della prigione e i suoi cuccioli. Patel fabbrica buste da lettera e insegue la carta inutilizzata «con la concentrazione del gatto che insegue il topo»37, scrive Desai sul suo diario (14 giugno). Gandhi scrive History of the Satyagraha in South Africa173 (Una guerra senza violenza: la nascita della nonviolenza moderna), in cui espone i voti e le regole di vita di quella comunità (verità, nonviolenza, celibato, rinuncia alla proprietà, rifiuto dell’intoccabilità, coraggio). A Srinivasa Sastri, che in una lettera gli domanda se la solitudine non lo deprima, Gandhi risponde che il “Sardar” Vallabhbhai (Sardar significa ‘comandante’) è al suo fianco e le sue battute lo fanno morire dal ridere diverse volte al giorno154.

Poi, lunatico come sempre, l’11 giugno Gandhi si mette a parlare della propria morte, «da un giorno all’altro». Patel lo riprende: «No, no, non ci lasciare in un momento di difficoltà. Conduci la nave fino a riva, e poi vai dove vuoi. E io ti accompagnerò. Non te ne devi andare prima dell’indipendenza. Dopo, partiremo insieme...»37. Grazie a un telescopio prestato da Lady Thackersey, vicina della prigione, Gandhi studia le costellazioni. «Le stelle ci rivolgono discorsi silenziosi. È una santa compagnia» (1° luglio). Immagina che gli umani sbarchino su altri pianeti e scrive a Kalelkar, ridivenuto decano dell’università di Ahmedabad: «Senza dubbio, una volta che saremo in grado di raggiungere i pianeti e le stelle, faremo la stessa esperienza del bene e del male di quaggiù, sulla Terra. Ma l’influenza pacificatrice della loro fredda bellezza è davvero divina [...]. Tutti questi sogni hanno fatto di me un ardente contemplatore degli spazi infiniti...»37. Gandhi si accosta all’urdu e impara il sanscrito «con la rapidità di un cavallo arabo» (28 agosto).

Intanto, gli arresti non cessano: 17.818 a febbraio, 6.909 a marzo, 5.254 ad aprile, 3.818 a maggio, 2.791 a settembre. Il movimento è di nuovo soffocato. L’“armatura d’acciaio” resiste. Il popolo indiano non si solleva in massa. Gandhi capisce che, ormai, basterà che lui dica che progetta una campagna perché decine di migliaia di persone siano spedite in prigione senza processo. Questo tuttavia non basta a far crollare l’Impero.



L’ahimsa: un’etica indispensabile all’indipendenza

In questo inizio degli anni Trenta, Gandhi riflette sulla sua dottrina. Finora si è accontentato di elencare gli atti che lui condanna politicamente come «peccati». Come ad esempio sedere nei consigli municipali creati dagli inglesi, studiare in un’università di lingua inglese, fare il giudice o anche l’avvocato in un tribunale coloniale, vestirsi all’occidentale e prestare servizio nell’esercito o nell’amministrazione dell’Impero. Questa non è un’analisi sufficiente. Deve affinare questa critica morale, e in particolare precisare il termine ahimsa che gli viene dai giaina: «non-desiderio di fare violenza». Gandhi crede che l’ahimsa permetta di far trionfare la verità tramite l’autosacrificio; è il rifiuto dell’odio del nemico. In assenza di termini migliori in inglese, parla di «nonviolenza costruttiva».

Per lui, questa riforma morale di sé diventa più importante ancora dell’indipendenza. Prima di lottare per l’indipendenza, l’India deve, secondo lui, ritrovarsi, affinché essa non sia una vana illusione. Nel suo vocabolario, l’ahimsa (nonviolenza) conta ormai di più dello Hind swaraj (indipendenza). Non insegue più solo la libertà, ma un’utopia morale.

Scrive infatti: «La vera democrazia [swaraj delle masse] non potrà mai essere ottenuta con mezzi sleali e violenti [...]. Un regime di libertà individuali [...] può vedere la sua piena fioritura solo quando regna l’ahimsa allo stato puro»173. Poi rilegge un testo scritto dieci anni prima: «La nonviolenza perfetta è l’assenza totale di malvagità nei confronti di tutto ciò che vive [e ancora di più], nella sua forma attiva, la nonviolenza si esprime con la benevolenza verso tutto ciò che vive»169. Questo ormai gli pare insufficiente: la nonviolenza non è il semplice rispetto giaina della vita, è anche l’accettazione della sofferenza. «Nessuno si è mai elevato senza essere passato per il fuoco della sofferenza [...]. Il progresso consiste unicamente nel purificare la sofferenza evitando di fare soffrire»169. Intende dunque accingersi a insegnare agli indiani non a conquistare il potere, ma a rinunciarvi e ad accettare di soffrire per essere davvero liberi. Ormai si percepisce come una guida spirituale, non più come un leader politico. In particolare, non può immaginare un’India indipendente in cui musulmani e hindu si uccidano tra loro e dove gli intoccabili restino degli emarginati. Queste due battaglie gli sembrano ormai essenziali, addirittura un presupposto fondamentale all’indipendenza. Su questo punto non cambierà opinione fino al suo ultimo respiro.



Difendere gli intoccabili loro malgrado

Ben presto gli si presenterà l’occasione di passare ai fatti. Il 20 settembre 1932, mentre si avvicinano le elezioni locali previste dalla tavola rotonda del 1931 e Gandhi è ancora in prigione, il viceré, i pochi leader del Congresso ancora in libertà e i capi degli intoccabili giungono a un accordo su una base già suggerita dagli inglesi nella prima tavola rotonda del 1930 a Londra: uno statuto elettorale separato è concesso agli intoccabili. Gandhi protesta: perché accettare di ratificare così la discriminazione degli intoccabili? Non avendo altro mezzo per protestare dalla sua cella, decide di intraprendere un digiuno illimitato.

Nehru e Subhas Bose, come Ambedkar, leader degli intoccabili, trovano assurdo questo sciopero della fame. Ambedkar va a trovare il prigioniero nella sua cella e l’esorta a mettervi fine. Gandhi gli risponde sorridendo: «Se la mia vita vi interessa, sapete cosa bisogna fare per risparmiarla». Ambedkar è fuori di sé: se cede, fa marcia indietro; se persiste, uccide Gandhi. Non sa che fare154. Il 27 settembre, dopo sette giorni di sciopero della fame, Gandhi lancia anche una «settimana per l’abolizione dell’intoccabilità». L’indomani, Ambedkar gli invia un famoso intoccabile, Palwankar Baloo, campione di cricket. Niente da fare. Il paese intero segue col fiato sospeso questo sciopero della fame di cui la radio parla senza sosta. Il 29, dopo nove giorni di digiuno, quando i medici lo danno per spacciato, Ambedkar rinuncia al voto separato in cambio dell’impegno preso da Gandhi, senza neanche consultare i membri del Congresso, di fare riservare dei seggi per candidati intoccabili. Gandhi interrompe il suo sciopero della fame.

Anche nelle campagne più sperdute, è un’emozione senza precedenti. Alcuni templi aprono l’accesso agli intoccabili, donne di alte caste accettano pubblicamente cibo dalle loro mani. Nehru denuncia con forza quest’accordo da cui il Congresso è stato escluso e invia a Gandhi una lettera «decisamente furibonda»89.

Il 13 ottobre, mentre il governo inglese concede l’indipendenza all’Iraq, a Delhi il viceré osserva, trionfante, in un’intervista: «Diciassette mesi fa, quando sono arrivato, era il caos. Posso garantire che le condizioni di oggi sono cento volte migliori e mi spingo oltre: affermo che il popolo indiano è cento volte più felice»109. Avrebbe potuto aggiungere che è riuscito, come gli inglesi amano tanto fare da un secolo a quella parte, a seminare la discordia tra i notabili del subcontinente.

Nel dicembre 1932, alcuni lettori di «Navajivan» e «Young India» protestano perché Gandhi li chiama «intoccabili». Dalla prigione, lui chiede suggerimenti per trovare un altro termine. Un lettore suggerisce una parola (“harijan”, i ‘figli di Dio’) usata da un poeta gujarati del XV secolo, Narsingh Mehta, nel suo poema Vaisnava jan to tene kahiye. Gandhi accetta. D’ora in poi li chiamerà solo così, anche se molti protestano, dicendo che la parola designa già i figli delle prostitute dei templi...

In questo periodo, gli inglesi continuano a elaborare il loro progetto di riforma costituzionale ispirato dalla tavola rotonda dell’anno precedente, volto a rinforzare un po’ le autorità locali. Il progetto è sottoposto a un Joint Committee on Indian Constitutional Reform, ma è di nuovo boicottato dal Congresso o piuttosto da ciò che ne resta.

In Palestina una manifestazione contro la presenza britannica provoca una trentina di morti. David Ben Gourion, leader del comitato esecutivo dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, favorevole al riconoscimento dei diritti politici agli arabi in cambio della libertà di immigrazione, ha contatti personali con diverse personalità palestinesi, in particolare Shakib Arslan.

Intanto, in India, il viceré permette a Gandhi di lanciare, dalla sua cella, una campagna in favore degli intoccabili, che sta preparando fin dalla sua precedente detenzione. L’11 febbraio 1933, il Mahatma riceve l’autorizzazione a far uscire un nuovo giornale in inglese, lo «Harijan», che è ben presto accompagnato da «Harijanbandhu» (in gujarati, ‘Amici degli Harijan’) e da «Harijan Sevak» (in hindi, ‘Servo degli Harijan’). Ambedkar declina la proposta di Gandhi di scrivere l’editoriale del primo numero. Per lui «solo l’abolizione del sistema delle caste metterà fine agli intoccabili; ci sono dei fuori casta perché ci sono delle caste». Gandhi, che non è contrario al sistema delle caste, firma di persona l’editoriale sul digiuno che ha appena osservato: «Il digiuno è un’istituzione molto importante dell’induismo, come forse per nessun’altra religione, e credo che non ci sia preghiera senza digiuno né digiuno senza preghiera. Il mio digiuno era la preghiera di un’anima sofferente»169.

Tutti allora si coalizzano contro di lui: Nehru, appena tornato da un breve viaggio in Europa (per farvi curare la moglie), Subhas Bose (partito per curarsi a Vienna) e Ambedkar. Come può lui agire così e scegliere come tema di lotta un soggetto di controversia tra hindu, invece di affrontare gli inglesi, e questo senza consultare nessuno? Il 12 febbraio, Ambedkar dichiara che «gli intoccabili se ne infischiano di poter entrare in un tempio!». Gandhi risponde con flemma: «Invito il dottor Ambedkar a disfarsi della sua amarezza e della sua collera e a cercare di imparare le bellezze della fede dei suoi antenati. Che non sia blasfemo contro l’induismo prima di averne fatto uno studio oggettivo; se in esso non trova sostegno nel suo sconforto, allora lo abbandoni»54. Il 16 febbraio, Gandhi dichiara a Patel e Desai che non si può lasciare che «milioni di harijan pensino di essere abbandonati». Il 15 aprile 1933, scrive su «Harijan»: «Ciò che è necessario non è tanto l’ingresso degli harijan nei templi quanto la conversione degli ortodossi alla convinzione che è sbagliato impedire agli harijan di entrare nei templi [...]. Un tale appello può essere lanciato solo con le preghiere, col digiuno e le sofferenze di coloro che lo lanciano»169.

Preoccupato, Desai lo mette in guardia: «Rischiamo di trovarci tra due fuochi: gli ortodossi hindu e i seguaci di Ambedkar»54, e consiglia di «lasciarli accapigliare tra loro»36.

Gandhi morirà quattordici anni più tardi per non aver seguito questo consiglio di Desai.



Rottura con il Congresso

Le cose tra Gandhi e il Congresso non funzionano decisamente più. E poiché il movimento di disobbedienza civile languisce, lui decide, ancora una volta senza consultare nessuno, di intraprendere un nuovo sciopero della fame: il 7 maggio, mentre in Germania Hitler è cancelliere del Reich dal 30 gennaio e mentre un gruppo di studenti propone di creare un paese musulmano nell’India del Nord che abbia nome Pakistan (‘terra dei puri’), Gandhi inizia senza preavviso un nuovo digiuno che durerà ventuno giorni55. Questo digiuno di «purificazione di sé» ha come unico scopo quello di fare pressione su se stesso:

Quella notte sono andato a dormire senza avere la minima idea che l’indomani avrei iniziato un digiuno. Verso mezzanotte, qualcosa mi ha svegliato all’improvviso, poi una specie di voce (dall’interno o dall’esterno, non lo saprei dire) ha mormorato: «Devi fare un digiuno». «Di quanti giorni?», ho domandato. La voce si è levata di nuovo: «Ventuno giorni». «Quando devo iniziare?», ho chiesto io. Mi ha detto: «Comincia da domani». Mi sono riaddormentato dopo aver preso questa risoluzione.54

Il primo giorno di questo digiuno, detta una lunga dichiarazione in cui annuncia una nuova sospensione per sei settimane del movimento di disobbedienza civile che ha rilanciato al ritorno dall’Europa:

Le mie opinioni sulla disobbedienza civile non sono cambiate in nessun modo. Non ho che elogi per la bravura e lo spirito di sacrificio di molti resistenti civili, ma non posso fare a meno di aggiungere che la clandestinità che accompagna il movimento è stata fatale alla sua riuscita. Non c’è dubbio che la paura abbia raggiunto il popolo, le ordinanze l’hanno reso debole. [...] Ora vorrei lanciare un appello al governo. Se esso aspira davvero alla pace del paese, che approfitti di questa sospensione del movimento per liberare senza condizioni tutti i resistenti civili... Se c’è buona volontà da parte del governo, un modus vivendi si può trovare.54

E chiede ai resistenti così scoraggiati di impegnarsi nel «programma costruttivo» elaborato dal Congresso: «La mia dichiarazione trae ispirazione da una conversazione personale che ho avuto con i compagni e i soci dell’asram del satyagraha [...]. A un tratto, ho visto che dovevo per il momento restare il solo e unico rappresentante della resistenza civile in azione...»169.

In prigione, nella clandestinità o in esilio, i dirigenti del Congresso sono furiosi: ecco che, senza consultarli, il Mahatma dichiara la sospensione di un movimento di massa e lo sostituisce con un digiuno personale! Dall’Austria, Subhas Chandra Bose prende apertamente posizione contro di lui: «Gandhi ha fallito come leader politico ed è tempo di riorganizzare da capo a piedi il Congresso su basi nuove, con nuovi metodi e un nuovo leader»169. Jawaharlal Nehru, che trattiene a stento la collera, osserva che è «uno spettacolo inaudito quello che sta dando il leader di un movimento politico», ne prova una «fitta dolorosa» e sente che «il giuramento di alleanza che lo legava a Gandhi da molti anni si è spezzato del tutto»89.

Quella sera stessa, i medici avvertono Gandhi che, se si rimette a digiunare, rischia la vita: otto mesi prima, dopo una settimana di sciopero della fame, era sull’orlo della tomba. Che succederà dunque dopo ventuno giorni? Risposta. «Se Dio ha bisogno di servirsi del mio corpo, nemmeno un digiuno lo annienterà, e Lui farà comparire uomini e donne che sosterranno questo buon lavoro»109. Il viceré, a cui la sua morte non dispiacerebbe, preferisce comunque non rischiare che agonizzi in prigione e, il giorno stesso alle 21, lo rilascia senza condizioni insieme a tutti i suoi compagni, tra cui Patel, Kripalani, Chakravarti Rajagopalachari e altri... Ma Gandhi non interrompe il digiuno.

È condotto, per questa prova di ventuno giorni, a Parnakuti, nella sontuosa residenza di Lady Leelabai Thackersey, su una collina di Pune. Da lì invia un telegramma al viceré, chiedendogli di riceverlo per un colloquio che «permetta di esplorare le possibilità di pace»; naturalmente, Lord Willingdon rifiuta e gli fa mandare dal segretario privato una lettera molto inglese:

In risposta al vostro telegramma in cui sollecitate un’udienza, Sua Eccellenza mi ha pregato di rispondere che se le circostanze fossero state differenti, egli sarebbe stato lieto di ricevervi. Ma sembrerebbe che voi siate contrario all’abbandono senza condizioni della disobbedienza civile, e che desideriate un colloquio solo al fine di intavolare delle trattative.109



Niente bis del patto Gandhi-Irwin.

Il 14, dopo cinque giorni di digiuno, Gandhi cade in uno stato comatoso. Chakravarti Rajagopalachari, appena liberato, telegrafa a Vallabhbhai Patel, rimasto al capezzale di Gandhi: «È stupido pensare che Bapu potrà sopravvivere a questa prova; questa tragedia ci farà tornare tutti indietro, gli harijan e il paese». Patel risponde che «è ancora più stupido cercare di convincerlo a rinunciare». E infatti Gandhi prosegue il suo sciopero della fame. Shaukat Ali, il leader musulmano, manda anche lui un telegramma al vecchio amico. Niente da fare.

Il 28 maggio, alla vigilia del ventunesimo giorno, Nehru si forza e, malgrado la sua collera, gli manda pure lui un telegramma per supplicarlo di smetterla e gli espone la sua totale incomprensione in una frase che riassume il loro rapporto: «Che posso dire su un argomento che non comprendo? Io mi sento perso in una contrada straniera in cui voi siete l’unico punto di riferimento»154.

Il 29 maggio, alla data prevista, Gandhi interrompe il digiuno. La settimana seguente, mentre si rimette lentamente, i leader del Congresso vanno a trovarlo e a spiegargli che bisogna abbandonare definitivamente la disobbedienza civile. Per alcuni la sola soluzione è il ricorso alla violenza. Per altri è la via elettorale.

Intanto, Nehru scrive a sua figlia a proposito dell’accoglienza degli ebrei in Palestina e del riconoscimento da parte degli inglesi del loro diritto a stabilirsi lì: «Un fatto importante sembra essere stato occultato. La Palestina non era un territorio vergine [...]. Era già la casa di qualcun altro. Dunque, questo gesto generoso del governo britannico è stato effettuato a spese del popolo che viveva già in Palestina».

Quindici giorni dopo, il 16 giugno 1933, dopo cinque anni di attesa, Devdas, anche lui liberato, sposa Lakshmi, a casa di Lady Thackersey. Essendo i fidanzati di caste diverse, è un giovane religioso riformista, Laxman Shastri Joshi, a officiare davanti ai genitori dei due sposi e ai pochi invitati. Ancora debilitato, Gandhi si alza per benedirli, ma gli ci vogliono cinque lunghi minuti per trovare la forza di articolare le frasi che l’indomani lo «Hindustan Time» riporterà:

Devdas, tu sai quali speranze ripongo in te. Possa tu realizzarle... Chi avrebbe mai creduto che il vostro matrimonio si sarebbe tenuto sotto il tetto di un’anima pura come quella di Lady Thackersey? Chi avrebbe creduto che un uomo di grande saggezza e con un carattere così irreprensibile come Laxman Shastri sarebbe venuto a officiarlo? Oggi, tu hai rubato a Rajagopalachari un gioiello adorato. Abbine molta cura!55

Qualche giorno dopo, l’8 luglio, Gandhi pubblica su «Harijan» un bellissimo testo sul suo digiuno:

Questo digiuno è stata una preghiera ininterrotta di ventuno giorni di cui risento davvero gli effetti. Ora sono convinto che non ci sia preghiera senza digiuno, anche se quest’ultimo è molto limitato... L’integrazione completa della preghiera implica l’esclusione di ogni attività fisica affinché la preghiera invada la totalità dell’essere e che noi ci eleviamo, che siamo completamente distaccati dalle funzioni fisiche. Questo stato si può raggiungere solo con una crocifissione continua e volontaria della carne.169

Esiliato in Europa e sempre più radicale, Subhas Bose viene a sapere della morte di suo padre, ma è autorizzato a restare in India solo per poche ore senza nemmeno lasciare l’aeroporto di Calcutta, dove si svolge il rito funebre. Poi riparte per l’Europa, restandoci tre anni, principalmente in Germania, dove i nazisti hanno preso il potere. Questa permanenza avrà un’influenza considerevole sulla storia dell’India.



Un «asram nomade»

Gandhi è dunque libero, ma senza più mezzi per agire. Ha interrotto l’azione collettiva, sostituita da un digiuno personale senza impatto. Il 26 luglio è ad Ahmedabad a casa di amici, con Kasturba, quando viene a sapere che il Raj si appresta a confiscare Sabarmati, spogliata di tutti i mobili, dove lui non è tornato, come promesso, dalla “marcia del sale”; decide allora di chiudere definitivamente l’asram e scrive al rappresentante del ministro degli Interni nella provincia di Bombay per chiedergli di occuparsi della gestione della proprietà:

Ogni capo di bestiame, ogni albero ha la sua storia e dei legami sacri. Facciamo tutti parte di una grande famiglia. Quello che prima era un pezzo di terra nuda è diventato, grazie agli sforzi dell’uomo, un giardino abbastanza ampio da ospitare una colonia modello. Non è senza lacrime che ci accingiamo a disperdere famiglie e attività.169

Lo stock di khadi, i telai, i carkha dell’asram, il bestiame, le poche rupie che vi si trovano sono trasportati ad Ahmedabad a casa di amici. Le undicimila opere della biblioteca sono offerte al comune di Ahmedabad. A sessantaquattro anni, Gandhi chiude lui stesso quella che fu la sua casa per sedici anni, mentre in Sudafrica la fattoria Phoenix continua a vivere sotto la guida del suo secondogenito.

Adesso si aspetta da ogni ex residente dell’asram che «costituisca un asram nomade portando con sé la responsabilità di realizzare l’asram ideale [...] che sia in prigione o in mezzo alla natura». Lui stesso, instancabile, si trasformerà seduta stante in un «asram nomade»: il 30 luglio, informa il governatore di Bombay della sua intenzione di marciare da Ahmedabad a Ras, villaggio del Gujarat che ha molto sofferto durante il movimento di disobbedienza civile; conta di portare con sé 33 persone per rilanciare il movimento ma, questa volta, restringendolo a individui selezionati.

Sia il viceré che i leader del Congresso (per ragioni opposte) sono fuori di sé: il primo perché sperava che si occupasse solo di intoccabili e che non tornasse su ciò che aveva determinato il suo primo arresto; i secondi perché contavano che avesse capito l’inefficacia della disobbedienza civile.

Il giorno successivo è ancora una volta arrestato e spedito nella prigione di Yerawada; poi, tre giorni dopo, gli viene accordata la libertà vigilata sotto la tutela di Lady Thackersey. Lui infrange quell’ordine, è di nuovo fermato e, dato che il viceré ci tiene davvero a farlo tacere, questa volta viene condannato a un anno di carcere. Lui non si lascia abbattere: in un’altra prigione, il 16 agosto, inizia il suo terzo digiuno in meno di un anno perché il governo non gli concede le stesse agevolazioni accordategli a Yerawada per condurre la sua campagna in favore degli harijan!

Al sesto giorno di questo nuovo digiuno, è trasferito all’ospedale della prigione di Pune, poi rilasciato appena il suo stato diventa critico. Lui rifiuta di uscire, ma lo cacciano fuori: «Questa liberazione non mi rallegra, anzi mi disonora: io trascino i miei compagni in prigione, e poi ne esco a causa del digiuno!»109. A casa di Lady Thackersey si alimenta di nuovo, ma decide di considerarsi prigioniero fino alla fine della sua pena, cioè al mese seguente. È lì che apprende della morte del dottor Pranjivan Mehta che l’aveva così ben accolto al suo arrivo in Inghilterra, dove aveva conosciuto Rajchandra. E che in seguito aveva finanziato le sue attività dopo la creazione della fattoria di Phoenix.



La folle tournée

Nel vuoto dell’azione nazionalista, Gandhi non vuole fermarsi. Per mascherare questo vuoto e alimentare la dinamica della sua azione, intraprende una tournée pazzesca di oltre un anno, per raccogliere denaro per gli intoccabili. Va dapprima a Wardha dove annuncia che farà dono di una parte dei beni di Sabarmati a un fondo destinato agli harijan. Poi tiene una conferenza sull’intoccabilità al King Edward’s College di Peshawar e si lancia in collette in tutto il paese per alimentare questi fondi.

A ogni tappa, Mirabehn e Mahadev Desai, che l’accompagnano, gli preparano il letto e i pasti, lavano i suoi abiti, gestiscono la sua enorme corrispondenza, tengono i conti, studiano le carte e gli orari delle ferrovie per mettere a punto gli itinerari, prendono appunti di discorsi e conversazioni109. Ne viene poi fatto un resoconto settimanale per i lettori di «Young India» e «Harijan». Lui scrive soprattutto in viaggio, in uno scompartimento di terza classe appositamente risistemato, il che porta Sarojini Naidu a osservare in tono bonariamente ironico: «Bapu ci costa caro con il suo gusto della semplicità!». Gandhi continua a farsi massaggiare dalla dottoressa Sushila Nayar e da sua nipote Abha Gandhi; e queste a volte dormono con lui.

In dieci mesi, raccoglie poche migliaia di rupie, cifra che avrebbe potuto ottenere da un solo industriale. Ma la cosa più importante, per lui, più che il denaro raccolto, è il viaggio. A Malabar, una ragazza gli offre dei gioielli d’oro; lui le dice: «La tua rinuncia è un ornamento più vero di queste gioie da cui ti sei separata»109. Contratta con una donna: «Un braccialetto per un autografo!». Prende in giro gli abitanti di un villaggio, Telugu: «Suvvia, donate! Gli andhra non sono mica scozzesi!». «Ha un rimedio contro l’intoccabilità?», chiede al medico di un villaggio. In un altro, convince una parrucchiera, venuta tutta ingioiellata a raderlo, di donare alla causa i suoi monili54. Esorta gli hindu a liberarsi dai pregiudizi riguardo gli intoccabili, di aprire loro i templi e al contempo insiste con gli harijan perché dimentichino droga e alcol: «I templi sono fatti per i peccatori, non per i santi; ma chi giudicherà quale uomo è senza peccato?»54. Si fa beffe della superstizione che vuole che l’ombra o il contatto di un umano possano contaminarne un altro109. In certi villaggi, gli ortodossi organizzano delle contro-manifestazioni e tentano di impedirgli di tenere le sue riunioni109.

Il 15 gennaio 1934, mentre si trova nel Bengala, un terremoto di grado 8,4 sulla scala Richter scuote il Bihar, uccidendo 4.000 persone e distruggendo un quarto delle abitazioni. Gandhi sospende la tournée per accorrere sul posto. Una giornalista americana, Agatha Harrison, che lo accompagna, riferisce che quello che vede lì è «ancora più tremendo di quanto abbia visto in Giappone dopo il grande terremoto del 1923». Il carisma di Gandhi è ancora immenso: i senzatetto si affollano a migliaia lungo le strade per salutarlo; i villaggi in rovina sono decorati con archi di bambù e frasche. «Io non vedo mendicanti», dice loro. «Sarebbe vergognoso se questo terremoto ci trasformasse in accattoni»169. Una vittima gli chiede: «Il Dio che ci ha mandato questo terremoto è senza cuore?». «No! [...] Ma le sue vie non sono le nostre»109. Quando aggiunge che il sisma è la punizione per il peccato commesso dalle caste che non lasciano accedere gli intoccabili ai templi, Tagore si indigna: «Se il Mahatma imputa il terremoto al peccato di intoccabilità, i suoi avversari potranno asserire, al contrario, che il terremoto è una vendetta di Dio per l’eresia che lui stava predicando!». Gandhi gli ribatte103:

Per me, il terremoto non è un capriccio di Dio né la manifestazione di semplici forze cieche. Noi non conosciamo le leggi di Dio, né il loro meccanismo. Il sapere del più grande sapiente o filosofo è come una particella di polvere. Dio regola anche il minimo dettaglio della mia vita. Io credo che non cada una foglia senza che Lui lo voglia, ogni respiro che faccio dipende dalla sua benevolenza.169

A febbraio visita il Tamil Nadu, dormendo durante gli spostamenti in treno o in automobile. Quando, arrivando in una stazione dove c’è una folla assiepata ad attenderlo, Desai gli fa notare che la sua dhoti è macchiata, lui sparisce nella toilette e rivolta il vestito indossandolo con l’orlo inferiore attorno alla vita. Aggiunge poi, di sicuro non senza un sorriso: «C’è stato un tempo in cui, giovane studente a Londra, impiegavo dieci minuti per pettinarmi. Adesso mi basta mezzo minuto per tutta la toeletta»165. In totale, dal novembre del 1933 al marzo del 1934, Gandhi percorre 20.000 chilometri. Il 7 aprile 1934, mette un punto finale alla campagna di disobbedienza civile.



Primi attentati

A giugno, Gandhi digiuna a lungo per espiare il comportamento, che giudica spiacevole, di uno dei suoi compagni di viaggio nei riguardi degli intoccabili, senza farne il nome.

Il 6 giugno, il governo annuncia che, essendo la disobbedienza civile terminata, il Congresso è di nuovo legale. Per molti suoi membri è una magra consolazione in confronto ai sacrifici patiti. Jawaharlal Nehru si lamenta del suo «isolamento spirituale» e della scomparsa degli ideali del Congresso.

Il 17 giugno a Puri, nell’Orissa, Gandhi è aggredito e malmenato all’ingresso di un tempio; gli arriva voce che si preparano degli attentati contro di lui. Decide di continuare a girare a piedi per esporsi ancora di più ai nemici. «Io non cerco il martirio ma, se questo mi viene incontro mentre svolgo quello che reputo mio dovere supremo nella difesa della fede che condivido con milioni di hindu, l’avrò ben meritato»169.

Il 25, a Pune, mentre si reca in una sala municipale, lanciano una bomba contro il suo gruppo, ferendo 7 persone. Gandhi, uscitone incolume, esprime la sua «profonda pietà» per chi ha lanciato la bomba.

Quell’estate subisce altri due attentati. Gli ortodossi non accettano che difenda gli intoccabili.



L’India del polo e della caccia al cinghiale

Il Congresso prende le distanze dalla nonviolenza e dunque da Gandhi. Quindi si prepara senza di lui il prossimo incontro che deve svolgersi a Bombay. Jaya Prakash Narayan (“J.P.”) fonda un Partito Socialista che Gandhi descrive come un «gruppo di uomini impazienti». Bose e Nehru continuano a contrastarlo.

Gandhi ha paura del primo, che reputa incontrollabile, e gli preferisce il secondo, che, malgrado le divergenze, gli resta fedele sull’essenziale. Nehru non vuole altro che l’indipendenza. Gandhi vi aggiunge la sua utopia di una nuova società. Il 17 agosto gli scrive: «Io sono lo stesso che hai conosciuto nel 1917 e dopo. Ho sempre la stessa passione che sai per il bene comune. Voglio l’indipendenza completa del paese, nel pieno senso inglese del termine. Ogni risoluzione che ti rattrista è stata concepita per questo scopo. Ma riconosco che nessuno può sapere meglio di me quando è necessario prendersela comoda»154. Jinnah torna in India alla testa della Lega Musulmana.

A Londra, il Parlamento mette all’ordine del giorno la riforma, magro risultato della tavola rotonda: una maggiore autonomia alle province, un diritto di voto allargato. D’ora in poi, sostengono i suoi fautori, il 43 per cento degli uomini e il 10,5 per cento delle donne adulte dell’India britannica avranno diritto di voto. Il governo centrale e le due camere includeranno i principati, sinora esclusi dal sistema legislativo; accanto ai membri direttamente eletti, le due camere nazionali includeranno dei rappresentanti delle minoranze designate con suffragio indiretto, alcuni membri designati dai principi per circa un terzo dei seggi. Una parte sostanziosa del bilancio, cioè la spesa militare e amministrativa, resterà sotto il controllo esclusivo del viceré.

Per difendere le ragioni dei nazionalisti, Gandhi invia Mirabehn a compiere la prima missione diplomatica all’estero. A Londra, questa incontra Lloyd George, Lord Halifax, il generale Smuts, Sir Samuel Hoare e Winston Churchill. Mira va poi a New York, Philadelphia, Boston, Harvard e Washington, dove incontra Eleanor Roosevelt alla Casa Bianca.

Intanto Subhas Bose, anche lui a Londra, si intrattiene con i leader laburisti: George Lansbury, Clement Attlee, Arthur Greenwood, Harold Laski, John Burdon Sanderson Haldane, Ivor Jennings, George Douglas Howard Cole, Gilbert Murray e Sir Stafford Cripps. I conservatori hanno rifiutato di riceverlo. Lui spiega che il suo ideale è un governo sul modello di quello di Atatürk in Turchia. Gli inglesi non si fidano di lui e non lo autorizzano a recarsi in Turchia dove vuole incontrare il suo modello. Perciò va a trovare Romain Rolland, gli regala il suo nuovo libro, La lotta dellIndia, e cerca di convincerlo che la strategia del Mahatma è votata al fallimento. Rolland gli risponde che il Mahatma è «la luce più sicura, la più pura che brilli nel cielo buio dei nostri tempi... La stella che ci mostra la strada – la sola che resti aperta verso la salvezza». Rolland aggiunge che, anche se Gandhi si dovesse trovare in conflitto con la causa di lavoratori e operai, lui sarà «sempre col mondo del lavoro»137. E si spinge oltre: «Ho deciso che la nonviolenza non poteva essere il perno centrale di tutta l’azione sociale. È solo uno dei mezzi [sottolineatura di Rolland]»136.

Ricordando alla Camera dei Comuni il ruolo dei soldati indiani nella Grande Guerra, un deputato favorevole a una riforma più ampia esclama: «Eravamo andati a cercare quegli uomini per lottare per la libertà e il diritto dei popoli all’autogoverno. E oggi diciamo loro che sono incapaci di gestire i propri affari!». Sir Samuel Hoare, ministro dell’India del gabinetto britannico, si batte contro Winston Churchill, per il quale l’avvenire dei popoli dell’India sarebbe più al sicuro tra le mani degli amministratori britannici e per cui sia Gandhi che il Congresso devono essere schiacciati. Samuel Hoare, che diverrà Lord Templewood, dirà molto argutamente di Churchill:

I magnifici ricordi che serbava dell’Impero delle Indie l’avevano reso cieco ai cambiamenti intervenuti dall’epoca di Clive, Wellington, Lawrence e Kipling. L’India nella quale era stato con il IV Ussari, verso il 1890, era quella del polo e della caccia al cinghiale, dei raid impetuosi alle frontiere, di un governo paternalista liberamente accettato e della grande imperatrice bianca riverita come una misteriosa divinità...154



Il «programma costruttivo»

Il testo della riforma nata dalla tavola rotonda finisce per essere adottato dal Parlamento britannico e le elezioni in India sono programmate per il febbraio del 1937. Il 17 settembre 1934 il Congresso, d’accordo con Gandhi, esita a partecipare alle elezioni regionali e di gestire i comuni. Gandhi vuole affidare la presidenza del Congresso a Nehru: non che si fidi particolarmente di lui, ma vuole a ogni costo evitare Subhas Chandra Bose, di cui intuisce le tendenze sempre più autoritarie.

E poiché la disobbedienza civile attualmente è fuori questione, pensa a un’altra forma di azione: lasciando ad altri la lotta per un’indipendenza che non lo soddisfa se si limita semplicemente a importare lo stile di vita occidentale, lui vuole dimostrare che è possibile cambiare l’India in profondità, in particolare nelle campagne. Mentre gli altri leader si accontentano di elaborare piani per cambiare il mondo dalla loro scrivania, lui proverà a trasformarlo di persona. Non cerca di imporre una “società nuova”, un “uomo nuovo”, ma cercherà di diventarlo lui stesso e poi di convincere con la forza dell’esempio.

Molti lo tacciano di ingenuità. La sua ambizione è creare un’India nuova, semplice e frugale, dove ciascuno vivrebbe della tessitura della khadi, dove i villaggi sarebbero puliti e sani senza che ci fosse bisogno di sviluppare una medicina occidentale, dove la religione di ognuno sarebbe rispettata, dove gli intoccabili sarebbero integrati. Questa idea dell’India per lui conta di più dell’indipendenza. La battezza «programma costruttivo» e fonda a questo scopo, all’inizio di ottobre del 1934, un’Associazione Panindiana delle Industrie di villaggio, una Cooperativa per la khadi, e lo Harijan Sevak Sangh, associazione che si batte per l’abolizione dell’intoccabilità, ma senza intoccabili tra le sue file! Uno dei suoi compagni, Vinoba Bhave, crea contemporaneamente il Gram Seva Mandal (GrAm Seva MaCEal, ‘Circolo per il Servizio dei Villaggi’) che a sua volta si batte per abolire l’intoccabilità e diffondere la khadi nelle zone rurali. I suoi avversari lo accusano di voler «cancellare la distinzione tra la vita di un monaco e quella di un capofamiglia, facendo sì che tutte le persone comuni si comportino come dei monaci»74.

All’inizio dello stesso mese, il primogenito Harilal, che adesso ha quarantasei anni e che dalla morte della moglie, avvenuta quindici anni prima, non ha smesso di bere, di indebitarsi, di querelarsi con le cognate e di pubblicare sui giornali articoli contro il padre, gli scrive una serie di lettere nelle quali racconta che una delle sue figlie gli ha insegnato a filare il cotone e tessere la khadi54; vorrebbe iniziare una nuova vita, sistemarsi e risposarsi. Kasturba è scettica; Mohandas vuole credergli e gli risponde, il 17 ottobre, che sarebbe felice di vederlo sposare una vedova, che è pronto ad aiutarlo a trovarne una, aggiungendo con un rarissimo accento di emozione paterna: «Non posso fare a meno di pensare a te continuamente... se il cambiamento di cui parli si realizza, ciò mi renderà felice per il resto dei miei giorni»54.



Sevagram: il villaggio sperimentale

Gandhi ora sogna di creare una comunità agricola basata sul «programma costruttivo». Un modello di vita rurale etica, non un asram, ma un esempio di lotta contadina contro l’intoccabilità, per l’istruzione di base, l’igiene e la khadi.

Inoltre a novembre, Jamnalal Bajaj (un industriale che possiede i tre quarti delle terre nella regione di Wardha) gli offre un appezzamento di terreno dove insediare una comunità, vicino al villaggio di Segaon ribattezzato Sevagram (SevAgrAm, ‘città di servizio’). Il posto si trova quasi al centro geografico dell’India, isolato da tutto, infestato da serpenti, scorpioni e zanzare54 (causa di una malaria endemica) e le condizioni di vita sono come minimo primitive. Gandhi vi si trasferisce con i suoi compagni. Costruiscono case, allestiscono cucine e fanno arrivare arcolai e altri strumenti per filare. Il luogo diventa quasi ameno. Tutti si alzano alle cinque del mattino. A pranzo e a cena si mangia della zucca lessa con un po’ di pane. A Sevagram, il lunedì, Gandhi scherza in silenzio, fa le boccacce ai bambini. Non consente rapporti sessuali, per evitare che «Sevagram si trasformi in una nursery». Ci sono diverse centinaia di persone, tra cui tutti i suoi fedelissimi, sua moglie, il suo segretario Pyarelal, diverse ragazze accanto alle quali ama dormire...

I mesi seguenti vedono susseguirsi quattro eventi importanti. A novembre, un antropologo diventato suo segretario, Nirmal Kumar Bose, gli chiede cosa pensi dell’Unione Sovietica: non è forse quello un autentico «programma costruttivo», l’espressione di una volontà di cambiare profondamente l’uomo? Gandhi si lancia in una fervente critica della società sovietica e del socialismo in generale:

Lo Stato rappresenta la violenza concentrata e organizzata. L’individuo ha un’anima, mentre lo Stato rappresenta una macchina senz’anima che può sbarazzarsi della violenza che l’ha fatto nascere. Io vedo crescere il potere dello Stato con molta preoccupazione, perché si vanta di fare il bene riducendo lo sfruttamento capitalista mentre in realtà causa gravissimi danni annientando l’individualismo che è alla radice di qualsiasi progresso.169

Nel febbraio 1935, mentre Sevagram comincia a prendere forma, Ramdas, il terzogenito di Gandhi, che vi lavora, vuole mandare i suoi figli in una scuola fuori dall’asram. Il Mahatma si oppone («riceverebbero un’istruzione da schiavi») e dice al figlio: «Se loro vanno a scuola, tu lasci l’asram». Ramdas parte e se ne va a lavorare in città, a Nagpur.

Harilal si rifà vivo, deperito e in stato pietoso. Per un po’ sembra riprendersi e parla si risposarsi con Margarete Spiegel, un’insegnante ebrea tedesca, venuta in India perché affascinata da Gandhi54. Vorrebbe stabilirsi nel villaggio. Gandhi ne è felice: «Sarei felice di morire tra le tue braccia»56. Ma Margarete Spiegel rinuncia al matrimonio.

All’inizio di aprile, due leader afroamericani, Benjamin Elijah Mays e Channing Heggie Tobias, vanno a trovare Gandhi a Sevagram. Gandhi ripete loro che soltanto la nonviolenza può assicurare il successo: «La ragione è dalla loro parte; se scegliessero come sola e unica arma la nonviolenza, avrebbero assicurato un brillante avvenire». A maggio, Harilal ritorna a Rajkot; Mohandas avverte Narandas, uno dei suoi nipoti che si sono stabiliti lì: «Dio sa dove il destino di Harilal lo condurrà! Noi possiamo solamente pregare Dio che il nostro figliol prodigo non sia di nuovo smarrito»54.

Il 3 aprile, a Villeneuve, Bose ha diversi incontri con Romain Rolland. Lo scrittore riconosce che Gandhi:

è un freno a qualsiasi progresso. Ha sempre fatto in modo di evitare che si ponesse l’accento sulla questione economica, che porta alle divisioni tra le classi [...]. Con tutto il rispetto e l’affetto dovuti e che continuo a nutrire per la nobile anima di Gandhi (e in questo Bose è d’accordo con me), io non mi sento affatto legato alla sua dottrina, che è solo, ai miei occhi, una grande esperienza. Se, nonostante i risultati insufficienti o negativi, Gandhi si ostina, soprattutto nei conflitti inevitabili tra il capitale e la forza lavoro, è con Bose che mi schiererò, se necessario anche contro Gandhi. Non l’ho mai nascosto.136

Nell’estate del 1935, Nirmal Kumar Bose rivela che, nel suo villaggio costruttivo, Gandhi fa dormire con lui delle donne nude a cui chiede di stringersi a lui. Bose lo critica: «La donna non è un oggetto per esperimenti». Gandhi nega; poi riconosce che è vero. Le giovani confermano, ma precisano che lui non ha mai parlato loro del suo voto di castità...

Sempre durante l’estate, Nehru va in Germania perché la moglie, malata terminale, possa avere la migliore assistenza. Si rifiuta di comprare qualsiasi cosa tranne giornali ebrei. Quando torna, chiede agli inglesi di accogliere gli ebrei tedeschi in India157. Londra rifiuta.



«Mio figlio? Un miserabile»

Il 2 agosto 1935 la riforma, sul tavolo delle trattative da anni, è finalmente promulgata dal re: in base a questo nuovo Government of India Act, il diritto di suffragio è ampliato; i musulmani votano separatamente; il governo centrale e le due Camere inglobano i principati; una parte sostanziosa del budget (le spese militari e amministrative) resta al di fuori dei poteri della legislazione federale. Le prime elezioni secondo queste nuove regole restano fissate per il febbraio del 1937.

A dicembre, a Lucknow, nell’Uttar Pradesh, la sessione nazionale del Congresso discute per decidere se esso debba, in qualità di partito, partecipare a queste elezioni. Nehru è contrario e definisce la nuova legge una «carta della schiavitù», dato che conferisce agli indiani un po’ di responsabilità senza accordare loro il minimo potere. «Noi governeremo, ma saremo impopolari, perché non avremo i mezzi per agire»169. Dibattito difficile: accettare, come vorrebbe Subhas Bose, significa fare del Congresso un partito tra gli altri, in condizioni di coabitazione con l’occupante; rifiutare, come chiede Nehru, significa lasciare campo libero ad altri che sono contrari all’indipendenza. Pur avendo preso le distanze, Gandhi partecipa alla riunione e constata che il suo ascendente sui membri del Congresso è rimasto intatto. Tutto preso dal suo programma di “azione costruttiva”, vede nella nuova Costituzione, al contrario di Nehru, un mezzo per ottenere che i futuri ministri provinciali finanzino l’artigianato rurale, vietino gli alcolici, favoriscano l’uso di abiti tessuti in casa, sviluppino l’istruzione e combattano l’intoccabilità. Inoltre, dice, questa riforma, per quanto limitata, può essere un modo per sostituire la democrazia alla violenza, che sente diffondersi.

Dopo lunghe discussioni, il Congresso decide di partecipare alle elezioni. Un solo argomento ha vinto, quello di Bose: non lasciare campo libero agli antinazionalisti. Gandhi non impedisce al Congresso di prendere come obiettivo il socialismo e porta Nehru, sebbene sia contrario alla partecipazione alle elezioni, alla presidenza del Congresso.

Poi ritorna a Sevagram e, il 14 gennaio 1936, riceve Margaret Sanger, un’americana specialista di pianificazione familiare, venuta a chiedere il suo appoggio per promuovere la contraccezione in India; Gandhi, da parte sua, difende l’astinenza: ai suoi occhi la contraccezione è un peccato, è meglio sviluppare l’autocontrollo. Le fa delle confidenze sul suo amore del 1920, Sarala Devi, che custodisce sempre nel suo cuore.

Il 20 gennaio 1936, mentre Edoardo VIII succede a suo padre, Giorgio V, il maharajah di Travancore apre i templi della sua provincia agli intoccabili. Nel frattempo muore il dottor Mukhtar Ahmed Ansari, leader musulmano del Congresso, di cui Gandhi di solito era ospite quando si trovava a Delhi.

A febbraio, visitatori da tutto il mondo si susseguono a Sevagram 55. Ad alcuni religiosi evangelisti (John Mott, Franck Buchman, Stanley Jones, Toyohiko Kagawa) Gandhi spiega che lui non ama i proseliti: «La rosa non deve dire: “Vieni ad annusarmi”»54. Una coppia afroamericana, Howard Thurman, decano della Rankin Chapel all’università di Howard, e sua moglie, Sue Carroll, gli chiede perché non utilizzi il termine “amore” invece di “nonviolenza”; Gandhi risponde che la “nonviolenza”, per lui, non è solamente amore, ma anche un’azione positiva: è l’amore più la lotta54. Inoltre aggiunge che lui vede un legame tra intoccabilità e schiavitù, e riconosce delle somiglianze tra la battaglia dell’India contro l’imperialismo e la lotta dei neri americani contro la segregazione. Sue Thurman gli domanda come applicare la nonviolenza in caso di linciaggio; lui consiglia la non-cooperazione, «fino all’autoimmolazione». Poi li prega di cantare uno spiritual e dichiara che «forse è attraverso gli spiritual che il messaggio inalterato della nonviolenza sarà trasmesso al resto del mondo»54.

Alla fine di aprile, Gandhi ritrova Harilal a Nagpur, a 50 chilometri da Sevagram. Suo figlio se la passa di nuovo molto male. Non riesce a tenersi un lavoro, a fare a meno di bere, a non indebitarsi. Confessa «quanto lo divertano le attenzioni che riceve da parte di certi proseliti».

Un mese dopo, il 30 maggio, mentre Mohandas e Kasturba si trovano a Bangalore, alcuni giornali annunciano che Harilal si è convertito, quindici giorni prima, all’islam, in una delle principali moschee di Bombay. Adesso si chiama Abdullah, diffonde l’islam in vari luoghi e dichiara perfino che smetterà di bere se i suoi genitori si convertiranno all’islam. Il 2 giugno, Gandhi, intervistato da un giornale, fa una dichiarazione di un’estrema durezza:

Se questa conversione viene dal cuore, ed è pura da qualsiasi considerazione mondana, io non la contesterò... Ma nutro grandissimi dubbi in proposito [...]. Chiunque conosca mio figlio Harilal sa che da anni è alcolizzato e ha l’abitudine di frequentare luoghi malfamati. Dio può fare miracoli; sappiamo che è capace di cambiare in un istante i cuori più induriti e di trasformare i peccatori in santi. Niente mi farebbe più piacere di vedere [...] che Harilal è improvvisamente diventato un altro uomo. Ma le voci che mi arrivano non danno questa impressione [...]. L’apostasia di Harilal non è una grande perdita per l’induismo; la sua ammissione nell’islam è fonte di debolezza per quest’ultimo se, come temo, lui è restato il miserabile che era.170

Dunque definisce pubblicamente suo figlio un «miserabile»...

Intanto in Palestina si assiste a un’ampia sollevazione araba che assume la forma contemporaneamente di disobbedienza civile e sciopero fiscale, seguita da quello generale, suscitando una reazione brutale degli inglesi, in particolare a Jaffa. Il 30 luglio, questi indicono la legge marziale e chiamano 20.000 uomini di rinforzo.

A dicembre, mentre Edoardo VIII abdica (per motivi sentimentali), Harilal ritorna all’induismo e adotta un nuovo nome, Hiralal55. Non vuole dovere più niente, nemmeno il nome, a quel padre che adora e disprezza al tempo stesso.



Il Mahatma fa i governi

Nel gennaio del 1937, a due mesi dalle elezioni, il Congresso si riunisce a Faizpur, nell’Uttar Pradesh, a sud di Lucknow, e Nehru, che ha appena perso la moglie, viene eletto presidente. Gandhi pronuncia un discorso molto applaudito. Ha recuperato tutto il suo ascendente e ha ottenuto che nelle sale dell’assemblea sia organizzata un’esposizione dei prodotti dell’artigianato rurale: il suo «programma costruttivo» invade così gli spazi del Congresso. Subhas Bose, tornato dall’esilio, spiega che è tutto inutile se il paese non dispone di un esercito posto sotto il controllo di un governo e che questa Costituzione, che pone l’esercito sotto il controllo degli inglesi, non è una vera Costituzione.

Intanto, sollecitato dalla sezione norvegese degli Amici dell’India, un deputato del Parlamento norvegese, Olë Colbjørnsen, propone la candidatura di Mohandas Gandhi al premio Nobel per la pace. Dopo una prima selezione, lui resta uno dei tredici candidati scelti per un’ultima selezione. Ma il relatore, il professor Jacob Worm-Müller, emette un parere assai negativo, che all’epoca resta segreto:

Gandhi è un combattente per la libertà ma anche un dittatore, un idealista ma anche un nazionalista. Spesso somiglia a un Cristo e poi, subito dopo, a un normale politico. Inoltre, molti membri del movimento pacifista internazionale gli rimproverano di aver ignorato che il suo movimento di nonviolenza poteva sfociare solo in azioni violente e terroristiche, come, ad esempio, nell’episodio in cui la folla, a Chauri Chaura, massacrò diversi poliziotti inglesi e ha aperto il fuoco contro il commissariato di polizia. Gli si rimprovera anche la sua mancanza di universalità, dato che ha difeso unicamente gli indiani del Sudafrica.

Quell’anno, il premio Nobel è assegnato a un certo Lord Cecil di Chelwood, uno degli artefici della Società delle Nazioni e la cui principale qualità è di essere figlio del marchese di Salisbury, tre volte primo ministro. Olë Colbjørnsen riproporrà la candidatura di Gandhi nei due anni seguenti, senza maggiore successo. Bisognerà aspettare il 1960, con Albert John Luthuli, presidente dell’ANC, perché il premio Nobel per la pace scappi a un occidentale...

Sempre a gennaio si apre ufficialmente la campagna elettorale. Molte organizzazioni si costituiscono in partito per prendere parte al gioco di questa democrazia coloniale. Innanzitutto il Congresso stesso, poi il Partito Socialista del Congresso, nato da una scissione del Congresso, la Lega Musulmana di Jinnah, tornato da Londra per guidare la campagna, infine il Partito Laburista indiano, guidato da Bhimrao Ramji Ambedkar. In compenso il Partito Swaraj, creato da Motilal Nehru, in seguito alla riforma del 1919 del Congresso (e che è riuscito a costituire un vero e proprio gruppo parlamentare nell’assemblea di Nuova Delhi nel 1920) si è sciolto. Il manifesto elettorale del Congresso riconferma il rifiuto in toto della nuova legge elettorale e invoca l’elezione di un’Assemblea Costituente.

Jawaharlal Nehru si impegna molto nella campagna elettorale: chiede agli indiani di scegliere «tra il Congresso e gli inglesi». Jinnah ribatte, con grande rabbia di Gandhi: «C’è un altro partito: i musulmani. Non ci lasceremo imporre niente da nessuno»1. Gandhi partecipa ad alcune riunioni ponendo l’accento sul divieto di alcolici e sull’istruzione. Vallabhbhai Patel, che lo scorta, escogita un sistema di microfoni e altoparlanti che d’ora in poi lo seguirà in tutte le sue peregrinazioni. Dove c’è elettricità...

Innanzitutto le elezioni costituiscono un successo per la riforma stessa: il 54 per cento degli elettori si reca alle urne. È anche una vittoria per il Congresso, ma non un trionfo: si è guadagnato la maggioranza in cinque province (Province Unite, Bihar, Orissa, Province Centrali e Madras). A Bombay ottiene quasi la metà dei seggi e può formare un governo di coalizione. Anche nell’Assam e nella Provincia della Frontiera di Nord-Ovest, è la formazione più importante. Conquista pure la maggioranza dei seggi riservati ai musulmani. In totale ottiene 716 dei 1550 seggi delle assemblee provinciali e può formare il governo in sette province, di cui cinque sotto il suo completo controllo. La Lega Musulmana di Jinnah è ampiamente sconfitta e la scelta dell’elettorato separato, su cui Jinnah e la Lega avevano puntato per tutti quegli anni, non è riuscito a procurare loro una vera partecipazione al potere politico. Jinnah, furioso per la sconfitta, avvia una violenta campagna contro il Congresso e contro Gandhi: «Il fatto è che il Congresso vuole dominare l’India con l’aiuto delle baionette inglesi»; ancora: «Il Congresso accerchia la Lega Musulmana e cerca di spezzare la sua compattezza». Definisce Gandhi «dittatore e unico interprete del Congresso», che «tenta di assoggettare e asservire i musulmani sotto un Raj hindu, di annientarli»163. L’elegante avvocato entra apertamente in ribellione contro l’esistenza stessa dell’India. Non ha mai dimenticato l’umiliazione che gli fece subire il giovane tornato dal Sudafrica, più di vent’anni prima, il 12 gennaio 1915, a Bombay.

A questo punto si pone ai partiti la questione di sapere se essi parteciperanno alle assemblee e formeranno dei governi. Si tratta di un vero e proprio problema di convivenza con gli esecutivi britannici. Gandhi, che ha recuperato la sua influenza, si immischia in tutto. Lui è per la partecipazione: «Il boicottaggio delle assemblee, permettetemi di dirvelo, non è un principio eterno, come quello della verità e della nonviolenza. La mia opposizione è cessata, ma questo non significa che io faccia marcia indietro; è una questione di strategia: ciò che conviene di più in un determinato momento»169.



Il passo falso con Jinnah

All’inizio di maggio, mentre il Congresso non ha ancora deciso di partecipare ai governi, Jinnah fa chiedere a Gandhi, tramite un leader del Congresso, l’avvocato B.G. Khmer, di favorire una coalizione tra il Congresso e la Lega a Bombay. Gandhi, che non ha appoggiato la campagna antihindu di Jinnah, è restio. Risponde per iscritto, il 22 maggio 1937: «Vorrei poter fare qualcosa, ma non ho alcun potere. La mia fede nell’unità è più splendente che mai; eppure non vedo spuntare il giorno». Jinnah ne resta mortificato. Si tratta di un momento decisivo: questo sarà l’ultimo torto che subirà, tanto che non accetterà mai più di trattare con Gandhi, che in questo ha una grave responsabilità.

Il Mahatma propone che il Congresso partecipi ai governi solo in quelle province in cui ha ottenuto la maggioranza assoluta. Il Congresso approva e anzi decide di esigere che gli amministratori inglesi di quelle province non interferiscano col lavoro dei ministri. Ed ecco l’ennesimo problema di coabitazione. Il viceré, dopo averne discusso con il ministro a Londra e con i governatori delle province, pubblica una lunga dichiarazione che non potrebbe essere più chiara: il testo della riforma sarà applicato, e niente di più. «Non abbiamo motivo di temere che i governatori agiscano in modo che esuli dalle loro responsabilità». Nel corso di una riunione che si tiene a Sevagram a luglio, Gandhi spinge il consiglio direttivo del Congresso ad accettare di governare. Tutti, anche Nehru, accettano, e quindi si decide di formare dei governi nelle sei province in cui il Congresso è maggioritario: un partito politico che lotta per la liquidazione dell’Impero britannico amministrerà dunque sei delle sue province.

In realtà Gandhi, contrariamente a quanto scrive a Jinnah, ha tutti i poteri: è lui stesso che rivede la composizione dei sei governi, provincia per provincia109. Jinnah chiede a Patel di prendere due membri della sua Lega nel governo di Bombay. Patel, su indicazione di Gandhi, accetta a condizione che i gruppi parlamentari della Lega si fondano ovunque con il Congresso. Significherebbe la morte della Lega e Jinnah rifiuta34. La Lega resta dunque all’opposizione. E lì si fortificherà.

Una volta instaurati i governi provinciali, Gandhi comunque non li molla. Consiglia ai ministri di dare l’esempio di semplicità e frugalità, di coltivare «zelo, intelligenza, integrità, imparzialità e un’attenzione infinita ai dettagli»169, di promulgare riforme agrarie per difendere i mezzadri contro i proprietari e attenuare il debito dei contadini27.

Quando il primo ministro di Bombay introduce il proibizionismo, Gandhi si complimenta con lui su «Harijan», denunciando quegli «elettori alla moda che pensano di aver bisogno di alcolici come hanno bisogno dell’acqua. Se essi non apprezzano l’astinenza, che pensino ai loro fratelli poveri!»169. Gandhi lo approva anche quando, con il consenso del governatore, fa rilasciare Savarkar, il cui movimento, Hindu Sanghatan, diventa un partito politico sotto il nome di Hindu Mahasabha; esso spinge per fare dell’India una nazione hindu e laica: «Non tollereremo che gli hindu siano spogliati dei loro diritti per permettere ai musulmani di ottenere più di quanto loro dovuto con il pretesto che sono musulmani e che rifiuterebbero di comportarsi da onesti cittadini». Dieci anni dopo, Savarkar sarà ingiustamente accusato dell’omicidio di Gandhi.



Il programma di Wardha

Nubi nere si profilano in tutto il mondo. Il 7 luglio 1937, le proposte della Commissione Peel, che raccomandavano una spartizione della Palestina, sono respinte dagli arabi. Questo rifiuto è seguito dalla creazione, in estate, di una “Forza di difesa delle colonie ebraiche”, l’Irgoun, e dell’assassinio da parte di un arabo del commissario britannico per la Galilea: come conseguenza Londra scioglie il Supremo Comitato Arabo; il mufti è destituito da tutte le sue funzioni. Il 26 luglio, quella che diverrà la seconda guerra mondiale comincia con l’invasione da parte dei giapponesi del Manchukuo in Cina. A ciò si aggiungono l’invasione dell’Abissinia da parte dell’Italia, la rioccupazione della zona smilitarizzata della Germania, l’annessione dell’Austria, la guerra civile spagnola. In Gran Bretagna, Neville Chamberlain è nominato primo ministro. Edoardo VIII sposa la signorina Simpson poco prima che il nuovo re, Giorgio VI, scampi a un attentato dell’IRA, il 28 luglio.

A nome del Congresso, Nehru reagisce severamente alla diplomazia inglese di distensione, critica gli atti di aggressione del Giappone, dell’Italia, della Germania, condanna la soppressione delle libertà civili in quei paesi, le persecuzioni religiose e razziali, la liquidazione degli avversari politici. Gandhi non si associa a queste dichiarazioni.

A lui interessa solo il tema che gli sta più a cuore nel suo «programma costruttivo»: l’istruzione. A ottobre riunisce a Wardha, vicino al suo asram, tutti i ministri dell’Istruzione membri del Congresso ed espone loro le sue direttive, che danno un’idea precisa dell’India ideale da lui immaginata: un ciclo di sette anni di scuola primaria finanziato con la vendita di oggetti fabbricati nella scuola; programmi stabiliti in base alle situazioni concrete, in rapporto con l’artigianato e con l’ambiente sociale e geografico del bambino; «sostituire uno sviluppo coordinato di mani e occhi a un insegnamento libresco volatile che la maggior parte dei bambini dei villaggi dimenticano subito»169; la lingua utilizzata deve essere quella materna. Tutti i ministri prendono questo programma molto sul serio. Viene creata una commissione di pedagogisti presieduta da un insegnante musulmano di quarant’anni, Zakir Husain, che Gandhi ha individuato per le sue competenze e perché incarna un islam aperto: è il fondatore della Jamia Millia University di Delhi e trent’anni più tardi accederà alla presidenza dell’India...

Alla fine del mese, Gandhi va a riposarsi a Juhu. Qui riceve un italiano che desidera diventare suo discepolo: Lanza Del Vasto.

Il 9 novembre i giapponesi si impadroniscono di Nanchino, poi di Pechino e Shangai. A Londra il nuovo primo ministro, Neville Chamberlain, manda Lord Halifax, difensore della pace, a incontrare Adolf Hitler a Berchtesgaden. Il Führer gli promette il suo appoggio nella preservazione dell’Impero britannico e si stupisce che la Gran Bretagna non abbia ancora eliminato Gandhi; anzi consiglia, se la morte del Mahatma non dovesse bastare a placare gli animi, di uccidere tutti gli altri leader del Congresso e, se ancora non fosse sufficiente, di far giustiziare altri 200 attivisti, e così via, fino a quando gli indiani non avessero abbandonato ogni speranza di indipendenza.

Il 26 dicembre, a Badgastein, Subhas Bose, poco prima di tornare in India per ambire alla presidenza, sposa in segreto la sua segretaria austriaca, Emilie Schinkel. Questo fatto privato non sarà privo di conseguenze per il destino dell’India...



Ancora le donne

All’inizio dell’inverno, di ritorno a Sevagram dove fa molto freddo, Gandhi, contrariamente alle sue abitudini, è costretto a dormire al chiuso. Kasturba dice: «Bapu dormirà nella mia capanna»118. Ma come riportano molti incensatori nelle loro agiografie: «Trova sollievo ai suoi tremori facendo distendere accanto a lui una delle sue assistenti...». La verità nuda e cruda è che dorme con delle fanciulle. All’epoca, si tratta di Lilavati Asar, di Bombay, di soli quattordici anni, di Prabhavati Narayan, di Amtus Salaam, musulmana praticante del distretto di Patiala, nel Punjab orientale, e della dottoressa Sushila Nayar, con lui da quindici anni. Sushila ricorda questi momenti169:

La stanza di Ba era piccola. C’erano una o due altre persone che avevano l’abitudine di dormire accanto a Gandhi. Ba sgombrava la stanza per Bapu e le sue compagne e dormiva sotto la veranda con il nipote Kanu (figlio di Ramdas). Lei non ha mai mostrato rancore per aver dovuto lasciare la sua camera ad altre donne che dormivano con suo marito.18

Nei suoi confronti, i giorni seguenti, Gandhi si sentì colpevole di «privare di conforto, nella sua vecchiaia», quella «povera Ba». In realtà Kasturba si mostra incredibilmente gentile con le compagne di letto di suo marito. Una di queste, Prabhavati Narayan, racconta:

Nei giorni d’inverno a Sevagram, andavo a rifugiarmi in camera di Ba, dopo la preghiera delle quattro del mattino. E Ba insisteva sempre: «Prabha, va’ a dormire ancora un po’ con Gandhi». Ba aveva l’abitudine di spazzare la stanza, anche quando si gelava, poi metteva a scaldare l’acqua per il bagno, e dopo aver fatto le pulizie veniva a svegliarmi. L’acqua calda era sempre pronta per il mio bagno.54

Gandhi stesso comincia a giustificare questa abitudine dicendo che serve a mettere alla prova la sua castità.

In una recentissima biografia54, un nipote di Gandhi osserva con indulgenza che questo comportamento non è senza precedenti, poiché la Bibbia racconta che il re David non riuscì a scaldarsi, una notte, finché una giovane di nome Abishag «non gli fu condotta». Il Libro aggiunge: «Ella curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei» [1 Re 4]. Un altro biografo del Mahatma, William Shirer, scrive molto più concretamente: «Se Gandhi era colto dai brividi nelle notti d’inverno, perché non ricorrere a una coperta in più, invece che a una ragazza?»143.



«Sushila resterà?»

Nel marzo del 1938 scoppia la crisi dei Sudeti. Jinnah rompe tutti i ponti col Congresso e con l’India. Spiega che, dato che i Sudeti hanno fatto andare in frantumi la Cecoslovacchia, anche i musulmani possono, e questa volta senza intervento esterno, spaccare il Raj. In un discorso pronunciato a Karachi, addirittura paragona esplicitamente i musulmani indiani ai tedeschi dei Sudeti:

Gli unici popoli che la spuntano con gli inglesi sono quelli che possiedono forza e potere, e che possono intimidirli [...]. Io vorrei attirare la loro attenzione [quella degli inglesi] – come anche quella dell’alto Stato Maggiore del Congresso – e chiedere loro di valutare bene, prendere in considerazione e assimilare questo recente avvenimento e le sue conseguenze... È perché i tedeschi dei Sudeti erano schiacciati dalla maggioranza cecoslovacca che li opprimeva, li maltrattava, li negava, mostrando un’indifferenza brutale e implacabile per i loro diritti e i loro interessi da vent’anni che, oggi, la repubblica di Cecoslovacchia è in pezzi e una nuova carta si disegna.109

A ottobre infatti la Germania si annette il paese dei Sudeti, che contiene una maggioranza di germanofoni, e ciò con il consenso di Francia e Gran Bretagna.

Nel Congresso, infuria la battaglia per l’elezione del successore di Nehru alla presidenza. Gandhi vuole evitare a ogni costo che sia Subhas Bose, dato che incita a una strategia di aperta opposizione agli inglesi. L’elezione è prevista per il 4 aprile 1938 a Haripura, nell’Orissa.

Il 20 marzo, Gandhi sbarca a Haripura con la moglie, la consorte di Desai e una delle loro amiche; le donne vanno a visitare l’interno del tempio Jagannath di Puri dove gli intoccabili non hanno il diritto di entrare e dove, nel 1934, Gandhi era stato aggredito e malmenato. Quando viene informato di questa visita, è colto da una violenta collera: «Tutta Puri non parla d’altro che della visita di Kasturba al tempio, e addirittura il capostazione ci ha chiesto: “Davvero Kasturba è entrata nel tempio?”»169. Kasturba si scusa. Gandhi rimprovera a Desai di non aver vietato alle donne di entrare in quel tempio; e loda Narayan, il figlio di Mahadev, di quindici anni, che si è rifiutato di entrare55. Dieci giorni dopo arriva addirittura ad accusare pubblicamente sua moglie, durante una pubblica assemblea a Delang, vicino Puri:

Io mi sento umiliato quando vengo a sapere che mia moglie e due membri dell’asram che io considero come mie figlie sono entrate nel tempio di Puri. Questa contrarietà ha fatto montare in me una tensione incredibile... Queste tre donne vi sono andate senza sapere quello che facevano; perciò sono io quello da biasimare, e ancora di più Mahadev, perché non ha detto loro qual era il loro dovere. Avrebbe dovuto pensare anche alle ripercussioni sociali [...]. Come convincere gli harijan che noi li sosteniamo in tutte le loro prove, che ci identifichiamo totalmente con loro, quando le nostre stesse famiglie (mogli, figli, fratelli, sorelle, parenti) non stanno al nostro fianco?169

Dal canto suo Mahadev Desai si irrita nel vedere che Gandhi fa tanto rumore per nulla. Vuole dare le dimissioni e rimprovera al Mahatma, «che è riuscito in molte iniziative spirituali servendosi del cloroformio dell’amore, di non averlo usato in questa»36. Il 31 marzo, Gandhi si angoscia e gli scrive una lettera di scuse rivelatrice: «Tollererò migliaia di errori, ma non posso separami da te [...]. Se tu decidi di lasciarmi, Pyarelal resterà?». Poi aggiunge, mostrando la sua reale preoccupazione: «E se Pyarelal se ne va, Sushila resterà? Se ne andranno tutti. Io impazzirò, di certo... Tuttavia, come posso impedire a qualcuno di salvarsi?»54. È proprio Sushila la fonte di ogni sua inquietudine. Gli altri non contano.

All’inizio di aprile, Desai osa scrivere su «Harijan»: «Vivere in cielo in compagnia dei santi è una benedizione e una gloria. Ma vivere sulla terra con un santo è tutta un’altra storia!»36. Naturalmente, lui resta e anche gli altri. Come sempre, Gandhi trova una giustificazione morale per ciò che ha fatto. E gli altri si adattano ai suoi desideri, politici o personali.

Il 3 aprile, Subhas Chandra Bose è eletto presidente del Congresso. Gandhi non ha voluto opporsi apertamente a questa scelta per evitare una scissione del partito, ma ritiene che questa decisione sia per lui una sconfitta.



Due eiaculazioni involontarie...

Estremamente turbato sia dall’elezione di Bose che dal rischio della partenza delle giovani che lo circondano, Gandhi attraversa una strana crisi. La notte del 7 aprile, cioè meno di una settimana dopo la questione di Haripura, Gandhi è tornato a Sevagram e al suo fianco dormono Prabhavati e Sushila: gli capita quella che chiama in una nota confidenziale un’«eiaculazione involontaria». Non sa se continuare a dormire con le ragazze, poi persiste. Il 14, altra eiaculazione, sempre involontaria. Lo confida alle persone più intime. Restano tutti scioccati, tranne le due giovani. Alla fine di aprile, Mirabehn, assente, a cui lui ha scritto, gli consiglia di porre fine ai contatti fisici con le donne. Il 3 maggio, lui risponde:

Hai proprio ragione a osservare che il mio esperimento è innovativo [...]. Nella tua prossima lettera, devi dirmi concretamente cosa devo cambiare, secondo te. Devo rinunciare ai servigi che mi rende Sushila? Devo rifiutare i massaggi che mi fanno Lilavati o Amtul Salama, per esempio? O vuoi dire che non dovrei appoggiarmi alla spalla delle fanciulle? [...] Mi sembrava di progredire, mi pareva che il mio brahmacarya [...] fosse diventato più solido, più illuminato [...]. Questa esperienza del 14 aprile, torturante, degradante, insozzante, mi ha scosso come se Dio mi avesse buttato fuori da un paradiso immaginario che non meritavo a causa della mia impurità.169

Le sue incertezze emergono ancora in molte delle sue lettere a Pyarelal, a Sushila, a Mira, a Mahadev. Le ragazze non sanno se andarsene o no. Lui implora a più riprese Pyarelal e Sushila di non lasciarlo. A maggio è distratto dalle sue preoccupazioni da un incontro con Jinnah, che ha dei problemi, e da un altro a Peshawar con un vecchio amico, il leader pashtun Abdul Ghaffar Khan, che ora predica la nonviolenza. Il 1° giugno scrive a Sushila118: «Adesso ho quasi deciso che, a eccezione di Ba, non accetterò più servigi da nessuna donna che prevedano più o meno il contatto fisico». «Più o meno»... tutto qui...

Visto che è impossibile tenerlo segreto, il 2 giugno Gandhi ne mette a parte i suoi compagni di Sevagram in un messaggio dal tenore sorprendente, che fa circolare:

Mi vergogno. Dopo l’esperienza del 7 non riesco quasi a chiudere occhio; ho camminato su e giù per la terrazza cercando di calmarmi. Ho pensato che non ero pronto a ricevere i servigi di Sushila e Prabhavati che dormono accanto a me. Dopo la preghiera dell’alba, ho confidato loro cosa mi era successo e che non avrei più accettato le loro cure. Ma entrambe hanno preso male questa decisione. Nel corso della giornata, sono tornato su questa decisione e ho continuato ad accettare i loro servigi. Ma il mio sconforto non si è alleviato. Il 14 ho avuto un’altra esperienza che ha aumentato la mia vergogna e aggravato la mia angoscia [...]. Mentre ero preso in questo vortice ho dovuto incontrare Jinnah. Ho perso fiducia in me stesso. [...] Perché i miei pensieri e il mio spirito non diventano sempre più puri? Il contatto con le donne ha forse potuto ostacolare la mia strada in un modo che sfugge alla mia analisi? Come saperlo? Non avrei dovuto intraprendere questo esperimento così terribile. Il mio esperimento è stato una trasgressione ai limiti prescritti nel brahmacarya [...]. Dopo aver lungamente riflettuto, ho deciso di non accettare più cure da parte di donne se esse comportano dei contatti fisici – tranne se assolutamente indispensabile [...]. Non avrò più gesti d’affetto per loro [...]. Chi può dire dove mi condurrà il futuro? Il mio più grande desiderio è sottomettermi a Dio con tutto il mio amore e lasciare che mi conduca dove Lui vuole. Il mio chiaro dovere era portare questo alla conoscenza dei miei compagni. Accetto i commenti e le critiche che essi potranno farmi.169

Il 3 giugno, riconosce che in realtà ha cambiato opinione e scrive al suo segretario, Pyrarelal, fratello di Sushila: «Quando Sushila viene spontaneamente, in realtà io la prendo tra le mie braccia nonostante la mia decisione di non accettare più le premure delle donne...»114.

Ecco chi fa danni nella piccola comunità: un amico che lo segue da venticinque anni, Amritlal Thakkar, e che lavora per il giornale «Harijan», si dice «dispiaciuto»; Mahadev Desai, invece, è «turbato». Essi gli chiedono di porre fine alla sua intimità con le donne. Gandhi si oppone e dice che, così facendo, «spezzerebbe il cuore delle donne della cerchia più stretta»54. Il nipote lo giustifica: «Questo gli ricorda l’amore di sua madre che credeva in lui come nessun altro quando era piccolo. Lui cerca, la notte, quel calore materno che gli permette di essere pronto, prima dell’alba, a condurre le sue battaglie quotidiane, a combattere con più virilità di qualsiasi altro indiano»54.

Questa non è la sua sola preoccupazione: Harilal è arrestato per ubriachezza molesta. Kasturba scrive al figlio supplicandolo di ravvedersi per il bene «di una donna vecchia e debole che non può sopportare un tale dolore».

Il 20 giugno Mahadev Desai dice di nuovo a Gandhi che se ne vuole andare, poi si ricrede e resta ancora. A luglio, Gandhi scrive su «Harijan»: «Alla nazione indiana, la grandezza della letteratura inglese non può più portare né il suo clima temperato né i suoi scenari. L’India deve fiorire sotto il proprio clima, nei propri paesaggi, nella propria letteratura, anche se questi tre elementi sono inferiori a quelli dell’Inghilterra»169. Aggiunge inoltre che la conoscenza della lingua inglese, ai suoi occhi, non è indispensabile per accedere alla letteratura inglese: gli indiani leggono Tolstoj senza aver imparato il russo e i giapponesi leggono Shakespeare senza conoscere l’inglese...109



La nonviolenza contro Hitler...

I rapporti tra i ministri del Congresso e i governi migliorano. Questi ultimi trovano i ministri seri, a volte addirittura molto competenti, e questi a loro volta ritengono che i governi abbiano spesso la loro utilità. «I ministri del Congresso mostrarono che potevano agire oltre che parlare, e che erano altrettanto bravi ad amministrare che a protestare»27. «Immagina», scrive Mahadev Desai a Ghanshyan Das Birla, «Garret, il governatore di Ahmedabad, adesso va alla stazione a ricevere il ministro Morarji e viaggia per un buon tratto con lui in terza classe!»36. Più tardi, Sir Harry Haig, governatore delle Province Unite, scriverà: «Per quanto riguarda le questioni comunitarie, a mio avviso, i ministri hanno agito secondo le regole, con imparzialità, spinti dal desiderio di fare il meglio. In realtà. Verso la fine del loro mandato, essi furono severamente criticati per non essersi mostrati leali verso gli hindu, benché non fosse accaduto niente che giustificasse una tale critica»54.

Gandhi segue ancora con estrema attenzione quello che succede nei governi locali. Chiede e ottiene dal Congresso la dimissione di un ministro delle Province Centrali, il dottore N.B. Khare, per malversazione109. Esige inoltre la creazione di un ente centrale del Parlamento, «composto dall’élite dei leader del Congresso», cioè nominato da lui, per controllare i rischi di indisciplina e deviazioni in materia di conflitti di interesse. Quando Nehru obietta che sarebbe «puro e semplice fascismo»154, lui replica: «Il fascismo usa la sciabola sguainata: sotto un tale regime, il dottor N.B. Khare avrebbe perso la testa. Il Congresso è l’antitesi del fascismo, perché fondato sulla nonviolenza pura e senza macchia. La sua autorità non deriva dal controllo delle camicie nere!»54. Intanto Subhas Chandra Bose, presidente del Congresso, rifiuta di condannare Germania, Italia e Giappone. Gandhi non se dà pena.

Sempre tormentato dalla propria sessualità, scrive il 27 luglio 1938:

La parola di un generale del satyagraha deve manifestare la sua potenza, una potenza procurata non dalla detenzione illimitata di armi, ma da una vita pura, una stretta vigilanza, un’applicazione continua. È impossibile senza l’attuazione del brahmacarya. Questa deve essere completa, per quanto umanamente possibile. Brahmacarya, in questo caso, non significa semplicemente controllo del corpo, ma molto di più. Significa dominio totale dei sensi. Un pensiero impuro è dunque un attentato al brahmacarya, come anche la collera. Qualsiasi potere proviene dalla conservazione e dalla sublimazione dell’energia responsabile della creazione della vita. Questa vitalità, coltivata e non dissipata, può essere trasformata in energia creatrice di un ordine superiore. Altrimenti, essa è continuamente e anche inconsciamente dissipata da cattivi pensieri, anche involontari, disordinati e non desiderati.169

In una conferenza tenuta a Évian a luglio, gli inglesi non accettano di accogliere un ebreo tedesco di più né in Inghilterra né in Palestina. Alla fine di agosto, Nehru è di nuovo a Londra e, in una lettera al «Manchester Guardian», critica la politica di «distensione» del primo ministro davanti ai colpi di forza di Germania e Italia.

Gandhi, invece, pensa più che mai che l’ahimsa è l’unica soluzione, e consiglia dappertutto e a tutti la nonviolenza: «Un’Abissinia nonviolenta non ha bisogno né di armi né del soccorso della Società delle Nazioni. Ogni abissino, uomo, donna o bambino, deve rifiutare di collaborare con gli italiani: questi ultimi dovranno marciare verso la vittoria sui cadaveri delle loro vittime e occuperanno un paese senza abitanti»109. A settembre, quando i cechi cedono al ricatto, raccomanda anche a loro la nonviolenza: «Non esiste coraggio più grande di un fermo rifiuto di piegare le ginocchia davanti a un potere terreno, per quanto potente, e ciò senza amarezza dello spirito, nella piena certezza che solo lo spirito vive, e nient’altro»109.

Il 29 settembre, all’indomani della disastrosa conferenza di Monaco tra Francia, Inghilterra, Italia e Germania sulla questione dei Sudeti, nel corso della quale le democrazie hanno ceduto, Gandhi pensa che Hitler e Mussolini possano essere ancora convinti a diventare pacifisti. Scrive: «Se il nemico si rende conto che voi non avete la minima intenzione di alzare una mano su di lui, neanche per difendere la vostra vita, perderà la voglia di uccidervi. Ogni cacciatore ha fatto questa esperienza. Nessuno ha mai sentito parlare di qualcuno che spari alle mucche...». Poi aggiunge, stranamente: «È il trionfo della minaccia? Hitler ha dunque messo a punto una tecnica di azione violenta che gli permette di ottenere ciò che vuole senza spargere sangue?»169.

Gandhi spiega a un giapponese esperto in cooperative in visita al villaggio costruttivo, il dottor Kagawa, che l’invasione della Cina da parte del Giappone è ingiusta: «Se fossi in lei, io mi dichiarerei obiettore e sarei giustiziato», gli dice. Poi aggiunge senza scherzare: «Il dramma è che si possono persuadere milioni di persone ad ammazzarsi o farsi ammazzare in una guerra, mentre nemmeno un centinaio di pacifisti sono disposti a morire per le loro convinzioni».

Ormai Gandhi è visto in tutto il mondo come il maestro del pacifismo. A settembre, in un articolo su «Aryan Path», John Middleton Murry lo descrive come il più grande cristiano del mondo moderno: «Sicuramente, non vedo altra speranza per la civiltà occidentale che di accendere un’immensa e ardente fiamma di Amore cristiano. Bisogna scegliere tra questo e un genocidio di un’ampiezza il cui solo pensiero rivolta lo stomaco»109.



«Un mio amico ebreo»...

La sera del 9 novembre, per tutta la notte fino alla mattina del 10 novembre, in Germania si verificano degli atti di violenza perpetrati da nazisti. La Notte dei Cristalli provoca la distruzione di beni appartenenti agli ebrei, l’incendio di numerose sinagoghe e il massacro di centinaia di persone. Il 12 novembre, i nazisti pretenderanno di canalizzare e prevenire questa violenza “selvaggia” vietando la funzione pubblica e altri mestieri agli ebrei, che devono pagare un’ammenda enorme. Gandhi reagisce con il suo temperamento pacifista: il 26 novembre pubblica su «Harijan» un importante articolo a proposito dei suoi rapporti con gli ebrei, per i quali manifesta la sua amicizia: «La mia simpatia va tutta agli ebrei. Li ho conosciuti intimamente in Sudafrica. Alcuni sono divenuti miei compagni per la vita. Grazie a questi amici, ho potuto sapere molte cose sulle persecuzioni che li hanno accompagnati nel corso dei secoli. Loro sono stati gli intoccabili del cristianesimo. Tuttavia, questa simpatia non mi acceca sulle decisioni di giustizia...»169.

Ma poiché, nella situazione attuale, bisogna scegliere tra ebrei e arabi, lui non esita. Gandhi è contrario alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina:

La Palestina è degli arabi come l’Inghilterra è degli inglesi o la Francia dei francesi. È un grave errore, è inumano imporre gli ebrei agli arabi. La Palestina della Bibbia non è una regione geografica. Essa è nei cuori. E se loro devono considerare la Palestina geografica come loro nazione, volerci entrare all’ombra dei fucili britannici è un errore. Un atto religioso non può riuscire con l’aiuto delle baionette e delle bombe. Loro potranno stabilirsi in Palestina solo con il consenso degli arabi [...]. Non voglio qui difendere gli eccessi arabi. Vorrei che avessero scelto la via della nonviolenza per resistere a quella che considerano a ragione come un’ingiustificabile usurpazione del loro paese [...]. La via più nobile è invocare con insistenza un giusto trattamento nei confronti degli ebrei nel luogo dove sono nati e cresciuti...109

Poi viene la parte più terribile: come alle vittime di Amritsar, Gandhi raccomanda agli ebrei di accettare il massacro senza lamentarsi, senza ribellarsi.

Se io fossi ebreo, nato in Germania, e mi guadagnassi da vivere in quel paese, dichiarerei che la mia patria è la Germania, come può dire il più distinto dei Gentili, e sfiderei il nemico a uccidermi o imprigionarmi; io rifiuterei di essere espulso o sottomesso a un trattamento discriminatorio. Può darsi che la violenza calcolata di Hitler generi un massacro generale degli ebrei come prima risposta a una simile dichiarazione di ostilità. Ma se lo spirito ebraico è pronto alla sofferenza volontaria, perfino il massacro che ho immaginato potrà tramutarsi in un giorno d’azione di grazia e di gioia per Geova che ha operato per la liberazione del popolo...169

Difficile dire parole più scandalose. Arriva addirittura a stabilire un’equivalenza tra la situazione degli ebrei in Germania e quella degli indiani in Sudafrica, e si pone come esempio da seguire. In pratica dice agli ebrei: «Fate della resistenza passiva!». Scrive:

Vi è nella campagna di satyagraha in Sudafrica un equivalente esatto. Lì gli indiani occupavano esattamente lo stesso posto degli ebrei in Germania. La persecuzione rivestiva ugualmente un aspetto religioso. Il presidente Kruger diceva che i cristiani bianchi erano gli eletti di Dio e che gli indiani erano degli esseri inferiori creati per servire i bianchi. Una clausola fondamentale della Costituzione del Transvaal stabiliva che non doveva esserci uguaglianza tra i bianchi e le razze di colore, compresi gli asiatici. Anche lì gli indiani erano relegati in ghetti chiamati “riserve”. Le altre restrizioni erano più o meno dello stesso tipo di quelle applicate agli ebrei in Germania. Gli indiani, o piuttosto uno sparuto gruppo di questi, ricorsero al satyagraha senza il sostegno del mondo né del governo indiano. Anzi, i funzionari britannici tentarono di dissuadere i satyagrahi dall’intraprendere l’azione che progettavano. L’opinione pubblica mondiale e il governo indiano andarono loro in aiuto solo dopo otto anni di lotta. E lo fecero con delle pressioni diplomatiche, non con una minaccia di guerra.169

Non capisce che Hitler non è Smuts e che gli inglesi sono ben diversi dai nazisti. In Europa e in America scoppia la bufera. Quando dicono a Gandhi che il suo punto di vista è influenzato dalla preoccupazione per l’unità tra hindu e musulmani, lui ribatte: «[Io non] venderei mai la verità nemmeno per la causa dell’indipendenza indiana o per conquistarmi i favori dei musulmani».

In realtà, all’epoca Gandhi si preoccupa molto delle relazioni tra le due comunità in India, che si sono incrinate da quando il Congresso governa nella provincia. Alla fine del 1938, la Lega diffonde dei rapporti che elencano le lamentele dei musulmani nelle province governate dal Congresso. È un attacco in piena regola a Gandhi. La Lega si indigna per il fatto che il giorno della sua nascita sia a volte dichiarato festivo, che si faccia cantare l’inno del Congresso a scuola, che si issi la sua bandiera e che il programma educativo fissato a Wardha non includa niente di religioso. Gandhi risponde: «La decisione di rendere il mio compleanno giorno festivo dovrebbe essere considerata un’”offesa”; quanto all’inno e alla bandiera, sono del parere che si debbano rispettare le suscettibilità musulmane e non intonare l’inno né issare la bandiera se anche un solo musulmano è contrario; infine il programma di Wardha non contiene nemmeno un riferimento a qualche insegnamento hindu»169.

Nel frattempo, Gandhi spiega all’americano Mott, giunto a Sevagram, riguardo all’ascesa delle dittature: «Il mondo dovrà affrontare il gangsterismo in maniera diretta, brutale»54. Mott lo interroga sul ruolo del silenzio nella sua vita: «Ormai è diventato una necessità sia fisica che spirituale. All’inizio, l’ho praticato per alleviare la tensione. Poi ho voluto avere del tempo per scrivere. In seguito, praticandolo da qualche tempo, mi sono accorto del suo calore spirituale. All’improvviso, mi ha attraversato l’anima l’idea che quello era il momento in cui potevo comunicare meglio con Dio»54.

In Germania, dove la situazione degli ebrei peggiora sempre di più, la lettera di Gandhi ha sconvolto tutti i suoi amici. E poi gli inglesi scelgono proprio questo momento per vietare agli ebrei di rifugiarsi in Palestina: pubblicano infatti un nuovo Libro Bianco in cui si afferma che non ci sarà divisione della Palestina né creazione di uno Stato ebraico senza il consenso degli arabi. L’immigrazione ebraica è limitata a 75.000 persone in cinque anni. Sia arabi che ebrei rifiutano la quota.

La situazione mondiale degli ebrei diventa così terribile che a gennaio del 1939 un vecchio malato, che Gandhi non vede da un quarto di secolo, attraversa il mondo per supplicare il Mahatma di parlare in altro modo degli ebrei: Hermann Kallenbach, l’architetto tedesco insieme al quale ha lottato per decenni, che lui ha lasciato tra le grinfie della polizia inglese e con cui, da allora, scambia lettere ogni quindici giorni. Kallenbach è rimasto a Durban come architetto. Un architetto famoso, corrispondente di Gropius141. Quando questi arriva, i due uomini fanno grandissima fatica a riconoscersi. Ma Kallenbach non è venuto a rivangare vecchi ricordi. Ha fatto quel lungo viaggio per esprimere la sua collera: contrariamente a quanto sostengono gli agiografi di Gandhi, se si leggono con cura quei testi, si deduce che l’incontro va male. Kallenbach torna dalla Palestina, dove ha pensato di stabilirsi in un kibbutz142. Ricorda a Gandhi che per vent’anni si è occupato della sorte degli indiani e non gli ha mai chiesto di occuparsi di quella degli ebrei. Questa volta ha bisogno di lui. È necessario, dice Kallenbach, che Gandhi parli degli ebrei, ma in modo diverso: che riconosca loro il diritto alla loro terra, il diritto di essere difesi e quello di difendersi. Deve chiedere che Hitler sia condannato come il mostro che è.

Gandhi non intende ammettere di avere torto. Kallenbach allora racconta piangendo quello che succede nel suo paese natale. Racconta dei campi, dei pogrom, dei ghetti, delle umiliazioni. Dice che lui è sempre nonviolento ma ucciderebbe Hitler se potesse, e non potrebbe mai pregare per lui. Supplica Gandhi di scrivere al Führer, nella speranza che un appello da parte di una personalità tanto prestigiosa, che vive fuori dall’Europa, potrebbe sortire qualche effetto almeno sull’opinione pubblica, se non sul capo del Reich. Niente da fare.

Il 18 febbraio Gandhi pubblica su «Harijan» un terribile commento, in cui definisce colpevole non il nazismo, ma il suo amico Kallenbach:

Si dà il caso che un mio amico ebreo in questo momento si trovi da me. Intellettualmente crede nella nonviolenza. Ma dice che non può pregare per Hitler. È talmente pieno di rabbia per le atrocità tedesche che non riesce a parlarne con calma. Io non gli rimprovero la sua rabbia. Lui desidera essere nonviolento, ma le sofferenze dei suoi compagni ebrei sono troppo difficili da sopportare per lui.169

Le sofferenze dei suoi amici ebrei, osa scrivere, sono «troppo difficili da sopportare per lui»! E definisce Kallenbach «un mio amico ebreo»! Senza mai fare il suo nome. Non si potrebbe immaginare maggiore distacco.



Un nuovo satyagraha?

L’Europa è messa a ferro e fuoco. Ma questo non preoccupa minimamente Gandhi: il 3 marzo 1939 intraprende un «digiuno fino alla morte» per ottenere... una riforma dell’amministrazione e una maggiore autonomia dell’India. Lo interrompe il 7 su richiesta del viceré, che gli fa sapere che non si può aspettare assolutamente niente, e dei suoi amici del Congresso, che lo ritengono inutile. È più isolato che mai e il 18 scrive, con profonda amarezza:

È notevole che nessuno dei miei colleghi del mondo politico abbia provato il richiamo del digiuno. E sono felice di poter dire che non mi hanno mai serbato rancore per i miei digiuni. Nemmeno gli altri membri dell’asram hanno sentito questo richiamo, tranne in rare occasioni. Anzi hanno accettato la regola per cui non dovevano intraprendere digiuni penitenziali senza la mia approvazione, anche se il richiamo interiore fosse parso loro terribilmente pressante.169

Gandhi sente affiorare nuove esigenze nel popolo, ben oltre la minuscola riforma elettorale. Teorizza dunque la manifestazione di massa. Il 25 scrive:

Nel satyagraha, non è mai il numero che conta, ma la qualità, a fortiori, quando si scatenano le forze della violenza. Così, spesso si dimentica che il satyagrahi non cerca mai di confondere chi fa il male. Non fa mai appello alla sua paura, ma al suo cuore [...].


1. Egli deve avere una fede incrollabile in Dio, perché Egli è la sua unica roccia.


2. Verità e nonviolenza devono costituire il suo credo; è dunque indispensabile che sia convinto della bontà della natura umana, e speri di suscitarla con la sua verità e l’amore espresso dalla sua sofferenza.


3. Deve condurre un’esistenza casta, pronto a donare volontariamente la sua vita e i suoi beni nell’interesse della sua causa.


4. Deve filare e tessere la khadi. Ciò è essenziale per l’India.


5. Non deve consumare alcol né droghe, affinché la sua ragione sia sempre chiara e il suo spirito attento.


6. Deve applicare di buon grado tutte le regole di disciplina che possono essere via via promulgate.


7. Deve rispettare le regole delle prigioni, tranne se esse sono concepite appositamente per umiliare il suo amor proprio.


Tali qualità non sono da considerarsi esaustive. Esse costituiscono solo degli esempi.170

Qualche settimana più tardi, si domanda se può lanciare un nuovo satyagraha:

È poco probabile che con leggerezza e in un prossimo futuro io consigli un satyagraha di massa. La popolazione non ha né la preparazione, né la disciplina necessarie. [...] Io non conosco altri programmi che quello, costruttivo, del 1920, in quattro parti. Se la popolazione non lo applica di buon grado, questo a mio avviso proverà la sua mancanza di ahimsa, almeno per come la concepisco io, o la sua mancanza di fiducia nei leader attuali. Per me, non c’è altro test che quello che propongo alla nazione dal 1920.

A maggio, quando davanti all’aggravarsi delle tensioni mondiali il Congresso «si oppone a qualsiasi tentativo di imporre la guerra senza il consenso del popolo indiano», Gandhi si interroga ancora sulla possibilità di rilanciare una manifestazione di massa. Ne sente i fremiti: ovunque nel paese, a Hyderabad, Travancore, Jaipur, Orissa, è sempre più evidente che le riforme elettorali del 1935 non basteranno a soddisfare le aspirazioni all’ampliamento delle libertà civili e alla creazione di istituzioni democratiche. L’agitazione riprende.

Il 3 giugno, in un discorso a Brindavan nell’Uttar Pradesh, Gandhi dichiara che un socialista ateo non può in nessun caso essere un satyagrahi, perché la fede in Dio è una delle qualità indispensabili: «Un satyagrahi non ha altro sostegno che Dio, e chi ne ha un altro o conta su un altro aiuto non può praticare il satyagraha. Può essere un resistente passivo, un non-cooperante, e così via, ma non un vero satyagrahi»169. Il 6 giugno scrive ancora:

È permesso praticare il satyagraha in prigione contro un trattamento inumano? Sì, ma “trattamento inumano” è un’espressione tra le più difficili da definire, che non può indicare tutto e qualsiasi cosa. Un satyagrahi è pronto a sopportare le torture, i trattamenti brutali, e anche le umiliazioni, ma non deve fare niente che sia contrario al suo amor proprio e al suo senso dell’onore. Tuttavia, il satyagraha non è un’arma che possa essere utilizzata alla leggera, facilmente o alla minima provocazione. È preferibile che chi cede facilmente alla provocazione non vada in prigione.169

Presto troverà un’ottima occasione per verificare se questo tipo di manifestazione sia possibile.



Ritorno a Rajkot, «laboratorio prezioso»

Gandhi ha visto giusto: la gente è esasperata. La popolazione della città dove Gandhi ha trascorso la sua prima giovinezza, Rajkot, reclama un governo democratico. Gandhi pensa che possa essere un «laboratorio prezioso» per tastare il polso del paese e assicurarsi di poter rilanciare una battaglia globale, un nuovo satyagraha per avanzare sulla strada verso l’indipendenza109. Invia sul posto Vallabhbhai Patel, che trova un accordo con il principe locale, nipote di colui il cui padre era divan: viene concessa l’amnistia ai prigionieri politici; un comitato di dieci persone (di cui sette designate da Patel) è incaricato di preparare un piano di riforma istituzionale. Poi però, seguendo il consiglio del suo divan e del residente britannico, il principe ritorna sulla sua decisione e respinge questo comitato. Gandhi allora manda Kasturba, poi il 10 giugno va di persona a spiegare che è necessario che tutti si calmino e che si negozi tranquillamente. Ripete con insistenza la solfa dell’uso dell’arcolaio come metodo per dominare la violenza:

Dipende dalla volontà degli individui di coltivare la nonviolenza in pensieri, parole e azioni [...]. Il massimo lavoro e il minimo discorso: questo deve essere il vostro motto. Al centro del programma c’è l’arcolaio [...] non un vago programma di filatura, ma la comprensione scientifica di tutti i dettagli, comprese le leggi meccaniche e matematiche di questa attività, lo studio del cotone e delle sue varietà e così via...169

Ricorda l’abilità di un musicista cieco che aveva ascoltato, da bambino, per le strade di quella città, e aggiunge: «Il cuore di ogni essere umano possiede delle corde sensibili. Se noi sappiamo toccare la corda giusta, facciamo nascere l’armonia»109.

Le interminabili discussioni con il divan, lontano successore di suo padre, non servono a niente. Nel corso di una manifestazione Kasturba è arrestata. Gandhi non si sente molto bene: trema, e ad aprile il suo segretario Pyarelal deve scrivere su «Harijan» che questo tremito, che tutti possono vedere, «è un vecchio sintomo che lo coglie ogni volta che riceve un forte shock psicologico», in generale seguito «da un dolore acuto alla vita»154.

Gandhi denuncia «la rottura a sangue freddo di un accordo stabilito tra il sovrano di Rajkot e il suo popolo»109. Esorta dunque il popolo di Rajkot «a sollevare il principe dai suoi obblighi» e decide di digiunare per ottenere il rispetto dell’accordo. Il suo digiuno trasforma una semplice questione locale in crisi nazionale109. Il viceré invia il suo ministro della Giustizia, Sir Maurice Gwyer, a gestire il conflitto. Gandhi è entusiasta di questo intervento dettato dal suo digiuno. Sir Maurice, contraddicendo il suo residente che si era opposto, chiede l’attuazione delle riforme da parte di Patel. Gandhi allora interrompe lo sciopero della fame. I manifestanti e Patel esultano.

Ma il principe e il suo divan rifiutano di cedere. È l’impasse. Gandhi spiega che non avrebbe mai dovuto interrompere il suo digiuno. Rimpiange l’intervento del rappresentante del viceré, decide di considerare nullo e non avvenuto l’arbitraggio di Sir Maurice e rifiuta di chiederne l’attuazione, con grande disappunto dei manifestanti e di Patel.

Rajkot è davvero per Gandhi un «laboratorio prezioso» in un momento in cui riflette sulla possibilità di rilanciare un satyagraha globale in tutto il paese. Il 24 giugno 1939 scrive: «Ho osservato che, nei principati, il movimento ha prodotto una reazione violenta contro i principi e i loro consiglieri. Questi non fanno alcun affidamento sul Congresso e non accettano la sua ingerenza. In certi casi, la parola stessa “Congresso” è una sorta di anatema...»169. Qualche giorno più tardi, aggiunge:

Ritengo che lo swaraj nonviolento sia impossibile se gli hindu, i musulmani e gli altri non rinunciano alla sfiducia reciproca e non vivono come fratelli di sangue; se gli hindu non si purificano sopprimendo il flagello dell’intoccabilità e instaurando strette relazioni con coloro che emarginano, da tempo immemorabile, dalla società; se gli uomini e le donne ricchi dell’India non pagano le tasse; se i poveri, vittime impotenti dell’alcol e della droga, non riescono a resistere alla tentazione poiché non vengono chiusi gli spacci di alcol e droghe, infine se non decidiamo di identificarci con le moltitudini che muoiono di fame, rinunciando ai tessuti industriali e tornando alla khadi prodotta da milioni di mani nei villaggi dell’India.169

Inoltre difende una forma nonviolenta di lotta di classe: «È possibile organizzare i contadini e gli operai in vista di un’azione nonviolenta efficace se i membri del Congresso vi si applicano onestamente. Ma questo è impossibile se non credono al successo finale dell’azione nonviolenta. È solo necessaria la giusta formazione di contadini e operai»169.

Trae dunque la conclusione che l’India non è pronta a battersi per la democrazia e che, se un giorno fosse attaccata, la nonviolenza di massa senza dubbio non si rivelerà efficace: «L’atmosfera nei principati non è propizia all’instaurazione di un governo democratico, il popolo non è pronto a pagarne il prezzo; esso dovrebbe ricevere una preparazione adeguata. Il popolo non ha la formazione né la disciplina necessarie perché possiamo incitarlo a un satyagraha di massa, né ora né in un prossimo futuro»169. Di conseguenza, Gandhi non vuole più satyagraha di massa, bensì con la partecipazione di persone selezionate. Aumenta i requisiti dei satyagrahi volontari: essi devono essere davvero nonviolenti, non solo nelle azioni ma anche nei pensieri. E chiede agli abitanti dei principati di limitare le loro richieste a quelle che i sovrani possono soddisfare: libertà di parola e associazione, indipendenza della giustizia109.



Lettera di un «amico sincero» a Hitler

Nell’estate del 1939, mentre la guerra, imminente in Europa, si sviluppa in Cina, le truppe indiane sono inviate preventivamente in Malesia e in Estremo Oriente senza che alcun indiano sia stato consultato. Come protesta, il Congresso si astiene all’Assemblea Legislativa centrale (che emette solo un voto consultivo) nello scrutinio relativo a un progetto di legge depositato dal viceré, che organizza la difesa e gli concede più ampi poteri in caso di guerra. Il 10 agosto, il Congresso adotta una risoluzione, approvata da Gandhi, in cui si afferma:

In questo momento di crisi mondiale, la simpatia del comitato esecutivo del Congresso va interamente ai popoli che difendono la democrazia e la libertà; il Congresso ha senza sosta condannato l’aggressione fascista in Europa, Africa e Asia, come anche il tradimento della democrazia da parte dell’imperialismo britannico in Spagna e Cecoslovacchia. Il Congresso ribadisce la sua determinazione a rifiutare qualsiasi tentativo di imporre la guerra all’India.

Alcuni, al contrario, vedono nel comportamento del Reich nei confronti degli ebrei un modello da seguire con i non hindu. Il capo del Rashtriya Swayamsevak Sangh, Madhav Sadashiv Golwalkar, scrive in un’opera intitolata We or Our Nationhood Defined: «La Germania ha mostrato che è del tutto impossibile integrare razze e civiltà che hanno origini diverse; è una buona lezione per noi, nello Hindustan, e dobbiamo trarne profitto [...] le razze straniere nello Hindustan dovranno adottare la cultura e la lingua hindu, rispettare e onorare la religione hindu ecc.». Qualcuno pensa addirittura che la conversione dei musulmani debba essere obbligatoria e che quelli che si rifiutano debbano andarsene. Oppure essere massacrati.

Kallenbach insiste: rifiuta di partire prima che Gandhi abbia scritto una lettera a Hitler. E l’ottiene! Il 23 luglio parte, dopo sei mesi passati a Sevagram, per tornare in Sudafrica, portando con sé questa lettera. Deluso, ma avendo almeno ottenuto questa minima cosa da Gandhi, Kallenbach la consegna lui stesso alla posta di Wharda, prima di lasciare l’India. Ma che lettera! In essa scopriamo che, se Gandhi ha esitato a scrivere a Hitler, non è perché non voleva avere a che fare con un mostro, ma perché pensava di non avere il diritto di chiedergli nulla, convinto che scrivere al dittatore fosse... un’«impertinenza»!

Lettera pietosa, indirizzata a «Herr Hitler, Berlin, Deutschland», in cui Gandhi spreca righe a scusarsi per il disturbo arrecato al Führer, essendo stato costretto da «amici» a scrivergli. Riconosce come «validi» gli obiettivi del dittatore di cui si dichiara «amico sincero», rimproverandogli solo di usare la guerra per raggiungerli:

Alcuni amici mi hanno incoraggiato a scrivervi per amore dell’umanità. Ma ho resistito alla loro richiesta ritenendo che una mia lettera avrebbe costituito un’impertinenza [...]. È chiarissimo che oggi Voi siete la sola persona al mondo che possa impedire una guerra che rischia di ridurre l’umanità allo stato selvaggio. Dovete proprio pagare questo prezzo per un obiettivo, per valido che esso possa apparire ai vostri occhi? Ascolterete l’appello di uno che ha deliberatamente evitato il metodo della guerra, e non senza un considerevole successo? [...] Ad ogni modo, imploro il Vostro perdono se ho commesso un errore scrivendovi.


Vostro amico sincero,

Sd. M. MK Gandhi169

Il Raj blocca la lettera, cosa che Gandhi ignora quando, il 9 settembre, la pubblica su «Harijan», dando in questo modo una sorta di avallo a Hitler.

Il 1° settembre 1939, la Germania ha invaso la Polonia e il 3 l’Inghilterra e la Francia le hanno dichiarato guerra.

6. «Quit India!» (1939-1945)

Vista dall’India, la guerra non ha affatto lo stesso aspetto che mostra vista dall’Europa: non sono le stesse poste in gioco, né le stesse priorità, né gli stessi nemici, né gli stessi alleati. Per gli inglesi, la guerra è una questione di vita o di morte. Per l’India, un’occasione di libertà. Per gli inglesi, l’India è innanzitutto una riserva di prodotti agricoli e di soldati, di cui ha più che mai bisogno. Per la Germania, essa è un obiettivo lontano, la culla della cosiddetta “razza ariana” di cui i nuovi padroni si proclamano ultimi eredi. Ben pochi sono gli indiani interessati a schierarsi con o contro il nazismo, a loro estraneo; e neppure a favore o contro la Germania, che quasi non conoscono. Più numerosi invece sono i leader indipendentisti che prendono posizione in rapporto all’Unione Sovietica. Questa costituisce, per molti di loro, un modello di sviluppo originale, un modo radicale per sbarazzarsi allo stesso tempo del capitalismo e del colonialismo. Qualcuno vorrebbe appoggiare la Gran Bretagna per ottenere da questa l’indipendenza e proteggersi da eventuali invasori; altri preferiscono dichiararsi neutrali; altri, infine, vorrebbero allearsi con la Germania e il Giappone per ricevere il loro appoggio contro gli inglesi. Ognuna di queste opzioni sarà proposta da almeno un leader nazionalista, e non sempre dal più prevedibile: come in Europa, la guerra spinge ad alleanze spesso impreviste.



L’indipendenza o la neutralità

Il 3 settembre 1939, il giornale ufficiale dell’amministrazione britannica pubblica il seguente comunicato: «Io, Victor Alexandre John, marchese di Linlithgow, in quanto governatore generale dell’India ed ex ammiraglio, proclamo con la presente che viene dichiarata guerra tra Sua Maestà e la Germania». Giuridicamente, ciò significa che l’India è in guerra, che le forze armate indiane sono a disposizione di Sua Maestà britannica su tutti i teatri delle operazioni, e soprattutto che gli inglesi adesso possono mobilitare milioni di indiani per inviarli in battaglia in Europa o altrove. Il viceré può prendere una simile decisione su richiesta di Londra senza consultare né i governi provinciali né i leader dei partiti rappresentati nell’Assemblea Legislativa centrale, perché è il Parlamento inglese a detenere l’intera responsabilità del governo dell’India. Del resto, venticinque anni prima (il 6 agosto 1914) un altro viceré, Hardinge, già aveva fatto la stessa cosa senza che nessuno in India avesse niente da ridire. Ma rinnovare il gesto nel 1939 costituisce un errore politico monumentale: nonostante le simpatie del Congresso vadano ancora per la maggior parte alla Gran Bretagna, tutti i suoi leader insorgono contro questo atto unilaterale. Perfino Jawaharlal Nehru, che ha dato mille prove della sua solidarietà con gli inglesi e della sua determinazione a lottare contro il fascismo e l’antisemitismo, si infuria; scriverà un po’ più tardi: «Un solo uomo, per giunta straniero, ha gettato quattrocento milioni di esseri umani nella guerra senza fare minimamente riferimento a loro»120.

Il 14 settembre, il comitato esecutivo del Congresso condanna l’aggressione nazista ma esige che la partecipazione dell’India alla guerra sia subordinata all’impegno da parte degli inglesi a concederle l’indipendenza. Il Congresso chiede una cooperazione «tra uguali, per mutuo consenso, per una causa che le due parti ritengono degna». Naturalmente, si tratta di un pio desiderio di cui il viceré non tiene conto: la mobilitazione comincia nelle province e migliaia di uomini partono per l’Europa e il Medio Oriente.

Il 9 settembre, Gandhi ha riaffermato la sua scelta, la nonviolenza, pur concedendo che Hitler non sia un interlocutore razionale: «Sembra che Hitler conosca solo la forza e non ascolti nient’altro»169 («Harijan»). Quando i panzer schiacciano la cavalleria polacca, lui scrive al grande pianista ed ex presidente del Consiglio polacco, Ignacy Jan Paderewski, all’epoca in esilio in Svizzera: «Il mio cuore è con i polacchi in questa battaglia impari. La loro causa è giusta e la loro vittoria certa, perché Dio difende sempre la giustizia»54.

Il 15 settembre, rendendosi conto del suo errore, il viceré chiede a Gandhi di raggiungerlo a Simla. Mohandas lascia Sevagram, attraversa mezza India del Nord e arriva il 25 alla residenza estiva del viceré, che gli spiega che il momento è grave e che la Gran Bretagna avrà bisogno di tutte le forze del suo Impero per difendersi. Altrimenti, dice, il Parlamento e l’abbazia di Westminster rischiano di essere distrutti. Gandhi rimane colpito: «Io guardo a questa guerra con un cuore inglese... Sono inconsolabile; nel profondo del mio cuore, litigo continuamente con Dio che permette che accadano cose del genere; la nonviolenza mi sembra allora un’arma quasi impotente. Ma, alla fine di questa discussione con me stesso, concludo che non sono Dio o la nonviolenza a essere impotenti, ma l’uomo...»109.

In altre parole, come sempre, bisogna cambiare ogni singolo individuo perché la nonviolenza possa divenire la regola generale. Perciò Gandhi non può mancare al suo ideale – spiega al viceré, impietrito –; il massimo che può offrire alla Gran Bretagna è un «sostegno morale» e un consiglio: seguire il suo esempio, non rispondere alla violenza con la violenza, lasciare che i tedeschi si impossessino delle loro colonie e anche di Londra senza rispondere, per evitare qualsiasi distruzione.

Non si tratta di un voltafaccia. Lui sa meglio di chiunque altro che non può aspettarsi niente da Londra, nemmeno in tempo di guerra: lo ha visto in prima persona per tre volte, e ogni volta è stata una delusione. Gandhi ripete la sua proposta tre giorni dopo su «Harijan», immaginando di essere primo ministro dell’India: «Se io dirigessi il comitato esecutivo, o (se posso usare questa espressione senza urtare nessuno) se io fossi il governo, la mia linea di condotta sarebbe di impegnarmi deliberatamente sulla via della nonviolenza, fosse anche impercettibile il passo compiuto in quella direzione»169. Poi, con una straordinaria premonizione, quando ancora nessuno pensa che il territorio dell’India possa essere un giorno minacciato, scrive: «Se il popolo indiano dice risolutamente di no alla violenza, gli eserciti stranieri non avranno il cuore di invadere il suo suolo; quanto all’economia indiana, essa deve essere rimodellata in modo da scoraggiare le tentazioni dell’aggressore» («Harijan», 28 settembre 1939). Ci vorranno ancora quattro anni (e molte tribolazioni) prima che gli indiani misurino la portata di queste poche frasi...

Nessuno nel Congresso, naturalmente, sottoscrive le sue idee; tutti pensano che l’India non sia minacciata e che, se per disgrazia un giorno lo fosse, essa dovrebbe difendersi e per tale scopo disporre di un proprio esercito, dunque ottenere l’indipendenza. Dopo tutto, le colonie ottomane passate nel 1919 nelle mani britanniche l’hanno ottenuta, tranne la Palestina che, secondo le promesse inglesi, la riceverà presto.

Gandhi è consapevole del proprio isolamento: «Io sono solo a sostenere questa posizione. Devo trovare dei compagni che mi accompagnino in questo cammino solitario... L’India deve lasciare da parte la violenza, anche se dovesse difendere le sue frontiere»169 («Harijan», 14 ottobre 1939). Non ignora di non avere più alcuna influenza sul Congresso. Mentre si avvicina la sessione di Tripuri, in cui sarà scelto un nuovo presidente per l’anno a venire, Gandhi è consapevole che non riuscirà a impedire la rielezione di Bose.



La rottura con Jinnah

Jinnah, dal canto suo, intende approfittare della guerra per farla finita con l’idea stessa di identità dell’India. Si sente profondamente umiliato per il modo in cui il Congresso, nelle sei province in cui governa, “martirizza” la Lega. Rimprovera inoltre ai governatori inglesi e al viceré di non aver salvaguardato gli interessi dei musulmani in queste province. Riprende dunque l’idea di uno “Stato musulmano”, senza precisarne i confini. In India sono molti i musulmani che la pensano come lui. I più radicali della Lega sognano addirittura uno Stato islamico; gli altri, che in genere appartengono alla classe media, vedono nella sua creazione delle possibilità di accesso a carriere amministrative e politiche loro precluse in India.

Gandhi avverte il pericolo e pensa di trovare la risposta: un movimento nazionale indiano musulmano ostile al Congresso sarebbe meglio di una divisione. Dunque esorta Jinnah a far diventare la Lega un partito nazionale; a tal fine, lo adula e comincia a chiamarlo «mio vecchio compagno» oppure «capo del popolo» (Quaid-e-Azam), come fanno molti musulmani. Gli scrive con un servilismo che non è da lui: «Se il Quaid-e-Azam riesce a realizzare questa coalizione, io e tutta l’India con me grideremo in coro: “Viva Quaid-e-Azam Jinnah!”». Però Jinnah non si fa mettere nel sacco: «L’India non è una nazione, ma un subcontinente composto da diverse nazionalità»54.

Il 12 ottobre il viceré annuncia al Congresso e a Gandhi che Londra è pronta a pensare a una riforma dello status dell’India dopo la guerra e, nell’immediato, a instaurare un Consiglio consultivo che durante il conflitto riunisca l’«opinione pubblica indiana» e le «minoranze», cioè i musulmani, i sovrani dei principati e gli europei. Gandhi protesta: «Voi volete sfruttare, come sempre, le differenze tra comunità per ostacolare le aspirazioni degli indiani. E adesso pare che vogliate ricominciare il vostro spregevole gioco della “Lega contro il Congresso”! Avevo sperato che l’incredibile crisi che la vostra Europa sta attraversando desse agli uomini di Stato inglesi una migliore comprensione dell’India!».

Il 28 ottobre, Gandhi si amareggia nel constatare che la Lega considera «il Congresso come il nemico dei musulmani». Questo, dice, è un «fatto terribile!». Prendendo spunto da una lettera (senza dubbio immaginaria) che gli avrebbe inviato un insegnante del Punjab (definito un «amico musulmano»169) per chiedergli di riconoscere che «i musulmani formano una nazione separata»169, riunisce in un articolo fondamentale, pubblicato quel giorno su «Harijan», tutti gli argomenti a favore dell’unità dell’India. Ancora una volta, un testo estremamente premonitore. Gandhi conosce l’India meglio di chiunque altro, dato che la percorre in lungo e in largo da oltre un quarto di secolo, e presagisce ciò che sta per accadere:

Perché dunque l’India non dovrebbe restare un’unica nazione? Non lo era forse nel periodo della dominazione mogol? L’India è composta da due nazioni? Se così fosse, perché solo due? I cristiani non ne formano forse una terza? I parsi, una quarta, e così via? I musulmani cinesi formano una nazione separata dal resto dei cinesi? I musulmani inglesi sono una nazione diversa dagli altri inglesi? In che cosa i musulmani del Punjab sono diversi dagli hindu e dai sikh? Non sono sempre degli abitanti del Punjab che bevono la stessa acqua, respirano la stessa aria, traggono il loro sostentamento dalla stessa terra? Cosa impedisce loro di praticare i propri riti religiosi? I musulmani del mondo intero formano una nazione, o sono solamente i musulmani dell’India a formare una nazione distinta dagli altri musulmani? Il destino dell’India è subire una vivisezione in due parti, una musulmana e l’altra non musulmana? E che ne sarà dei musulmani che vivono nei villaggi dove la popolazione è a maggioranza hindu? E, ugualmente, degli hindu, là dove sono solo un pugno, ovvero nelle province della Frontiera del Nord-Ovest o del Sind?169

La barbarie del decennio a venire è qui annunciata con precisione, quando nessun altro la vede ancora profilarsi.

Gandhi fa poi la conoscenza di un giornalista americano, Louis Fischer, corrispondente del giornale newyorchese «The Nation», che ha passato quindici anni come corrispondente a Mosca. Fischer descrive un uomo in sorprendente forma fisica per i suoi settant’anni: «La sua stretta di mano è salda. Il suo corpo non è quello di un uomo anziano. La sua pelle è morbida ed elastica, abbronzata»48. Anche un altro giornalista, l’inglese Francis Watson, dice che Gandhi dà l’idea di un «abbronzato benessere»167.

Mentre il mondo sta entrando nella tragedia, un giornalista hindu trova il tempo di scrivere che il voto di castità di Gandhi è solo un «manto» per nascondere la sua «sensualità» e fa cenno ai «massaggi» che gli pratica la dottoressa Sushila Nayar. Il «Bombay Chronicle» riporta queste affermazioni. Gandhi se ne difende energicamente il 4 novembre, su «Harijan»:

La povera dottoressa Sushila Nayar è stata pubblicamente trascinata nel fango, per aver commesso il crimine di farmi dei massaggi e somministrarmi dei bagni terapeutici, due cose per cui lei è la più qualificata nel mio entourage. Ai curiosi vorrei spiegare che queste operazioni non si svolgono in privato e che durano più di un’ora e mezza, tempo che sfrutto per sonnecchiare o per sbrigare delle pratiche con Mahadev, Pyarelal o altri. Queste calunnie, che io sappia, sono iniziate durante la mia campagna a favore degli intoccabili. Il brahmacarya mi si è imposto e mi fa vedere la donna come la madre dell’uomo; essa è troppo sacra per l’amore fisico. Ogni donna è per me una sorella o una figlia [...]. Ricordiamoci che, nell’asram di Sevagram, non esistono luoghi privati. Se fossi attratto sessualmente dalle donne, avrei un grande coraggio, anche a quest’età, a diventare poligamo... Ma io non credo all’amore libero, che sia esso segreto o alla luce del giorno.169



L’errore del Congresso

Alla fine di novembre, per protestare contro la dichiarazione di guerra alla Germania, i ministri del Congresso si dimettono dai governi provinciali, su istigazione di Nehru e Bose. Jinnah capisce che si tratta di un errore fondamentale: pazzo di gioia, proclama che intende celebrare tale giorno come quello «della liberazione dalla tirannide, dall’oppressione e dall’ingiustizia» subite dai musulmani nei due anni e mezzo in cui il Congresso ha governato. «La cultura musulmana è stata distrutta, la vita religiosa e sociale dei musulmani attaccata, l’opinione dei musulmani messa in ridicolo, i diritti economici e politici dei musulmani calpestati»169. Queste dimissioni si riveleranno in effetti un autogol colossale, poiché il Congresso perde tutti i suoi mezzi d’azione lasciandoli ad altri, tra cui la Lega, che ci guadagnerà un’influenza considerevole presso le masse musulmane.

A dicembre, alla sessione del Congresso riunita a Tripuri, Gandhi è sempre isolato e Subhas Chandra Bose ottiene un secondo mandato. Appena rieletto, Bose ripete che bisogna attaccare gli inglesi: «Se qualcuno vi dà uno schiaffo, dovete ridargliene due». Dopo aver invano proposto a Gandhi di mettersi alla testa delle manifestazioni violente154, ne organizza lui stesso una a Calcutta, lanciando in particolare come parola d’ordine la demolizione di un simbolo importante agli occhi degli inglesi, lo Holwell Monument, all’angolo di Dalhousie Square, che ricorda la storia, a volte messa in dubbio, della morte di oltre 150 persone, indiane e inglesi, in un “buco nero” (black hole) in cui sarebbero state buttate su ordine del navab del Bengala, il 21 giugno 1756; ne erano sopravvissute solo 20. Questa manifestazione si spinge troppo oltre per i dirigenti del Congresso che, su istigazione di Gandhi, rifiutano di lavorare con lui e alla fine Bose non può che dimettersi.

Gandhi recupera dunque la sua influenza e ottiene che un musulmano, suo vecchio amico dell’”azione per il Califfato”, “Maulana” Abiul Kalam Azad, che aveva già rivestito la presidenza del Congresso nel 1923, la riassuma; poi cerca di riavvicinarsi al primo ministro musulmano del Punjab, Sir Sikandar Hyat Khan.

Bose viene arrestato dagli inglesi e, in seguito a uno sciopero della fame di una settimana, messo ai domiciliari; quindi cerca appoggio dai tedeschi. Gandhi, dal canto suo, non ne vuole sentir parlare: «Sappiamo cosa significa il giogo britannico per noi e per le razze non europee del mondo. Ma non vorremo mai mettere fine alla dominazione britannica con l’aiuto tedesco»169.

Insiste nel ripetere che la nonviolenza deve essere la regola, che bisogna controllarsi, non agitarsi, restare calmi, riflettere, prendersi tempo prima di reagire. Che a tale scopo l’arcolaio è per lui più necessario che mai. Il 30 dicembre, scrive un testo magnifico che mostra, anche in quei tempi estremi, l’importanza dell’autocontrollo:

Da vent’anni sostengo che esiste un legame vitale tra satyagraha [protesta] e carkha [arcolaio], e più questa convinzione è criticata più mi sembra essenziale. Altrimenti non sarei così stupido da continuare a far girare l’arcolaio, ogni giorno, a casa e in treno, a dispetto dei consigli dei medici. Io voglio che anche voi facciate girare il carkha con la stessa fede. Se non lo fate, se non indossate abitualmente la khadi, mi deluderete e deluderete il resto del mondo.169

La guerra non fa ancora sentire tutti i suoi effetti sull’India; intanto il 10 gennaio 1940 il viceré vieta molti giornali e altri, tra cui lo «Harijan», sono posti sotto il controllo di una censura più stretta. Gandhi rende visita, a Calcutta, a Charles Friar Andrews, l’amico di sempre, il discepolo di Gokhale, così rappresentativo di quegli inglesi per cui niente al mondo conta più dell’India; nel 1913 lo aveva raggiunto in Sudafrica e da allora lo aveva seguito; ora Andrews è in punto di morte. Parlano di Kallenbach che, sebbene ebreo, è stato appena arrestato in Sudafrica in quanto cittadino tedesco. Andrews mormora con un triste sorriso: «Mohan, l’indipendenza si avvicina e io non la vedrò...».

A marzo, in una conferenza a Lahore, Jinnah afferma che non accetterà nient’altro che l’indipendenza delle regioni a maggioranza musulmana del Nord-Ovest e dell’Est del subcontinente, e aderisce al nome “Pakistan”, che significa ‘terra dei puri’ e le cui lettere sono le prime o le ultime dei nomi di queste regioni: Punjab, Kashmir, Sind, Beluchistan. Questo progetto, che i delegati musulmani alla tavola rotonda di Londra nel settembre del 1931 hanno denigrato come un «progetto da scolaro», diventa un obiettivo realistico. Gandhi lascia trapelare la sua collera contro Jinnah ed esclama109: «Il suo nome potrebbe essere quello di un hindu. Quando l’ho conosciuto, addirittura ignoravo che fosse musulmano»169. Quel giorno, infatti (il 12 gennaio 1915), gli aveva rimproverato di rivolgersi a lui in inglese. Gandhi fa tuttavia una concessione: «I musulmani devono avere gli stessi diritti all’autodeterminazione degli altri indiani. Per il momento, noi siamo una famiglia unita che ciascuno dei suoi membri deve poter lasciare»169.



L’ostinazione pacifista

Nel marzo del 1940, quando l’invasione delle isole britanniche da parte dei tedeschi sembra imminente, Gandhi espone le sue idee pacifiste e spiega agli inglesi in uno sbalorditivo articolo sullo «Harijan»:

Io vorrei che deponeste le armi, inutili per salvarvi, voi o l’umanità. Inviterete Herr Hitler e il signor Mussolini a prendere quelli che vogliono tra i paesi che chiamate le vostre “colonie” [...]. Se questi gentiluomini scegliessero di occupare anche casa vostra, voi gliela lascerete. Se non vi permettessero di andarvene, voi vi lascerete massacrare, uomini, donne e bambini, ma rifiuterete di servirli.169

Davanti alle proteste, precisa:

Sono stato a torto accusato dai miei detrattori di aver vilmente suggerito agli inglesi di capitolare davanti al nazismo, mentre ho solo consigliato loro di deporre tutte le armi e lasciare che i nazisti invadano la Gran Bretagna, se osano, ma ho anche suggerito loro di rinforzare la fermezza interiore per non vendersi ai nazisti. Per riuscirci, una condizione necessaria è la rinuncia totale a ciò che non è essenziale.169

La censura si interessa sempre più al suo giornale.

Il 5 aprile arriva la triste notizia, attesa, della morte di Charles Andrews. È tutto il Sudafrica che torna alla memoria di Gandhi. Scrive sullo «Harijan» del 13 un bell’articolo sul solo uomo che lo chiamasse ancora Mohan:

Nessuno probabilmente ha conosciuto Charlie Andrews bene quanto me [...]. Quando ci siamo conosciuti in Sudafrica, nel 1913, siamo diventati fratelli e lo siamo rimasti fino alla fine [...]. Non era un’amicizia tra un inglese e un indiano, ma un legame indistruttibile tra due servitori e ricercatori della verità. Se abbiamo davvero caro il ricordo di Andrews, in noi non ci sarà odio verso gli inglesi, di cui lui era uno dei migliori e più nobili.169

Un po’ dopo, davanti alla durezza della censura, Gandhi decide di chiudere lo «Harijan». L’8 maggio firma l’ultimissimo editoriale:

Le mie conversazioni settimanali con voi mi mancheranno, e spero che mancheranno anche a voi [...]. Un corrispondente mi supplica di non sospendere lo «Harijan», perché, dice, la sua personale nonviolenza si nutre di ciò che trova in esso. Se davvero è stato così, questa restrizione accettata dovrebbe avergli insegnato ancora di più dell’insipida prosecuzione della lettura settimanale dello «Harijan».169

A Londra, il 10 maggio, Winston Churchill, che detesta Gandhi ed è convinto che l’Impero resterà lì ancora per mille anni, succede a Neville Chamberlain, malato e contestato dopo il fallimento della spedizione franco-britannica in Norvegia. Da sempre Churchill pensa che l’India sia solo un’«entità geograficamente astratta» e che qualsiasi movimento verso l’indipendenza di questo «non insieme» sboccherebbe in una spaventosa guerra civile. Gandhi spiega dunque a tutti, al Congresso, che non ci si può aspettare più niente dagli inglesi.

La “strana guerra” continua con la sconfitta del Belgio, poi quella della Francia. Il 18 giugno (all’indomani del cessate il fuoco ordinato dal maresciallo Pétain, presidente del Consiglio, e il giorno stesso in cui il generale De Gaulle esorta al contrario alla resistenza) Gandhi parla della nonviolenza e di Gesù introducendo delle sottili distinzioni:

Gesù ha espresso in modo immediato e vivo la grande dottrina della non-cooperazione nonviolenta. La non-cooperazione con l’avversario è “violenta” quando si rende colpo per colpo e, in tal caso, essa è in fin dei conti inefficace. La non-cooperazione è “nonviolenta” quando si cede tutto all’avversario invece di dargli solo ciò di cui ha bisogno. Lo si può disarmare una volta per tutte solo con una “non-cooperazione nonviolenta” che in realtà è la sola vera non-cooperazione completa.169

Gandhi reclama per l’India la libera scelta. Dichiara a un giornalista britannico, Henry Noel Brailsford, che segue le vicende indiane da oltre vent’anni:

Voialtri inglesi sperate, in caso di vittoria, di dare la libertà agli austriaci; ma non vi verrebbe mai in mente di redigere la loro Costituzione a Westminster o a Parigi, vero? [...] Invece, nel caso dell’India, nel cervello dei vostri governanti vi è il pensiero radicato che è il Dio degli inglesi a dover disegnare la pianta della casa nella quale vivranno gli indiani. I vostri funzionari ne elaboreranno il progetto, il vostro Parlamento dibatterà un emendamento l’anno, gli uomini bianchi che rappresentano Cardiff o Clapham voteranno per decidere se l’India deve avere una o due Camere, un suffragio universale o censuario...109

Rammentando quel giorno lontano di giugno del 1924 in cui ha impedito a Mahadev Desai di andare a vedere le cascate di Jog, lo manda a portare un messaggio al divan di Mysore, Sir Mirza Ismail: «Quando sarai a Mysore, sarai vicinissimo alle cascate di Jog. Valle a vedere: ho scritto a Sir Mirza di organizzarti un’escursione. La tua missione a Mysore richiederà diversi giorni, il tuo ritorno non è urgente»169.



L’“offerta d’agosto”

La disfatta francese suscita una forte reazione di inquietudine in India: se la Gran Bretagna non riesce a contenere l’ondata tedesca, niente potrà impedire a Hitler di puntare verso il Mediterraneo e magari anche di marciare sull’India. A luglio, il direttivo del Congresso scopre la vulnerabilità del subcontinente, rimpiangendo di avere lasciato i governi locali, si annoia nell’inattività e fa una concessione: non reclama più l’indipendenza immediata ma annuncia che, se il governo inglese si impegna senza ambiguità a dare l’indipendenza all’India alla fine della guerra (questo ormai è fuori discussione), esso è pronto a partecipare immediatamente a un governo di difesa nazionale, dunque a partecipare alla guerra. Gandhi, che insiste a ribadire il suo imperativo di nonviolenza, è esplicitamente messo da parte. Il comitato aggiunge con un bel po’ di ipocrisia: «Pur tenendo a precisare che il Congresso continua ad aderire rigidamente al principio di nonviolenza nella sua lotta per l’indipendenza, il comitato esecutivo [...] è giunto alla conclusione che gli è impossibile raggiungere lo scopo con Gandhi, pur riconoscendogli la libertà di seguire il suo grande ideale»169.

Gli inglesi non sanno che farsene e continuano ad arruolare centinaia di migliaia di indiani nelle loro truppe. Il viceré resta fermo: con un dispaccio segreto, il 2 agosto, conformemente all’ordinanza di Lord Willingdon del gennaio del 1932, autorizza i governatori a considerare «un atto ostile volto ad aiutare i nemici del re» qualsiasi rifiuto d’obbedienza all’autorità inglese, in particolare qualsiasi atto di indisciplina nell’esercito o verso di esso. Sei giorni dopo Londra concede, con un comunicato del viceré, che dopo la guerra una “Costituzione” sarà elaborata dal popolo indiano, ma respinge l’idea di instaurare un governo nell’immediato109; lui accorda solo l’apertura dell’attuale Consiglio consultivo del viceré a qualche «indiano rappresentativo» e la creazione di un vago «Consiglio di guerra consultivo» che include rappresentanti delle province, dei principati e di altri interessi che rappresentino «la globalità della vita nazionale indiana»; facoltativi, i pareri di questo consiglio saranno subordinati alle esigenze inerenti alle «responsabilità speciali» degli inglesi verso i principi, le minoranze e la difesa. In altre parole: niente.

Enorme delusione del Congresso: la promessa di emancipazione dopo la guerra è davvero troppo vaga; le parole “Assemblea Costituente” non sono pronunciate. Peggio ancora, forse: questa dichiarazione dell’agosto del 1940 racchiude anche, quasi en passant, una prima tacita ammissione che il governo di Londra è pronto a prendere in considerazione la divisione dell’India. Infatti vi si trova, proprio alla fine del comunicato del viceré: «Inutile dire che il governo britannico non potrà pensare al trasferimento delle sue attuali responsabilità in materia di pace e salute pubblica in India a un sistema governativo la cui autorità sarebbe categoricamente smentita da ampi e potenti settori della vita nazionale indiana»109.

Questa “offerta d’agosto” (come sarà chiamata d’ora in poi) non si avvicina minimamente a quanto il Congresso sarebbe disposto ad accettare per cooperare con gli inglesi. Esso perciò si riavvicina a Gandhi. A fine agosto, Nehru esprime la sua delusione in un articolo pieno di humour intitolato “Al crocevia”:

Dopo la guerra, noi avremo (o almeno questo ci propongono, ma il destino può decidere diversamente) una nobile assemblea di maharajah tempestati di perle, di personalità ricoperte di decorazioni, uomini d’affari europei e alti funzionari dell’amministrazione imperiale, più qualche semplice mortale, tutti seduti assieme, senza dubbio sotto la presidenza del viceré, intenti a redigere la Costituzione indiana. È così che l’India eserciterà il proprio diritto all’autodeterminazione.20

Infatti, neppure lo stesso governo britannico attribuisce la minima importanza alla propria proposta, convinto che Gandhi scatenerà comunque un movimento di protesta popolare contro le velleità belliciste del Congresso e che la nonviolenza avrà la meglio. È proprio ciò che accadrà, con gran soddisfazione del viceré...



Il “satyagraha rappresentativo”

Il 27 agosto, Gandhi è ricevuto a Simla e si mostra molto scontento della minaccia di divisione che contiene l’offerta di agosto: «Dovrete farmi a pezzi prima di dividere l’India!». Aggiunge anche che i musulmani dopo tutto non sono che degli hindu convertiti! All’inizio di settembre, il comitato esecutivo del Congresso si riunisce a Bombay, in presenza di Gandhi, per studiare l’offerta britannica. Naturalmente, viene respinta su tutti i fronti. I delegati chiedono allora a Gandhi di riprendere la guida del partito e di condurre una campagna di protesta. Lui accetta.

Resistendo alla pressione dell’ala sinistra del Congresso che vorrebbe scatenare un movimento violento, Gandhi intende porre la campagna sul terreno del pacifismo e ottenere dagli inglesi il diritto di esprimersi contro la mobilitazione dell’India. Avendo imparato la lezione dal satyagraha di Rajkot che è stato un disastro perché vi sono state coinvolte troppe persone senza discernimento, Gandhi propone di limitare la campagna ad arringhe pacifiste da parte di militanti selezionati, poi da manifestanti sempre più numerosi, il tutto organizzato secondo un ordine preciso. Pensa a come mettere in ginocchio l’amministrazione britannica: affollare le prigioni, bloccare i circuiti amministrativi, sempre nella massima calma e senza violenze. Chiede addirittura ai futuri manifestanti, che sceglie lui stesso tra i leader del Congresso, di avvisare in anticipo i funzionari residenti britannici del distretto in merito al luogo e all’ora dei loro discorsi pubblici. Fissa lui stesso il tema di questi discorsi: «È sbagliato fornire aiuto con uomini o denaro allo sforzo bellico inglese. Il solo sforzo nobile è opporsi alla guerra con la resistenza nonviolenta».

Tutti sanno che saranno arrestati e che il Partito del Congresso sarà dichiarato fuorilegge. Gandhi d’altra parte spiega che per questa battaglia vuole solo persone preparate al peggio:

Io guiderò questo movimento finché sarò in libertà. Se sarò arrestato, il movimento continuerà da solo nella misura in cui le persone avranno assimilato la nonviolenza. I membri del Congresso devono restare calmi e sereni. Ciascuno o ciascuna agirà di propria iniziativa. Se lui o lei si sente in grado di fare della disobbedienza civile, la via è semplice. Altrimenti, che seguano l’ordine del giorno del programma “costruttivo”.169

È la stessa strategia del 1930: “paralizzare” gli inglesi, sopraffarli. Gandhi descrive di nuovo la sua utopia, quel «programma costruttivo»: unione tra hindu e musulmani, proibizione dell’alcol e dei tessuti stranieri, filatura e tessitura, istruzione primaria, artigianato, istruzione degli adulti, promozione delle donne, sanità e igiene, sviluppo dell’hindustani e riduzione delle disuguaglianze economiche. Continua a dire che il movimento non ha senso in sé senza un ritorno alla civiltà indiana. Che anche l’indipendenza è niente, se non si ripensa il futuro:

Condurre un movimento di disobbedienza civile senza il programma costruttivo, è come voler afferrare un cucchiaio con una mano paralizzata. Chi pensa che le principali riforme si produrranno una volta ottenuta l’indipendenza [swaraj], non capisce niente dello swaraj nonviolento. Esso non pioverà dal cielo un bel giorno. Bisogna costruirlo un pezzetto alla volta, grazie allo sforzo personale di tutti.109

Queste restrizioni autoimposte sono una piacevole sorpresa per il viceré.

La guerra raggiunge l’Asia e si avvicina all’India: approfittando della disfatta francese contro la Germania, i giapponesi intimano al governatore dell’Indocina, Catroux, di chiudere la frontiera tra il Tonchino e la Cina (20 giugno) e prendono il controllo della ferrovia. Il 25 settembre occupano delle basi, poi una parte del territorio, lasciando al suo posto l’amministrazione coloniale attualmente diretta da Decoux che collabora con loro a Dalat, proprio come, in Francia, avviene a Vichy con i tedeschi17.

Il 17 ottobre, il primo leader scelto da Gandhi per manifestare, Vinoba Bhave, pronuncia un discorso a Paunar, vicino a Wardha. È arrestato quattro giorni dopo e condannato a tre anni di prigione. Il 1° novembre è il turno di Nehru, arrestato sulla strada di Allahabad e condannato a quattro anni di prigione.



«Lei non è il mostro...»

Mentre questa offensiva pacifista prende piede, Gandhi intende conferirle una dimensione internazionale e mostrare che la sua causa non è ostile alla Gran Bretagna. Il 24 dicembre, scrive a Hitler un’altra lettera di una franchezza che può sembrare naïf, in cui dice, ed è una novità, che non auspica la vittoria della Germania: «Caro amico, se vi chiamo “amico” non è per formalità. Noi non dubitiamo del vostro coraggio, del vostro amore per la vostra patria, e non crediamo nemmeno che siate il mostro dipinto dai vostri avversari»169. Poi rettifica:

Ma i vostri scritti e le vostre dichiarazioni, come quelle dei vostri amici e ammiratori, non permettono di dubitare che una gran parte delle vostre azioni non siano mostruose e lesive della dignità umana, soprattutto agli occhi di chi, come me, crede nell’amicizia universale. Mi riferisco all’umiliazione che avete inflitto alla Cecoslovacchia, alla violazione della Polonia e all’annessione della Danimarca. Io sono cosciente che, nella vostra concezione della vita, queste spoliazioni sono atti degni di lode. Ma noi abbiamo appreso sin dall’infanzia a considerarli atti umilianti per l’umanità. Dunque non possiamo augurarci il successo delle vostre truppe.

Poi mette il colonialismo sullo stesso piano del nazismo:

Ma la nostra posizione è unica; noi resistiamo all’imperialismo britannico come al nazismo. Io vi chiedo dunque, in nome dell’umanità, di cessare la guerra [...]. Avevo intenzione di rivolgere un appello congiunto a voi e al Signor Mussolini che ho avuto l’onore di incontrare all’epoca del mio viaggio in Inghilterra come delegato alla conferenza della tavola rotonda. Spero che vogliate considerare questa mia come indirizzata anche a lui, con le necessarie distinzioni.

Conclude con queste frasi premonitrici:

Se non saranno gli inglesi, qualche altra potenza potrà affinare i vostri metodi e battervi con le vostre stesse armi. Voi non lasciate al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Esso non potrà inorgoglirsi alla narrazione di atti di crudeltà, per di più accuratamente organizzati.169

Nessuno ricorderà che lui ha affermato di non auspicare la vittoria dei nazisti. In compenso nessuno dimenticherà la terribile frase introduttiva di questa lettera: «Non dubitiamo del vostro coraggio, del vostro amore per la vostra patria, e non crediamo nemmeno che siate il mostro dipinto dai vostri avversari»169.

Spinge uno dopo l’altro i suoi amici per le strade a pronunciare discorsi pacifisti e il 3 dicembre in prigione ci sono circa 400 leader del Congresso, di cui 29 ex ministri provinciali. L’“armatura d’acciaio” regge. Gandhi non considera questo risultato come una sconfitta. Lui pensa che il tempo giochi a favore dell’India e che nel giro di qualche anno, quando decine di migliaia, o anche milioni di persone avranno agito allo stesso modo, l’Inghilterra si stancherà e il Congresso erediterà il potere pacificamente; gli basterà preservarsi, quale che sia l’esito delle battaglie.



«Sepolto a Sevagram»

Il 30 dicembre 1940, ovvero dopo tre mesi di presidenza del Congresso, Gandhi, di propria iniziativa, lascia la leadership dell’organizzazione, ma mantiene quella della campagna di disobbedienza passiva. La estende a migliaia di persone in base a liste stilate dai comitati locali, che lui esamina e convalida una per una di persona54. Queste migliaia di cittadini manifestano ogni giorno civilmente e sono arrestate senza violenza. Il viceré non se ne preoccupa: l’”armatura d’acciaio” ha retto a situazioni ben peggiori! In una circolare segreta che invia il 29 gennaio 1941 ai governatori provinciali, spiega anche che la moderazione di Gandhi rende inutile il ricorso ai poteri speciali e chiede ai suoi sottoposti che le pene comminate ai satyagrahi siano leggere, per evitare provocazioni. Infatti, i processi non fanno molto rumore...

Durante l’inverno del 1941, ad eccezione di un viaggio a Bombay e un altro ad Allahabad nel febbraio del 1941, Gandhi resta, secondo le sue testuali parole, «sepolto a Sevagram»: «A Sevagram riesco a pensare meglio e più chiaramente che in qualsiasi altro luogo, per il semplice motivo che qui ho creato un’atmosfera propizia al mio sviluppo. Con lo scorrere del tempo, il mio corpo si deteriora, ma non la mia saggezza, o almeno lo spero. Invecchiando mi sembra di vedere le cose con maggiore lucidità»169.

A Londra, il ministro dell’India, Sir Leopold Amery, dichiara che il movimento di protesta, «tanto spiacevole quanto irrazionale, segue il suo corso svogliatamente, senza suscitare molto interesse». Quando il giornale «Hindu Times» aggiunge che il movimento non ha alcun tipo di influenza sullo sforzo bellico, Gandhi ribatte che non è questo il suo scopo. Esso è fatto, dice, per preparare gli indiani a cambiare la loro anima e a volere l’indipendenza. Da questo punto di vista, ha ragione: dalla prova usciranno dei militanti agguerriti.

A fine marzo, Gandhi estende il movimento ai militanti di base del Congresso. Gli inglesi reggono ancora il colpo. Circa 25.000 persone sono già in carcere per «disobbedienza civile individuale». Ma questo non è un problema: le prigioni indiane sono grandi...



Bose diventa Netaji

Inizia allora una singolare avventura personale: uno dei leader del Congresso prenderà il comando di un esercito indiano alleato alle forze dell’Asse per combattere l’Inghilterra. E non un leader qualsiasi: il capo principale dell’ala sinistra del partito, quello di cui Gandhi diffida da tempo, l’ex presidente del Congresso, Subhas Chandra Bose, attraversa il Rubicone! Mentre si trova agli arresti domiciliari a Calcutta, a gennaio evade, attraversa l’India e passa in Afghanistan con l’aiuto dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi56! Il suo obiettivo: costituire un esercito e scagliarsi contro gli inglesi. Il suo progetto è ricalcato su quello di venticinque anni prima di Jatin Mukherjee: entrare in India dal confine birmano alla testa di truppe equipaggiate dal Reich. Dopo peripezie epiche (grazie a un passaporto italiano, sotto il nome di “Orlando Mazzotta”, inseguito dagli agenti dei servizi segreti inglesi e poi intercettato dai loro colleghi dell’NKVD) giunge a Mosca nel marzo del 1941. Bose conta sul tradizionale appoggio della Russia contro la presenza britannica in India56. I sovietici non se ne vogliono immischiare. Meditano di spedirlo in un gulag, poi lo affidano all’ambasciatore tedesco a Mosca, il conte Von der Shulenburg, che, il 9 aprile, lo manda a Berlino su un aereo speciale, solo poche settimane prima dell’invasione a sorpresa dell’URSS da parte dei tedeschi, il 22 giugno 1941, e il proprio richiamo in patria56.

Bose non è né nazista né antisemita; la questione ebraica non lo riguarda più della questione europea. Come tutti gli altri leader del Congresso, è anti-inglese e ostile alla presenza ebraica in Palestina perché ha bisogno dell’appoggio dei musulmani in India. A Berlino, dopo aver atteso a lungo, è ricevuto dal ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop, nel suo ufficio nella Wilhelmstrasse. Gli chiede di pronunciarsi a favore dell’indipendenza dell’India e di quella dei paesi arabi, tra cui la Palestina. Soprattutto, chiede dei finanziamenti per creare una stazione radio, avviare delle attività clandestine in Afghanistan e creare un governo in esilio. Il governo tedesco non si mostra affatto ansioso di rispondergli.

Qualche giorno dopo, il 28 maggio, il generale Smuts, divenuto di nuovo primo ministro dell’Unione Sudafricana, è promosso maresciallo dell’esercito britannico; secondo il segretario personale di Churchill, John Colville, Giorgio VI l’avrebbe addirittura designato segretamente per subentrare a Churchill nella carica di primo ministro se questi fosse venuto a mancare nel corso della guerra.

L’8 giugno, un’armata composta da truppe inglesi e soldati francesi arruolati nella Francia Libera penetra in Siria. Il 22 giugno, le truppe di Hitler penetrano nel territorio sovietico. Per Bose, significa la speranza di poter tornare in India passando per l’Afghanistan. L’Indocina francese passa sotto il controllo militare del Giappone, il 21 luglio, con il trattato di Vichy. Ho Chi Minh crea il Vietminh, che organizza la resistenza armata contro i francesi nel nord della penisola.

Il 7 agosto muore Rabindranath Tagore; Gandhi, all’epoca a Sevagram, scrive qualche banalità sul grande uomo che l’ha tanto aiutato: «la morte di Rabindranath Tagore ci priva del più grande poeta dei nostri tempi e di un ardente nazionalista che fu anche un eminente umanista...»169. Nel suo diario scritto in prigione, Nehru quel giorno elabora un’idea assai più interessante: «Forse è meglio per Tagore essere morto adesso e non vedere tutti gli orrori che si stanno per accumulare sul mondo e sull’India. Ne aveva visti abbastanza, ed era irreparabilmente triste e malinconico»120. Poi lo paragona a Gandhi: «Due caratteri molto diversi, entrambi tipici dell’India, nella stirpe dei difensori dei diritti dell’uomo. Non grazie a una qualità particolare, ma grazie al “tous ensemble” [in francese nel testo]».

Il 14 agosto, Churchill e Roosevelt firmano il Patto Atlantico che prevede il «diritto di ognuno di scegliere la forma di governo sotto la quale deve vivere»: esso servirà come base per la carta delle Nazioni Unite, ma naturalmente, nella mente di Churchill, i magnifici principi che contiene non si applicano agli indiani.

Mentre Bose vegeta a Berlino, bussando a tutte le porte, altri leader indiani scelgono il campo della Gran Bretagna. Il 19 settembre, Sri Aurobindo manda dunque al governatore di Madras il suo contributo finanziario a una colletta del viceré a beneficio della difesa24. Contemporaneamente, invia con un vaglia postale alcune centinaia di sterline al generale De Gaulle, a Londra: «È per la difesa della civiltà e dei suoi valori sociali, culturali e spirituali più alti, e di tutto il futuro dell’umanità [...]. Attendiamo con impazienza la vittoria della Gran Bretagna e, come risultato ultimo, un’era di pace e di unità tra le nazioni e un ordine mondiale migliore e più sicuro»24.

Il 2 novembre, a Berlino, Bose riceve finalmente il consenso e i mezzi tanto attesi per creare una radio e reclutare delle truppe, ma non ancora l’autorizzazione a costituire un governo in esilio57. Quindi scimmiotta tutti i simboli nazisti, adotta come saluto «Jay Hind!» (‘Vittoria all’India!’, o ‘Viva l’India’), il canto di Tagore, Jana Gala Mana, come inno nazionale, e dalle sue poche reclute si fa chiamare «Netaji», (netaji significa ‘timoniere’, in hindi)13. D’ora in poi, chiameremo Bose esclusivamente con questo nuovo nome. A dicembre, con i 15 primi volontari reclutati tra i prigionieri fatti da Rommel nell’esercito inglese, costituisce una Legione Indiana in miniatura, distaccamento che presenta come l’epigono della «Grande Rivoluzione del 1857, chiamata impropriamente “rivolta dei Sepoy” dagli storici inglesi, ma che è considerata dal popolo indiano come la sua prima lotta per l’indipendenza»13.



Tra la Germania e il Giappone

Il 4 dicembre, il viceré fa rilasciare i 25.000 prigionieri della campagna del satyagraha perché, dice, è «sicuro che quelli che contano in India ora sono determinati a sostenere lo sforzo bellico fino alla vittoria finale»... Nehru e gli altri riacquistano la libertà. In altre parole, la campagna dei discorsi pacifisti non è servita a niente, se non ad accelerare la mobilitazione dei giovani che si ritrovano ben presto in prima linea...

Tre giorni più tardi, il 7 dicembre, l’attacco giapponese a Pearl Harbor, provocato soprattutto dall’embargo americano sul petrolio, sconvolge la fisionomia della guerra, per l’India come per il resto del mondo: determina l’entrata in guerra degli Stati Uniti e della Gran Bretagna contro il Giappone. Questo ormai ha tutti i motivi per prendersela con l’India. Ma il Giappone, per l’India, è tutta un’altra cosa dalla Germania. Se gli indiani possono disinteressarsi di un assai improbabile attacco tedesco, non possono non temerne uno giapponese. E le truppe nipponiche stazionano già in Cina e in Indocina... Il 10 dicembre, due navi britanniche sono affondate dai giapponesi; l’11 la Germania e l’Italia dichiarano guerra agli Stati Uniti.

Il 15, Churchill si reca negli Stati Uniti per la conferenza Arcadia che riunisce tutti i capi di Stato Maggiore alleati per ripensare la loro strategia. Si parla soprattutto del teatro delle operazioni in Europa, ma anche un po’ del Pacifico; e dato che parlare del Giappone significa parlare anche del resto dell’Asia, Roosevelt chiede a Churchill se la concessione dell’indipendenza all’India non potrebbe contribuire alla mobilitazione di quel paese contro Tokyo per stabilizzare le proprie forze. Churchill racconterà nelle sue Memorie: «Io reagii immediatamente e con tale forza che lui non sollevò mai più la questione!»25.

La minaccia si ingrandisce: il 21 dicembre la Thailandia firma un patto con il Giappone e un mese dopo dichiara guerra a Stati Uniti e Gran Bretagna, dunque all’India. Contemporaneamente, il Giappone occupa gran parte dei possedimenti inglesi, olandesi e americani nel Sudest asiatico. Il 22, a Ottawa, Churchill e Roosevelt decidono di unire le loro forze contro la Germania nazista e il Giappone. L’Inghilterra entra subito in guerra contro Tokyo; il viceré fa automaticamente altrettanto, a nome dell’India, come aveva fatto contro la Germania due anni prima. Furioso come all’epoca, il Congresso si riunisce per trovare una risposta.

Il 23 dicembre, il comitato esecutivo del partito, convocato a Bardoli, sotto la presidenza di Maulana Azad, continua a sostenere in linea di principio il programma di resistenza civile del settembre del 1940 per il quale tutti sono finiti in prigione, ma ora propone anche, nonostante il parere contrario di Gandhi, di cercare un accordo con il governo britannico per agire congiuntamente contro i giapponesi. Gandhi si indigna e ripete che lui non vede differenza tra colonialismo e fascismo: «Tutto, in India, scaturisce dall’ostilità e dalla diffidenza verso il governo britannico; le grandi promesse non potranno cambiare niente e nessun indiano potrà offrire volontariamente il suo aiuto a un imperialismo arrogante che non differisce dall’autoritarismo fascista»169. Alla fine della riunione, dichiara ad Azad di sapere che «La maggior parte dei membri [del comitato esecutivo] hanno un’interpretazione diversa dalla [sua]: essi affermano che l’opposizione alla guerra non ha bisogno di essere posta sul terreno della nonviolenza». Il viceré autorizza Gandhi a far uscire di nuovo «Harijan», mentre Nehru esorta a «una guerriglia di resistenza» contro il viceré stesso.

Qualcuno non si ferma lì. Un militante estremista, già incontrato molto tempo fa, Vinayak Savarkar, decide di metter su un’organizzazione clandestina, lo Hindu Rashtra Dal, per compiere ciò «che un partito politico non può permettersi»86. Il figlio di uno dei suoi secondini, di cui si è già parlato, Nathuram Godse, si unisce a lui ed è incaricato, insieme a un tale chiamato Narayan Apte, di allestire dei campi di addestramento86. In base a dei rapporti dei servizi segreti britannici in India, il CID (Criminal Intelligence Department), che vi invia degli infiltrati, questi campi servono alla pratica degli sport indiani, all’addestramento con esercizi fisici, al tiro con la carabina e allo studio dell’ideologia del partito. Il Dal non conterà mai più di 150 militanti13, ma tra questi figura il futuro assassino di Gandhi.



L’Inghilterra vacilla

Il 24 dicembre 1941, ecco un fulmine a ciel sereno: i giapponesi conquistano Hong Kong, fondamentale punto strategico dell’Impero britannico. Mentre Nguyen Ai Quoc, che assume lo pseudonimo di Ho Chi Minh, torna dopo trent’anni di assenza nella penisola indocinese e vi crea il Vietminh, gli Stati Uniti, meno di tre settimane dopo Pearl Harbor, annunciano il “programma della vittoria” che riorganizza la loro economia di guerra.

Se la stragrande maggioranza dell’intellighenzia indiana è antinazista, antifascista e antinipponica, e se Gandhi denuncia lo slogan giapponese «L’Asia agli asiatici» e incoraggia il boicottaggio delle importazioni giapponesi, i primi successi delle truppe del mikado attirano numerosi indiani che sperano di trovarvi degli alleati in grado di liberarli dagli inglesi.

A Berlino, Netaji ha avuto una figlia; vive in una villa lussuosa, con auto a disposizione e razioni speciali; la sua Radio India Libera trasmette programmi in diverse lingue, inoltre lui pubblica sotto lo stesso titolo un giornale bilingue, mentre il suo Centro India Libera ottiene uno status ufficiale. La Legione conta adesso 3500 uomini ben addestrati e ben equipaggiati, reclutati tra i soldati indiani incorporati nell’esercito inglese e fatti prigionieri in Africa13. Il generale Tojo, capo del governo di Tokyo, dichiara alla Dieta di essere pronto ad accoglierlo e ad aiutarlo a ottenere l’indipendenza dell’India. A questo punto Netaji vorrebbe partire, ma non ne ha i mezzi13. Tanto più che in Giappone sta prendendo forma un rivale omonimo: il 15 febbraio 1942, quando Singapore cade nelle mani dell’esercito giapponese, le truppe indiane che vengono fatte prigioniere si ritrovano poste sotto il comando di un certo capitano Mohan Singh, anche lui agli ordini di un certo Rasbehari Bose, omonimo di Netaji. Collaboratore di Jatin Mukherjee nel 1915, naturalizzato giapponese, per molto tempo a contatto con Tagore, Rasbehari Bose nomina Mohan Singh “comandante in capo” e si autoproclama “presidente del Comitato d’azione”. Il suo scopo è aiutare le forze nipponiche a insediarsi nell’Orissa, situata sulla costa del Bengala, abbastanza facile da raggiungere via mare dalla Birmania. Proprio lo stesso progetto di Netaji...

Ecco dunque che la Malesia a febbraio, seguita dalla Birmania a marzo cadono nelle mani dei giapponesi. La baia del Bengala si trova così completamente esposta alle incursioni della Marina nipponica. Su ordine degli inglesi, l’esercito indiano ne organizza la difesa affondando tutto ciò che potrebbe servire agli invasori, in particolare i pescherecci. Contro il parere di Gandhi, il Congresso chiede ai suoi militanti di partecipare a questa resistenza antigiapponese. Altri, come Mirabehn, preparano gli abitanti dell’Orissa a resistere in maniera nonviolenta a un’eventuale aggressione.

Il 25 febbraio 1942, Jamnalal Bajaj, detto il “quinto figlio” di Gandhi, tesoriere del Congresso da un quarto di secolo, muore. Gandhi scrive:

Ogni volta che parlavo di uomini ricchi che usavano la loro fortuna per il bene pubblico, avevo in mente quel principe mercante [...]. Il suo candore era tutto ciò che possedeva. Ogni casa che costruiva per lui diventava un Dharmasala [sic: Dharamsala, magnifica località indiana nella valle di Kangra, dove oggi vive il Dalai Lama]. Il suo contributo come satyagrahi era di primissimo ordine...169



La missione Cripps

L’Inghilterra ha più che mai bisogno della fedeltà dell’India per non dover impiegare troppe forze nel mantenimento dell’ordine, per reclutarne in vista dello sbarco in Europa che comincia a prepararsi e per resistere all’avanzata giapponese. Ma Churchill deve risolvere un’equazione apparentemente impossibile: come assicurarsi la sua fedeltà, senza aprire la strada all’indipendenza, di cui non vuole sentir parlare?

Il 25 febbraio 1942, al ministero della Difesa, il primo ministro riunisce attorno a tale questione Clement Attlee, Sir John Simon (divenuto Lord Cancelliere), James Grigg e John Anderson (alti funzionari che sono stati di stanza in India), Stafford Cripps e Leo Amery. Cripps è un personaggio assai curioso: avvocato, marxista, non è affiliato ad alcun partito e torna da una missione di due anni come ambasciatore a Mosca; molto popolare a Londra (Churchill lo considera un potenziale rivale), Amery, segretario di Stato dell’India, conservatore come Churchill, figura anche lui come potenziale rivale del primo ministro; nato in India da madre ebrea ungherese, Amery ama dire che «Churchill conosce i problemi dell’India quanto Giorgio III conosce quelli delle colonie americane»... Questa riunione sfocia in un vero e proprio colpo di fulmine. Poiché tutti fanno capire a Churchill che rimanere nello stato attuale è fuori questione, il primo ministro si rassegna a pensare a una nuova soluzione che va molto più lontano di quanto vorrebbe: subito dopo la guerra si terranno in India delle elezioni per un’assemblea costituente (finalmente spunta questa definizione) che elaborerà la Costituzione di un’Unione Indiana che diventerà un dominion «con lo stesso statuto di pieno diritto di tutti gli altri». I principati saranno invitati a designare dei rappresentanti a questa assemblea. L’Unione Indiana avrà anche il diritto di uscire dal Commonwealth.

Ma se l’indipendenza sarà l’esito di questo progetto, lo sarà anche la scissione del paese. Il governo di Londra si impegna infatti

affinché qualunque provincia dell’India britannica che non sia pronta ad accettare la nuova Costituzione conservi il suo statuto costituzionale attuale, con la garanzia di poter aderire in seguito, se lo decide. Per le province che rifiutassero l’Unione Indiana, il governo di Sua Maestà è pronto, se esse lo desiderano, a concedere loro lo stesso statuto di pieno diritto dell’Unione Indiana ottenuto con la stessa procedura sopra descritta.

I principati, «che vogliano o meno aderire alla nuova Costituzione, dovranno negoziare una revisione delle disposizioni dei trattati esistenti». Decisamente favorevole fin dagli anni Trenta all’indipendenza indiana, Attlee, ex funzionario dell’ICS, racconta nelle sue Memorie che il «progetto di dichiarazione» era «un piano complicato che ben riflette la posizione dei membri del governo che non erano convinti dell’autodeterminazione dell’India – specialmente il primo ministro»7... La proposta evidentemente va molto più lontano dell’offerta dell’agosto del 1940 per quanto concerne l’indipendenza, ma anche e soprattutto riguardo alla divisione.

Il giorno dopo a Savagram, Gandhi manda Mahadev Desai, stanco, a riposarsi a Nasik. Ma mentre si appresta a partire, arrivando alla stazione di Wardha, vicino Sevagram, quest’ultimo viene aggredito, leggermente ferito e ricoverato in ospedale. A Sevagram è stato appena installato il telefono. Nella notte tra la domenica e il lunedì 27, Gandhi fa avanti e indietro nervosamente tra il suo letto e la capanna dove c’è il telefono. Il suo giorno settimanale di silenzio è cominciato, perciò scrive le sue domande su pezzetti di carta che porge al telefonista. Il 27, Desai è di ritorno e Gandhi gli rivolge alcune parole di benvenuto: «È la prima volta dalla morte del nipote Maganlal che rompeva il suo silenzio settimanale35», nota Narayan, figlio di Mahadev Desai.

Il 1° marzo, Netaji dichiara guerra all’Inghilterra (perciò anche all’India) a nome del suo governo in esilio. Ha esitato a lungo: dovrà accettare di far sparare i suoi uomini su soldati indiani che indossano l’uniforme inglese. Joseph Goebbels scrive trionfalmente, quel giorno, sul suo Diario: «siamo riusciti a convincere il leader nazionalista indiano Bose a pubblicare una solenne dichiarazione di guerra all’Inghilterra. Essa sarà diffusa e commentata sulla stampa tedesca con la massima enfasi. In tal modo, da oggi avvieremo la nostra battaglia ufficiale a nome dell’India, anche se ancora evitiamo di riconoscerlo ufficialmente»81.

Intanto, il Giappone continua ad avanzare, facendo moltissimi prigionieri inglesi. Contro di loro, gli inglesi piazzano in fretta e furia un esercito indiano dotato di un inquadramento e di materiale bellico angloamericani, e mettono su un’organizzazione difensiva. Nei distretti costieri dell’Orissa, i più vicini alla Birmania, Mirabehn nota che gli abitanti sono più ostili verso gli inglesi che verso i giapponesi. I rifugiati indiani venuti dalla Birmania e dalla Malesia descrivono i soprusi degli inglesi; i pescatori del Bengala sono scandalizzati nel vedere l’esercito inglese distruggere migliaia di piccoli pescherecci per timore che cadano nelle mani dei giapponesi.

Il 6 marzo, Gandhi deve recarsi a Calcutta per incontrare il capo del governo cinese ripiegato a Chongqing, Chiang Kai-shek, venuto a sollecitare un’intesa tra indiani e cinesi contro Tokyo. Kasturba è malata e Gandhi non vorrebbe lasciarla54. Poi parte. Dal treno le scrive: «Non mi è piaciuto affatto lasciarti». È una delle rare testimonianze di affetto rivolte dal Mahatma alla moglie.

L’11 marzo Churchill annuncia alla Camera dei Comuni che manderà Stafford Cripps in India a esporre il “progetto di dichiarazione” ancora tenuto segreto. L’idea di mandare lontano in missione il suo rivale per vederlo fallire non dispiace affatto a Winston Churchill.

Cripps sbarca all’aeroporto di Nuova Delhi il 22 marzo. Fa venire Gandhi dal suo asram e gli mostra le proposte di cui è latore. Gandhi gli consiglia di tornare senza indugio a Londra: anche se, per la prima volta, il diritto dell’India a una costituzione e all’autodeterminazione è riconosciuto senza ambiguità, con un calendario e una procedura relativi all’esercizio di tale diritto, quello “di non adesione” concesso alle province e ai principati minaccia di far frammentare il paese in mille entità. È, dice Gandhi, come «staccare un assegno a vuoto a una banca in fallimento!», espressione che smentisce quando gli viene attribuita: «Ovviamente non ho detto niente del genere [...], ma la critica contenuta nell’espressione “assegno a vuoto” è assolutamente corretta».

Cripps a quel punto considera Gandhi come un nemico. Ma il Mahatma non è l’unico a respingere quel testo: Jawaharlal Nehru, alla lettura delle stesse proposte, ha la medesima reazione e confessa il «suo profondo sconforto». Consultato, Sri Aurobindo invece trova il progetto soddisfacente e lo scrive a Cripps. La piccola minoranza di uomini d’affari indiani che beneficiano dei contratti aperti dalla guerra approva anch’essa il piano. Il 30 marzo, Cripps dichiara alla radio di Delhi: «Il governo di Londra afferma senza equivoci che noi, inglesi, desideriamo che il popolo indiano acceda alla piena indipendenza». Prova a trattare. I leader del Congresso vogliono fare del “governo temporaneo” proposto loro la base di un governo nazionale («per la difesa e la salvezza dell’India») mentre gli inglesi non vogliono trasferirvi alcun potere, temendo di non poterselo riprendere dopo la guerra.

Nel frattempo, i giapponesi accumulano vittoria su vittoria in Birmania. Le città di Toungoo e Prome sono evacuate il 1° e il 3 aprile, giorno in cui Cripps dichiara al capo di Stato Maggiore delle truppe britanniche in India, il generale Wavell, che pensa di giungere a un accordo con il Congresso su tutti i punti, compreso quello sulla gestione del periodo di transizione: «Ritengo che senza dubbio arriverò a qualcosa di utile da qui alla settimana prossima: gli intoppi svaniscono e potremo, con reciproca buona volontà, risolvere tutte le difficoltà»154.

Il giorno dopo, Cripps presenta Nehru e Azad al generale Wavell, e li lascia discutere con un inviato di Roosevelt, il colonnello Louis Johnson, sulle competenze di un eventuale ministero indiano della Difesa154. Nehru e Azad accettano che il comando britannico controlli gli aspetti operativi della guerra, ma esigendo che il futuro governo provvisorio sia in un modo o nell’altro legittimo agli occhi degli indiani. Azad scrive a Cripps54: «È evidente che la concezione del governo britannico e la nostra divergono completamente per quanto riguarda la difesa. Per noi, si tratta di conferirle un carattere nazionale, coinvolgendo tutti gli uomini e le donne dell’India... Il viceré non si rende conto del fatto che l’India saprebbe combattere solo su una base popolare».

È la paralisi. Cripps è convinto che Gandhi spinga gli altri leader a rifiutare l’accordo, ma è falso: questi non hanno affatto bisogno di essere spinti per opporvisi. Se Gandhi rifiuta in nome dell’unità dell’India, gli altri rifiutano in nome della loro aspirazione all’indipendenza.

All’inizio di aprile, in questa complessa partita a scacchi un cambiamento impercettibile è destinato ad avere conseguenze considerevoli. L’ex primo ministro di Madras, Chakravarti Rajagopalachari, propone alla Lega Musulmana un compromesso che si chiamerà d’ora in poi “formula Rajaji”: se la Lega appoggia il progetto d’indipendenza e la costituzione immediata di un governo unico di tutta l’India, il Congresso accetterà che abbia luogo un referendum nel “Pakistan” (nei distretti contigui a maggioranza musulmana) per decidere se vogliono restare nell’Unione Indiana oppure preferiscono separarsene. Se, in ultima istanza, fosse decisa la secessione, i due Stati così formati discuterebbero di accordi in materia di difesa e comunicazioni.

È la prima volta che l’idea di un “Pakistan” è ammessa da un membro eminente del Congresso (Rajaji) che per di più è consuocero di Gandhi. Jinnah tuttavia rifiuta questa risoluzione: entrare in un governo provvisorio comune al Congresso e alla Lega è fuori questione; così come dare la minima possibilità a che nasca, anche se per un breve istante, un’India unita.

Roosevelt esorta Churchill a spingersi più lontano e accettare la formazione di un governo indiano «simile, nella sua essenza, al vostro stesso governo». Non capisce perché, «se il governo inglese vuole permettere la formazione di un’Unione Indiana dopo la guerra, esso nega agli indiani la possibilità di sperimentare un tale governo durante la guerra». Churchill continua a non trovare motivi per trattare l’India diversamente da come si faceva sotto la regina Vittoria.

Dal punto di vista militare, la situazione degli inglesi in Asia volge in catastrofe. Colombo subisce un raid aereo giapponese il 5 aprile. Vizagapatam e Cocanada, sulla costa, sono bombardate il giorno dopo. Il Giappone accerchia sempre più strettamente l’India. Di fronte a questa minaccia, i leader del Congresso chiedono che il potere militare sull’esercito indiano sia trasferito a un ministero della Difesa diretto da un indiano che affianchi il viceré.

Il 12 aprile Cripps riparte con un niente di fatto ed è convinto che la colpa sia di Gandhi59. Alla proposta di Roosevelt di creare un governo indiano, Churchill risponde con una di quelle formule lapidarie di cui è maestro: «Ringrazio gli eventi di aver reso possibile un tale atto di follia...»25. Senza dubbio è anche contento del fallimento di Cripps, che allontana in un colpo solo un rivale e l’indipendenza dell’India.

Gandhi, dal canto suo, ha voltato pagina. Ne ha abbastanza di discutere con gli inglesi e di vederli bloccare sempre tutto. Ne ha anche abbastanza delle mezze misure. Le manifestazioni pacifiste dell’anno precedente, che hanno condotto migliaia di persone in prigione, non sono servite a niente. Gli viene un’altra idea, molto più drastica. In seguito, confiderà al giornalista Louis Fischer: «È stato il fiasco di Cripps a ispirarmi questa idea. Essa si è impadronita di me subito dopo la sua partenza»48.



«Quit India!»

Bajaj non c’è più, Mahadev Desai è allo stremo delle forze, Vallabhbhai Patel è malato di cancro, Kasturba è in gravi condizioni di salute. Il paese è minacciato di invasione e non potrà essere difeso, pensa Gandhi, finché ci saranno gli inglesi. Lunedì 13 aprile 1942, silenzioso come tutti i lunedì, sente, dirà più tardi, la sua “voce interiore”154 (nome che sempre più spesso dà a Dio o all’esito delle meditazioni che ha appreso da Rajchandra) mormorargli: «Quit India!». Dunque esorta alla «ribellione aperta, alla rivoluzione nonviolenta totale», esigendo dagli inglesi la libertà subito, «questa notte, prima dell’alba se possibile!». E se non se ne vanno, lui inciterà alla disobbedienza civile, alla diserzione, al sabotaggio per bloccare il funzionamento della macchina bellica britannica.

«So che la novità di questa idea scandalizzerà molti. Correrò il rischio di essere trattato da pazzo, ma devo a me stesso di dire la verità se voglio essere sincero con me stesso. È il mio contributo alla guerra, e per sottrarre l’India a questo pericolo». Quando si esprime in questo modo, i riflettori puntano di nuovo su di lui; e sono molti a essere in disaccordo. Rajagopalachari spiega che «la ritirata dell’amministrazione britannica senza la contemporanea sostituzione con un’altra produrrebbe la sparizione dello stesso Stato e della società». Jinnah sostiene che è solo un trucco per permettere al Congresso di arrogarsi tutti i poteri, «un modo per costringere l’amministrazione britannica a sottomettersi al potere del Congresso»: però lui preferisce la dominazione del re a quella di Gandhi.

A chi gli obietta che non è il momento, che dalla vittoria della Gran Bretagna dipende il mantenimento dell’unità dell’India e della democrazia nel mondo, e che lui non ha preso una posizione simile né nella guerra dei Boeri, né durante la prima guerra mondiale, quando la posta in gioco non rivestiva la stessa dimensione morale, replica che la Gran Bretagna ne ha viste tante, che ogni volta sembra che perda e invece vince sempre. Aggiunge inoltre che non ha alcuna voglia di subire un’occupazione tedesca o giapponese:

Non intendo barattare il regime britannico con nessun altro. Preferisco il nemico che conosco a quello che non conosco. Io non do il minimo valore alle promesse delle potenze dell’Asse, che non verranno a salvarci ma a spartirsi il bottino. [...] Questo è il momento psicologico per il riconoscimento [dell’indipendenza indiana]. Perché allora, e solo allora, ci sarà un’opposizione irresistibile all’aggressione giapponese.169

In varie interviste rilasciate a giornalisti stranieri, chiede agli inglesi di lasciare l’India al suo destino: «A Dio o, per parlare moderno, all’anarchia». La ritirata britannica, invece di indebolire la difesa antigiapponese, non farà altro che rinforzarla, secondo lui, perché susciterà una simpatia senza precedenti nei confronti degli inglesi, che «varrà più di tutti i cacciatorpedinieri e bombardieri». Tutto sommato, spiega che il riconoscimento da parte della Gran Bretagna dell’indipendenza immediata dell’India sarebbe «un’azione militare di eccezionale grandezza».

Nel Congresso tutti sono riluttanti: non così in fretta, non così! Solo Netaji, l’ex Subhas Chandra Bose, l’approva da Berlino, lo chiama «padre della nazione»14 e fa sfilare le sue truppe per le strade della capitale del Reich davanti al ritratto del Mahatma!

Naturalmente gli inglesi sono furiosi: è questo il ringraziamento per aver fatto liberare senza contropartita 25.000 prigionieri politici? Che ingratitudine! Il «Quit India!» mette in pericolo lo sforzo bellico. Churchill medita di spedire Gandhi ad Aden. Il consiglio nazionale del Partito Laburista dichiara che questa azione di Gandhi «metterà in pericolo il destino di tutti i popoli che amano la libertà e, allo stesso tempo, distruggerà ogni speranza di indipendenza per l’India».

Il 24 aprile, Gandhi chiede a Mira di scrivere una bozza di risoluzione per il direttivo del Congresso che deve riunirsi tre giorni più tardi ad Allahabad54. Mira scrive:

L’India sarà in grado di difendersi in caso di aggressione da parte dei giapponesi o di altre nazioni. Il comitato esecutivo è dunque dell’avviso che gli inglesi debbano ritirarsi [...]. Il comitato desidera assicurare al governo e al popolo giapponese che l’India non nutre alcuna ostilità né verso il Giappone, né verso qualche altra nazione. Ma se il Giappone attacca l’India, e se gli inglesi non rispondono al presente appello, il comitato spera che tutti coloro che considerano il Congresso come una guida offriranno una totale non-cooperazione nonviolenta alle forze giapponesi, e non daranno loro alcun aiuto [...].


Noi non dobbiamo inginocchiarci all’aggressore né obbedire a uno solo dei suoi ordini.


Non dobbiamo cercare i suoi favori, né lasciarci corrompere. Ma non dobbiamo nemmeno mostrarci malvagi con lui né desiderare la sua morte.


Se l’aggressore vuole impossessarsi delle nostre terre, dobbiamo rifiutarci di lasciarglielo fare, anche a costo della nostra morte.74

In altre parole, non solo dice che bisogna chiedere agli inglesi di andarsene, non solo bisogna bloccare la loro macchina bellica, ma non bisogna nemmeno difendersi da un’invasione giapponese...

Alla riunione del direttivo, il 27 aprile, ci sono tutti, tranne Gandhi, rimasto a Sevagram. Nehru, Rajagopalachari e Azad sono contrari al testo che Prasad e Patel presentano a nome suo; ritengono che, a ogni modo, gli inglesi evacueranno presto l’India come hanno appena lasciato Singapore e la Birmania, e che bisogna costituire immediatamente un esercito nazionale senza contare su di loro, per accedere tanto più presto all’indipendenza54. Nehru dichiara che il progetto dà l’impressione che il suo autore desideri la vittoria dei giapponesi. Patel esclama: «Non è affatto vero, e tutte le risoluzioni del Congresso da Bardoli in poi mostrano chiaramente che le nostre simpatie vanno agli Alleati!». Poi accetta di emendare ampiamente il testo per dissipare questa impressione di simpatie filofasciste74.

Nehru propone dunque un altro testo che prende spunto anch’esso dalla bozza di Gandhi, ma dai toni meno antibritannici. Messo ai voti, il progetto Gandhi-Prasad ne ottiene 11; quello di Nehru 6. Azad, il presidente, si è astenuto e Chakravarti Rajagopalachari ha votato scheda bianca110. Azad, che avrebbe preferito non scoprirsi, chiede allora a Prasad di ritirare il suo testo e sollecita un appoggio unanime al testo di Nehru – «Altrimenti do le dimissioni». Prasad cede74. Viene approvato il testo di Nehru.

Messo al corrente, Gandhi accusa Patel e Prasad di non essersi battuti con maggior accanimento: «Azad sa benissimo, proprio come Nehru, che l’opinione pubblica è favorevole alla mia risoluzione»154. Quando Kripalani gli riferisce che Azad ha messo sul piatto della bilancia le sue dimissioni, Gandhi borbotta: «Avreste dovuto dargli il permesso di andarsene!», e costringe i suoi due fedelissimi, Patel e Prasad, a dimettersi dal direttivo.

Rajagopalachari, che non crede «che gli inglesi lasceranno il paese in risposta a una semplice mozione del Congresso», chiede l’autorizzazione ad armarsi a Madras per prepararsi ad affrontare con la forza un attacco giapponese a sud. Gandhi giudica quest’idea «del tutto irrealistica» e gli dice che farebbe meglio a mettere tutto il suo zelo e tutta la sua abilità nella campagna «Quit India!». Rajagopalachari si dimette dal Congresso e dal suo incarico di primo ministro del Tamil Nadu.

Gandhi invita allora a cominciare, senza violenza, a disorganizzare gli inglesi. Autorizza il sabotaggio dei convogli militari. I militanti fanno saltare i binari, incendiano uffici postali nei villaggi e attaccano migliaia di manifesti per far credere a un’azione di massa.

Il 5 maggio, Netaji è a Roma per incontrare Mussolini; lì ritrova un amico indiano rifugiato da molto tempo presso il Duce, Iqbal Shadai: anche lui ha costituito un’unità indiana con diverse centinaia di prigionieri indiani. Al suo ritorno a Berlino, il 7, Netaji ne riparla con i tedeschi13. Goebbels osserva nel suo diario alla data dell’11 maggio: «Noi non amiamo molto quest’idea, perché non pensiamo sia giunto il tempo per una simile dimostrazione politica. Tuttavia sembrerebbe che i giapponesi siano assai impazienti di vedere una tale manifestazione. Comunque, i governi in esilio non devono vivere troppo a lungo nel vuoto. Se non hanno qualche realtà sulla quale appoggiarsi, essi restano teorici»81.

Mentre la mobilitazione indiana aumenta e quasi 2 milioni di indiani sono già stanziati nei diversi fronti, il 24 maggio Gandhi ripete ancora che solo la nonviolenza permetterà di avere la meglio sulle potenze dell’Asse:

Se l’India praticherà unanimemente la nonviolenza, io dimostrerò che, senza versare una sola goccia di sangue, l’esercito giapponese [...] o qualunque altra coalizione di eserciti [...] possono essere neutralizzati. Ciò implica che l’India sia decisa a non cedere di un passo e a correre il rischio di perdere molti milioni di vite. Ma il premio sarà a mio avviso ben più alto, e la vittoria conquistata, gloriosa.169

Poi, bruscamente, quasi dall’oggi al domani, tra il 24 e il 28 maggio, davanti all’imminenza dell’invasione nipponica, cambia idea.



Non voglio che il Giappone vinca la guerra

Il 28 maggio, a Sevagram davanti a un centinaio di membri di un’associazione nazionale della gioventù, Gandhi spiega di aver cambiato idea: «Avevo sempre pensato di aspettare che il paese fosse pronto per la lotta nonviolenta. Ma il mio pensiero si è evoluto; sento che, se continuo ad aspettare, dovrò attendere fino al giorno del giudizio... e, nel frattempo, rischio davvero di essere sommerso dalle fiamme della violenza che si diffondono ovunque...»169.

In una lettera datata 31 maggio, spiega a Mirabehn, nell’Orissa, come dovrebbero comportarsi le popolazioni più esposte quando sbarcheranno i giapponesi. Già qui si vede quanto è cambiato:

Ricorda che la nostra posizione è la non-cooperazione totale con l’esercito giapponese. Non dobbiamo aiutarli in alcun modo, ne avere rapporti con loro... Se, comunque, le persone non hanno il coraggio di resistere loro fino alla morte, e né il coraggio né la forza di evacuare la zona invasa, che facciano del loro meglio. Una cosa che non devono mai fare: cedere alla sottomissione volontaria ai giapponesi. Ciò sarebbe un atto di debolezza inconcepibile da parte di un popolo amante della libertà. Essi non devono fuggire da un pericolo per cadere in un altro ancora peggiore.169

Nel frattempo, i tedeschi avanzano nell’URSS. Volendo chiudere inglesi e russi in una morsa, chiedono a Netaji di partire per il Giappone, punto di partenza dell’asse d’attacco più diretto sull’India. Questi non aspettava altro, ma che fare dei suoi uomini? Difficile trasportarli in Giappone attraversando un mondo in guerra. Degli ufficiali tedeschi propongono di mandarli a fare i sobillatori con gli elementi indiani dell’esercito inglese stanziato a El-Alamein13. Ma Rommel non vuole.

Intanto, Ambedkar diventa ministro del Lavoro del viceré e si oppone al «Quit India!». Come Jinnah, rifiuta di manifestare col Congresso e preferisce rivestire incarichi governativi per riconquistare la fiducia degli elettori musulmani, in previsione delle elezioni che si terranno senza dubbio, qualunque cosa accada, dopo la guerra.

Il 31 maggio, Rangoon, capitale della Birmania, cade in mano ai giapponesi. Gandhi scrive: «Il primo atto di un’India libera sarà di firmare un trattato con le Nazioni Unite per delle operazioni difensive contro le potenze aggressive. L’India non avrà niente a che fare con le potenze fasciste e sarà moralmente tenuta ad aiutare le Nazioni Unite»169.

Una settimana dopo, quel “sostegno morale” agli Alleati diventa esplicitamente un sostegno materiale e il 5 giugno, mentre si svolge la battaglia di Midway in cui la Marina americana sconfigge la flotta giapponese, Gandhi dichiara al giornalista americano Louis Fischer, a lui molto legato, che pur esigendo che gli inglesi lascino agli indiani il governo dell’India, accetta che «inglesi e americani lascino i loro eserciti in India e utilizzino il territorio indiano come base per le loro operazioni militari. Penso anche che il futuro sarà migliore se vincono le democrazie»47.

Il 7 giugno, scrive sullo «Harijan» che gli inglesi possono vincere, perché il loro esercito, «grazie all’aiuto americano, dispone di mezzi materiali e scientifici inesauribili». Il 14 scrive a Chiang Kai-shek, tornato in Cina, per confermargli: «Noi vogliamo impedire l’aggressione giapponese con tutti i mezzi»169. Il 28, in un’intervista a «Hindu Times», ribadisce che una «ritirata improvvisa delle truppe alleate potrebbe determinare l’occupazione dell’India da parte del Giappone e la caduta della Cina»169.

Il 1° luglio, scrive a Roosevelt e affida la sua lettera a Fischer che riparte per l’America. Gandhi cita Thoreau, Emerson, e aggiunge: «La dichiarazione degli Alleati, secondo la quale essi si battono per la sicurezza del mondo, la libertà degli individui e la democrazia, suonerà vuota finché l’India e così anche l’Africa saranno sfruttate dalla Gran Bretagna, e finché l’America non avrà risolto in patria il problema delle minoranze nere»47.

Il 10 luglio, il consiglio direttivo del Congresso si riunisce di nuovo, per nove giorni di fila, a Sevagram per pronunciarsi su questa strategia di disobbedienza civile di massa. Gandhi ribadisce che vuole che gli inglesi se ne vadano, ma che è favorevole a che l’India libera accolga truppe alleate per «impedire l’occupazione giapponese». Però ripete: «Il regime britannico in India deve aver fine immediatamente». Se non otterrà risposta a questo appello, propone, il consiglio direttivo del Congresso deve lanciare un movimento di disobbedienza civile «che sarà inevitabilmente diretto dal Mahatma Gandhi». Qualcuno obietta che questo non ha senso, che si può trovare una soluzione, che circa 30.000 militanti sono appena stati liberati dal carcere, che all’India conviene difendersi con gli inglesi piuttosto che senza di loro, che non ci si può augurare la vittoria britannica e al tempo stesso sabotare il loro sforzo bellico. Il comitato non riesce a mettersi d’accordo e rinvia la decisione a un’altra riunione prevista per il 7 agosto a Bombay.

Secondo Desai, «A muovere Gandhi, in questo momento, è la passione [...]. Questa passione è la sublimazione di tutte quelle proprie della carne [...], la sessualità, la collera, l’ambizione personale [...]. Gandhi ha il completo controllo di se stesso e questo genera in lui un’energia e uno slancio formidabili»36.

Il 3, Gandhi usa ancora l’espressione Quit India! in una Lettera aperta agli amici americani pubblicata sullo «Harijan»: «Vi invito a leggere la mia proposta di ritirata o, come è stata comunemente soprannominata, “Quit India!”». Dunque precisa che il movimento di disobbedienza civile, se deve essere lanciato, non si fermerà neanche se fossero commessi degli atti di violenza individuali. Esorta tutti gli indiani, a cominciare dai membri del Congresso, a diffondere questo semplice slogan in hindi: «Karo ya maro» (‘Agire o morire’).

L’8 agosto, a Bombay, il consiglio direttivo, durante una riunione interminabile, approva il «Quit India!» e si lancia in una riflessione utopica sul dopoguerra:

La pace futura esige una federazione di nazioni libere [...] che garantisca la libertà degli Stati membri, la prevenzione dell’aggressione e dello sfruttamento di una nazione da parte di un’altra, la protezione delle minoranze nazionali, il progresso delle regioni povere e la messa in comune delle risorse del mondo. [...] Tutte le nazioni si disarmeranno [...]. Una difesa federale mondiale manterrà la pace e impedirà qualsiasi aggressione. Un’India indipendente si unirà con piacere a una tale federazione mondiale...170

Quella sera, Patel parla davanti a 100.000 persone riunite dal Congresso al Gowalia Tank di Bombay, ed elenca queste parole d’ordine: rifiuto di pagare le tasse e interruzione del lavoro nei servizi pubblici per mettere in ginocchio l’Impero con la disobbedienza passiva. Subito dopo, passata la mezzanotte, anche Gandhi si rivolge alla folla:

La vera lotta non comincia in questo preciso istante. Voi avete solamente posto certi poteri nelle mie mani. Il mio primo compito consisterà nel presentarmi da Sua Eccellenza il viceré per pregarlo di accettare la rivendicazione del Congresso. Ciò potrà richiedere due o tre settimane. Che potrete fare voi nel frattempo? C’è l’arcolaio, come vi mostrerò... Ma c’è qualcosa di più che dovreste fare... Ognuno di voi, a partire da adesso, deve considerarsi un uomo libero, un uomo o una donna liberi, e comportarsi come tali. Voi non siete più sotto il tallone dell’imperialismo...109

1920, 1930, 1942: è la terza volta che Gandhi fa la stessa promessa agli indiani.



Il palazzo-prigione

Andando a dormire alle ore piccole, il 9 agosto 1942, Gandhi dice a Pyarelal: «Dopo il mio discorso di stanotte, non potranno arrestarmi»114.

In realtà, gli inglesi non possono accettare un simile discorso e, stando agli appunti del segretario del Gabinetto di guerra, Norman Brook, Churchill medita di deportarlo ad Aden. Poi decide di farlo arrestare e lasciarlo morire in prigione. Così quella mattina del 9 agosto, in trasferta al Cairo, il primo ministro incarica il suo vice Clement Attlee di spiccare un ordine di arresto per Gandhi, Nehru, Azad, Desai, Naidu e molti altri, tra cui Mirabehn e Kasturba, e di farli condurre al palazzo dell’Agha Khan, a Pune, sontuoso edificio fatto costruire da un principe nel 1892 e requisito come prigione, dove le condizioni di internamento saranno, si precisa, “dure”.

Il paese protesta violentemente contro questi arresti. Nel Bihar, nelle Province Unite, nel Bengala e a Bombay si svolgono 1060 manifestazioni; 208 stazioni di polizia, 332 stazioni ferroviarie e 945 uffici postali sono incendiati. Si contano un migliaio di attentati dinamitardi. L’esercito britannico disperde i manifestanti a colpi di mitra. L’insurrezione è così potente che la capitale della provincia dell’Orissa è bombardata dalla RAF. Sono arrestate circa 100.000 persone. La propaganda inglese imputa questa esplosione di violenza a un complotto ordito dai dirigenti del Congresso. Churchill dichiara alla Camera dei Comuni che «il Partito del Congresso ha abbandonato la politica di nonviolenza che il signor Gandhi aveva inculcato in teoria, ed è ormai entrato in una fase rivoluzionaria». Questa volta, il primo ministro è risoluto a lasciar morire Gandhi dietro le sbarre.

Dalla prigione, questi invia una lettera al viceré che non dà nemmeno segno di averla ricevuta.

La propaganda inglese, che lo presenta come un sabotatore e un agente tedesco, da questo momento vieta la riproduzione di sue immagini e addirittura la menzione del suo nome sulla stampa. A Londra, il generale Smuts, ricordandosi dell’uomo che ha combattuto in Sudafrica usando le stesse armi trent’anni prima, protesta: «È una pura assurdità dire che il Mahatma appartiene alla quinta colonna. È un grand’uomo, uno dei più grandi uomini dell’umanità!»114.

Il 10 agosto, nel cortile della prigione, Mirabehn confida a Gandhi che, quando sarà libera, partirà per Haridwar, città sacra ai piedi dell’Himalaya, nell’Uttar Pradesh, per creare lì un suo asram personale. Il 16, Sarojini Naidu, soprannominata “ammajan” (‘madre’) dalle altre detenute, prende in giro Mahadev Desai che si taglia i baffi: «Aspetti qualche visita?». La mattina del 16 Gandhi scrive di nuovo al viceré per lamentarsi del «massacro della verità» perpetrato contro di lui dalla propaganda inglese. È furioso del fatto che il viceré, che lui trattava come un amico, abbia osato mettere in dubbio che fosse ancora un sostenitore della nonviolenza.

Un po’ più tardi, quello stesso giorno, il modesto e sempre sorridente Mahadev Desai, il giovane avvocato suo inseparabile segretario da venticinque anni, muore in seguito a una crisi cardiaca. Quello che Gandhi definisce «mio figlio, il mio segretario e mio amico in una sola persona» viene cremato sul posto. Ancora una volta, Gandhi ama come un figlio qualcuno che non è figlio suo...



Netaji in Giappone

Nel palazzo dell’Agha Khan, Gandhi cerca di colmare alcune lacune nell’istruzione di Kasturba. La moglie ora sa leggere e ama le spiegazioni che le dispensa il marito sui fiumi, l’equatore, la longitudine e la latitudine. Lui si serve di un’arancia per spiegarle la rotondità della Terra. A settantaquattro anni, la donna cammina su e giù per la stanza imparando i rudimenti della geografia: «Lahore è la capitale di Calcutta»54, dice. Sarojini si intenerisce nel vedere «la luna di miele della vecchia coppia»54. Kasturba sgrida Mohandas: «Non ti avevo detto di non attaccare briga col governo?»; oppure: «Perché chiedi agli inglesi di lasciare questo paese? Il nostro paese è grande, possiamo starci tutti, loro e noi»109. Si innervosisce quando Gandhi le chiede se vuole che lui presenti delle scuse. È convinta che non rivedrà mai più il mondo esterno, né i suoi figli o i nipoti: «Adesso non resta altro da fare che sopportare le conseguenze delle tue azioni. Noi soffriremo con te. Mahadev è partito; la prossima a partire sarò io»54.

L’8 ottobre, la figlia di Jawaharlal Nehru, Indira, sposa Feroze Gandhi, un avvocato parsi (senza alcun legame di parentela con il Mahatma) conosciuto quando studiava in Europa.

A Berlino, Netaji si appresta a partire per il Giappone19; raduna i 3500 legionari del suo Esercito Nazionale Indiano in una grande sala della capitale del Reich per una cerimonia di fedeltà al Fuhrer: i soldati toccano la spada dei loro ufficiali pronunciando in tedesco: «Io faccio il sacro giuramento, davanti a Dio, di obbedire al capo dello Stato e del popolo tedesco, Adolf Hitler, comandante delle forze armate tedesche, nella lotta per la libertà dell’India il cui capo è Subhas Chandra Bose, e che da prode soldato darò la mia vita per tener fede a questo giuramento»13. Poi Bose presenta alla Legione una bandiera tricolore (verde, bianca e giallo zafferano a strisce orizzontali, come l’orifiamma del Congresso Nazionale Indiano, ma con una tigre che spicca un balzo invece dell’arcolaio). «I nostri nomi», afferma Netaji, «saranno scritti in lettere d’oro nella storia dell’India libera; ogni martire di questa guerra santa avrà qui il suo monumento [...]. Io condurrò l’esercito, e marceremo insieme verso l’India»13. Bose parla di lanciare dei commando di paracadutisti come avanguardia in Uzbekistan e Afghanistan, e si rivolge via radio ai soldati indiani che prestano servizio nell’esercito britannico, avvertendoli che, se non si uniranno al suo, dovranno rispondere del loro «appoggio criminale agli inglesi davanti al governo dell’India libera»13.

Le altre truppe indiane, alleate a italiani e giapponesi, si disgregano: il 9 novembre, a Roma, mentre gli americani sbarcano in Nordafrica, questi elementi presenti nell’esercito italiano sono spediti in Libia, contrariamente alle promesse fatte dal loro comando. Alcuni di loro rifiutano di partire e si ammutinano: vengono fucilati. Il loro capo, Shadai, rifiuta di intervenire in loro favore; il suo Centro Militare Indiano è smantellato. In Estremo Oriente, anche il capitano Mohan Singh si ribella ai giapponesi, viene arrestato e il suo Esercito Indiano sciolto13.

Il 10 novembre, Winston Churchill ribadisce la sua convinzione: «Io non sono diventato primo ministro di Sua Maestà per assistere alla liquidazione dell’Impero britannico»25. L’11 le truppe tedesche occupano la Francia di Vichy. Il 22, l’Africa occidentale francese si allea alla Francia Libera, e la Wehrmacht è bloccata a Stalingrado.

Il 26 gennaio 1943, a Berlino, proprio nel momento del ricongiungimento in Tripolitania tra il generale Leclerc e il generale Montgomery, viene celebrato con un grande ricevimento il “giorno dell’indipendenza dell’India”57. Quarantott’ore più tardi, Netaji si rivolge ancora ai soldati della sua Legione Indiana, divenuta il 950° reggimento della Wehrmacht, senza confessare loro che, meno di una settimana dopo, li abbandonerà in Germania e partirà per il Giappone. Il 2 febbraio la capitolazione delle truppe tedesche accerchiate a Stalingrado segna la fine della speranza di Netaji di tornare in India da est. Dovrà ricostruire tutto da Tokyo.



Traditore della patria

L’8 febbraio 1943, giorno in cui gli americani prendono il controllo di Guadalcanal, costringendo per la prima volta i giapponesi a recedere da un territorio conquistato, Netaji raggiunge Kiel, dove lo attende un sottomarino tedesco per un lungo e rischioso viaggio verso il Giappone. Subito dopo la sua partenza, Hitler va a ispezionare i soldati dell’INA (Indian National Army), un po’ persi senza il loro capo:

Voi avete la fortuna di essere nati in un paese dalle gloriose tradizioni culturali e di una potenza umana colossale. Sono impressionato dall’ardente passione con cui voi e il vostro capo cercate di liberare il vostro paese dalla dominazione straniera. La statura del vostro capo è ancora maggiore della mia. Mentre io sono il capo di ottanta milioni di tedeschi, lui è capo di quattrocento milioni di indiani. Sotto tutti i punti di vista, lui è un leader più grande e un generale più grande di me. Io lo saluto, e la Germania lo saluta. È dovere di tutti gli indiani accettarlo come loro guida e obbedirgli senza esitare. Non dubito che, se voi lo fate, la sua azione condurrà ben presto l’India alla libertà13.

Il 9 febbraio, il viceré, Lord Linlithgow, conclude un mandato particolarmente repressivo e gli subentra Archibald Wavell, che dichiara: «L’India non è mai stata così calma dal punto di vista politico. Gandhi, quel traditore del paese, non è più in condizioni di nuocere».

Traditore del paese? Per l’interessato è un’accusa intollerabile. Nella sua prigione di Pune, il 10 febbraio, intraprende un digiuno di ventuno giorni per protestare contro questa accusa del nuovo viceré. Churchill è contentissimo: non aspetta altro che la morte di Gandhi. «Io lo tengo in prigione: faccia quello che vuole». Il digiuno si svolge senza che il viceré si scusi o almeno si faccia sentire.

Due dei figli di Gandhi, Devdas e Ramdas, vanno a chiedergli di smettere. A partire dal decimo giorno, il suo stato diventa critico. Kasturba si preoccupa. Le prognosi dei medici si aggravano. Il viceré denuncia questo sciopero della fame come un ricatto politico e rifiuta di porgere le sue scuse. Due volte durante il digiuno Churchill fa domandare: «Quel tipo è morto, una buona volta?». La stampa indiana non parla d’altro. I leader dei vari partiti invocano la liberazione del prigioniero. Tre membri del consiglio esecutivo del viceré si dimettono.

Il 3 marzo, alla fine del digiuno che ha rispettato fino all’ultimo secondo, Gandhi è molto debole, ma Kasturba ancora di più: ha problemi al cuore, ai polmoni e ai reni. Gandhi spera che il Raj proporrà di rimetterla in libertà, ma non ne fa richiesta e rimane scioccato del fatto che il segretario generale del ministero indiano degli Affari Esteri, agli ordini del viceré, Sir Girija Shankar Bajpai (che conserverà le sue funzioni nell’India indipendente) racconti alla radio che a più riprese «il governo britannico ha proposto la liberazione di Kasturba per motivi di salute, ma lei desiderava restare accanto al marito e il suo desiderio è stato rispettato»54. Alla metà di aprile, Gandhi replica: «È vero che né io né lei abbiamo chiesto niente (non sarebbe stato corretto da parte di prigionieri satyagrahi); ma non sarebbe stato naturale che il governo proponesse a lei, o a me o ai suoi figli, la liberazione? La semplice proposta di una liberazione avrebbe avuto su di lei un effetto psicologico benefico»54.

Il 5 aprile, Churchill inveisce: «Ma non è ancora morto?».



Il “governo provvisorio dell’India libera”

Nel maggio del 1943, la Legione Indiana dell’esercito tedesco, che ha perso il suo leader, è mandata in Olanda; i comandanti delle due compagnie del secondo battaglione, che rifiutano di partire per il fronte europeo, sono fucilati a metà giugno13. Nel frattempo, il 16, Netaji, dopo un lungo, troppo lungo viaggio (che peserà, lo vedremo, sulle sorti della guerra), è accolto a Tokyo dal primo ministro, il generale Hideki Tojo. In seguito assiste a una seduta della Dieta nel corso della quale Tojo dichiara:

Siamo indignati per la spietata repressione perpetrata dalla Gran Bretagna ai danni dell’India e condividiamo pienamente la sua lotta disperata per l’indipendenza. Siamo determinati a fornire tutta l’assistenza possibile alla causa dell’indipendenza dell’India. Noi crediamo che non sia lontano il giorno in cui l’India godrà della libertà e della prosperità, dopo aver conquistato l’indipendenza.

All’uscita di questa assemblea, Netaji dichiara alla stampa giapponese: «La disobbedienza civile deve trasformarsi in lotta armata. Solo quando il popolo indiano avrà ricevuto il battesimo del fuoco su larga scala, meriterà di ottenere la sua libertà»13. Il 4 luglio, Netaji si stabilisce a Singapore occupata dai giapponesi e dichiara ai rappresentanti delle comunità indiane dell’Asia orientale: «Tutte le organizzazioni, sia in India che all’estero, devono ormai trasformarsi in organizzazioni combattenti disciplinate sotto un comandante unico. L’obiettivo di questa formazione deve essere prendere le armi contro l’imperialismo britannico quando l’ora sarà giunta e verrà dato il segnale»13. Il vecchio indiano Rasbehari Bose, divenuto cittadino giapponese, trasferisce a Netaji la direzione dell’Esercito Nazionale Indiano, ribattezzato Azad Hind Fauz (Esercito dell’India Libera). Netaji mira a farne un esercito di 3 milioni di uomini, ma tanto per cominciare, con un po’ più di realismo, di almeno 50.000. Un giorno della fine di luglio, Tojo passa in rassegna queste prime truppe insieme a Netaji, che dice ai suoi soldati: «Quanti di noi sopravvivranno individualmente a questa guerra di liberazione, io non lo so. Ma so che alla fine vinceremo e la nostra missione non sarà compiuta finché i nostri eroi superstiti non sfileranno vittoriosi davanti al Forte Rosso dell’antica Delhi». Netaji termina il suo discorso con: «Delhi calo!» (‘Verso Delhi!’) e «Jay Hind!» (‘Gloria all’India!’)13.

Intanto gli americani sbarcano in Sicilia (luglio), delle unità francesi liberano la Corsica (13-17 settembre) e i giapponesi si avvicinano all’India. Il 17 ottobre 1943 viene completata, a opera di prigionieri di guerra alleati e di operai tailandesi, la costruzione di un ponte su fiume Kwae Yai (o Kwai), di alta importanza strategica per i giapponesi. Il movimento di resistenza tailandese informa gli inglesi della situazione precisa di questo ponte, che poi viene bombardato varie volte, causando la morte di migliaia di prigionieri di guerra inglesi e indiani e decine di migliaia di operai tailandesi.

Il 21 ottobre, da Singapore, Netaji annuncia infine la creazione di un governo provvisorio dell’Azad Hind (India Libera). Lui si proclama «capo di Stato, primo ministro, ministro della Guerra e comandante supremo dell’esercito nazionale indiano»! Il Giappone, la Germania, l’Italia, la Birmania, la Croazia, le Filippine, la Cina di Nanchino, Manchukuo e il Siam riconoscono il suo governo13 – ma non la Francia di Vichy. Il giorno seguente Netaji dichiara guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Il Giappone pone le isole indiane Andamane e Nicobare (nel Golfo del Bengala) che ha appena occupato, sotto la giurisdizione di questo governo provvisorio dell’India Libera. Netaji le ribattezza Shahid (sahid, ‘martire’) e Swaraj (‘indipendenza’)13.

Il nuovo viceré, il maresciallo Wavell, che è stato comandante in capo delle truppe in India prima di perdere Singapore e Giava, decreta la legge marziale.



«Una coppia fuori del comune»

Il 29 dicembre, Kasturba è vittima di tre attacchi cardiaci. Viene curata da due medici, i dottori Gilder e B.C. Roy, e da Sushila Nayar. Gandhi scrive ad Agatha Harrison, un’inglese che lo sostiene da anni, che sua moglie «è in bilico tra la vita e la morte»169. Rifiuta di sollecitare la sua liberazione, ma richiede medici e infermieri che l’amministrazione britannica nega oppure concede in ritardo. Vanno a trovarli il nipote Kanu (figlio di Maganlal) e Prabhavati Jayaprakash, una cara amica di Kasturba a Sabarmati e Sevagram. Anche Harilal va a trovare la madre insieme a Ramdas, che adesso lavora per il gruppo Tata a Nagpur, e Devdas, giornalista a Delhi; tre dei suoi quattro figli dunque sono al suo capezzale (Manilal è ancora in Sudafrica). Sushila racconta: «Bapu venne lì a contemplare i tre fratelli che mangiavano insieme»119 per la prima volta dopo decine di anni. Devdas porta un nuovo rimedio che è riuscito a procurarsi, la penicillina, ma Gandhi proibisce di utilizzarlo54; quel farmaco non è stato testato, dice, e Kasturba non sopporta le iniezioni; le sue sofferenze non devono essere aumentate... Il figlio cede.

Harilal fa un’altra apparizione, questa volta completamente ubriaco. Secondo una leggenda (non verificata) sarebbe andato lì a portare una mela che aveva elemosinato per strada e avrebbe rifiutato di farla assaggiare al padre...

All’inizio di gennaio del 1944, mentre avviene il secondo sbarco alleato in Italia, ad Anzio, l’impeto delle truppe giapponesi si stringe attorno all’India. Netaji, che avanza insieme a loro, trasferisce la sede del suo “governo provvisorio” da Singapore a Rangoon13. Il 7 gennaio, propone di attaccare Imphal, capitale del piccolo Stato indiano di frontiera di Manipur, il “gioiello dell’India”, e ottiene la messa a disposizione di tre divisioni giapponesi dislocate in Birmania e anche di una divisione dell’INA13. Considera questa battaglia l’offensiva finale della guerra in Asia orientale.

A metà gennaio, le condizioni di Kasturba si aggravano. È costretta a rimanere seduta nel suo letto, perché non riesce a smettere di tossire. Gandhi le resta accanto giorno e notte, aiutandola e calmandola. Dopo che ha richiesto più volte la loro venuta, uno specialista ayurvedico, Pandit Shiv Sharma, e un dietologo, Dinshaw Mehta, sono autorizzati a visitarla54. Il 22 febbraio, in una notte di luna piena, Kasturba muore tra le braccia del marito. Le donne lavano il suo corpo avvolto in un sari di cotone che Gandhi ha tessuto. Poi le legano attorno ai polsi un bracciale di cotone che lui ha appena filato. Poi lui la pettina e le mette il tika sulla fronte, infine resta seduto accanto a lei per ore.

All’alba, in fondo al giardino, Devdas accende la pira funebre. Gandhi non si spreca in complimenti sulla moglie. «Se dovessi scegliere una compagna per le mie vite future, sceglierei solo Ba. [...] Noi formavamo davvero una coppia fuori dal comune», scrive in risposta alle condoglianze del viceré, Wavell. Alla lettera di un ammiratore americano, John Haynes Homes, risponde: «Ricordo solo le sue grandi qualità. I suoi difetti sono stati ridotti in cenere con il suo corpo»54.

Gandhi crea una fondazione a suo nome per aiutare «le donne e i bambini delle campagne e concentrare la sua azione sulla maternità, l’igiene, la cura delle infezioni e l’istruzione di base». Savarkar, che esorta gli hindu a non contribuire a questa fondazione, all’epoca è in stretti rapporti con Nathuram Godse, che assassinerà Gandhi.

Churchill continua a domandare perché Gandhi non sia ancora morto; adesso spera che il dolore avrà la meglio su di lui. Invece succede tutto il contrario: la scomparsa di Kasturba libera in Mohandas delle forze vitali senza precedenti...



Ritorno a Imphal

Il 22 marzo dodici membri della Legione di Bose sono promossi ufficiali e Nambiar, che dopo la sua partenza ha assunto il comando, cerca un’occasione per affrontare gli inglesi. Una delle loro compagnie è inviata dai tedeschi nel Nord Italia contro gli americani13. Netaji decreta che questa Legione fa parte dell’INA e nomina Nambiar ministro del suo governo provvisorio...

Nel frattempo, più di 120.000 soldati giapponesi, dotati di armi moderne, e 5.000 uomini di Netaji, equipaggiati quasi tutti con archi e frecce, sono dispiegati lungo il fiume Chindwin, in Birmania, per circa 200 chilometri13. Si tratta, dichiara Netaji, dell’«evento del secolo». Chiama uno dei battaglioni “Patel”; un altro, “Nehru”. Questi varcano la frontiera indo-birmana, riescono a non essere localizzati dalle spie inglesi e si dividono in due colonne, che si dirigono una a nord e l’altra a ovest, per circondare la città di Imphal, in India, a poche decine di chilometri dal confine. Ma il segreto della loro presenza finisce comunque per essere svelato e il generale Mataguchi dichiara alla stampa giapponese: «Sono fermamente convinto che le mie tre divisioni conquisteranno Imphal in un mese. Per marciare più rapidamente, esse portano l’equipaggiamento più leggero possibile e viveri per tre settimane. Troveranno tutto il necessario nelle riserve e nei depositi inglesi. Signori! Andate a Imphal il 29 aprile, per la celebrazione del compleanno dell’imperatore!»13. Il 6 aprile, le truppe nipponiche si impadroniscono di Kohima dopo una feroce resistenza inglese. Tojo accetta di affidare questi territori a Netaji, che nomina suo ministro del Tesoro, e il generale maggiore A.C. Chatterjee governatore della zona. Ecco che una minuscola parte dell’India è già sotto il controllo di Bose e dei suoi alleati giapponesi.

Ma, in un’Imphal affamata, le forze indiane e inglesi resistono molto meglio del previsto e la battaglia vede da una parte e dall’altra eccezionali atti di eroismo. Il 20 aprile, l’aviazione britannica ritorna e bombarda le colonne giapponesi; Imphal è rifornita via aria, e poi con dei treni. Le forze inglesi riprendono Kohima in seguito a una sanguinosissima battaglia, senza che il Giappone possa dispiegare forze adeguate. Le unità dell’aviazione inglese prendono i giapponesi alle spalle e distruggono le loro vie di ritirata verso la Birmania. Il giorno del compleanno dell’imperatore, che i giapponesi contavano di festeggiare a Imphal, quasi la meta dei soldati nipponici e di quelli dell’INA sono morti. Senza contare il monsone che arriva. Tornato d’urgenza a Rangoon, Netaji cerca denaro e truppe per proseguire la sua campagna.

All’inizio di maggio, sempre in prigione nel suo lugubre palazzo, Gandhi non è informato di questi avvenimenti. È in pessime condizioni: i medici inglesi gli diagnosticano dissenteria e malaria. Il digiuno l’ha spossato più dei precedenti. I dottori ritengono che non gli resti molto da vivere. Churchill, che scalpita aspettando la morte del Mahatma da ormai due anni, pensa che sia meglio che muoia fuori dalla prigione e ne ordina la liberazione.



«Ma quel tizio è morto o no?»

Gandhi viene liberato la mattina del 6 maggio 1944, tuttavia rifiuta di lasciare il luogo dove è morta sua moglie; lo mandano via a forza.

La sera, prima di lasciare il palazzo dell’Agha Khan, scrive al ministro degli Interni del governo di Bombay:

Signore, l’ispettore generale delle prigioni mi ha avvertito che il nostro gruppo di prigionieri, detenuto in questo campo, sarà rilasciato domani alle otto. Io vorrei portare alla sua attenzione che in seguito alla cremazione delle spoglie di Shri Mahadev Desai e di mia moglie in un luogo circondato da una palizzata, questo luogo è divenuto terra consacrata. Mi rimetto al governo perché abbia cura di concedere un diritto di passaggio attraverso il terreno di Sua Altezza l’Agha Khan affinché parenti e amici che lo desiderino possano visitare il luogo della cremazione quando vorranno. Con il permesso del governo, vorrei incaricarmi del mantenimento di questo appezzamento consacrato e delle preghiere quotidiane che vi si terranno.54

Questo gli sarà concesso.

Viene portato dai Morarji, a Juhu, stazione balneare nei dintorni di Bombay, sotto un tetto dove ha già soggiornato due volte. Aveva vissuto in quel quartiere nel 1893, quando cercava di diventare avvocato a Bombay... I medici emettono di nuovo una diagnosi infausta: malaria, vermi intestinali, infezioni amebiche, anemia acuta. La sua avversione per i farmaci non fa di lui un paziente facile. I servizi segreti inglesi lo danno sempre per moribondo.

Dopo lo sbarco delle forze alleate in Normandia, il 6 giugno, il Grande Stato Maggiore tedesco rispedisce in Germania ciò che resta della Legione Indiana, dopo dieci mesi di stanziamento a Lacanau, presso il bacino di Arcachon. Presa di mira dalla resistenza francese, viene in gran parte massacrata lungo il viaggio di ritorno.

Il 17 giugno, Gandhi torna a Pune nella clinica di un naturopata, il dottor Dinshaw Mehta, divenuto suo amico. Mirabehn, liberata a sua volta, intende andare a fondare il suo asram ai piedi dell’Himalaya. Chiede a Gandhi di restituirle i fondi che lei ha versato a Sabarmati. Gli annuncia inoltre la sua decisione di sposare un uomo che conosce fin dagli anni Trenta, Prithwim Singh: lui è un comunista, non un nonviolento. Gandhi fa in modo di restituirle il denaro, mettendola però in guardia, in una lettera dell’11 luglio, contro il loro utilizzo da parte del Partito Comunista. La chiama «Miss Slade» e si firma «M.K. Gandhi». Aggiunge inoltre che potrebbe dover prendere pubblicamente le distanze da lei. Mira, che continua a firmarsi «Vostra figlia sempre devota», gli risponde:

Con una mano mi avete dato la libertà, e poi con l’altra ve la siete ripresa. Ridarmi i miei soldi e la libertà, e allo stesso tempo dire che, non appena comincerò a farne uso, voi mi disapproverete pubblicamente, significa sabotare tutto ciò che cercherò di intraprendere [...]. È la mia fede in Dio a guidarmi. I miei ideali non sono cambiati nel giro di pochi giorni. Io sono sempre quella che ero quando scherzavamo allegramente insieme.54

Quando Singh alla fine cambia idea e rifiuta di sposare Mira, Gandhi, su insistenza di Devdas, ricomincia a chiamarla Mira, a firmarsi «Bapu» e dà la sua benedizione al progetto dell’asram. La prega di perdonarlo: «Imparo continuamente. Non devo far soffrire quelli che amo quando posso evitarlo... So che tu mi hai già perdonato, ma è bello chiedere perdono»54.

Con sorpresa generale, recupera tutte le energie e chiede a Lord Wavell di ricevere il consiglio direttivo del Congresso. Il viceré, uomo scaltro, che vuole prima di tutto preservare l’integrità dell’India, respinge la richiesta, non vedendo l’utilità di un incontro destinato a «esaminare i loro punti di vista radicalmente divergenti». Il 6 luglio, due mesi dopo la liberazione di Gandhi, Churchill, sebbene occupatissimo dall’avanzata delle forze alleate verso Parigi, domanda ancora: «Perché quel tizio non è morto?».



Faccia a faccia con l’assassino

L’8 luglio, l’operazione su Imphal è una completa disfatta e Tojo ordina la ritirata. Netaji si rifiuta di prenderla in considerazione: «Noi continueremo! Non rinunceremo! Le perdite massicce, l’interruzione dei rifornimenti e la fame non sono motivi validi per fermare la nostra marcia. Anche se il nostro esercito restasse composto solo da spettri, non cesseremo di avanzare verso la patria. Questo è lo spirito del nostro esercito rivoluzionario»13.

Il suo discorso non regge davanti ai fatti. I resti delle truppe giapponesi e dell’INA intraprendono una terribile ritirata attraverso la giungla e le montagne. Attaccati dagli inglesi, i giapponesi sono massacrati nella valle di Kawab, tra le colline di Chin a ovest e il fiume Chindwin a est. Su 220.000 soldati giapponesi impegnati nella campagna di Imphal, ne torneranno solo 130.000 e anche i soldati indiani sono ridotti alla metà.

Lord Wavell si ricollega dunque alla politica del suo predecessore: non fare niente con il Congresso finché questi non abbandonerà il «Quit India!». Ma i leader del Congresso non hanno intenzione di tornare sulle loro decisioni. Inoltre, secondo gli inglesi, non si può procedere ad alcuna riforma finché la Lega e il Congresso non si metteranno d’accordo. Il più grande partito politico indiano si trova dunque fuorilegge; i governi provinciali sono in mano ai suoi avversari della Lega; l’Assemblea Legislativa non si riunisce più e il consiglio esecutivo si riduce ai membri nominati dal viceré. In un’intervista a Stuart Gelder, del «News Chronicle» (il giornale londinese di sinistra per cui scrivono all’epoca Arthur Koestler e Herbert George Wells, e prima di loro Conan Doyle), Gandhi reclama la formazione di un governo indiano scelto tra i membri eletti dell’Assemblea Legislativa; il viceré risponde che è «totalmente inaccettabile per il governo di Sua Maestà».

Il 17 luglio, Gandhi cerca di riallacciare i contatti con gli inglesi senza però fare marcia indietro; scrive a Churchill per chiedergli di «fare affidamento [su di lui] e servirsi di [lui] per assicurare la salvezza del popolo indiano e del popolo inglese, e, attraverso questi, quella del popolo del mondo intero»170. Il primo ministro nemmeno gli risponde.

Gandhi è sempre più preoccupato per il fossato che si scava mese dopo mese, soprattutto dopo la sua detenzione, tra la Lega, che governa, e il Congresso, privato di ogni responsabilità; scrive al «caro fratello Jinnah» una lettera che rende pubblica: «Non mi considerate un nemico dell’islam o degli indiani musulmani. [...] Sono sempre stato servo vostro e dell’umanità. Non mi deludete»169. Jinnah, che non ha dimenticato l’umiliazione che i membri del Congresso hanno fatto subire ai suoi nelle province che hanno amministrato fino al 1939, tuttavia accetta di fargli visita e annuncia che andrà da lui ai primi di settembre.

Gandhi è anche preoccupato dell’atteggiamento degli ortodossi hindu, che lo accusano di non opporsi con sufficiente forza al progetto di creazione e di secessione del Pakistan, e che adesso gli rimproverano questa lettera a Jinnah, troppo amichevole ai loro occhi, e dell’incontro annunciato con il capo dei secessionisti.

Il 21 luglio, per sfuggire alla calura, Gandhi va a riposarsi sui colli di Panchgani, a 70 chilometri da Pune. Un gruppo di giovani estremisti, membri del partito di Savarkar, guidato da uno dei militanti più attivi, Narayan Apte, va a sventolare sotto il suo naso delle bandiere nere, e ad accusarlo di aver accettato la divisione e di mostrarsi troppo conciliante con i musulmani, «il che non fa altro», dicono, «che renderli più arroganti». Sul «Times of India» del 23 luglio, un articolo in prima pagina, intitolato “Gandhi clamorosamente contestato”, riporta infatti come un «giovane giornalista di Pune», Narayan Apte, ha organizzato una manifestazione di protesta contro Gandhi «che ha dato la sua benedizione al progetto di secessione». L’articolo precisa che quattro poliziotti in borghese (e armati) che scortavano Gandhi hanno arrestato Apte e il suo gruppo. Il reportage è accompagnato da una foto in cui lo si vede di fronte a Gandhi esclamare: «Io ti accuso pubblicamente di aver accettato la secessione!». In realtà non è affatto così, anche se Rajagopalachari, suo caro amico, glielo aveva chiesto nell’aprile del 1942, all’epoca della mancata negoziazione con Cripps...

In poco più di tre anni, lo stesso Apte figurerà tra gli estremisti incaricati di assassinare Gandhi.



La doppia integrità

Nella prima settimana dell’agosto del 1944, mentre in Europa gli Alleati preparano lo sbarco in Provenza e Parigi si appresta a sollevarsi, Gandhi torna a Sevagram. Lì lo attendono circa tremila lettere. Sa che la fine della guerra si avvicina e teme il peggio. Ora la sua preoccupazione maggiore non è più l’indipendenza, ma l’integrità dell’India, sia quella territoriale che quella identitaria, secondo lui contaminata dall’Occidente. La difesa di questa doppia integrità diverrà il fulcro della sua lotta. Si concentra sulla sua utopia, il «programma costruttivo»: tessitura, artigianato locale, istruzione primaria, creazione di una lingua comune a tutti gli indiani.

Mentre in Francia le truppe alleate provenienti da Normandia e Provenza stabiliscono il collegamento a Digione, Jinnah si reca a Sevagram il 9 settembre. Vi resterà diciotto ore. I giornalisti invadono l’asram, spiano i due uomini. Le posizioni sono inconciliabili: Jinnah vuole che Gandhi riconosca la Lega come unico rappresentante dei musulmani del subcontinente e che il principio della creazione del Pakistan sia riconosciuto ancora prima che ne siano definiti i confini geografici109; rifiuta l’idea che i non musulmani possano partecipare al referendum che deciderà il futuro delle province a maggioranza musulmana; inoltre chiede che la secessione abbia luogo prima dell’indipendenza dell’India; respinge inoltre qualsiasi trattato che coordini la politica di difesa, di comunicazioni o diplomazia tra i due Stati. Per Gandhi, al contrario, la prospettiva della creazione di due Stati sulla base di affiliazioni religiose, «che hanno in comune soltanto l’ostilità reciproca, sarebbe un disastro», e questa divisione (se essa dovesse risultare ineluttabile) potrebbe soltanto seguire (non precedere) il trasferimento del potere britannico all’India unita; ma spera che le diverse comunità, dopo il ritiro degli inglesi, si faranno concessioni reciproche109.

Alla fine del loro primo colloquio, i giornalisti chiedono a Gandhi se è riuscito a ottenere qualcosa da Jinnah. Lui risponde con il suo classico sorriso mesto: «Solo fiori». Dopo diciotto ore di trattative, l’intransigenza di Jinnah finisce per pagare: la “formula Rajaji”, espressa due anni prima da Rajagopalachari, ricompare nella discussione e Gandhi, accettando di parlarne, riconosce che la divisione del paese è una possibilità, dal momento che le popolazioni la desiderano. Ottenendo che il Mahatma discuta dei meccanismi dell’esercizio di un diritto all’autodeterminazione, Jinnah riporta un successo considerevole che la stampa amplifica e che rende tanto più furiosi gli ortodossi hindu109.

Il 2 ottobre, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, Gandhi lancia una colletta per l’edificazione di un memoriale in onore di Kasturba; vengono raccolte più di 825.000 sterline. Senza Mahadev e la moglie, senza Mira, trasferitasi nell’Himalaya, senza Sushila, che deve aiutare un cugino a Quetta, Gandhi si sente molto solo nonostante la presenza di Pyarelal che continua a fargli da segretario insieme ad Amrit Kaur, Kanu Gandhi e sua moglie Abha. Comunque presto arriverà una nuova pupilla, sua nipote Manu, la sorella di Kanu.



Disfatta di Netaji

Con la riconquista di Rangoon nel novembre del 1944, una parte delle truppe dell’INA si reca dal tenente colonnello Loganathan, ufficiale del servizio sanitario britannico; gli altri sono già scappati in Malesia con Netaji il quale, il 22 ottobre, ha dichiarato di avere ancora «la ferrea convinzione che la vittoria finale, in questa guerra, apparterrà al Giappone e alla Germania, che una nuova fase della lotta si avvicina, in cui l’iniziativa tornerà in mano ai giapponesi»13. Come a dargli ragione, il 16 dicembre, i tedeschi scatenano una controffensiva nelle Ardenne e i giapponesi contrattaccano nelle Filippine. Ma il rapporto di forze si è rovesciato: il 13, l’operazione condotta da MacArthur nelle Filippine permette agli americani di introdursi nel perimetro di sicurezza giapponese. Il 27, le truppe americane accerchiate a Bastogne rifiutano di arrendersi e intraprendono la loro controffensiva.

Il 4 febbraio 1945, mentre si apre la conferenza di Jalta tra Churchill, Roosevelt e Stalin, gli uomini di Netaji resistono ancora nella regione di Mandalay, in Birmania. In Indocina, il 9 marzo, i giapponesi attaccano violentemente le guarnigioni francesi, uccidono 2650 soldati, tra cui il generale Lemonnier, e fanno 3.000 prigionieri. Per salvare il suo trono, l’imperatore di Annam, Bao Dai, nominato dai francesi, si allea al progetto giapponese della Grande Asia e denuncia il trattato di protettorato con la Francia (11 marzo).

Il 12 aprile, Roosevelt muore e gli succede il vicepresidente Harry Truman. Il 13, l’Armata Rossa conquista Vienna. Il 17, mentre inizia l’offensiva sovietica contro Berlino, Gandhi reagisce così all’annuncio della prossima conferenza di San Francisco che deve creare l’Organizzazione delle Nazioni Unite sulla base della Carta Atlantica:

Gli Alleati non saranno in pace finché crederanno nell’efficacia della guerra [...]. Un preludio alla pace è l’indipendenza totale dell’India, grande paese, antico e colto, che si batte dal 1920 avendo deliberatamente deciso di utilizzare come sole armi la verità e la nonviolenza. [...] La pace deve essere giusta. Dunque non deve essere né punitiva né vendicativa. La Germania e il Giappone non devono essere umiliati. I forti non sono mai vendicativi [...]. A San Francisco o l’India è rappresentata dai propri rappresentanti eletti o non deve essere rappresentata affatto.169

Il maresciallo Smuts, che fa parte dei delegati britannici, sarà l’unico firmatario di quel trattato ad aver anche apposto il proprio nome in fondo al trattato che creava la Società delle Nazioni nel 1920.



La pace, e poi?

Il 25 aprile, le truppe americane e sovietiche stabiliscono un collegamento sull’Elba. I soldati della Legione Indiana, perduti per le strade della Germania, sono fatti prigionieri sulle rive del lago di Costanza da alcune unità americane e francesi13. In Birmania, ciò che resta delle truppe dell’INA si arrende alle forze britanniche che decidono di allestire il processo di tre soldati presi a caso, al Forte Rosso di Delhi, lì dove Bose aveva promesso di farli sfilare vittoriosi.

Il 30 aprile, Hitler si suicida. L’8 maggio 1945, mentre la firma della capitolazione della Germania nazista segna la fine della seconda guerra mondiale in Europa, in Algeria, a nord di Costantina, delle manifestazioni nazionaliste degenerano in sommossa; la repressione fa migliaia di morti nelle regioni di Sétif e Guelma. La decolonizzazione comincia così nei territori francesi.

A Delhi, tutti capiscono che l’indipendenza è vicina. A giugno, il capo del Partito del Congresso all’Assemblea Legislativa centrale, Bhulabhai Desai, propone al vice di Jinnah, il Nawabzada Liaquat Ali Khan, di mettersi d’accordo per esigere dagli inglesi la creazione di un governo nazionale paritario della Lega e del Congresso. Il musulmano rifiuta perché vuole la parità tra i musulmani da una parte e tutte le altre comunità da un’altra; esige inoltre che la Lega Musulmana rappresenti tutti i musulmani, cosa che il Congresso non può concedere senza rinunciare a essere un partito nazionale. Gli inglesi, da parte loro, non sono affatto sulla stessa lunghezza d’onda: Lord Wavell, che non va d’accordo con Churchill e ha chiesto tre volte di essere richiamato, propone solo la creazione di un consiglio esecutivo del viceré, in cui vi sia parità tra “hindu di casta” e musulmani.

Il 5 luglio, a Londra, vede la vittoria dei laburisti alle elezioni legislative e quindi l’esclusione di Churchill, il vincitore della guerra. Il 16, esplode la prima bomba atomica americana a Los Alamos. Il 28, Clement Attlee diventa primo ministro e intende sbarazzarsi del problema indiano: doversi trovare ad affrontare una guerra civile è fuori questione. Il nuovo ministro dell’India, Lord Pethick-Lawrence, che Gandhi ha già conosciuto, parla ormai di «partnership» con la Gran Bretagna. Il viceré annuncia che si terranno «non appena possibile» delle elezioni legislative per le assemblee provinciali e centrali create nel 1934 e nel 1937.

Il 3 agosto viene sganciata su Hiroshima una prima bomba atomica americana. Il 6, una seconda cade su Nagasaki. Gandhi vi vede, come tutto il mondo, il parossismo della violenza. Il 9 agosto, il Giappone capitola senza condizioni.

In tutto, questo secondo conflitto mondiale ha fatto 60 milioni di morti, di cui 27 in Asia; di questi solo l’1 per cento sono americani e il 12 per cento giapponesi; il resto sono vittime civili delle truppe giapponesi a causa dei lavori forzati, i maltrattamenti nei campi di concentramento, la guerra chimica e i bombardamenti.

Il 18 agosto, secondo informazioni dei servizi segreti britannici, Subhas Chandra Bose, alias Netaji, diretto a Tokyo, muore in un incidente aereo sopra Taiwan. Varie commissioni d’inchiesta stabiliranno in seguito che non vi è stato alcun incidente aereo in quella data in quel luogo. Alcuni oggi sostengono che Netaji, catturato dai sovietici, morì in prigione; altri affermano invece che Nehru declinò l’offerta di Stalin di liberarlo. Gandhi, per il quale l’unica questione che conta adesso è quella dell’unità indiana, quando viene a sapere di questa scomparsa osserva: «La più grande lezione che si può trarre dalla vita di Netaji è il modo in cui lui ha instillato lo spirito unitario nei suoi uomini, qualunque fosse la loro religione, la loro origine geografica o di casta. Insieme hanno versato il loro sangue per la stessa causa. Questo risultato eccezionale gli farà meritare sicuramente di essere immortalato nei libri di storia»169.

Il 19 agosto, il Vietminh, fondato da Ho Chi Minh nel 1941 per riunire tutti i nazionalisti, anche non comunisti, prende il potere a Hanoi, poi, nei giorni successivi, a Hué e Saigon; il 2 settembre, Bao Dai abdica e Ho proclama unilateralmente l’indipendenza del “Vietnam democratico” (l’ex imperatore diventa “consigliere supremo” del nuovo regime).

Alla fine del mese, Hermann Kallenbach, arrestato di nuovo in Sudafrica in quanto cittadino tedesco, muore a casa sua, a Durban, di malaria. Conformemente alle sue ultime volontà, viene cremato e la sua urna funeraria trasportata nel kibbutz Degania fondato nel 1910 nella valle del Giordano, in quello che presto diverrà lo Stato d’Israele.

7. «He Ram!» (1945-1948)

Mentre la guerra si allontana, la posizione inglese in India appare più solida di prima: non ci sono mai state tante truppe britanniche sul suolo indiano, il Congresso è dichiarato fuorilegge, molti dei suoi leader sono in prigione, morti oppure in esilio. In sei province, i governi amministrati dal Congresso sono sospesi dal 1939; nelle altre sono in carica dei ministri filobritannici e/o controllati dalla Lega Musulmana. La maggior parte degli amministratori della Corona confida ancora nella capacità dell’”armatura d’acciaio” di governare l’India a tempo indefinito. Invece, in meno di due anni, questa sarà divisa in due entità indipendenti, e la guerra di religione che Gandhi temeva farà centinaia di migliaia di vittime. Uno dei popoli più civilizzati del pianeta si rivelerà uno dei più barbari. La doppia integrità fisica e morale della “Madre” non reggerà. Ancora una volta il Mahatma ricoprirà un ruolo fondamentale, forse il più grande di tutta la sua vita, gridando un messaggio che bisognerebbe ascoltare oggi più che mai, quando ovunque si profilano tragedie della stessa natura e di maggiore portata.

Gandhi. il risveglio degli umiliati



Le due utopie

Nel corso dell’ultimo trimestre del 1945 si confrontano due utopie: quella degli inglesi, che vogliono ritirarsi pacificamente e lasciare il potere a un popolo indiano unito, e quella di Gandhi, che vorrebbe creare un’India riconciliata e libera da ogni influenza occidentale. In mezzo, c’è la realtà...

Già dalla seconda metà del 1945, il Raj scricchiola: la smobilitazione dell’esercito, passato in cinque anni da 189.000 a 2.250.000 uomini, è un’impresa enorme, portata avanti male e troppo lentamente. I soldati indiani che hanno combattuto sui fronti della Malesia, della Birmania, del Medio Oriente, oppure dell’Italia, che hanno visto interi imperi crollare, non sono disposti a farsi rimettere in riga. Si moltiplicano i casi di insubordinazione nella polizia, nell’aviazione e anche nello Stato Maggiore della Marina, a Bombay. I conflitti tra le comunità, contenuti a stento per più di vent’anni, sembrano scatenarsi con la dipartita del nemico esterno: diventano sempre più violenti e di carattere etnico.

Una manifestazione a Calcutta contro la condanna di un ufficiale musulmano alla corte marziale degenera nel saccheggio di negozi hindu e nell’incendio di alcuni autobus. La stampa di tutte le comunità fomenta sempre più la violenza. Ad esempio «Agrani», il giornale hindu di Pune, creato un anno prima da Nathuram Godse (che in seguito ucciderà Gandhi), non risparmia ai suoi lettori nessuna delle nefandezze commesse dai musulmani, denuncia l’incapacità dell’amministrazione di proteggere gli hindu e li esorta a difendersi coi propri mezzi.

Il viceré si appoggia sempre più agli alti funzionari e anche a dei governatori delle province indiane. Si contano sempre meno europei nei posti chiave; il reclutamento dei britannici nell’amministrazione civile e nella polizia è sospeso. Alcuni dei migliori amministratori britannici comprendono che il sistema ha fatto il suo tempo.

Nel frattempo, cambia anche il clima politico in Gran Bretagna: il regno è esangue, deciso a farla finita con tutte le colonie. Il nuovo primo ministro, Attlee, che è stato uno dei due membri laburisti della Commissione Simon nel 1929, da sempre favorevole all’autonomia, se non all’indipendenza dell’India, non fa mistero del suo programma: sbarazzarsi al più presto di tutte le colonie, India compresa, e rinunciare al mandato sulla Palestina, altro ginepraio. Vorrebbe con ciascuna una partnership, una «collaborazione volontaria per un mutuo beneficio». Attlee fa dunque liberare i leader del Congresso e annuncia l’imminente svolgimento di elezioni legislative, conformemente allo statuto in vigore, e l’arrivo in India di una delegazione parlamentare comprendente rappresentanti di tutti i partiti britannici per organizzare il passaggio all’indipendenza.

Ma il passaggio di cosa? Del Raj? Dell’India e del Pakistan? Di ciascun principato? Attlee preferirebbe trasferire il potere a una sola e unica autorità, lasciando poi che gli indiani se la sbrighino tra loro. Infatti, l’ossessione degli inglesi è e sarà, nel corso di quei terribili mesi, di non operare loro stessi alcuna divisione per lasciarne la responsabilità agli indiani dopo l’indipendenza: gli inglesi hanno sempre cercato di mettere gli indiani gli uni contro gli altri, ma non hanno mai avuto alcuna intenzione di dividere l’India.

Gandhi, per quanto lo riguarda, vuole un’India unita, indipendente, che tronchi ogni rapporto con l’Occidente, che combatta l’intoccabilità, dia la priorità alla vita rurale, si sbarazzi delle macchine, che sia autosufficiente e in cui gli alcolici e tutti i prodotti stranieri, in particolare i tessuti, siano proibiti. Nehru, come la maggior parte dei leader del Congresso, è refrattario a questo tipo di visione: il suo personale modello sono la produttività e la pianificazione, l’industria e la proprietà di Stato. Inoltre deve preparare le elezioni, annunciate per dicembre e gennaio. Confessa a Gandhi di non capire fino in fondo il suo progetto: «Io non capisco perché mai un villaggio dovrebbe necessariamente impersonare la verità e la nonviolenza...»120. E Gandhi il 5 ottobre 1945 gli risponde: «Dovrei almeno comprendere il mio erede, e il mio erede dovrebbe comprendermi!»169.

Nei primi tre giorni di dicembre, Gandhi incontra il governatore del Bengala, un diplomatico australiano, Richard Casey, nominato da Churchill. Il Mahatma gli spiega che la priorità assoluta del dopoguerra dovrebbe essere la riduzione della povertà. Ben presto sarà chiaro che la sua utopia è ancora più importante dell’indipendenza e che lui parla per l’umanità intera, contro la violenza che monta dappertutto...

L’India, infatti, non è l’unico luogo del risveglio degli umiliati. All’inizio dell’autunno, non distante, a Hanoi, Ho Chi Minh, portando a termine il suo lungo percorso, ha proclamato la Repubblica del Vietnam. La Francia, che presto tenterà di ricostituire il suo antico impero sotto il nome di Unione Francese, rifiuta di riconoscerla. Il Vietnam riceve l’appoggio del Pathet Lao, degli khmer-serei e del piccolo esercito del Khmer-Issarak.



«Come incanalare l’odio?»

La campagna elettorale per l’Assemblea Legislativa centrale e per quelle provinciali si apre a novembre con Nehru come principale oratore e Patel come organizzatore. Un’impresa immane, organizzare queste elezioni in un paese così disorganizzato dalla guerra. A gennaio del 1946, le elezioni danno al Congresso una schiacciante maggioranza tra l’elettorato non musulmano, con il 91,3 per cento dei voti e 57 seggi nell’Assemblea centrale, e una maggioranza nelle assemblee provinciali, con 123 seggi “intoccabili” su 151. È anche una vittoria per la Lega Musulmana, che ottiene le 30 circoscrizioni musulmane riservate all’Assemblea centrale con l’86,6 per cento dei voti e 442 dei 509 seggi riservati ai musulmani nelle assemblee locali. Perde inoltre di poco la maggioranza nel Punjab (79 seggi su 175) dove gli unionisti, guidati da Khizr Hyat Khan, formano un governo di coalizione col Congresso e il partito sikh Akali59. La polarizzazione del paese è evidente: il Congresso si ritrova contrapposto alla Lega.

Il 10 gennaio, alla prima assemblea delle Nazioni Unite, l’India è ancora presente al fianco della Gran Bretagna, come l’Ucraina insieme all’URSS. Il paese è rappresentato da membri dell’amministrazione britannica, diplomatici indiani di alto livello, i quali prendono istruzioni dai leader del Congresso.

Tuttavia Gandhi, prima di tutti gli altri, ha sentito la grave minaccia che incombe sul paese: la frammentazione. Compie un viaggio nell’India del Sud per difendere la sua utopia, e soprattutto per promuovere l’amicizia tra musulmani e hindu, la lotta contro l’intoccabilità e l’adozione dell’hindustani come lingua nazionale unificatrice. A Bombay, rende visita a Srinivasa Sastri, veterano dei liberali, successore di Gokhale, che l’aveva snobbato nel 1915 ma che in seguito è divenuto un caro amico. Sastri, morente, ben riassume l’opinione di tutti i leader indiani dell’epoca a proposito della prossima visita di una delegazione parlamentare britannica: «Noi sappiamo che non può venirne fuori niente. Laburisti o conservatori, quando si tratta dell’India, sono tutti uguali!»154.

Gandhi rilancia il giornale «Harijan» e sulle sue pagine invoca come priorità il ritiro delle truppe britanniche e il raggruppamento dei principati attorno al Raj, per evitare una loro secessione. In generale, si preoccupa per l’escalation della violenza. Ovunque osserva con ansia gli esaltati che vanno a insultarlo alle stazioni o ai raduni, e si irrita nel vedere hindu e musulmani trattarsi reciprocamente come delinquenti. «Ma chi sono i delinquenti?», si chiede. «È quando l’intellighenzia distilla il suo veleno e attizza l’odio che i delinquenti tentano la fortuna!»169.

A marzo, tutti capiscono cosa sta per succedere. A Londra, alla Camera dei Comuni, Albert Victor Alexander, ministro incaricato del trasferimento dei poteri alle colonie ancora per un mese, spiega che in India «rischia di scoppiare la rivoluzione da un momento all’altro». A Delhi il viceré, che aveva tolto la censura, la ristabilisce per vietare di diffondere notizie sui disordini intercomunitari e opinioni che potrebbero provocarne. Nel frattempo, la commissione parlamentare sbarca a Delhi. Alla sua testa, Sir Stafford Cripps (che dopo essere stato ministro della Produzione Aeronautica di Churchill è passato al Partito Laburista ed è diventato ministro dell’Industria di Atlee) e Lord Pethick-Lawrence, segretario di Stato per l’India (che, fatto curioso, ha unito al suo il cognome della moglie). Nel giro di un mese, la commissione incontrerà 472 personalità indiane!

Gandhi, da parte sua, non è affatto ansioso di ottenere udienza. In quel periodo si trova a Uruli Kanchan, vicino Pune, dove fonda un centro: qui dispensa consulenze e prodiga agli indigenti cure basate sulle idee di un naturopata tedesco della fine del XIX secolo, il dottor Kuhne, di cui parla dagli anni Trenta, ponendosi lui stesso come esempio. Il programma prevede: dieta, idroterapia, impacchi di argilla177.

All’epoca, Godse, uno dei futuri assassini di Gandhi, che dirige il giornale «Agrani», è ancora in stretti rapporti con Savarkar, che la polizia sorveglia strettamente.



Scegliere Nehru

Come ogni anno, il comitato esecutivo deve scegliere chi sarà il suo presidente. Ma deve farlo più in fretta degli anni precedenti, perché, se si crea un governo indiano ad interim, il presidente del Congresso ne sarà il leader principale pronto a diventare il primo ministro dell’India indipendente155. La posta in gioco è dunque molto più importante che negli anni precedenti. Il modo in cui si svolgono le votazioni rivela la prodigiosa influenza di Gandhi. Azad, presidente del Congresso da sei anni, aspira a essere rieletto. Ma non è popolare. Patel invece lo è, ed è candidato dai rappresentanti del Congresso in 13 province su 16. Kripalani è candidato dagli altri. Con la sua estrema conoscenza del potere, anche se fa mostra di non interessarsene, Gandhi sa che Patel (il quale avrebbe l’autorità personale necessaria) è malato e non è mai uscito dall’India. Solo Jawaharlal Nehru ha allo stesso tempo carisma, forza di convinzione ed esperienza internazionale. Purtroppo non è molto amato nel Congresso e la sua candidatura non è avanzata da nessuno.

Il 14 aprile, quando un giornale urdu (della provincia d’origine di Azad) scrive che questi sarà probabilmente rieletto, Gandhi gli scrive in urdu:

Io non ho ancora detto il mio parere a nessuno; quando uno o due membri della commissione delle risoluzioni me l’ha chiesto, io ho risposto che non ero d’accordo che continuasse il presidente in carica... Se voi condividete questa opinione, sarebbe saggio che pubblicaste una dichiarazione a proposito di questo articolo, in cui esponete di non avere alcuna intenzione di ripresentarvi. Nelle circostanze attuali, se me lo chiedessero, direi che preferisco Jawaharlal. Ho le mie ragioni. Perché spiegarle?109

Qui possiamo vedere lo straordinario ascendente di Gandhi: questo vecchio di settantasei anni, fuori dai circuiti ufficiali, deciderà, solo contro tutti, chi sarà la figura più importante dell’India indipendente. E tutti gli altri si piegheranno alla sua decisione. Non si può immaginare un frutto più eccezionale della sua influenza.

Il 24 aprile, parla con gli altri tre candidati, Azad, Kripalani e Patel, che devono la carriera a lui, e chiede loro di ritirarsi. Il 25, cioè quattro giorni prima della scadenza per la presentazione delle candidature, in una riunione del comitato esecutivo, Kripalani, agendo, dice, «in ossequio ai desideri di Gandhi», fa girare un bigliettino su cui ha scritto la sua scelta: Nehru109. Molti altri membri del comitato, tra cui Azad e Patel, consegnano questo biglietto; Kripalani e Patel si ritirano75. Il 26 Azad a sua volta rende pubblico un appello a votare Nehru, che dunque ottiene l’unanimità del comitato esecutivo109.

Resta un’ultima battaglia: Azad suggerisce che il suo successore entri in carica solo alla fine dell’anno, sperando così di ottenere la direzione del governo ad interim se questo sarà creato prima; Gandhi impone che la presidenza di Nehru cominci il 1° luglio. Strabiliante successo, quando si poteva benissimo immaginare che in un momento simile ognuno volesse giocarsi le sue carte. Senza dimenticare che lo stesso Gandhi, se avesse voluto, avrebbe potuto farsi eleggere.



«L’odio è nell’aria»

Il 5 maggio, a Simla, un pranzo riunisce attorno al viceré la commissione britannica, Nehru (fresco di nomina), Jinnah e dei rappresentanti dei sikh e degli intoccabili. Gandhi, presente in qualità di invitato personale del viceré e non come rappresentante del Congresso, viene insultato, al suo arrivo, da alcuni fanatici hindu. Jinnah fa arenare il discorso: per lui, di un’India unica non se ne parla, neanche per un minuto. Deluso, Gandhi torna a Sevagram e, il 12 maggio, pubblica come epilogo di quella riunione un articolo premonitore intitolato “Come incanalare l’odio”:

L’odio è nell’aria e chi ama questo paese, ed è impaziente, sarà contento di approfittarne, se può, per procedere, attraverso la violenza, verso l’indipendenza. Ma il risultato sarà solo altro odio, altro odio in cambio, e la vendetta farà perdere entrambi gli schieramenti [...]. A essere del tutto sinceri, la nostra azione nonviolenta fu vera solo a metà, perché molti avevano la nonviolenza sulle labbra e il cuore intriso di violenza.169

Imitando ciò che fece Ghaffar Khan a Peshawar prima della guerra, Gandhi propone dunque la creazione, di cui ha già parlato, di «brigate della pace» che formino un «esercito nonviolento» composto da uomini di diversa origine, pronti a morire per riportare i rivoltosi alla ragione.

Una piccola parte dell’addestramento di base dei militari potrà anch’essa rivelarsi utile all’esercito nonviolento: la disciplina, l’esercizio, i canti in coro, il saluto alla bandiera, i simboli e altri elementi simili. Ma neanche questo è assolutamente necessario, perché il solo insegnamento indispensabile per un esercito nonviolento è una fede incrollabile in Dio, l’obbedienza totale e volontaria al capo dell’esercito nonviolento, e una cooperazione perfetta, interiore ed esteriore, tra le unità dell’esercito.169

Il 16 maggio, la commissione ministeriale inglese rende note le sue conclusioni: essa propone la creazione di una “Unione indiana” che comprenda l’India britannica e gli Stati indiani, e abbia competenza per gli Affari esteri, la Difesa e le Comunicazioni. Le province e gli Stati saranno investiti di tutti gli altri poteri. Grande innovazione: “dei gruppi di province” potranno costituirsi per mettere in comune la gestione di alcune questioni. L’Assemblea Costituente si dovrebbe dividere in tre sezioni: A (Madras, Bombay, le Province Unite, Bihar e Orissa), ovvero le regioni a maggioranza hindu; B (Punjab, Sind e Frontiera del Nord-Ovest), le regioni miste; C (Bengala e Assam), a maggioranza nettamente musulmana. Ogni sezione dovrà decidere se alcune delle province che la compongono possano riunirsi in un “raggruppamento” e quali questioni ricadrebbero sotto la giurisdizione di tale “raggruppamento”.

Lì per lì Gandhi esprime un parere favorevole a questa proposta. «L’ho esaminata attentamente per quattro giorni», scriverà sul numero del 26 maggio di «Harijan», «è il miglior documento che il governo britannico possa produrre, date le circostanze»169. In seguito si rende conto che il concetto di “raggruppamento di province”, introdotto su richiesta della Lega Musulmana, rischia di condurre certe province alla secessione109. Inoltre, la riduzione del potere del governo centrale a tre settori indebolisce la futura Unione e rinforza le forze centrifughe54. Vale la pena accettare questo progetto solo se l’unità del paese è affermata e stabilita solidamente; accettandolo, la Lega non fa mistero del fatto che il “raggruppamento di province” è, nelle sue intenzioni, non un’alternativa, ma un passo avanti verso la creazione del Pakistan. Da Sevagram, Gandhi consiglia allora al Congresso di respingere queste proposte.

Il 1° giugno, il Mahatma spiega pubblicamente i motivi della sua preferenza per Nehru: «È un ex studente di Harrow, un laureato di Cambridge, un avvocato; è l’uomo adatto a condurre le trattative con gli inglesi». Nehru e Patel non sono d’accordo con Gandhi: i due sanno che, se il Congresso non approva il piano degli inglesi, non resterà che scegliere tra la guerra civile e un governo alla pari tra hindu e musulmani, come chiede la Lega, cosa che loro combattono a ogni costo. Ormai ritengono la secessione inevitabile, anche se nessuno osa ammetterlo.

Gandhi è isolato. Quelli che lui stesso ha scelto si schierano contro di lui. Il 7 giugno, lascia Sevagram per tornare a Delhi, dove arriva il 10 per incontrare il viceré. Al suo arrivo, dà scandalo dichiarando che la vittoria degli Alleati non è la «vittoria della verità sulla menzogna»169, e che anche gli Alleati hanno avuto dei torti. Il giorno dopo, ripete al viceré che la proposta della commissione è ai suoi occhi inaccettabile. Il viceré, che ha ordine di mettere un punto al più presto alla situazione, si rivolge dunque a Nehru e propone la creazione di un governo ad interim. Gandhi è contrario («non siamo pronti»). Gli altri sono indecisi. Il Mahatma dichiara loro: «La ragione mi dice di accettare, l’istinto di rifiutare. Seguite la vostra ragione». Il 18, il Congresso accetta: il potere, finalmente!

Pochi giorni dopo, a Gerusalemme, l’Irgoun fa esplodere l’ala sud dell’hotel King David, centro amministrativo del governo britannico. Come mosse da un destino comune, India e Palestina si avviano verso l’indipendenza, la violenza e la guerra tra le comunità religiose.



«Le fauci della morte»

Gandhi è odiato dai musulmani perché è hindu, è detestato dagli hindu perché difende musulmani e intoccabili, è disprezzato dagli intoccabili perché rifiuta loro uno status particolare. Il 28 giugno, alcuni manifestanti tentano di far deragliare il treno che lo riporta da Delhi a Pune. Lui commenta: «L’uomo vive tra le fauci della morte». Inizia a tenere un diario sotto forma di appunti confidenziali e comincia a scrivere per se stesso, ogni giorno, un «pensiero vero»54.

Nathuram e Narayan cambiano il titolo del loro giornale per evitare che sia messo al bando: «Agrani» diventa lo «Hindu Rashtra»; il governo fa versare loro una cauzione di 5.000 rupie; molti hindu influenti li finanziano e non fanno fatica a mettere insieme la cifra.

Il 17 luglio, la Lega Musulmana respinge il piano della commissione ministeriale, boicotta l’Assemblea Centrale, rifiuta di partecipare al governo provvisorio nazionale e annuncia un piano di “azione diretta” per imporre la creazione del Pakistan. Jinnah dichiara: «Abbiamo forgiato un’arma e ce ne serviremo». Quando gli chiedono se questo movimento sarà violento o nonviolento, lui rifiuta di «discutere di morale» e critica «la casta hindu fascista del Congresso e i suoi sicari» che vogliono «dominare e sottomettere i musulmani e le altre minoranze indiane con l’aiuto delle baionette inglesi».

Il 12 agosto il viceré si rassegna a chiedere a Nehru di formare il governo con i soli membri del Congresso.

Stremato, dopo aver, per il terzo anno consecutivo, passato tre settimane di luglio nel Maharashtra, Gandhi se ne ritorna a Sevagram dove trascorre tutto il mese d’agosto, molto caldo. Ha settantasei anni. È molto addolorato nel vedere il Congresso accettare quello che non può che portare, secondo lui, alla divisione dell’India. Gandhi sa che a questo non sopravvivrà.



La grande carneficina di Calcutta

Il 16 agosto, conformemente alla dichiarazione di Jinnah, la Lega dichiara una “giornata di azione diretta”. Dal 16 al 20, nel Bengala, il cui governo è presieduto da un membro della Lega, Hasan Suhrawardi, alcune bande armate di bastoni, lance, asce e armi da fuoco percorrono la città, profanano luoghi di culto, rubano e uccidono54. È il primo grande massacro religioso in India dopo due secoli. Il governo provinciale impedisce deliberatamente alla polizia di intervenire con la dovuta tempestività. Più numerosi, i non musulmani rispondono all’aggressione e hanno la meglio in questa prova di forza. Un testimone bramino, Prithwin Mukherjee, nipote di Bagha Jatin Mukherjee, all’epoca appena sedicenne, racconta: «Eravamo a casa nostra, a Ballyganj Place, nella zona più a sud di Calcutta; dietro un quartiere di latterie si trovavano delle comunità di musulmani militanti. Mi ricordo ancora mio padre, mio zio e i loro amici intenti a costruire barricate». E aggiunge: «Musulmani e hindu si massacravano in un’atmosfera da incubo in cui il fuoco, le urla, la polvere si insediavano nella nostra vita quotidiana. Abbiamo vissuto i tormenti del tecnico di laboratorio della farmacia all’angolo, la cui figlia col genero tentava di sfuggire alle atrocità con i figlioletti: li vedemmo arrivare portando le stigmate dell’orrore»95.

In cinque giorni, «la grande carneficina di Calcutta» come la definisce il maggiore giornale della città, lo «Statesman», fa più di 5.000 morti e 15.000 feriti. Con l’arte delle sfumature allora imposta dalla censura, il suo redattore osserva: «A posteriori, il comportamento della Lega Musulmana prima delle sommosse spinge a pensare (e questo vale non solo per i suoi avversari politici) che fosse divisa sul condannare o meno questo massacro»169.

Gandhi, che si trova a Sevagram, vede concretizzarsi ciò che teme e denuncia da almeno un anno: «Non siamo ancora in piena guerra civile, ma non ne siamo più lontani». Il 24 agosto, manda un telegramma al viceré e al governo di Londra affinché «non si ripeta la tragedia del Bengala».

Il lunedì 27 va a Delhi, invitato da Nehru e Wavell, per l’insediamento del primo governo provvisorio dell’India. Sceglie di alloggiare nella colonia degli spazzini di Balmiki e non si muove da lì mentre Nehru presta giuramento. Questi ha dovuto dimettersi dalla presidenza del Congresso, come ha richiesto Clement Attlee, ed è stato sostituito da Kripalani, l’istitutore del Champaran. Dato che quel giorno cade di lunedì, Nehru, rispettando il voto di silenzio di Gandhi, rimasto dai suoi amici intoccabili, gli rivolge un semplice messaggio: «Marcia su Dandi. Unione di hindu e musulmani. Fine dell’intoccabilità. Khadi»109.

Il 4 settembre, Nehru annuncia la composizione del suo governo ad interim: riserva per sé il ministero degli Esteri; Patel è vicepremier e ministro degli Interni, nonché ministro degli Stati. In segno di riconoscenza per l’azione dell’INA e come testimonianza di riconciliazione nazionale, il fratello di Netaji, Sarat Bose, avvocato, che ha sostenuto il fratello e dalla sua morte si occupa di aiutare i soldati dell’INA a reinserirsi, è nominato ministro delle Opere Pubbliche e dell’Energia. Ambedkar è ministro della Giustizia. Uno dei primi gesti di Nehru è guidare lui stesso la delegazione alle Nazioni Unite e denunciare l’apartheid che imperversa in Sudafrica. Una delle prime iniziative di Patel consiste nell’occuparsi della produzione agricola, gravemente minata dalle esigenze militari e dalla carestia incombente. Gandhi ottiene da lui che Mirabehn sia nominata consigliere speciale del governo dell’Uttar Pradesh per l’agricoltura.

Davanti a questo nuovo governo, l’Indian Civil Service, l’“armatura d’acciaio”, non si scompone e agisce con una flemma eccezionale. Londra ne sospende il reclutamento e annuncia che la maggior parte degli ultimi 600 membri di questo grande corpo lascerà l’India nel giro di dodici mesi; saranno tutti, uno per uno, riaccompagnati al porto o all’aeroporto al suono delle fanfare.

Nel frattempo riprendono i massacri: dopo quello di 5.000 hindu da parte dei musulmani a Calcutta, 4.000 musulmani sono assassinati da hindu come rappresaglia nel Bihar. Per placare gli animi, Nehru chiede a Jinnah di riconsiderare la sua posizione ed entrare nel governo. Il capo della Lega esita. Così facendo, darebbe una concretezza all’India, che lui rifiuta, ma potrebbe controllarne l’evoluzione.

Pochi giorni dopo, il 19 settembre 1946, prende forma la nuova Europa in un discorso di un’estrema audacia di Winston Churchill che, più visionario che mai, all’università di Zurigo, pone la riconciliazione franco-tedesca e la creazione di un organismo europeo come condizioni della pace e della libertà nel continente:

Sto per fare una dichiarazione che vi sorprenderà. Il primo passo verso una nuova formazione della famiglia europea deve consistere nel fare della Francia e della Germania degli alleati. Solo questo permetterà alla Francia di riprendere la leadership morale dell’Europa. Non si può immaginare una rinascita dell’Europa senza una Francia e una Germania spiritualmente grandi...


Ben oltre l’India...

Il 9 ottobre, Jinnah pone al Congresso nuove condizioni per partecipare al governo e controllarne l’azione; queste riguardano soprattutto posti destinati ai suoi amici, e sono accettate. Jinnah personalmente non entra nel governo ma ottiene il ministero delle Finanze per il suo braccio destro Liaquat; questa poltrona permetterà alla Lega di paralizzare l’azione del Congresso, nella reciproca ostilità tra ministri...

Il 10, in un distretto del Bengala orientale, a maggioranza musulmana, quello di Noakhali, alcuni musulmani incendiano le case della piccola comunità hindu della regione, saccheggiano i raccolti dei contadini, profanano i loro templi, li costringono a convertirsi e rapiscono le loro donne. Gli hindu fuggono a migliaia. Il 15, a Sevagram, Gandhi sente parlare di queste atrocità. Il 18, due suoi amici del Bengala, Satis Chandra Dasgupta e Satin Sen, si chiedono se sia il caso di andare nel Noakhali per intervenire. Gandhi li incoraggia a farlo e decide di recarsi anche lui, appena possibile, nel più grande villaggio del distretto, Srirampur. Alcuni membri del suo entourage tentano di dissuaderlo: è in pessime condizioni di salute e c’è bisogno di lui alla sessione annuale del Congresso, che deve svolgersi nel mese di novembre a Meerut, nelle Province Unite. In realtà, né Nehru, né Patel, né Kripalani gli hanno chiesto di partecipare. Lui ha capito che il Congresso e il governo non hanno più veramente bisogno di lui. Perciò si occuperà del mondo reale...

Ora vuole porsi su un terreno completamente diverso, quello, essenziale per lui, del suo progetto per il paese. E capisce anche che la questione fondamentale non è più l’India, ma la nonviolenza universale. Ecco la sua risposta: «Non so cosa potrei fare sul posto. Tutto ciò che so è che non avrò pace finché non ci sarò andato [...]. Sospettare uno dell’altro è terribile. Le amicizie più vecchie si sono rotte. La verità e la nonviolenza, che mi hanno sostenuto per sessant’anni, non mostrano le virtù che avevo attribuito loro. Per testarle e mettermi meglio alla prova, andrò a Srirampur...». Dunque interverrà, pronto a rischiare la vita. E aggiunge, paragonandosi a Gesù:

Un uomo che era completamente innocente si è offerto in sacrificio per il bene degli altri, compresi i suoi nemici, e per riscattare il mondo. È stato un atto perfetto. Le ultime parole di Gesù, «È finita», sono state riportate da quattro dei suoi discepoli. Sono autentiche. Che la tradizione di Gesù sia storicamente vera o meno, non mi interessa. Per me, è più vera della storia stessa, perché la considero possibile e racchiude in sé una legge eterna – la legge del capro espiatorio nel suo senso più profondo.

I suoi due amici bengalesi gli dicono che sono disposti ad accompagnarlo. «In marcia, allora!», dice loro Gandhi. «Ma niente imprudenze. Voi andrete perché sentite che è vostro dovere, non perché ve l’ho chiesto io»169.

Viene a sapere che il nuovo ministro delle Opere Pubbliche, Sarat Bose, fratello di Netaji, benché malato, e il nuovo presidente del Congresso, Kripalani, accompagnato dalla moglie bengalese, sono anch’essi diretti alla regione del Noakhali allo scopo di intervenire. «Fanno bene ad andarci se non lo fanno per proteggere il partito, ma per mettere fine a una guerra fratricida». Quando un «carissimo amico»114, annota Pyarelal senza farne il nome, cerca di convincerlo a rinunciare, Gandhi spiega che non può resistere all’«impulso spontaneo che sente in lui di andare verso il popolo del Noakhali. Ci sono due tipi di pensiero: ozioso e attivo. Nel cervello possono brulicare miriadi di pensieri del primo tipo. Non conta. Ma un pensiero puro, attivo, che viene dal profondo dell’essere, dotato di tutta l’intensità completa di quell’essere, diviene dinamico e fermenta come un ovulo fecondato».

Fondamentalmente, Gandhi è entrato in un’altra dimensione del suo destino. La morte di Kasturba l’ha liberato: non deve più niente a nessuno. Da un punto di vista filosofico, politico e personale, andrà fino in fondo a se stesso.



«I più bei momenti della mia vita»: il Noakhali

Il 28 ottobre, annuncia la sua partenza per il Noakhali, non «per giudicare qualcuno», ma «come servitore di Dio», per «asciugare le lacrime delle donne bengalesi» e «ridare loro coraggio», se può. Inizia un pellegrinaggio straordinario attraverso il paese, dove questo vecchietto triste e trasparente, dallo sguardo magnetico, per mesi e mesi si interporrà tra le comunità, andando da un massacro all’altro, difendendo qui gli hindu, lì i musulmani, per arginare la violenza che da tempo aveva sentito arrivare, e che sa essere annidata nel corpo dell’India come nel suo. Gandhi parla di un «senso di fallimento alla vista della follia collettiva che può trasformare un uomo in un bruto». È proprio questa la posta in gioco.

Sale su un treno per Calcutta, punto di passaggio obbligato per il Noakhali. Lo accompagnano Pyarelal, Sushila, Sucheta Kripalani, Amtus Salaam, Sushila Pai, Amritlal Thakkar, Kanu Gandhi e la moglie Abha, Nirmal Kumar Bose (che funge da interprete), Parasuram (lo stenografo) e Prabhudas, un assistente. A ogni stazione che attraversa, nel Bihar e nelle Province Unite, folle enormi accorrono verso il convoglio, arrampicandosi sul tetto dei vagoni, bussando agli sportelli, tirando l’allarme, gridando e invocando il suo darsan, il suo sguardo e la sua benedizione. Lui si tappa le orecchie con due dita e si espone a lungo alla folla, senza precauzioni. La notte, rifiuta addirittura di spegnere le luci, come gli suggeriscono per misura di sicurezza: la gente, dice, deve poterlo osservare.

Durante questo viaggio, scrive diversi articoli per «Harijan», una dozzina di lettere a Nehru, Patel, Rajagopalachari, Azad, Prasad, Amrit Kaur e Lilavati Asar, e anche al figlio Devdas: che nessuno si preoccupi, lui è circondato da un’équipe competente... Scrive inoltre a Jaisukhlal, padre di Manu (sua pronipote, che adesso ha diciannove anni) per chiedergli se lei può raggiungerlo nel Noakhali. La vuole assolutamente accanto a sé e spiega che intende esaminare le possibilità di un matrimonio tra lei e Pyarelal che ne è innamorato (l’uomo ha quarantasei anni). La giovane arriverà a dicembre e si scopriranno le vere intenzioni di Gandhi...



«La quantità di polvere...»

Gandhi arriva a Calcutta il 29 ottobre e resta una settimana nell’asram di Satis Dasgupta, a Sodepur, in periferia. Prepara il programma della sua permanenza con alcuni membri dell’asram che invia in esplorazione. Fa visita al governatore britannico, ai leader hindu e musulmani, al primo ministro musulmano Suhrawardi che, dai tempi del Califfato, lo rispetta e lo chiama Bapu. All’inizio di novembre, su pressione dei capi locali del Congresso e di Jinnah, Suhrawardi critica la sua visita e chiede a Gandhi di lasciare la città. Il 6 novembre, un treno speciale che ha fatto preparare Suhrawardi lo conduce nel Bengala orientale con tutti quelli che lo accompagnano, più il ministro provinciale del Commercio54. Gandhi spiega cosa si aspetta da loro: restare lì almeno per tre mesi, spargersi per i villaggi e vivere in mezzo alla maggioranza musulmana; alcuni abitanti di Sodepur che parlano il bengalese, andati in avanscoperta, saranno lì per aiutarli54. Se qualcuno ha paura, può ancora tornare indietro. A gennaio, una volta che le risaie saranno in secca, andranno a piedi di villaggio in villaggio attraverso il distretto di Noakhali169. Sa che sarà una marcia spossante per la sua età, ma si preparerà. Vuole mostrare al paese che è possibile recuperare la calma e uscire da quella follia semplicemente servendosi del suo ascendente.

Il treno li porta fino a Goalando, dove si imbarcano sul battello a vapore Kiwi per un tragitto di un centinaio di chilometri lungo un fiume, fino a Chandipur, al confine occidentale della regione del Tippera-Noakhali109. A Chandipur, prende un altro treno per Chaumuhani, dove un gruppo dell’asram di Sodepur è andato a preparare il suo arrivo. È la fine del mondo; nessun cittadino o quasi vi aveva mai messo piede.

Arrivando a Chaumuhani, l’8 novembre, Gandhi tiene una riunione di preghiera comune tra musulmani e hindu, a cui prendono parte 15.000 persone. Pronuncia un discorso di una profonda sincerità, riflesso di decenni di lotta:

Io non sono venuto a incitare gli hindu a combattere i musulmani. Per tutta la vita ho combattuto contro gli inglesi e ciononostante sono miei amici. Io non gli ho mai voluto male. Ho sentito parlare di conversioni imposte. Di gente costretta a mangiare carne di mucca, di matrimoni forzati, di stupri, senza parlare degli omicidi e dei saccheggi. Qualcuno ha distrutto degli idoli. I musulmani non adorano idoli, e nemmeno io; ma perché prendersela con chi lo fa? Io ho studiato il Corano. La parola stessa “islam” significa ‘pace’. Noi hindu usiamo il “Salam aleikum” dei musulmani. L’islam non autorizza quello che è successo qui e a Tippera; io mi aspetto dai musulmani, che sono la schiacciante maggioranza nello Stato del Bengala, che si offrano come protettori della piccola minoranza hindu. Dovranno dire alle donne hindu che finché resteranno lì nessuno farà loro torto nemmeno con lo sguardo.169

Gandhi passa per Dattapara, villaggio in cui 6.000 hindu hanno trovato rifugio dopo le violenze e vi tiene una riunione di preghiera. Sente poi parlare di disordini in un altro Stato, il Bihar, dove il numero delle vittime sarebbe incredibile. Fa sapere dai giornalisti che l’accompagnano che se non viene ristabilita la pace lui intraprenderà un digiuno a oltranza. Questa minaccia e soprattutto le severe misure adottate dal governo del Bihar, come anche la visita sul posto di Jawaharlal Nehru, permettono di ristabilire una parvenza d’ordine. Ma precario.

Il 9 novembre arriva a Srirampur, principale villaggio del Noakhali. Qui sono rimaste solo tre famiglie hindu su duecento. Come convenuto, Sushila Nayar, Abha e Kanu Gandhi e Sucheta Kripalani partono per i villaggi vicini. Pyarelal sceglie Bhaktapur, sua sorella Sushila decide di creare una clinica a Changirgaon54. A Srirampur con Gandhi resta solo il suo stenografo, Parasuram, e l’interprete bengalese Nirmal Kumar Bose. Dappertutto attorno a loro ci sono solo cadaveri, rovine carbonizzate...

Ancora oggi qualcuno ricorda il suo cranio rasato, il suo orologio da taschino, il suo modo di camminare, il suo latte di capra, le cure che prodigava. Un musulmano di Srirampur ricorda: «È venuto a casa mia, ha mostrato il Corano a mio padre e gli ha domandato se il testo sacro autorizzasse le cattive azioni»54. Il 13 si stabilisce a Kazirkhil e gira i villaggi circostanti. Nirmal Kuman Bose, che l’osserva da vicino, conclude che è «la rimessa in questione della sua personale perfezione» che lo rende così vicino agli uomini e alle donne comuni. Gandhi scrive il 17: «Le rappresaglie non servono. È inumano essere violenti verso persone della stessa religione di coloro che hanno commesso il torto»54.

Il 20 novembre torna a Srirampur, che chiama il suo «ultimo asram». «Se vuoi conoscere te stesso, avanza da solo», dice. Trascorre lì sei settimane, fino alla fine di dicembre. Un tavolaccio ricoperto da un materasso gli fa da scrittoio di giorno e letto di notte109. Si alza alle quattro del mattino, legge e scrive alla luce della lampada a cherosene, fila i suoi rocchetti di cotone e officia due riunioni di preghiera al giorno aperte sia agli hindu che ai musulmani54. Alla sua dieta aggiunge del latte di cocco109. Bose gli dà lezioni di bengalese. Poco a poco, gli hindu dei villaggi circostanti possono andare in giro più liberamente109. Una trentina di musulmani e di hindu di Srirampur tengono insieme, con Gandhi e il ministro del Commercio Shamsuddin, anche lui sul posto, una riunione finalizzata alla costituzione di comitati per la pace. La stampa della Lega è infastidita della sua influenza sui musulmani, lo addita come «nemico pubblico numero uno» e vede nella sua missione un «losco gioco» politico per deviare il voto dei musulmani verso il Congresso.

Ed ecco un momento molto particolare: Gandhi chiede a Bose di smetterla di rilasciare dichiarazioni che «lo mostrano sotto la luce migliore e presentano un’immagine di quello a cui lui tende, non quello che lui è già». Bose ribatte citando Tagore: si dovrebbe giudicare un uomo «basandosi sui migliori istanti della sua vita, sulle sue realizzazioni più alte piuttosto che sulla mediocrità della sua vita quotidiana»54. Gandhi gli risponde: «Sì, questo vale per il poeta che deve diffondere sulla terra la luce delle stelle. Gli uomini come me, invece, non bisogna giudicarli dai momenti della loro vita in cui sono grandi, bensì dalla quantità di polvere che i loro piedi hanno accumulato nel corso della giornata!»54.



Violenza e sessualità

L’ultima settimana di novembre, il governo di Sua Maestà invita a Londra il viceré, Nehru, Liaquat Ali Khan (il vice di Jinnah, divenuto ministro delle Finanze) e Baldev Singh. Jinnah pensa di poter prendere il coltello dalla parte del manico e ottenere la secessione tramite la minaccia di scatenare una guerra civile. Il gabinetto britannico preferirebbe che il Congresso e la Lega si accordassero sulla Costituzione di un paese unificato, anche se subito dopo potrebbe separarsi. Il 6 dicembre, per tentare di rabbonire Jinnah, gli inglesi modificano le clausole relative al raggruppamento di province così che queste possano facilitare una secessione, però ciò non muta la decisione della Lega di boicottare l’Assemblea Centrale.

Nel Bengala, a Garh Mukhteshwar, alcuni pellegrini hindu massacrano dei commercianti musulmani.

Gandhi cammina senza difficoltà. La morte di Kasturba sembra aver liberato in lui delle forze insospettate. A settantasette anni, la sua sessualità lo tormenta più che mai. Sente che in essa c’è, come sempre, una componente di violenza. Come combattere la violenza negli altri se non si tiene a freno la propria? Proprio per questo, Gandhi si sottoporrà a una prova incredibile: testare la propria capacità di resistere alla sessualità. È questo il motivo per cui ha fatto arrivare Manu, la sua pronipote, una fanciulla molto bella di diciannove anni, che nutre per lui un’ammirazione infinita. Vuole, sostiene, dominare la propria sessualità, ovvero la propria violenza... dormendo nudo con la ragazza!

Prima ne parla con Pyarelal, lui stesso innamorato di Manu, poi con Parasuram (che è lì per battere a macchina) e con Nirmal Bose, l’interprete; Gandhi spiega loro che, per vincere la violenza che lo circonda, e affrontare la sfida del Noakhali e quella della guerra civile che sicuramente scoppierà con l’indipendenza, lui dovrà fare appello alla castità. Questa volta, non si tratterà di un esperimento, ma di ciò che lui definisce un yajna (‘sacrificio’), cioè un’offerta a Dio. Se né lui né Manu cederanno al desiderio dividendo lo stesso letto, questo yajna lo purificherà, l’obbligherà a pregare con molto più ardore e l’aiuterà a raccogliere tutta la sua energia per affrontare la sua missione54. Inoltre aggiunge che bisogna essere completamente padrone di sé per diventare invincibile e controllare la propria violenza, compresa quella di origine sessuale, se si vogliono dispensare attorno a sé delle lezioni di nonviolenza. Ricorda un sPtra dello Yogasutra di Patanjali, scritto nel II secolo, che gli ha fatto conoscere Rajchandra, ossessionato a sua volta dall’astinenza: «Quando la nonviolenza è perfetta, diventa possibile sconfiggere completamente le forze nemiche e il male». Gandhi dice a Bose: «Se riesco a controllarmi sessualmente, potrò sconfiggere Jinnah»55. I suoi interlocutori passano dallo stupore all’ostilità; pensano che sia diventato pazzo e che la loro stessa reputazione rischia di essere compromessa.

Informato, Devdas scrive al padre che è su una china pericolosa. Patel gli dice che ha smarrito la via del dharma. Prasad propone di sostituire Manu con Kanu, suo pronipote, ma Gandhi rifiuta35. Si confida per lettera con Birla, suo ospite a Delhi (dichiarando che questi ha il diritto di sapere, dato che lo aiuta finanziariamente), e con Kripalani, presidente del Congresso. Birla gli risponde che non riesce a capirlo; Kripalani gli dice che la Gita insiste sul rispetto dei valori della società e gli domanda: «Forse non vi apprestate a trattare queste ragazze come dei mezzi piuttosto che come dei fini?»109. Il quacchero americano Horace Alexander, che lo va a trovare a Noakhali, invitato a dare un consiglio «in quanto cristiano», gli risponde che «tutto ciò va troppo oltre». In segno di protesta, tre giornalisti di «Harijan», Swami Anand, Parikh e Mashruwala, si dimettono54.

Il 19 dicembre, Manu dunque raggiunge il Mahatma a Srirampur e accetta senza esitare: è pronta a tutto, anche ad affrontare la morte al suo fianco. Lo yajna comincia la sera stessa. Poche ore dopo, Gandhi le scrive, mentre lei riposa accanto a lui: «Non mi nascondere un solo pensiero. Dai una risposta sincera a tutto ciò che ti chiedo. Il passo che ho compiuto oggi è frutto di una matura riflessione. Dimmi per iscritto che effetto ha sul tuo spirito. Anch’io ti rivelerò tutti i miei pensieri»169.

Per dispetto, Pyarelal, innamorato di Manu, sposa una giovane donna conosciuta nel Noakhali e si stabilisce a Srirampur, lo stesso villaggio in cui Gandhi convive con Manu. Il Mahatma diventa gioviale e sereno, come con le altre “sorelle” prima di lei. Manu cucina per lui, lo serve, lo assiste. In seguito Pyarelal, interrogato da Devdas, gli dirà che Gandhi «dorme tranquillo, non è più preda di attacchi d’ansia e perdite di memoria, si esprime più distintamente e parla con più sicurezza»; «sembrerebbe essersi liberato della possessività»54. Bose ammette che Gandhi, in quel momento, ha «qualcosa di nobile», ma il 23 dicembre racconta ugualmente alla stampa che il maestro sfrutta sessualmente le donne, che nei suoi confronti sono tutte “invasate”. Gandhi si difende, ricorda che ha sempre dichiarato che il sesso è un peccato, un’attività innaturale. Il 25 dicembre si lamenta: «sono continuamente attaccato...». Il 30, Nehru va a trovarlo a Srirampur e lo mette in guardia. Gandhi si difende: «La mia ragione è completamente d’accordo col mio cuore»54. Nehru resta sbigottito da ciò che scopre in quella regione che non conosceva e che non riesce a considerare parte dell’India. La lascerà senza rimorsi a Jinnah e al Pakistan. Si tratta dell’odierno Bangladesh.

In due lettere del 26 dicembre 1946 e del 1° gennaio 1947, Gandhi riconosce che un «attaccamento inconscio» lo attira effettivamente verso Manu.



Ishwar e Allah sono i tuoi due nomi

Il 1° gennaio 1947, nel Punjab, Syed Mahmud, unico ministro musulmano della provincia, che ha la fiducia degli hindu e dei sikh, chiede a Gandhi di recarsi nel Bihar, dove ha cominciato, nel 1917, le sue lotte per i contadini nel Champaran: qui alcuni hindu trucidano dei musulmani come rappresaglia per i massacri avvenuti nel Noakhali. Gandhi promette loro di andare lì non appena avrà finito nel Noakhali.

Il 2 gennaio, quando le risaie sono secche, Gandhi, come previsto fin dal suo arrivo, parte per un viaggio incredibile, a settantasette anni, a piedi, attraverso il Noakhali e il Tippera, una lunga canna di bambù in mano, per aiutare e confortare un villaggio al giorno154.

Nei suoi appunti del 2 gennaio si legge: «Sveglio dalle due del mattino. Solo la grazia di Dio mi sostiene. Mi rendo conto che c’è in me un grave difetto che è causa di tutto questo. Attorno a me, ci sono solo tenebre. Quando mi libererà Dio da queste tenebre per condurmi nella Sua Luce?». La giornata di Gandhi comincia, al risveglio, con un canto: il Vaisnava Jana, oppure l’Ekla Chalo Re, il sublime Walk Alone (‘cammina da solo’) di Tagore:

Se non rispondono al tuo appello, cammina da solo.


Se hanno paura e vigliaccamente si voltano verso il muro,


O sventurato,


apri la tua mente e parla da solo,


Se se ne vanno e ti abbandonano mentre attraversi lande


[selvagge,


O sventurato,


calpesta le spine ad ogni passo,


e per il sentiero macchiato di sangue viaggia da solo.


Se non reggono la lanterna,


quando la notte è tempestosa,


O sventurato,


con la saetta ardente del dolore accendi il tuo cuore,


e lascia che bruci da solo.

Anche Gandhi canta: «La sua voce è debole, ma intonata», osserva Dinanath Gopal Tendulkar venuto da Bombay.

Poi inizia la marcia. Manu, Bose, Parasuram e Ramchandra (altro stenografo) avanzano al suo fianco. Vengono poi otto poliziotti del Bengala (sebbene Gandhi abbia rifiutato la loro protezione), un centinaio di contadini e una mezza dozzina di giornalisti114. Hindu e musulmani stanno ai lati del sentiero. Gandhi e gli altri attraversano passerelle di fortuna, camminano a piedi nudi. Quando Manu protesta, lui ribatte: «Non andiamo nel tempio e nella moschea con le scarpe... Noi qui posiamo i piedi su un suolo sacro dove qualcuno ha perso delle persone care. Come potrei indossare i sandali?»114. A letto alle dieci, di solito si sveglia alle due e mezza. La sera, arrivati al villaggio, passano la notte a casa di contadini, pescatori o tessitori hindu o musulmani. Satis Dasgupta prepara un itinerario di 50 chilometri al giorno; questi fabbrica una capanna mobile, semplice da smontare, trasportare e rimontare, che porta in anticipo nel villaggio dove è prevista l’ultima tappa del giorno, ma che Gandhi si rifiuta di usare: lui la chiama il “palazzo”114. Ogni sera, lo yajna si inscrive in un contesto di violenza barbara. L’idea di dominare la sua violenza in mezzo a quella degli altri gli sembra la sfida più bella.

Vanno a Fatehpur, Jagatpur, Karpara, Muraim, Bhaktapur, Ramdevpur, Dalta, Palla, Jayag, Navagram, Sadhurkill, Dharampur, Haimchar, Panalia: quarantacinque villaggi in tutto. Il 10 gennaio, sorpreso lui stesso della sua forma, fa notare a Manu: «Guarda soltanto come Dio mi sostiene. Già questo è un miracolo»54.

Gandhi si dimostra tirannico con la ragazza. Una sera che lei fa bruciare della legna per scaldargli dell’acqua, le dice: «La gente non ha nemmeno dei ramoscelli per far cuocere le focacce e tu vorresti che io mi lavassi il viso con l’acqua calda?»54. Il 25 gennaio, lasciando il villaggio di Bhaktapur, Manu dimentica una pietra pomice regalata a Gandhi da Mira. Quando se ne accorge, alla tappa successiva, Gandhi le ordina di tornare a cercarla tutta sola. Manu la ritrova e torna. «Eccola, la vostra pietra!», dice lei gettandola ai piedi di Gandhi. Coerente con se stesso, lui le risponde: «Se dei criminali ti avessero presa e uccisa, avrei fatto salti di gioia e non avrei assolutamente apprezzato se fossi fuggita correndo»54. Poi sostiene di aver voluto sottoporla a una prova, ricordandole il canto Walk Alone: «Mi sono detto: “Questa ragazza canta Walk Alone con ardore, ma ne ha davvero compreso il messaggio?”. Vedi quanto posso essere duro...». In realtà, voleva recuperare la sua pietra pomice per la buona ragione che detesta non rispettare le abitudini. Il giorno dopo, confessa a Manu: «Il mio carattere detesta i cambiamenti di routine»155. Questo è infatti un aspetto centrale del nomade dello spirito: portarsi dietro la propria routine.

Il 27, a Panalia, fa sedere assieme a cena hindu, musulmani e harijan: «Era la prima volta che ciò accadeva», dice un testimone originario di Panalia. Quel giorno, Manu canta per la prima volta un versetto che ha udito in un tempio di Porbandar, sua città natale e anche di Gandhi: Ishwar Allah Tere Nam ‘Ishwar e Allah sono i tuoi due nomi’. Gandhi nota che i musulmani lo apprezzano e chiede a Manu di cantarlo tutti gli altri giorni: «È stato Dio a infonderlo nel tuo spirito»54.



«Il cammino della verità è lastricato di scheletri»

Il 27 gennaio, Gandhi ha l’impressione di esserci riuscito: la regione si è calmata. Pensa di avere compiuto la sua missione. Lascia Panalia, sua ultima tappa, per Delhi, dove arriva il 1° febbraio. Qui dichiara: «Il partito ha fatto il suo tempo», e comincia a lavorare a un testo che ingiungerà ai membri del Congresso di non fare più politica, per dedicarsi all’azione sociale. Vuole addirittura sciogliere il Congresso. Continua a dormire con Manu, a cui confida: «Adesso, voglio mettermi alla prova il più possibile. Se fallisco, mi affido alla grazia di Dio. Non voglio altri testimoni all’infuori di Dio. Se c’è la minima trasgressione, anche a nostra insaputa, il mondo intero verrà a saperlo»114.

Poi se ne torna a Sevagram da dove, il 6 febbraio, scrive a Mira, che ha creato un asram chiamato Bapu Gram a Pashulock, nell’Himalaya, una lettera composta da quattordici parole (di cui tredici monosillabiche) in inglese, una frase magnifica, ambigua, che dice tutto di lui: «The way to thruth is paved with skeletons over which we dare to walk» (‘la verità è una strada lastricata di scheletri sui quali osiamo camminare’). È allo stesso tempo una singolare evocazione del viaggio che ha compiuto attraverso la barbarie, l’ammissione del fatto che è necessario dimenticare il passato e superare se stessi, e infine una critica ai vivi: solo i morti conoscono la verità. Ma anche: solo la violenza è verità.

La sua relazione con Manu diventa esplicitamente amorosa. Il 10 febbraio, scrive a Vinoba Bhave, che dal 1930 lavora a distanza con lui e che adesso è il suo più fedele discepolo nella definizione del programma di riforma agraria; gli dice di sapere che i suoi amici, «a Sevagram e altrove, sono infastiditi dallo yajna» e aggiunge: «Qui, al contrario, tutti sanno cosa succede, ma ciò non ha alcun effetto su di loro»54.

Il 18 febbraio, rende visita con Manu a «un uomo molto anziano, né un capo né qualcuno di spicco, ma un uomo normalissimo»53, che «desiderava ardentemente ricevere il darsan [‘sguardo’] di Gandhi, ma non poteva attraversare il fiume»54. Ecco cosa scrive la ragazza del suo rapporto con il prozio:

Dopo la preghiera della sera, abbiamo attraversato il fiume Dakaria... Magnifico, questo fiume scorreva in mezzo a una vegetazione lussureggiante. Il cielo era limpido, non faceva troppo freddo, il sole non picchiava troppo forte. La traversata durò appena cinque o sette minuti. In quei pochi minuti, Bapuji posò la testa contro i miei seni, chiuse gli occhi e si assopì. Sulle due sponde, una foresta di alberi e uomini... Proprio in mezzo, la più alta personalità mondiale si trovava addormentata sul mio seno mentre il battelliere pagaiava. La mia mano riposava sulla fronte di Bapuji... Quegli istanti della mia vita sono benedetti.53



L’offerta del 25 febbraio

Il 20 febbraio 1947, gli inglesi non ne possono più: vogliono partire al più presto, prima del bagno di sangue che sentono ineluttabile. Constatano infatti che l’India è sul punto di esplodere: i ministri della Lega rifiutano di riconoscere Nehru come capo; il ministro delle Finanze, Liaquat, inventa addirittura delle tasse che colpiscono in particolar modo i membri del Congresso! In ogni villaggio il paese sembra scivolare verso la guerra civile. Lord Wavell, così serio e ponderato, si fa prendere dal panico e parla di evacuare i cittadini britannici provincia per provincia. Attlee dal canto suo pensa che serva un nuovo viceré e annuncia la sua sostituzione, prima dello scadere del mandato, con l’ammiraglio Mountbatten, pronipote della regina Vittoria, ufficiale di Marina, comandante in capo delle operazioni e poi comandante supremo delle forze alleate in Asia. Sarà il ventesimo e ultimo viceré dell’India.

Infatti Attlee annuncia pure che gli inglesi lasceranno l’India al più tardi il 30 giugno 1948. Aggiunge inoltre che, dato che i partiti indiani non si sono messi d’accordo su una Costituzione per tutto il paese, il potere sarà trasferito «a una forma di governo centrale nell’India britannica o, in certe regioni, ai governi provinciali esistenti, oppure ad altre strutture fondamentali, e ciò nell’interesse del popolo indiano». In altre parole, gli inglesi del caos che seguirà si laveranno le mani.

Churchill protesta contro il principio stesso di una partenza affrettata. Ha sempre pensato che, senza gli inglesi, l’India si frantumerà in mille pezzi. Interpella la Camera dei Comuni: «Come possiamo noi sperare che il baratro che separa da mille anni musulmani e hindu sarà colmato nello spazio di quattordici mesi?».

Il 25 febbraio, un amico di famiglia di Gandhi e Manu, Amritlal Thakkar, originario come loro del Kathiawar, soprannominato da Gandhi «il custode della [sua] coscienza», viene da Porbandar appositamente per scongiurarlo di riflettere sul pericolo che «persone senza scrupoli lo imitino, animate da motivi meno nobili»114. Qualche giorno dopo, Thakkar comunque confida a Manu di aver osservato lei e Gandhi, e che è convinto dell’«innocenza perfetta e della serenità del loro sonno», proprio come del «lavoro di lei, concentrato e infaticabile». Tuttavia supplica Manu di rinunciare a dormire con Gandhi. Lei rifiuta categoricamente.

Intanto, mentre l’idea di uno “Stato rifugio” in Palestina per i superstiti della Shoah e tutti gli ebrei del mondo si impone nell’opinione pubblica occidentale, il governo britannico rimette alle Nazioni Unite il mandato sulla Palestina che aveva dal 1920: un problema in meno!



Nel Bihar per proteggere i musulmani

La situazione precipita nel Punjab e nel Bihar.

Nel primo, la minoranza sikh governa su una maggioranza musulmana. Il primo ministro locale si dimette il 2 marzo; il giorno dopo, il governatore britannico, Jenkins, chiede al capo locale della Lega di formare un nuovo governo. Il leader dei sikh, Tara Singh, fa irruzione, sciabola sguainata, nell’assemblea regionale e dichiara che i sikh non si lasceranno sottomettere: annuncia una “giornata antiPakistan” e reclama la creazione di una provincia non musulmana a est del Punjab. Dei gruppi di musulmani vogliono spingere hindu e sikh fuori dal Punjab occidentale; hindu e sikh del Punjab orientale covano lo stesso progetto nei confronti dei musulmani. Oltre ai suicidi collettivi, delle sommosse fanno migliaia di morti a Rawalpini.

Nel Bihar, dove, dal dicembre del 1946, Syed Mahmud chiede a Gandhi di intervenire, i massacri si moltiplicano. Il 28 febbraio, da Haimchar, nel Chandipur, dove si trova, Gandhi esige che sia aperta un’inchiesta sulle violenze nel Bihar. Il 3 marzo parte per Patna. Passando per Calcutta, trova un telegramma del presidente del Congresso, Kripalani: «Tutti consideriamo la vostra presenza alla prossima riunione della commissione di lavoro, il 6, indispensabile. Vogliate rimandare il viaggio programmato nel Bihar»154. Gandhi risponde il giorno stesso: «A seguito del vostro telegramma: spiacente impossibilitato. Mandate messaggero nel Bihar. Bapu»154.

Giunto a Patna (magnifica città fondata più di venticinque secoli prima) il 5 marzo, Gandhi è ospite a casa del ministro Syed Mahmud, sulle rive del Gange. Ghaffar Khan (che allora ha cinquantacinque anni e morirà quasi centenario) lo raggiunge. Il governo hindu del Bihar non dimostra più entusiasmo verso il suo visitatore di quanto ne avessero mostrato i ministri musulmani nel Bengala. Syed Mahmud, criticato dai suoi colleghi per aver accettato la sua venuta, è addirittura espulso dal governo.

Gli altri pensano che sia andato nel Bihar per rinchiudersi a dormire con Manu, come ha fatto nel Noakhali. Scioccati dallo yajna che ha ripreso – o piuttosto non ha mai interrotto –, delegati dai suoi amici, vanno a trovarlo un guru, Kedar Nath Kulkarni, e uno dei suoi più vecchi e fedeli collaboratori di Sabarmati, Swami Anand114, che si mostrano molto duri e si arrabbiano con lui. Gandhi dal canto suo non si smuove di un millimetro e spiega in seguito a Manu:

Mi sento davvero più vicino a Dio e alla verità. Mi è costato alcuni dei miei più vecchi amici, ma non rimpiango niente. Per me è un segno che mi sono avvicinato a Dio. È grazie a questo che posso parlare e scrivere apertamente a chiunque. Sono riuscito a mettere in pratica gli undici voti che avevo fatto. È il punto culminante degli sforzi dei miei ultimi sessant’anni. Tu sei parte integrante di tutto ciò.117

Questa “via della grandezza” che è il dominio totale della prova sessuale è per lui ormai altrettanto importante della verità o della nonviolenza. Essa ne è condizione imprescindibile. Il Mahatma vede scatenarsi ovunque la barbarie. L’idea di controllare la propria violenza in mezzo a quella degli altri gli sembra la vittoria più bella.



«Sul mio cadavere»

L’8 marzo (cioè solo sedici giorni dopo l’annuncio dell’imminente partenza degli inglesi), il comitato esecutivo del Congresso accetta la secessione del Punjab e accenna indirettamente alla divisione del Bengala orientale, il che equivale ad accettare la creazione di un Pakistan in due parti separate da più di 1.500 chilometri109. Il 9 marzo, lo «Hindustan Times» pubblica delle carte che mostrano due Punjab e due Bengala.

Nessuno – Nehru, Patel, Rajagopalachari, Azad, Prasad e nemmeno Kripalani – pensa di informarne Gandhi, o meno che mai chiedere il suo parere. Il 10 marzo, in un villaggio del Bihar, viene a sapere di questa decisione dai giornali del giorno prima. È fuori di sé. Dichiara: «Se il Congresso accetta la separazione, lo farà sul mio cadavere!»169.

Per tre settimane, come nel Noakhali, visita a piedi diversi villaggi. Fa molto caldo. Le strade polverose rendono la marcia più difficile. Gandhi chiede alla maggioranza, questa volta hindu, di fare penitenza e versare dei risarcimenti alla minoranza, questa volta musulmana, che deve perdonare. Raccoglie delle donazioni hindu per aiutare i musulmani e chiede al governo del Bihar di finanziare il rientro dei musulmani cacciati dalle sommosse. Cita il Ramayana e la vita del Buddha. Respinge il diritto di vendetta e rifiuta di ritenere che i massacri dei musulmani nel Bengala giustifichino quelli degli hindu nel Bihar.

Il 16 marzo, Ghaffar Khan, leader musulmano nonviolento dell’est del paese, che lo ha raggiunto nel Bihar (su una carrozza di terza classe), dichiara: «La Lega Musulmana vuole un Pakistan. Essa potrà averlo solo con l’amore e procurandosi il consenso volontario di tutti. Un Pakistan ottenuto con la forza si rivelerà disastroso, anche per loro»54.

Il 20 marzo, ovvero più di dieci giorni dopo aver appreso la decisione del Congresso, Gandhi scrive a Nehru, dal Bihar dove ancora si trova, per chiedergli conto:

Vorrei che mi diceste tutto quello che potete sulla tragedia del Punjab. Io so solo quanto è stato diffuso dalla stampa... Non ho nemmeno tanta simpatia per quelli che in gergo si chiamano “segreti politici”. È disgustoso vedere come il vostro governo sta mettendo in atto esattamente le misure che criticava sotto l’amministrazione britannica... Da molto tempo vorrei interrogarvi sulla risoluzione della commissione di lavoro riguardante la futura divisione del Punjab. Vorrei proprio sapere cosa c’è dietro...169

Gandhi ribadisce che è contrario a qualsiasi divisione basata sulla «forza» o sulla «teoria delle due nazioni»109. Potrebbe ammettere al massimo un «consenso volontario» per dividere una provincia, rispondere a «un appello alla ragione e al cuore», ma, dice, sembra che nel prendere questa risoluzione il comitato esecutivo abbia ceduto alla forza109.

Nehru lo invita a tornare a Delhi se vuole far sentire il suo punto di vista. Intanto, il primo ministro elabora il concetto di “non allineamento”, allo stesso tempo anti-imperialista e terzomondista, e accoglie nella capitale una “conferenza asiatica” che riunisce venticinque paesi.

Al largo dell’Africa australe, nel Madagascar, un’insurrezione viene repressa dall’esercito francese a prezzo di decine di migliaia di morti.



«Vivisezione dell’India»

Il 22 marzo sbarca il nuovo viceré, Lord Mountbatten. I disordini aumentano; l’anarchia non è lontana. Poliziotti e soldati hindu e musulmani rifiutano di calmare le loro rispettive comunità. L’imminenza della fine del loro mandato rende i funzionari britannici scettici e passivi; quelli indiani, a volte vittime di rappresaglie, sono altrettanto cauti. Nascono delle milizie private (le Guardie della Lega Musulmana).

Mountbatten teme che l’influenza di Gandhi faccia tornare il Congresso sul consenso dato alla divisione. Così uno dei suoi primi gesti è invitarlo ad andare a discutere con lui. Il Mahatma lascia dunque il Bihar e si reca a Delhi con Ghaffar Khan, il 31 marzo. Alloggia di nuovo nella colonia degli spazzini. Il 4 aprile, incontra Mountbatten in segreto a casa di suo figlio Devdas, giornalista nella capitale. Uomo grande e grosso, Lord Mountbatten deve chinarsi verso Gandhi per distinguerne le parole, che paragona al «cinguettio di un uccello». Gandhi prende in simpatia il nuovo viceré, e addirittura trova in questo politico britannico «l’eco di qualcuno dei valori morali che ardono nel [suo] cuore». Gli consiglia di sciogliere la coalizione governativa di Lega e Congresso e di chiedere a Jinnah di formare un governo, per far cadere la sfiducia dei musulmani verso gli hindu. Spiega a Mountbatten che bisogna evitare di cedere alla tentazione della divisione prima dell’indipendenza, perché secondo lui dopo la partenza degli inglesi nessuno ne vorrà più sapere. Mountbatten non ne è affatto convinto: come il Congresso, pensa che sia meglio farla finita al più presto, dato che la scissione è inevitabile.

Anche Nehru è ricevuto da Mountbatten, e lo apprezza: «Finalmente abbiamo come viceré un essere umano e non un’uniforme impagliata». Nehru, Azad e Patel rispettano l’etichetta, cedono il passo al viceré e accettano che la partizione preceda il ritiro degli inglesi. Qualcuno parlerà addirittura di presunti rapporti tra Nehru e la moglie del viceré... Alcuni musulmani non riescono a rassegnarsi alla divisione: secondo Maulana Azad, «Non può esserci divorzio prima del matrimonio». Si assiste quindi a un tentativo sorprendente: il musulmano Suhrawardi e l’hindu Sarat Bose si mettono d’accordo per proporre che il Bengala intero resti unito e indiano. Gandhi è entusiasta. Ma Jinnah fa naufragare il progetto, al quale Nehru non teneva veramente.

Lord Mountbatten invece non riesce a stabilire un rapporto di fiducia con Mohammad Ali Jinnah, che lui trova tanto «arrogante quanto glaciale». Davanti al viceré, Jinnah definisce Gandhi una «vecchia volpe» e Nehru «Peter Pan»20! Subito dopo il loro primo incontro, Jinnah manda a Lord Mountbatten una lettera tanto offensiva che Lord Ismay, capo di Stato Maggiore del viceré, osserva davanti al portavoce Alan Campbell-Johnson: «È una lettera che non potrei accettare dal mio re, né inviare a uno dei miei servitori»21. In seguito Gandhi incontra Jinnah a casa di Devdas e pubblicano un comunicato congiunto in favore della pace tra le comunità, testo privo di significato e senza valore agli occhi di Jinnah.

Il 12 aprile, Gandhi lascia Delhi per Calcutta, mentre i massacri aumentano nel Punjab. Poiché secondo la tradizione sikh le donne si immolano quando non ci sono più gli uomini a difenderle, a Thoa Khalsa, villaggio sikh invaso dai musulmani, 84 donne assumono dell’oppio e saltano una dopo l’altra in un pozzo20; quattro sopravvivono perché nel pozzo non c’è abbastanza acqua per annegarle tutte. Nello stesso villaggio, delle ragazze sono sgozzate con la sciabola dal padre per evitare che siano rapite, violentate o costrette a convertirsi all’islam. Con i due fratelli, un certo Mangal Singh uccide 17 membri della sua famiglia.

Il 1° maggio, il Congresso conferma che accetta il principio della partizione – e pensare che Mountbatten temeva che l’influenza di Gandhi interrompesse il processo! Per un mese intero Nehru ne discute i dettagli con Jinnah: la decisione di appartenere a un paese o all’altro sarà lasciata al voto delle assemblee provinciali o a un referendum locale. La divisione del Punjab e del Bengala è esplicitamente prevista.

Il 5 maggio, Gandhi ripete che il divorzio tra le comunità non è ineluttabile. Il 6, su richiesta di Nehru, torna a Delhi, sempre in compagnia di Manu che non lo lascia più, ma senza Nirmal Kumar Bose, rimasto a Calcutta, né Pyarelal, sposato nel Noakhali e sostituito dal cugino Dev Prakash. Il 13, riparte per Patna, capitale del Bihar, dove il 15 Manu è operata di appendicite. Gandhi, pieno di angoscia, assiste all’intervento indossando una mascherina da chirurgo.

Il 24 maggio torna a Delhi e ripete, il 31, che la pace deve precedere la partizione, e che lui non parteciperà alla «vivisezione dell’India».

All’alba del 1° giugno, riassume lucidamente la sua situazione:

In questi giorni mi sento solo. Anche Patel e Jawaharlal pensano che la mia analisi della situazione sia errata e che la pace tornerà con la separazione. Non hanno apprezzato che abbia detto al viceré che il rifiuto o l’accettazione della separazione non dovrebbe avvenire sotto la direzione britannica. Si chiedono se non stia perdendo lucidità con la vecchiaia... Ma, nonostante la mia solitudine, sperimento nei miei pensieri un’ineffabile gioia interiore e una condizione mentale tutta nuova. È come se Dio in persona illuminasse il cammino davanti a me. Ecco cosa mi permette di combattere tutti i miei nemici più facilmente che mai, con una mano sola!169



L’accordo del 2 giugno

È il caos e i massacri si moltiplicano. Gli inglesi non ci tengono a essere considerati agli occhi della storia responsabili della situazione e delle sue conseguenze. Dopo dieci settimane di colloqui, si arriva a un accordo costituzionale tra il viceré, il Congresso e la Lega. Il 2 giugno, Lord Mountbatten, seduto in mezzo a Nehru e Jinnah, annuncia alla radio che rimetterà il potere nelle mani degli indiani non, come inizialmente previsto, nel giugno del 1948, ma il 15 agosto 1947, cioè tra settantacinque giorni e non più tra un anno! Il viceré aggiunge: «Non ci saranno bagni di sangue: è il militare che vi parla, non il civile».

Gandhi protesta di nuovo. Accettare la separazione per paura della guerra civile significa ammettere che:

si può ottenere tutto ciò che si vuole con la violenza. Dobbiamo restare uniti fino all’indipendenza, perché non siamo capaci di avere una visione coerente del nostro avvenire finché il regime britannico è ancora in funzione. Il Raj non deve modificare la carta dell’India; gli inglesi devono ritirarsi, lasciare l’India conducendo questa ritirata nell’ordine, se possibile, oppure nel disordine, ma alla data promessa, o anche prima!169

Non sono dello stesso avviso i leader del Congresso, che chiedono al viceré di restare in India ancora per un po’ per «vigilare sul corretto svolgimento della fase di transizione».

Il 6 giugno Gandhi si arrende: scrive a Mountbatten che si rassegna alla separazione e che troverà con Jinnah un accordo amichevole... che nessuno gli ha chiesto di concordare! Il 12 giugno, il Mahatma si rende conto che tutto si è compiuto senza di lui. Davanti al comitato esecutivo del Congresso, dichiara che non intende bloccare l’accordo trovato tra i leader della Lega e quelli del Congresso; chiede alla Lega «di concedere uguali diritti alla minoranza hindu nel Pakistan, e alla futura Unione Indiana di trattare le proprie minoranze con generosità».

Le vicende della Palestina e dell’India hanno un’evoluzione parallela: il 13 giugno Einstein scrive a Jawaharlal Nehru per chiedergli di sostenere la creazione di uno Stato d’Israele e di riconoscere così «i diritti di un popolo antico le cui radici sono in Oriente». Chiede che Israele sia riconosciuto come uno Stato asiatico situato da lungo tempo nella regione, anche indipendentemente dalla Shoah: «Molto prima di Hitler, ho sposato la causa del sionismo per rimediare a una flagrante ingiustizia. Chiedo a Nehru di mettere da parte le rivalità politiche e l’egoismo degli appetiti nazionalisti e sostenere la gloriosa rinascita che è cominciata in Palestina».

Nehru, che si era mostrato così sensibile al martirio degli ebrei in Europa, risponde: «in ragione degli interessi nazionali indiani, non possiamo sostenere questo progetto». C’è comunque una differenza: se è vero che c’è un Nehru ebreo (Ben Gourion), non c’è però nessun Jinnah palestinese.

Per la terza volta, il 30 giugno 1947 (come il 31 marzo 1930 e il 5 gennaio 1931), Gandhi appare sulla copertina del «Time Magazine».



Fine della paramountcy

Da quando gli inglesi hanno annunciato il loro ritiro per l’inizio di luglio, i 652 Stati che costituiscono la cosiddetta paramountcy devono scegliere se diventare indipendenti oppure unirsi all’India o al Pakistan. Mentre Nehru si occupa di politica estera, Patel cerca, con l’aiuto di ciò che resta dell’”armatura d’acciaio”, di unire il massimo numero di Stati all’Unione Indiana. Un’incredibile odissea. Sebbene l’accordo del 2 giugno preveda che il governo centrale indiano assumerà il potere in materia di difesa, politica estera e comunicazioni, molti Stati, spesso immensi e potenti, come quelli di Travancore e Hyderabad, rifiutano di piegarsi a queste clausole. Gli adivasi dell’India centrale e i naga dell’Assam reclamano un’indipendenza che non hanno mai rivendicato prima. Si parla di un “Dravidistan” a sud e di un corridoio di 2.000 chilometri che colleghi, a nord, le due parti del Pakistan. La “balcanizzazione dell’India” si annuncia come, nel XVIII secolo, alla fine dell’impero moghul.

La concorrenza tra il Pakistan e l’India è selvaggia. Jinnah propone agli Stati di Jodhpur, di Jaisalmer, Bhopal, Indore e ad altri Stati vicini, di unirsi a lui: «Sarete liberi di andare nei vostri templi in Pakistan. La vostra religione, casta o fede non è di competenza dello Stato. Alla fine, gli hindu cesseranno di essere hindu, i musulmani di essere musulmani (non nel senso religioso e privato del termine, ma in quello politico) per divenire cittadini di uno stesso Stato».

Al contrario, Patel fa appello al «patriottismo dei principi»: «Non sarà imposta nessuna supremazia; ciò avverrà sulla base di un accordo e per il bene comune [...]. Io spero che gli Stati indiani comprenderanno che, se non collaborano e non si impegnano per l’interesse generale, il caos e l’anarchia ci sommergeranno e porteranno tutti noi, grandi e piccoli, alla rovina totale». Uno dopo l’altro, Travancore, Bhopal, i piccoli Stati dell’Orissa, i 15 Stati della regione di Chattisgarh, nel Madhya Pradesh, i 14 grandi Stati e i 119 piccoli Stati del Saurashtra, Gwalior, Indore, Dhar, Dewas, gli Stati del Rajputana e infine i sikh accettano di entrare nell’Unione Indiana.



Dimenticare Gandhi

A luglio, Gandhi si divide fra i tre principali focolai di tensione, Bihar, Punjab e Calcutta, per arginare la violenza, che secondo lui si diffonderà dopo la separazione e la “pulizia etnica” che ne deriverà. Il comitato esecutivo del Congresso e il governo pensano al contrario che l’indipendenza sistemerà tutto; essi desiderano, nonostante Gandhi sia contrario, intraprendere una rapida industrializzazione e creare un esercito moderno.

Sorge allora, dal punto di vista simbolico, la questione della bandiera nazionale54. Nehru propone di scegliere quella del Congresso, sostituendo l’arcolaio disegnato da Gandhi con una ruota. Per Gandhi, il carkha simboleggia la nonviolenza e la sua soppressione sulla bandiera significherebbe rinnegarla. Nehru spiega che la ruota è molto meglio perché è presente nel cakra del re Asoka, e che è più artistica del carkha. Gandhi risponde il 22 luglio: «Non mi importa se tengono e no il carkha: io lo terrò sempre in mano e nel cuore»54. Quando viene a sapere che il Congresso ha seguito il consiglio di Nehru, il 24 luglio aggiunge: «Non c’è grande differenza tra la vecchia e la nuova bandiera, tranne che la vecchia era un po’ più elegante». Il 27 la accetta e cerca una sintesi:

Guardando la ruota, possiamo ricordare quel principe della pace, il re Asoka, padrone di un impero, che rinunciò al potere. Lui era il rappresentante di tutte le fedi; incarnava la compassione. Il cakra [ruota] di Asoka rappresenta l’eterno ritorno della legge divina dell’ahimsa. Vedere il carkha in questo cakra aumenta la gloria del carkha.

Il 31 luglio, si reca nel Kashmir, dove non è mai stato. Si tratta di un immenso principato grande come la Gran Bretagna, che si estende dalle pianure del Punjab ai ghiacciai dell’Himalaya, privo di qualsiasi ferrovia. I tre quarti dei 4 milioni di abitanti sono musulmani; il resto è composto da hindu, sikh e buddhisti. Qui incontra il primo ministro Hari Singh, sua moglie Ramchandra Kak e la Begum Abdullah il cui marito, lo Sheikh Abdullah, è appena stato imprigionato da Hari Singh. Durante questo viaggio si ferma nel Punjab, a Lahore, a Rawalpindi e a Wah (campo di rifugiati hindu e sikh)109. L’8 agosto, è di ritorno a Patna, nel Bihar. Il 9 si mette in viaggio per tornare nel «Noakhali, due o tre giorni prima del 15 agosto [data prevista per l’indipendenza], perché lì la popolazione è estremamente nervosa». E perché il Noakhali è situato nel futuro Pakistan e lui non è sicuro che dopo il 15 potrà entrarvi.



Il miracolo di Calcutta

Il 9 agosto, a Calcutta, ritrova il disordine: la Lega se ne è andata e il trasferimento dei funzionari e dei poliziotti musulmani verso quello che tra sei giorni sarà il Pakistan va male. Gli hindu di Calcutta paiono risoluti a regolare dei vecchi conti in sospeso con i musulmani che non hanno praticamente più poliziotti a proteggerli. Suhrawardi, ex primo ministro musulmano del Bengala, chiede a Gandhi di restare. Il nuovo premier, Chakravarti Rajagopalachari, suo consuocero, lo supplica a sua volta di non partire. Gandhi non sa che fare: non tornare più nel Noakhali che ha tanto amato? Accetta di restare a condizione che Suhrawardi vada ad abitare con lui, senza protezione, all’asram di Sodepur.

L’11 agosto, senza rispettare il termine fissato, Muhammad Ali Jinnah diventa il primo governatore generale del Pakistan e presidente della sua Assemblea Costituente. I reggimenti musulmani dell’esercito passano al Pakistan con la quasi totalità degli ufficiali e sottoufficiali degli altri eserciti e dei servizi ausiliari. Mountbatten, che non eserciterà più alcuna autorità in Pakistan, dove Jinnah rifiuta la presenza di qualsiasi rappresentante britannico, resterà in India in qualità di governatore generale con il suo portavoce Alan Campbell-Johnson. Conserverà la sua autorità sull’esercito e potrà contare su di esso per prevenire disordini intercomunitari: «Userò le maniere forti; non esiterò a utilizzare i carri armati e gli aerei contro chiunque minacci l’ordine pubblico»21.

Il 13 agosto, un gruppo di giovani hindu manifesta a Calcutta contro Gandhi che, a loro dire, «difende troppo i musulmani». Lui spiega loro che l’odio e la violenza non li porteranno da nessuna parte; poi con Suhrawardi va via dall’asram di Sodepur e si stabilisce a Beliaghata, quartiere di Calcutta a maggioranza hindu, in una dimora musulmana abbandonata, Hydari Manzil. Gandhi spera sempre che il 31 agosto potrà tornare nel Noakhali o nel Punjab. Manu è sempre al suo fianco.

Il Mahatma esaspera tutti al Congresso: chiede che una donna intoccabile sia la prima presidente del paese e che il partito si sciolga per trasformarsi in organizzazione caritatevole!



«La vita e la libertà»

Il 14 agosto, nel tardo pomeriggio, Nehru prende la parola davanti a una folla immensa, davanti al Forte Rosso, a Delhi: «A mezzanotte, mentre il mondo dormirà, l’India si sveglierà alla vita e alla libertà!».

Quella notte, Gandhi dorme a casa di un intoccabile, a Calcutta, dopo aver trascorso la giornata in digiuno e preghiera. Prima dell’alba, quando si sveglia, va alla finestra, sente le grida di gioia e si tappa ostentatamente le orecchie.

Lo stesso giorno, Sarojini Naidu, che milita con lui da più di trent’anni, diventa governatrice dell’Uttar Pradesh. È il primo governatore donna dell’India indipendente; morirà ancora in carica due anni dopo.

Nella giornata del 15, mentre sventolano le bandiere dell’India e del Pakistan, tre o quattromila persone assistono a una riunione di preghiera di Gandhi a Calcutta. Hindu e musulmani si abbracciano. La speranza rinasce. Gandhi esclama: «Abbiamo represso il fiele dell’odio, e il nettare della fratellanza è molto più buono!»

Quel giorno, Apte e Godse, entrambi membri dello Hindu Sanghatan di Savarkar, che conoscono e frequentano molto, prendono la decisione di uccidere Gandhi, senza che Savarkar si associ al loro piano. Ritengono che il Congresso abbia tradito la nazione, che le cerimonie dell’indipendenza siano una farsa: il 15 agosto è per loro una giornata luttuosa. Pochi giorni prima di essere impiccato, Apte confiderà a Godse: «Nella nostra devozione alla causa, eravamo come un solo spirito che animava due corpi». Al processo, Godse ricorderà: «Mi resi conto che era mio dovere mettere un punto finale alla vita di quel sedicente Padre della Nazione»45.



«Se Delhi affonda, siamo perduti»

Altrove la situazione non è idilliaca come a Calcutta. Inizia quello che verrà definito in seguito una “purificazione etnica di massa”, una grande “pulizia” – un safa’i, si dice a Delhi. Dappertutto, le milizie hindu e sikh massacrano i musulmani, senza motivo o per fare spazio a profughi hindu venuti dal Pakistan da dove sono cacciati nello stesso modo.

Ecco il racconto di un sikh proveniente dal villaggio di Attari, dal lato indiano della frontiera, presso Amritsar: «Un giorno, tutto il nostro villaggio si è ritrovato in marcia verso un villaggio musulmano vicino, per una spedizione punitiva. Siamo completamente impazziti [...]. Mi è costato cinquant’anni di rimorsi, di notti insonni. Non riesco a dimenticare il volto della gente che ho ammazzato»20. Nasir Hussain, contadino musulmano: «Nel giro di due giorni, una selvaggia ondata d’odio ci ha travolti. Non riesco nemmeno a ricordare quanti uomini ho ucciso»20.

A Delhi, la popolazione della città, che supera il milione, raddoppia con l’afflusso dei profughi. Qui essi trovano dei musulmani nei servizi pubblici e nel commercio, che abitano in quartieri interamente musulmani. Si ammassano nei campi: alcuni ospitano hindu e sikh provenienti dal Pakistan occidentale, altri i musulmani che vengono dal Sud del paese e passano per la città per attraversare il confine.

Il silenzio osservato dalla stampa e la radio su questi eventi non mette affatto a tacere i racconti. A Delhi si sparge la voce che la Lega vuole impadronirsi della capitale e che i profughi hindu saranno costretti a tornarsene in Pakistan. Gli hindu invadono moschee e santuari, non vogliono sentir parlare di pace. «Sangue lava sangue» è la loro parola d’ordine. La città è sottomessa all’articolo 144 del nuovo codice civile indiano che dà potere alle autorità di vietare qualsiasi forma di assembramento che possa turbare l’ordine pubblico. Si verifica un massacro all’aeroporto Willingdon, intitolato all’ex viceré, a 2 chilometri dal centro. Addirittura nel cortile posteriore del palazzo del viceré, alcuni servitori musulmani vengono aggrediti20. Mountbatten dichiara: «Se andiamo a picco a Delhi, siamo perduti!». E Gandhi aggiunge: «Se Delhi affonda, l’India affonda con lei». Sente che anche Calcutta è sull’orlo del caos.

Il 29 agosto, Gandhi è ancora a Calcutta e vuole incontrare Jinnah. Cerca di farlo con l’intermediazione di Suhrawardi, tramite amici parsi che hanno dei legami con Karachi, come Jahangir Patel, da Bombay, o ancora tramite Dinshaw Mehta, tramite Mian Iftikharuddin, da Lahore, membro del Congresso fino al 1946, che ha smesso di scrivergli. Niente da fare. Jinnah non vuole parlargli e lascia fare i rivoltosi. Il Quaid-e-Azam, il grande leader Jinnah, sa che se effettuasse un tour nel Pakistan farebbe cessare i massacri, ma non è questo il suo modo di governare. Lui crede nella forza bruta. E la violenza accelera la separazione.

Mountbatten fa pressione su Nehru per convincere Gandhi a intraprendere un’azione spettacolare affinché «i musulmani restino in India [...] per dare il buon esempio al Pakistan».

In quel giorno così tragico, avviene un singolare episodio, che mostra l’eccezionale fascino di Gandhi55: questi riceve la visita del nipote di Bagha Jatin Mukherjee, di cui non approvava i metodi e di cui il paese si appresta a celebrare in pompa magna l’anniversario della morte, il 9 settembre, prima festa della nuova India, finalmente libera di commemorare gli eroi della sua indipendenza. Ecco la testimonianza di un bambino a cui i suoi hanno inculcato una certa diffidenza verso il Mahatma:

Il suo viso emanava una forza e una serenità radiose. La voce debole, ma lo sguardo penetrante e animato da una malizia giovanile, mi accolse e mi chiese in hindi di sedermi accanto a lui. Mi posò la mano sulla spalla, si girò verso il bell’uomo che gli stava dietro come un’ombra e lo chiamò. Mi sembra che fosse il leggendario Pyarelal: con un sorriso, questi mi portò un rocchetto. Gandhi mi disse: «Pare che tu sia bravo. Mostrami cosa sai fare». Sedotto dall’invito, mi misi subito all’opera. Intanto, arrivò altra gente, più o meno inquieta; volti più o meno noti grazie alla stampa. Si misero a parlare di questo e quello con Gandhi, spesso con aria grave. Mi sembrava di sognare. Prima di partire per la preghiera, Gandhi tornò verso di me, guardò quello che avevo filato, mi fece i complimenti e mormorò: «È il mio regalo. Puoi tenerlo». E mi poggiò la mano sulla testa come un vecchio amico di famiglia.95



Il digiuno di Calcutta

Alla fine di agosto, il comandante in capo delle forze armate, il generale inglese Robert Lockhart, redige il primo documento relativo alle pesanti minacce alla sicurezza dell’India e chiede direttive al governo in materia di difesa. Dopo averlo letto, Nehru gli risponde: «Assurdità, tutte sciocchezze! Non abbiamo bisogno di un piano di difesa. La nostra politica è la nonviolenza. Noi non prevediamo minacce militari. Smantellate l’esercito. La polizia basta per far fronte ai nostri bisogni in materia di sicurezza»120.

Nella notte del 31 agosto, dopo il moltiplicarsi dei massacri di hindu da parte dei musulmani nel Punjab, Calcutta ricade nei disordini. Un’incredibile esplosione di barbarie dove più nessuno è civilizzato, in cui le persone più ragionevoli, mescolate ai criminali, uccidono a sangue freddo per le strade. Una folla hindu addirittura attacca l’abitazione di Gandhi per ucciderlo insieme ai musulmani che si trovano con lui, tra cui Suhrawardi; rompono i vetri, si aprono un varco attraverso la dimora, un mattone sfiora la testa del Mahatma...

Jawaharlal Nehru dichiara alla radio che la violenza sarà severamente repressa; è costituito un ministero di crisi e le truppe prendono possesso della città.

Gandhi decide allora di agire a modo suo. Il resoconto delle cinque giornate che seguono, fatto da Manu, è più illuminante di qualsiasi altro. Per quanto possa sembrare incredibile, esso è confermato da tutti i testimoni. Gandhi domerà una guerra civile con la sola forza del suo digiuno. Una volta ancora, e più che mai, spingerà le persone a meditare sui loro errori e a pentirsi infliggendo una punizione a se stesso. E che punizione! Un digiuno a oltranza...

31 agosto:

La folla [...], sempre più numerosa [...], cominciò a distruggere tutto. Furono gettate pietre contro lampioni e finestre. Con noi c’erano due ospiti musulmani. La folla voleva acchiapparli per ucciderli. Eravamo circondati. Bapu si svegliò. Era il suo giorno settimanale di silenzio. Uno dei musulmani della casa corse a nascondersi dietro di lui. Vedendolo, uno dei rivoltosi lanciò un mattone. Per fortuna, nessuno fu colpito.

1° settembre:

Bapu ci svegliò alle tre e mezza per le preghiere mattutine abituali. Poi sbrigò la corrispondenza. Uscì alle sette per passeggiare. L’esercito lo proteggeva e la passeggiata si svolse senza incidenti. Poi fece un bagno e si fece massaggiare [...]. Venimmo a sapere che in città c’erano stati altri disordini. Di solito, Bapu prendeva un succo d’arancia o della frutta verso le due. Ma. quando apprese queste terribili notizie, rifiutò qualunque cosa. Fu preparato un camion per riportare a casa i musulmani che erano con noi. Un ordigno esplosivo fu lanciato sul camion e due persone rimasero ferite. Bapu decise di andare a trovare questi feriti [...]. Al suo ritorno, chiesi a Bapu cosa voleva mangiare. Lui rispose: «Impossibile per me mangiare qualcosa in queste circostanze. Anche il pasto del mattino è stato un errore. Non c’è limite alla follia umana. È per questo che l’uomo deve soffrire». [...] Verso mezzanotte, Bapu ci disse: «Non dovrete preparare niente da mangiare per me a partire da domani. [...] Non ci sarà un limite fissato. Il digiuno durerà finché la pace non sarà ristabilita. Prenderò solo dell’acqua con bicarbonato o limone, se necessario. Riuscirò o morirò. Posso solo morire se la pace non arriva».

2 settembre:

Tutto ciò che Bapu ha scritto oggi si può riassumere in poche parole: «Dio mi salverà se vuole utilizzare il mio corpo in questo mondo. Altrimenti non può esserci senso alla mia esistenza. Nessuno deve venire da me».

3 settembre:

Una processione mista hindu-musulmana è partita verso le sei e mezza. Due hindu e un musulmano di quella processione sono andati a incontrare Bapu. L’amico musulmano piangeva: «Vi prego, interrompete il digiuno. Prometto che nessun musulmano di questa città creerà incidenti». Il leader hindu promise anche lui di preservare l’unità. Bapu rispose: «Non posso interrompere il mio digiuno finché tutta Calcutta non avrà soddisfatto le condizioni che ho posto. Io digiuno con Dio come testimone. Dio mi salverà e vi guiderà sulla retta via se vuole che io renda di nuovo servizio. Comunque il mio digiuno può cessare solo se i sentimenti che voi avete espresso sono presenti anche nell’animo dei criminali. Interrompere il digiuno solo sulla base del vostro pensiero vorrebbe dire che ho dimenticato il mio Dio».

4 settembre:

A mezzogiorno, è venuto un gruppo di trentacinque criminali. Questi trentacinque uomini hanno confessato di aver compiuto dei massacri, hanno chiesto di essere perdonati e hanno pregato Bapu di interrompere il digiuno. Bapu ha detto: «Solo questo non è sufficiente perché interrompa il mio digiuno. Dovete andare tutti dai musulmani e offrire loro i vostri servigi. Dato che qui i musulmani sono una minoranza, loro devono essere protetti. Interromperò il mio digiuno soltanto quando saprò che voi li proteggete e si è stabilita una pace durevole». Alle due, un leader degli assassini che aveva organizzato delle sommosse a Barabazar [quartiere del commercio] è venuto a trovare Bapu. Egli ha confessato le sue azioni e ha promesso a Bapu di consegnare tutte le sue armi. Ha mandato due dei suoi uomini per proteggere ciascuno dei negozi musulmani. [...] Quella sera, i leader delle diverse comunità hanno firmato una dichiarazione in cui promettevano di mantenere la pace a Calcutta e di assumersi la responsabilità di qualsiasi eventuale incidente. Erano pronti anche a morire per questo. «Noi sottoscritti promettiamo a Gandhi che la pace e la calma sono state ristabilite a Calcutta. Noi non permetteremo alcuno scontro intercomunitario nella città. E ci batteremo fino alla morte per evitarlo». Alle nove e un quarto, dopo una preghiera, Bapu ha interrotto il digiuno bevendo un bicchiere di succo d’arancia. [...] Alle dieci di sera, molte persone sono venute a deporre le armi davanti a Bapu: fucili, munizioni, bombe ecc. Gandhi ha lasciato Calcutta per Delhi il 7 settembre alle nove e mezzo di sera.53

Il digiuno, per lo straordinario effetto dell’ascendente di Gandhi, ha avuto successo.



Birla House

Il 7 settembre, Gandhi prende il treno per Delhi. Forse non vuole essere lì durante i festeggiamenti in onore di Jatin Mukherjee (di cui Calcutta è la città natale), che ritiene provocatori, date le circostanze. Vuole tornare nel Punjab dove la situazione degli hindu precipita, ma Patel gli consiglia di scendere dal treno una stazione prima di Delhi, a Shadhara, a causa delle violenze che infuriano nella capitale. Gandhi decide allora di restare a Delhi e si sistema con Manu, Abha, Brij Krishna, Bisen, Kalyanam e Sushila a Birla House, nella magnifica residenza di un amico, Ghanshyam Das Birla. Quest’uomo straordinario, che allora aveva cinquantadue anni, è riuscito, malgrado l’opposizione degli inglesi, a trasformare il piccolo banco dei pegni del nonno in un formidabile conglomerato specializzato nella iuta. Ha anche costruito un’immensa fortuna, che il suo nome simboleggia agli occhi degli indiani.

Si stabilisce una sorta di rituale che durerà fino alla sua morte: Gandhi e i suoi compagni dormono tutti per terra, nella stessa stanza o sotto una delle verande dell’immensa villa; alle tre, ogni mattina, tutti si alzano e pregano. Poi, nella stessa stanza, seduto su una stuoia coperta da un telo bianco, Gandhi scrive e fila, riceve i visitatori, mangia54. La mattina, esce in giardino e i passanti possono vederlo, dietro il muretto di mattoni, seduto su una sedia di vimini, con un telo attorno alle spalle, curvo su delle carte o mentre detta una lettera109. Poi rientra per riposare e pranza con un frutto. Alle cinque del pomeriggio, poggiato alla spalla di Manu e Sushila Nayar, seguito dagli altri, attraversa di nuovo il prato per recarsi alla preghiera della sera che avviene all’aperto in fondo al giardino110. Viene pronunciato un discorso in hindi; fin dai primi giorni del suo arrivo, esso è trasmesso in diretta dalla radio nazionale e ripreso dai giornali. Come sempre molto attento ai media, Gandhi lo prepara con cura, lo scrive quasi sempre in hindi e lo fa tradurre in inglese, la versione che consegna alla stampa. La polizia sta di guardia al portone, tranne all’ora della preghiera serale, in cui l’ingresso è libero.

Ogni giorno del mese di settembre, Gandhi visita i campi profughi più pericolosi, dove perfino la polizia ha paura di andare, accompagnato da Manu, Sushila e un autista terrorizzato54. Ha un bell’esortare gli hindu a «dimenticare e perdonare», promettere loro che torneranno nelle loro case in Pakistan: loro non ci credono. Spesso accolto al grido di «Morte a Gandhi!», non si stanca di ricordare che hindu e musulmani sono figli di uno stesso Dio.

Il 17 settembre, Sushila scrive a Pyarelal, rimasto nel Noakhali: «Bapu qui sta passando dei momenti duri»117. Nehru che quel giorno va a trovarlo racconterà un po’ più tardi la conversazione avuta con lui: «Ha detto che non sarebbe sorpreso se certi tra noi fossero obbligati a prendere esempio dai capi della Rivoluzione francese. Lo scambio di popolazioni sta avvenendo bello e buono, anche se non ci va giù. Ci sarà un esodo di massa degli hindu dal Pakistan orientale dopo quello che è successo a ovest? Bapu dice che sarebbe una tragedia»120.

Quel giorno, la sua candidatura al premio Nobel per la pace è nuovamente presentata, questa volta da B.G. Kher, primo ministro di Bombay, da Govind Ballabh Pant, primo ministro delle Province Unite, e da Mavalankar, presidente dell’Assemblea Legislativa indiana. Un membro del comitato Nobel scrive sul suo rapporto che «Gandhi deve essere considerato responsabile del fatto che la separazione dell’India si stia svolgendo senza grandi bagni di sangue»...

Purtroppo, il pronostico è falso.



La scelta del Kashmir

L’ultimo Stato a fare la sua scelta tra l’India o il Pakistan è il Kashmir (Jammu-e-Kashmir, per citarne il nome completo). Mountbatten consiglia al maharajah, Sri Hari Singh Indar Mahendra Sipar-i-Saltanat, di procedere a un referendum, che avrebbe portato automaticamente a optare per il Pakistan. Hindu, Sir Hari Singh propende decisamente per l’India, ma Mountbatten rifiuta di inviare delle truppe per difenderlo prima che il Kashmir abbia dichiarato ufficialmente che aderisce all’Unione. Il 18, per impedirglielo, Jinnah fa bloccare le due strade di approvvigionamento che lo collegano all’India, mentre il passo verso quel paese si trova ostruito dalla neve, e invia sul posto un “raid tribale”. Il maharajah sollecita l’aiuto militare indiano, ma inutilmente, dato che lui non ha ancora scelto. Il 22 settembre, le cosiddette “tribù”, dotate di armamenti pesanti trasportati nel paese a bordo di camion dell’esercito pakistano, avanzano fino a Uri, saccheggiando e bruciando tutto al loro passaggio. Il loro capo, che si fa chiamare Jebel Tariq, è in realtà un generale pakistano tra i più alti in grado, Akbar Khan. Il 26 settembre, Baramula, città da sogno dove generazioni di ufficiali britannici sono venuti a trascorrere la luna di miele, è completamente distrutta e la sua popolazione massacrata: su 14.000 abitanti, 11.000 sono stati uccisi, tra cui molti giovani sposi britannici. La sera stessa, Sir Hari Singh annuncia che chiede l’annessione del Kashmir all’India.

Informato da Patel e Nehru, Gandhi dà il suo “tacito consenso” al dispiego delle forze indiane. In realtà, è sempre stato favorevole alla difesa del Kashmir; nella sua preghiera della sera, sul prato di Birla House, il Mahatma dichiara che, nonostante sia sempre stato contrario alla guerra, se il Pakistan continua a non riconoscere il suo errore, «il governo indiano potrà entrare in guerra». Questa dichiarazione sciocca il comitato Nobel, anche se il Mahatma precisa il giorno dopo: «Non c’è posto per me in un mondo in cui tutti vogliono un esercito, una marina, un’aviazione»169.

Il 27 settembre, truppe indiane sono paracadutate nella valle di Srinagar e ciò priva Lord Mountbatten di unità su cui contava per ridurre le violenze religiose altrove.

Churchill vede in tutto questo l’avverarsi delle sue previsioni:

I tremendi massacri che avvengono in India non mi stupiscono. È chiaro che siamo solo all’inizio di questi orrori, di queste stragi perpetrate gli uni contro gli altri, con una ferocia da cannibali, da popoli capaci del più grande sviluppo culturale e che per generazioni hanno convissuto nella pace generale, sotto il regime tollerante e imparziale della Corona e del Parlamento britannici.25



«Il cuore pesante»

Il 2 ottobre, la mattina del giorno in cui compie settantotto anni, uscito dal suo bagno Gandhi trova dei fiori sparsi sul parquet; Mirabhen, che gli fa la sorpresa di essere venuta a trovarlo, li ha sparsi lì disegnando tre simboli: la parola Ram, la sillaba sacra om e una croce54. Nehru, Patel, la famiglia Birla, Lady Mountbatten e molti altri vanno a fargli gli auguri. Molti gli toccano i piedi. Uno dei visitatori osserva allora: «Bapuji, al nostro compleanno, siamo noi che tocchiamo i piedi degli altri ricevendo i loro auguri, ma nel vostro caso è il contrario. È giusto?». Lui risponde ridendo: «Le vie dei mahatma sono diverse! Non è colpa mia. Voi avete fatto di me un mahatma, falso forse; perciò dovete scontare la punizione»55.

Il suo desiderio più grande? Gandhi ripete che potrebbe vivere fino a 125 anni (questo è secondo la tradizione hindu il limite della vita umana), ma non vuole «essere testimone vivente della lotta fratricida». La figlia di Patel, Maniben (che lo accompagna ovunque dalla morte della madre, proprio come Indira Gandhi accompagna suo padre da quando è morta la sua), scrive sul suo diario: «La sua angoscia era insopportabile. Eravamo andati da lui nella gioia e siamo tornati a casa col cuore pesante»126.

Quel giorno, Gandhi riceve anche una lettera di Sonja Schlesin, sua segretaria a Johannesburg quarant’anni prima... In seguito, nella stessa giornata, a chi si congratula con lui domanda: «Felicitazioni di che? Non sarebbero più indicate le condoglianze?»127. Afferma che la luce dell’amore se ne è andata dai cuori degli uomini, e aggiunge: «Che questo caos abbia fine, o altrimenti Dio mi richiami a sé! Non voglio un altro compleanno in un’India ancora in fiamme»127. Nessuno sa che questo sarà il suo ultimo compleanno.

L’11 ottobre, in contraddizione con quanto dichiarato pochi giorni prima in un discorso alle forze armate del Pakistan, Jinnah proclama: «Noi dobbiamo avere uno Stato in cui potremo vivere, respirare liberamente, agire secondo la nostra cultura, e in cui potranno applicarsi i principi di una giustizia sociale islamica»20. Il 29 ottobre, Gandhi prende posizione e dichiara che «è dovere dei soldati avanzare per respingere gli attacchi nemici»169.

Il 30 ottobre, il comitato Nobel esita a premiare Gandhi non volendo dare l’idea di una presa di posizione contro il Pakistan. Due membri del comitato su tre votano comunque a suo favore, ma il terzo si oppone col pretesto che «Gandhi era troppo legato a uno dei belligeranti della seconda guerra mondiale!».

Il premio Nobel 1947 è assegnato... ai quaccheri! (O meglio, a due organizzazioni di quaccheri: l’American Friends Committee e il British Friends Service Council, «per la loro azione durante le due guerre mondiali in aiuto dei bambini affamati»).

All’inizio di novembre, Gandhi spera ancora di poter tornare nel Noakhali, ma Jinnah non lo lascia entrare in Pakistan. Il 10 si reca a Panipat, a 80 chilometri a nord di Delhi, per dissuadere i musulmani della città a emigrare in Pakistan. Il 29 (come Nehru ha annunciato a Einstein) l’India vota contro la risoluzione 181 delle Nazioni Unite che prevede la divisione della Palestina in uno Stato ebraico e uno arabo. Quando il 2 dicembre Gandhi torna a Panipat, tutti i musulmani se ne sono andati20. A metà dicembre, Pyarelal e la sua novella sposa lo raggiungono a Delhi. Devdas dice allora a suo padre: «Questa sera, porterò a cena a casa Pyarelal». «E a me, hai mai pensato di invitarmi?»54, gli replica Gandhi. Devdas allora si rende conto di non aver mai invitato il padre nel suo appartamento di Connaught Circus, convinto che non ne avrebbe avuto né tempo né voglia. L’unico dei suoi figli presso cui abbia alloggiato è Harilal, che lo ha ospitato a Calcutta un giorno per la riunione del Congresso nel 192054.

Nel Kashmir, nonostante i primi successi, l’esercito indiano subisce un rovescio, a dicembre, a causa di problemi logistici. Le truppe pakistane lo costringono a ritirarsi dalle zone di confine.

Alla fine di quell’anno, proseguendo con la sua sconcertante proiezione verso il futuro, Gandhi rifiuta di ammettere che l’India stia diventando un paese come gli altri e insiste a voler fare del Congresso un’organizzazione umanitaria, apolitica; vuole riunire in una sola tutte le organizzazioni a cui ha dato vita per promuovere la sua utopia; convoca a Birla House una conferenza di diverse associazioni create sotto la sua egida e incaricate di una serie di “attività costruttive” – l’abolizione dell’intoccabilità, la diffusione dell’istruzione primaria, la khadi e l’artigianato di villaggio ecc. – per fondere quelle strutture al fine di edificare una società nonviolenta.

Nel frattempo, Nehru persegue la medesima utopia, ma sul piano internazionale. In un discorso all’Assemblea Costituente, spiega il suo rifiuto di schierarsi dalla parte dell’Est o dell’Ovest: «Noi non appoggeremo nessuna parte. Ciò non ha niente a che vedere con la neutralità, la passività o altre cose del genere [...]. In fin dei conti, la politica estera altro non è che il risultato della politica economica, e finché l’India non avrà definito correttamente la propria politica economica, quella estera resterà alquanto vaga, rudimentale, e noi brancoleremo».



La «mostruosa vivisezione»

Alla fine del 1947 le lotte religiose arrivano al culmine: gli indiani, dice Nehru, hanno deciso di «farsi tagliare la testa per sbarazzarsi dell’emicrania»120. 15 milioni di persone passano il confine nell’uno o nell’altro senso: 9 milioni di hindu e di sikh arrivano dal Pakistan e 6 milioni di musulmani lasciano l’India. Un milione l’ha attraversato a piedi formando dei kafila, colonne lunghe decine di chilometri20. Queste migrazioni avvengono al ritmo di centinaia di migliaia di persone al giorno in condizioni terribili, con attacchi alle carovane e massacri sui treni. Si contano uno o due milioni di morti in sei mesi. Migliaia di famiglie sono separate, vite per sempre disgregate: «È già difficile separare due vite. Separarne milioni è pura follia». Una «mostruosa vivisezione», aveva avvertito Gandhi.

Nessuno crede più alla nonviolenza da lui predicata. La sua ahimsa ormai è solo un ricordo. Esortare i profughi a tornare in Pakistan o rimproverarli di esserne fuggiti non ha più alcun senso, se non che discorsi del genere ricordano quelli, spiacevoli, che Gandhi tenne dopo il massacro di Amritsar e prima della Shoah. Lui lo sa: «Diremo ben presto addio alla nonviolenza»114, confida a Pyarelal.

Quando un visitatore tailandese, il 1° gennaio 1948, va a congratularsi con lui per l’indipendenza, Gandhi gli risponde: «Oggi, nessuno può circolare liberamente nella capitale. L’indiano teme il suo fratello indiano. Ecco l’indipendenza»154. È disperato. Il 2 gennaio scrive: «L’oscurità totale mi circonda»169.

Si strugge per il Pakistan, di cui ora fa parte il Noakhali. Degli amici musulmani molto cari come Ghaffar Khan, che ha fatto l’impossibile per impedire la separazione, sono adesso in pericolo oltre il confine (infatti vi passerà ben presto sei anni agli arresti domiciliari).

I massacri continuano. Il 6 gennaio, a Karachi, 120 sikh sono trucidati da alcuni musulmani in uno dei loro templi, un gurdvara, luogo sacro in cui avevano trovato rifugio. L’11, per dare un’idea della terribile tragedia in corso, dei musulmani di Delhi vanno a chiedere a Gandhi di aiutarli a emigrare in Inghilterra20, perché non si sentono più sicuri in India ma non vogliono andare in Pakistan, essendo loro a favore dell’unità dell’India! È troppo per lui, non può sopportarlo. Non vuole più vedere queste cose.



«L’unico sano di mente»

Lui che parlava, fino a poco tempo prima, con la massima serietà di un esercito nonviolento, di un Partito del Congresso che doveva rinunciare volontariamente a governare il paese, di un’economia che rifiutasse qualsiasi progresso tecnologico, di una società basata interamente sul suo stile di vita austero e i suoi ideali umanitari, ora è disperato. La violenza, che ha fatto tanto per dominare in se stesso come negli altri, che ha tanto studiato e combattuto, eccola esplodere nel modo più orrendo, peggio ancora che nella guerra mondiale, che l’India ha attraversato quasi indenne.

La mattina del lunedì 12 gennaio, Gandhi giunge alla conclusione che dovrà digiunare per la diciassettesima volta nella sua vita, per modificare il corso della storia. Fino alla morte. I suoi precedenti digiuni, a partire da quelli in Sudafrica, erano stati fatti per penitenza, per espiare errori commessi da lui o da membri della sua comunità, oppure per ottenere soddisfazione sul piano politico; i suoi due ultimi grandi digiuni erano già stati intrapresi per migliorare i rapporti tra la comunità hindu e quella musulmana. È costretto a ricominciare e minacciare di morire se a Delhi non torna la pace. Lo annuncerà senza preavvisare nessuno, per rendere la sua decisione irrevocabile. Nel pomeriggio scrive una dichiarazione in inglese che la dottoressa Sushila traduce in hindi. Gandhi le chiede di mantenere il segreto. Lei protesta: il Mahatma non ha abbastanza forze per sopportare un digiuno. Lui insiste. Lei cede. Alla riunione di preghiera delle cinque, dato che è lunedì, il suo giorno di silenzio, Sushila legge in sua vece la dichiarazione sul prato di Birla House:

Digiunare è la mia ultima risorsa, la uso come una sciabola [...]. Io chiedo a voi tutti di benedire questo sforzo e di pregare per me e con me. Il digiuno inizierà a partire dall’ora del primo pasto, domani mattina, per un periodo indefinito; io potrò bere dell’acqua con o senza sale e limone. Esso avrà fine quando e se io sarò soddisfatto del modo in cui le comunità si rappacificheranno, non per una pressione esterna, ma sentendo ridestare in loro il senso del dovere. Piuttosto che essere testimone impotente della distruzione dell’India, dell’induismo, del sikhismo e dell’islam, preferisco la gloriosa liberazione della morte...169

Poi questa frase per sottolineare che il pericolo è maggiore per l’induismo che per l’islam:

Se non succede niente, l’islam morirà nelle due Indie, ma non nel resto del mondo; mentre l’induismo e il sikhismo non hanno un mondo al di fuori dell’India [...]. Io prego tutti gli amici di non precipitarsi a Birla House per tentare di influenzarmi; che non si angoscino, io sono nelle mani di Dio. Farebbero meglio a far luce dentro se stessi.169

Molti cercano ancora di dissuaderlo, a cominciare da Devdas, che praticamente non lo lascia più, poi Nehru e i ministri. Niente da fare. Adesso il solo a capirlo è Chakravarti Rajagopalachari che, da Calcutta, dichiara incredibilmente: «Spesso in passato ho litigato con Gandhi. Adesso ha più di settantotto anni. Tre mesi fa, a Calcutta, ha digiunato per tre giorni, e questo è bastato a placare gli animi. Questa volta, non ho voglia [di pesare sulla sua decisione]. Oggi, Gandhi è l’unico sano di mente»109.

La sera del 12 gennaio Lord Mountbatten va a trovarlo: «Metterò fine al mio digiuno solo quando avrò la prova che tutte le comunità hanno unito i loro cuori», ripete Gandhi. Mountbatten allora lo esorta ad aggiungere una condizione all’interruzione del suo digiuno: che l’India paghi quanto deve al Pakistan. «Non ne faccio mistero. Sono stato io a suggerirlo a Gandhi, che non aveva nemmeno sentito parlare di quei 550 milioni di rupie»76. La divisione delle finanze del Raj impone infatti all’India di trasferire questa somma al Pakistan.

La notizia di un nuovo digiuno di Gandhi è subito diffusa da tutti i media nelle quattordici lingue dell’India, e scalza la guerra del Kashmir e le sommosse dalla prima pagina dei giornali. Se, all’assemblea del Punjab occidentale, i leader della Lega Musulmana gli rendono omaggio, a Delhi i profughi hindu inveiscono contro colui che osa rischiare la propria vita per salvare dei musulmani.

L’informazione arriva anche a un piccolo giornale locale di Pune, lo «Hindu Rashtra», il quotidiano in lingua marathi che ha come caporedattore Nathuram Godse e come direttore Narayan Apte45. I congiurati si infuriano. Nathuram Godse dichiarerà al suo processo: «Tutte le condizioni imposte da Gandhi per l’interruzione del suo digiuno sono ostili agli hindu»45. I due quindi decidono di passare all’azione. Definiscono il loro piano: Madanlal Pahwa farà esplodere un ordigno nelle vicinanze come diversivo, Karkare e Gopal Godse (fratello di Nathuram) lanceranno delle granate e Badge sparerà a Gandhi; le due principali menti dell’operazione, Nathuram Godse e Narayan Apte, daranno il segnale da lontano.

Il 13 gennaio, mentre nel Gujarat un treno di profughi hindu venuti da Bannu, nel Pakistan, è attaccato da alcuni musulmani che rapiscono e violentano le donne, a Delhi, dove Gandhi ha iniziato il digiuno – «Il mio digiuno più importante»169, scrive a Mirabehn –, le strade sono calme grazie alle misure di sicurezza adottate. Ma i musulmani non possono girare liberamente, perseguitati come sono dai profughi del Pakistan occidentale. I leader del Congresso sanno che non riusciranno facilmente a far credere al Mahatma che Delhi ha ritrovato la pace54. Da Albuquerque Avenue sente in lontananza dei profughi in collera gridare i suoi slogan. «La mia esperienza della nonviolenza è dunque votata al fallimento?, dice. Che fare quando l’ira ha la meglio e nessun uomo, donna o bambino, è al sicuro, quando ciascuno alza la mano contro il proprio vicino?». Per ordine di Patel, la polizia alleggerisce l’applicazione dell’articolo 144 del Codice Civile per autorizzare delle riunioni che mettano in risalto l’armonia tra le comunità. La sera del 13, una folla di giornalisti piazza macchine da scrivere e macchine fotografiche sotto gli alberi, a Birla House, per registrare chi va e chi viene.



«Lasciate morire Gandhi! Dateci un tetto!»

Il 14 Birhla House è ormai diventata il centro della capitale. Giornalisti, uomini politici, manifestanti vanno più lì che alla Government House, dove risiede Mountbatten, o al numero 3 di York Road, domicilio di Nehru. Dei profughi hindu si piazzano sul marciapiede di Albuquerque Avenue e gridano: «Khonka badla qun se lenge!» (‘Sangue per sangue!’) e «Marta hai to marne do!» (‘Se vuole morire, che muoia!’109). Ogni volta che un’auto ufficiale entra nel giardino di Birla House, esclamano: «Gandhi ko! Marne do! Ham ko! Makan do!» (‘Lasciate morire Gandhi! Dateci un tetto!’). Quella sera, Nehru ordina al suo autista di fermarsi davanti a loro e scende dall’auto: «Chi osa gridare “Che Gandhi muoia!”? Chi oserà ripetere queste parole in mia presenza? Prima dovrà uccidermi!»55. Vedendo Gandhi così debole, si rende conto che è proprio su di lui, agli occhi della storia, che si potrebbe addossare la responsabilità della sua morte...

La mattina del 15, il primo ministro convoca un Consiglio dei Ministri straordinario sul prato di Birla House per «esaminare da una diversa angolazione la questione della somma dovuta al Pakistan». Incredibile riunione, sotto le finestre di un vecchietto che fa lo sciopero della fame, aperta a tutti i giornalisti, in cui i ministri in pochi minuti si impegnano a fare ciò che rifiutavano di fare da mesi: versare al Pakistan – in guerra contro l’India – 550 milioni di rupie, ovvero 40 milioni di sterline, allo scopo, dichiara Nehru alla stampa, di «eliminare quella che potrebbe essere una fonte di sfiducia e di frizioni». Aggiunge che questa decisione «è la risposta del governo, che agisce al meglio delle proprie capacità, al nobile gesto di nonviolenza compiuto da Gandhi a favore della pace e della buona volontà». Il Mahatma prende atto, ringrazia il Governo per «la prontezza con cui è tornato sul fatto compiuto». Tuttavia non interrompe il digiuno: in città non è tornata la calma, constata, nonostante le smentite di Nehru e Patel.

Quello stesso giorno, la polizia di Pune riceve un’informazione secondo la quale il caporedattore del giornale locale, lo «Hindu Rashtra», farebbe parte di un gruppo di congiurati che avrebbe deciso di uccidere Gandhi.



Il Patto di Pace

Il 16, dopo sei giorni di digiuno assoluto, Gandhi è in condizioni critiche. Rajendra Prasad, che l’ha ricevuto trent’anni prima a Patna, quando è venuto a lanciare la battaglia del Champaran, e che presto diverrà il primo presidente dell’Unione Indiana, elabora un testo in sette punti per rispondere alla richiesta di Gandhi di veder cessare le brutalità contro i musulmani. Chiama questo testo il “Patto di Pace”. Alcuni punti vertono sul rispetto reciproco, sul lasciare la possibilità agli uni e agli altri di celebrare le proprie feste (in particolare per una festa musulmana che sarà celebrata di lì a dieci giorni a Merhauli, alla periferia di Delhi). Prasad tenta di strappare la firma dei leader dei vari partiti, delle organizzazioni di profughi, delle istituzioni religiose, dei comitati di cittadini. Nei quartieri musulmani spiega che Gandhi sta salvando loro la vita; in quelli hindu che, se firmano, la violenza contro di loro cesserà nei quartieri musulmani e in Pakistan. Anche Mountbatten dichiara di augurarsi che il digiuno di Gandhi ispiri «un gesto generoso di reciprocità da parte del Pakistan».

La mattina del 17, dei medici che vanno a visitare Gandhi constatano che è in fin di vita e che il suo digiuno deve assolutamente essere interrotto. Prasad si spaventa e convoca tutti i protagonisti del conflitto a Birla House, una stanza accanto a quella di Gandhi. Dopo interminabili discussioni, nella notte tra il 17 e il 18, i rappresentanti delle comunità e dei partiti dell’India vanno a siglare il Patto di Pace al capezzale di Gandhi, che li sente a malapena. Essi giurano «di proteggere la vita, i beni e la fede dei musulmani» e si impegnano a far sì che «gli eventi appena accaduti non si ripetano mai più». Tra i firmatari figura anche un rappresentante dello Hindu Mahasabha, il partito dei congiurati.

Il Mahatma risponde loro con una voce appena udibile che lui non vuole fermarsi lì e si impegna a ottenere un gesto in cambio dal Pakistan. Promette ai profughi hindu che non avrà pace fino a quando le loro famiglie non riavranno i loro villaggi. Che se le promesse non saranno mantenute, lui digiunerà di nuovo fino alla morte, come aveva già fatto il settembre prima a Calcutta. Tutti giurano. Gandhi allora beve il bicchiere di succo di frutta che gli porge Abiul Kalam Azad, la città respira. Per quanto possa sembrare incredibile, l’euforia si diffonde dappertutto...

I giornali della sera, quel 18 gennaio, annunciano che Gandhi sta meglio e potrà assistere alla riunione di preghiera del giorno dopo, in cui pronuncerà alcune parole. Egli chiede a Jinnah l’autorizzazione di andarlo a trovare a Karachi, ma questi gli rifiuta ancora l’ingresso in Pakistan.

La mattina del 19, a Delhi gli eventi si svolgono come se fossero stati scritti su un copione: i giornali riportano che i musulmani circolano più liberamente, che addirittura alcuni di loro sono accolti da hindu e sikh con le braccia piene di offerte e dolci. Difficile da comprendere, perfino per i contemporanei: «Bisogna vivere da vicino uno sciopero della fame di Gandhi per sentirne il magnetismo», scrive il collaboratore di Mountbatten Campbell-Johnson.



Primo attentato

La mattina del 19, quando alcuni militanti dello Hindu Mahasabha esigono di sapere i nomi di quanti avrebbero firmato il Patto di Pace, il segretario generale del partito, Ashutosh Lahiri, pubblica un comunicato in cui si afferma che, pur condividendo il senso di sollievo generale dopo l’interruzione del digiuno di Gandhi, «nessun rappresentante del suo partito è stato autorizzato a firmare il Patto di Pace e il suo partito non si sente tenuto a rispettarlo». Ciò non fa che confermare la decisione dei congiurati: entrare in azione.

Gandhi è avvilito: tutto quello che ha fatto non sarebbe servito a niente? Gli sembra di sentire avvicinarsi la morte. La mattina del 20 gennaio, riceve da Mirabehn, tornata al suo asram, nell’Himalaya, un invito ad andarla a trovare a marzo. Lui risponde: «Come si può contare su un cadavere? [...] La vita e la morte sono due facce della stessa medaglia; [la morte è] un’amica incomparabile»169.

Quella sera si mostra in pubblico per la prima volta dalla fine del suo digiuno; ancora troppo debole per camminare, è trasportato con una poltrona sul luogo della preghiera. Lì si trovano circa 200 persone. Come previsto, Madanlal fa esplodere la sua carica a distanza, ma Karkare e Gopal non lanciano le loro granate, e Badge, preso dal panico, corre via senza sparare, dimenticando il revolver sul sedile dell’auto che li ha condotti a Birla House e che la polizia individua subito. Il rumore dell’esplosione è stato abbastanza potente da essere udito, ma Gandhi è rimasto imperturbabile e prosegue la sua orazione. La folla, dapprima inquieta, finisce per rimettersi a sedere; le preghiere continuano: si recitano il Corano, la Bibbia e la Gita, per concludere con il Ramdhun rivolto a Ishwar e Allah. Nathuram Godse e Narayan Apte osservano da lontano il fiasco dell’operazione.

Un’ora dopo, il Mahatma chiama il prefetto di polizia di Delhi, pregandolo di «non maltrattare il giovane arrestato, in nessun modo»; lo paragona a Bhagat Singh, divenuto eroe nazionale: «Quel ragazzo è un vero guerriero. Ma si comportano come bambini. Non capiscono. Quando io non ci sarò più, loro capiranno che il vecchio aveva ragione». In realtà, Madanlal, torturato, non rivela niente; si limita a confermare che conosce il nome di Savarkar, che gli suggeriscono, che non c’entra niente nel fallito attentato, pur essendone il lontano ispiratore. Madanlal aggiunge solamente: «Torneranno!». E, infatti, Nathuram Godse, Vishnu Karkare e Narayan Apte, passati inosservati, si preparano a tornare.

Convinta che Savarkar sia il cervello dell’operazione, la polizia di Bombay si accontenta dunque di sorvegliarlo. Quanto a quella di Delhi, pur essendo venuta a sapere da un datore di lavoro di Madanlal che alcuni suoi complici sono ancora a piede libero, essa si limita a raddoppiare le sentinelle all’ingresso di Birla House piazzando alcuni agenti in borghese e propone a Gandhi la perquisizione di chi entra nella casa. Gandhi protesta: «Voi perquisireste qualcuno all’ingresso di una chiesa, di un tempio o di una moschea? [...] Se devo morire», dice agli agenti di polizia, «morirò alla riunione di preghiera della sera. Vi sbagliate se pensate di potermi proteggere dal male. Dio è la mia unica difesa»109.

Il 22 gennaio, quando Lady Mountbatten va a congratularsi con lui per il suo sangue freddo, Gandhi le spiega di aver creduto che si trattasse di una specie di «esercitazione militare»: «Se qualcuno mi spara addosso a bruciapelo e io affronto le pallottole col sorriso ripetendo nel mio cuore il nome di Ra¯m, allora sì che meriterei dei complimenti!»47.

È esattamente ciò che farà una settimana più tardi...



La promessa di Merhauli

Quel giorno, malgrado il Patto di Pace, la violenza riprende più forte di prima in città e continua a scatenarsi nel resto del paese. La popolazione hindu si aspettava in tutta buona fede un’analoga cessazione dei massacri dall’altra parte del confine. Ma invano. I giornali parlano delle atrocità, senza citare il numero dei morti, dei feriti, delle donne sequestrate e violentate. Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio, in Pakistan, degli hindu di Parachinar, villaggio vicino a Peshawar, al confine con l’Afghanistan, sono aggrediti da musulmani per lo più sciiti: 130 vengono uccisi, 30 feriti; 50 donne sono rapite, violentate, subiscono mutilazioni dei seni o peggio ancora20. Il giudice della Corte Suprema J.L. Kanpur, che redigerà un rapporto su questo massacro, osserverà: «Il rapimento delle giovani donne e il trattamento che hanno subito resteranno un capitolo particolarmente sordido della storia dei rapporti tra gli uomini». Gandhi vi legge una sconfitta, «un test per la [sua] fede».

Il 25 tuttavia ritrova il suo ottimismo. Nel corso della riunione di preghiera della sera, rivela «quanto il suo cuore si sia rallegrato quando degli amici hindu e sikh gli hanno riferito che cominciava a instaurarsi un’unione dei cuori». Lo dimostra, dice, questa meravigliosa notizia: il giorno dopo comincia la festa musulmana di ‘Urs, a Merhauli, villaggio nei dintorni dell’aeroporto di Delhi, dove vivono gli allevatori di mucche musulmani che forniscono da tempo immemorabile il latte alla “Città imperiale”. Questa gente una volta l’anno celebra il proprio patrono, Qutb-ud-din Mazar. Durante i disordini precedenti, Merhauli era stata saccheggiata e le finestre e i lampadari del santo erano stati ridotti in frantumi. Come si è visto, Gandhi ha fatto del loro diritto a organizzare «le festività annuali di Khwaja Qutb-ud-din Mazar, quest’anno come tutti gli altri anni», una clausola del Patto di Pace, a cui ha ottenuto soddisfazione con il suo digiuno. Gandhi accetta l’invito dei mulla a partecipare alla festa e risponde così: «Non ho mai capito il fanatismo. Unire tutti i gruppi e tutte le comunità che compongono il popolo del nostro vasto territorio: questo è stato il mio sogno fin dall’infanzia e, finché questo sogno non si realizzerà, il mio animo non avrà pace»169. Il 27 si rivolge a un’immensa folla di musulmani esultanti: «Noi siamo le foglie di uno stesso albero»169, dice loro. È felice per la prima volta dopo tanto tempo. Questo sarà il suo ultimo momento di gioia. L’avrà dovuto ai musulmani.

Il pomeriggio del 28, alcuni membri e simpatizzanti del partito Hindu Mahasabha – di cui, nonostante l’arresto di Madanlal, la polizia non ha capito l’implicazione nel fallito attentato della settimana precedente – si riuniscono in piazza Connaught, a Delhi, sotto le finestre di Devdas Gandhi, lasciando credere alle forze dell’ordine che si tratti di una manifestazione di amicizia intercomunitaria. Vari oratori attaccano il Mahatma per aver costretto il governo a pagare 550 milioni di rupie a un paese in guerra contro l’India; uno di loro paragona addirittura Gandhi a Hitler. La manifestazione si disperde alle grida di «Viva l’unità hindu! Via i musulmani! Viva Maganlal!». La polizia di Delhi osserva, ma non interviene: sanno che questa manifestazione esprime l’opinione di una parte importante della popolazione, come pure di un gran numero di poliziotti hindu.

La sera del 29, alcuni profughi hindu provenienti da Bannu, ora situato in Pakistan (gli stessi che sono stati attaccati a bordo di un treno, il 13 gennaio, nel Gujarat, da musulmani, e le cui donne sono state sequestrate e violentate), vanno a lamentarsi da Gandhi perché la polizia li ha espulsi dalle case che occupavano a Delhi per restituirle ai proprietari musulmani. Lui spiega loro che bisogna «raggiungere la pace attraverso la sofferenza». Uno dei profughi gli grida: «È a te che dobbiamo tutte le nostre miserie! Lasciaci perdere e ritirati sull’Himalaya!». Lui risponde: «Per me, l’Himalaya è qui!».

Quella sera stessa, Gandhi deve affrontare un altro problema: tra Patel e Nehru le cose non vanno più. Il primo, che ha riportato innegabili successi nei ministeri che ricopre da cinque mesi, non sopporta più il secondo: deride apertamente il suo idealismo pacifista e la sua indecisione. Nehru, da parte sua, rimprovera a Patel di non averlo fatto partecipare alle trattative con gli Stati. I loro rapporti si deteriorano al punto che, anche alla presenza di Gandhi, i due si scambiano dure frecciate. Secondo Maniben, la figlia di Patel, Gandhi qualche giorno prima avrebbe detto a quest’ultimo: «Non riuscite ad andare d’accordo. Uno di voi deve tirarsi indietro. A giudicare dal vostro recente successo di popolarità, siete voi che dovreste restare ed essere promosso»126. Ma Patel sa bene che non può competere con Nehru, molto più popolare di lui; sa anche di essere molto malato. La sera del 29, manda quindi a Gandhi una lettera in cui chiede di essere sollevato dalle proprie funzioni: Jawaharlal, dice, è più giovane, più conosciuto in ambito internazionale. Gandhi, scioccato da «queste villane liti di potere» tra i due, come se la lotta contro la Gran Bretagna fosse stata motivata solo da una sete di prerogative e vantaggi personali, rifiuta le dimissioni e chiede a Patel di venire a parlarne con lui, il 30 pomeriggio, prima che parta: infatti intende tornare presto a Sevagram. La sua presenza non è più necessaria a Delhi.



L’assassinio

Il 30 si annuncia una giornata molto fredda. Gandhi si alza come al solito alle tre e mezza del mattino. Recita le sue preghiere, lavora per tre ore nel suo studio a un testo con cui invita il Congresso a sciogliersi per trasformarsi in un’«associazione per il miglioramento dell’autonomia sociale, morale ed economica», che propone di ribattezzare Lok Sevak Sangh. Alle otto torna a letto, scorre i giornali, poi, dopo essersi fatto massaggiare da Brij Krishna, fa il bagno. Alle nove e mezza, fa colazione (latte di capra, pomodori, legumi crudi e cotti, arance, decotto di zenzero e limone verde) e lavora per altre due ore. Parla di andare sull’Himalaya e ride di cuore quando qualcuno gli fa notare: «Se ci andate, sarete un doppio Mahatma!»54. Fa un riposino; alle due riceve una ventina di visitatori; profughi, discepoli venuti a ricevere il suo darsan, funzionari e ministri in carica, giornalisti. Tra questi, un fotografo francese, Henri Cartier-Bresson, che gli ha scattato delle foto magnifiche (ne ha fatte anche di Sri Aurobindo e di tutti i grandi leader indiani) e che ne farà delle altre, non previste, quella sera.

Alle quattro arriva Patel, accompagnato dalla figlia. Gandhi fa con lui l’ultimo pasto della giornata (latte di capra, legumi crudi e cotti, tre arance, pomodori, ravanelli). Cerca di convincere il suo interlocutore a non dimettersi. Discutono per circa un’ora. Al suo diario, la figlia di Patel (che non ha assistito alla fine del loro colloquio) consegna un riassunto dei loro discorsi riportatole dal padre, riassunto che contiene un lapsus rivelatore: «Ho parlato con Gandhi poco prima della sua morte. Mi ha detto che era impossibile lavorare con [with] noi due. Che dovevamo restare entrambi al governo. Che avrebbe fatto il punto della situazione con me l’indomani»126. (In realtà, Gandhi deve aver detto a Patel che per lui sarebbe stato impossibile lavorare senza loro due [without])...

Alle cinque, Manu e Abha vanno a prendere il Mahatma, come ogni giorno, per andare sul luogo della preghiera. Lì lo aspettano circa 500 persone. Questa volta, non ha messo per iscritto il suo intervento. Improvviserà. Confida a Patel, lasciandolo, che nel suo discorso ribadirà che lui e Nehru devono restare entrambi al governo. Senza dubbio intende anche parlare della riforma radicale del Congresso che ha preparato quella mattina. Avanzando, vede in prima fila Karkare e Narayan Apte, e in mezzo a loro Nathuram Godse. Quando comincia a salire le scale, Nathuram Godse va verso di lui. Questi racconta:

Con la pistola nella mano destra, giunsi le mani e dissi: «Namaste!» [saluto, lett. ‘mi inchino a te’, N.d.T.]. Con la mano sinistra allontanai la ragazza che si trovava sulla mia traiettoria. I colpi partirono da soli. Non ho mai capito se ho sparato due o tre colpi. Gandhi emise un lieve sospiro, un suono come «Aaah!», poi cadde. Restai col braccio teso, tenendo stretta la pistola, e mi misi a gridare: «Polizia! Polizia!». Volevo che tutti sapessero che il mio atto era premeditato, deliberato, e non era stato commesso sotto l’impulso del momento. Volevo essere arrestato con la pistola in mano. Ma improvvisamente era calato il silenzio, e per almeno trenta secondi, nessuno osò avanzare.45

Godse ha sparato tre volte. Gandhi muore sul colpo. Karkare, che sta di fronte alla vittima, vede l’impatto delle pallottole e sente solo un grido di dolore. Gurbachan Singh, uomo d’affari sikh di Panipat, che si trova alle spalle di Gandhi, lo sente dire: «He Ram!» (l’invocazione a Rama). Un militare dell’aviazione si precipita su Godse e gli afferra il polso. Questi lascia immediatamente la pistola e, mentre altri si accalcano per insultarlo e picchiarlo, Nathuram Godse grida rivolto a un poliziotto: «Prenda la pistola e metta la sicura, prima che ci sia qualche incidente!»45.

Gandhi è trasportato nella sua stanza. Un minuto dopo, Mountbatten si precipita a Birla House. Alan Campbell-Johnson, che l’accompagna, osserva:

La tensione era tale che la minima parola o il minimo rumore potevano diffondersi come un fuoco nella boscaglia. Al nostro arrivo, fummo accolti da qualcuno che gridò: «È stato un musulmano!». Noi non conoscevamo né il nome né la religione dell’assassino. Ma, sapendo che, se era stato un musulmano, eravamo perduti una volta per tutte e niente avrebbe potuto evitare una guerra civile, Mountbatten rispose: «Razza di imbecille! Lo sa benissimo che è stato un hindu!».21

La notizia della morte di Gandhi si propaga come uno tsunami. Devdas arriva sul posto in pochi minuti. La folla comincia ad accalcarsi davanti a Birla House ancora prima della diffusione del bollettino speciale su All India Radio. Quando si sparge la notizia che l’assassino è uno di loro, i bramini vengono insultati e lapidati in tutti i villaggi del Centro e dell’Ovest dell’India. Quando Harilal, a Bombay, riceve la notizia dell’omicidio del padre, leggenda vuole che esclami: «Nessuna pietà per l’uomo che ha ucciso un santo, il Mahatma del mondo che si dà il caso fosse anche mio padre!»54.

Devdas, Nehru, i discepoli, i ministri, i diplomatici, le più alte personalità del paese accorrono a Birla House. Nehru e Patel si abbracciano, in lacrime, e parlano insieme alla radio.

Venti minuti dopo gli spari, il ministro degli Interni di Bombay, Morarji Desai (che sa da nove giorni, per bocca del dottor Jain, ex datore di lavoro di Madanlal, che dei complici di questo hanno giurato di uccidere Gandhi), telefona al viceprefetto di polizia, Nagarvala, per dargli l’ordine di «prendere tutte le misure che si impongono»45.

La folla continua ad affluire a Birla House; le spoglie del Mahatma vengono poste sul tetto in posizione inclinata, con un proiettore puntato su di esse, e decine di migliaia di persone sfilano senza dire niente, piangendo.

A mezzanotte e mezza, il corpo viene tirato giù; parenti e amici recitano dei brani tratti dalla Bhagavad-Gita e altri testi sacri. Qualcuno suggerisce di imbalsamarlo per qualche giorno, in modo che gli amici, i parenti e i collaboratori che vivono lontani da Nuova Delhi possano vederlo. Devdas si oppone: per gli hindu non è buona cosa prolungare il soggiorno terreno.

Patel organizza i funerali. Fa mettere su un affusto di cannone Dodge una pedana di legno per permettere a tutti di vedere la salma mentre attraversa la città. Il corpo viene lavato secondo il rituale, gli viene messa al collo una ghirlanda di cotone filato a mano e una collana di perline, sul suo sudario vengono sparsi petali di rosa; la testa, le braccia e il petto sono nudi. Dopo essere state esposte alla vista di tutti, le spoglie sono collocate sulla terrazza esterna. Ramdas, il terzogenito di Gandhi, è arrivato e si possono celebrare le esequie.

La mattina seguente è «il momento più straziante per noi tutti», dirà Devdas: tolgono a Gandhi il grande scialle di lana che portava sulle spalle nel momento in cui è stato ucciso: ne cade un bossolo.

All’alba di quel 31 gennaio, almeno un milione di persone, su una popolazione di due milioni, si ammassa lungo il tragitto che dovrà seguire la salma fino al luogo della cremazione. A mezzogiorno meno un quarto il corteo funebre, lungo tre chilometri e mezzo, lascia Birla House e si fa lentamente spazio tra la folla. Il veicolo è tirato da 200 uomini dell’esercito indiano; 4.000 soldati di fanteria, 1.000 dell’aviazione e 100 della marina in uniforme precedono e seguono la salma, senza contare i lancieri della guardia personale del viceré a cavallo109. Mezzi corazzati, polizia e militari sono incaricati di mantenere l’ordine. Tre Dakota sorvolano la processione lasciando cadere una pioggia di petali di rosa.

Il corteo arriva alle quattro e venti sulle rive del fiume Yamuna dopo aver percorso meno di cinque chilometri. Nei pressi delle acque sacre, a Rajghat, durante la notte è stata costruita una pira. Un altro milione di persone è lì dalle prime ore del mattino. Il bianco è il colore dominante dei sari, degli abiti, dei cappelli e dei turbanti54. Il corpo di Gandhi è posto su dei pezzi di legno di sandalo cosparsi di incenso, con la testa a nord, come il Buddha. Alle cinque meno un quarto, Ramdas accende la pira funebre del padre. Essa brucia per quattordici ore, durante le quali vengono cantate preghiere e si legge integralmente la Bhagavad-Gita.

Quel giorno, il giornale «Hindu Rashtra» – ancora non indagato – annuncia l’assassinio di Gandhi.

Il 1° febbraio, le ceneri vengono esaminate con attenzione: viene trovata una pallottola. Innaffiate d’acqua, vengono poi deposte in un’urna di cuoio. I frammenti di ossa che hanno resistito alla combustione sono posti in un sacchetto di cotone filato a mano e riposti in un’altra urna. Ramdas mette al collo dell’urna contenente le ceneri una ghirlanda di fiori profumati, poi la pone in un cesto di vimini pieno di petali di rosa e la riporta a Birla House.

Quello stesso giorno, è definita la lista dei candidati al Nobel e Gandhi figura ancora una volta tra i possibili premiati. Il comitato non sa se lasciare o meno il suo nome. Nessuno finora ha mai ottenuto il Nobel a titolo postumo. Il comitato norvegese dapprima decide che è possibile. Poi cambia idea. Alla fine, quell’anno, il premio Nobel per la pace non sarà assegnato perché, dirà il comitato, «non c’è nessun candidato vivente meritevole». (Qualcuno penserà che il termine “vivente” potesse riferirsi anche al conte Bernadotte, assassinato a Gerusalemme a settembre, ma Bernadotte non compariva nell’ultima selezione). Fino al 1960, ricordiamolo, il premio Nobel per la pace sarà assegnato solo a degli occidentali.

Il 3 febbraio, Harilal arriva finalmente a Delhi a casa del fratello Devdas. L’11, alle quattro del mattino, un treno speciale composto da cinque carrozze di terza classe lascia Nuova Delhi. A metà del convoglio, uno scompartimento pieno di fiori è occupato da parenti e amici di Gandhi, con l’urna contenente le ceneri. Il treno giunge fino ad Allahabad, a 120 chilometri da Benares, sul punto di confluenza tra il Gange, lo Yamuna e il fiume sacro e mitico Sarasvati. È uno dei luoghi più sacri dell’induismo e milioni di indiani si affollano lì ogni dodici anni per bagnarsi in quelle acque.

Il giorno dopo, 12 febbraio, ad Allahabad, l’urna è posta su un carro che la trasporta attraverso una folla stimata di oltre un milione di persone. Poi viene messa in acqua su un duck (una specie di veicolo anfibio di origine americana) dipinto di bianco. Galleggia. Attorno, migliaia di recipienti carichi di offerte. Quando l’urna si capovolge e il suo contenuto cade nelle acque sacre, il cannone del forte di Allahabad spara a salve.

Contemporaneamente, l’altra urna contenente i piccoli frammenti di ossa è immersa in acqua da uno dei discendenti di Gandhi nel punto più meridionale dell’India, nel Tamil Nadu, a Kanya Kumari (Capo Comorin), là dove confluiscono il Mare di Oman, l’Oceano Indiano e il Golfo del Bengala.

Epilogo

Sono rari i grandi uomini che non schiacciano, in un modo o nell’altro, quelli che hanno la sfortuna di essere i loro eredi. Più di ogni altro, per il livello di esigenza che imponeva a se stesso e che pretendeva dagli altri, Gandhi non poteva offrire ai suoi cari che una vita di sofferenze.

Innanzitutto ai suoi figli, che considerò sempre meno importanti di nipoti ed estranei, volentieri chiamati “figli”, con gran danno dei quattro che gli aveva dato Kasturba, lei stessa vittima delle sue battaglie, che condivise senza comprenderle sempre.

Il primo martire di questa eredità funesta fu il primogenito, Harilal, il figlio meno desiderato; nato quando Gandhi aveva solo diciott’anni, per lui fu sempre soltanto una specie di fratellino ingombrante che non seppe allevare, né sostenere, consigliare o semplicemente tenere in considerazione. Per tutta la vita, questo figlio si sforzò, a modo suo, pateticamente, di farsi ascoltare dal padre, e la sua morte fu l’espressione massima delle sue tribolazioni: il 17 giugno 1948, solo pochi mesi dopo l’assassinio del padre, una coppia di passanti lo trovò ubriaco fradicio su un marciapiede di Bombay e lo portò in ospedale. Leggenda vuole che al medico che gli chiedeva il nome di suo padre Harilal abbia mormorato «Gandhi», ma che il dottore, spazientito, abbia risposto: «Ma no! Gandhi è il padre di tutti gli indiani! Come si chiama tuo padre?». Harilal trovò comunque la forza di farsi riconoscere; chiamarono due delle sue figlie, Rami Parikh e Manu Mashruwala, e lui morì il giorno dopo. Aveva sessant’anni.

Manilal, il secondogenito, rimasto da solo in Sudafrica a ventidue anni nel 1914, sposato con una ragazza scelta dal padre, diresse Phoenix fino alla sua morte, nel 1956, all’età di sessantaquattro anni; sua figlia, Gita, e il marito sono membri del Parlamento sudafricano e si occupano ancora di Phoenix; un altro dei figli di Manilal, Arun, vive negli Stati Uniti, a Memphis, dove gestisce un Gandhi Institute.

Ramdas, il terzo figlio, è stato a lungo padrone di una succursale dei frantoi Tata a Nagpur, la grande città vicino Sevagram dove si era trasferito lasciando il “villaggio costruttivo”, quando suo padre gli aveva proibito di mandare i figli a scuola; Ramdas muore a Bombay nel 1969 all’età di settantun anni.

Il figlio minore, Devdas, giornalista poi caporedattore dello «Hindustan Times», a Delhi, il più vicino al Mahatma, è morto d’infarto a Bombay nel 1957 all’età di cinquantasette anni; uno dei suoi figli, Ramchandra, è professore, e un altro, Rajmohan, è giornalista, uomo politico, e autore di un’importante biografia54 di suo nonno.

Gli assassini, Nathuram Godse e Narayan Apte, furono impiccati il 15 novembre 1949; per evitare che fosse eretto un monumento sul luogo della loro cremazione, la polizia, riprendendo un’antica tradizione moghul, ne cancellò ogni traccia e vi seminò dell’erba, anche se si dice che qualcuno sia riuscito a spargere segretamente una parte delle loro ceneri in un fiume vicino85. L’ideologo che li aveva ispirati, Savarkar, a cui nessun fatto poté essere imputato, fu prosciolto.

I quattro protagonisti della battaglia contro il Raj erano tutti avvocati: Gandhi, Nehru, Jinnah e Patel. Questi ultimi due, malati da molti anni, riuscirono a restare in vita abbastanza a lungo da vedere la fine della dominazione inglese.

Jinnah morì l’11 settembre 1948, per la congiunzione di una tubercolosi e un cancro ai polmoni, nel Pakistan che governava da tredici mesi.

Patel, molto malato, lasciò il governo nel giugno del 1948 per succedere a Lord Mountbatten come governatore generale dell’India fino all’entrata in vigore della Costituzione, il 26 gennaio 1950; troppo debole per diventare, come previsto, il primo presidente dell’Unione Indiana, lasciò quest’onore a un altro compagno di vecchia data di Gandhi, Rajendra Prasad, anch’egli avvocato, conosciuto ai tempi della sua prima battaglia in India, a Champaran. Patel morì il 15 dicembre 1950.

Dei quattro padri fondatori, l’unico sopravvissuto era Jawaharlal Nehru, che restò primo ministro per quasi vent’anni, elezione dopo elezione; salvò l’India dalla carestia nel 1956 con la “rivoluzione verde”. Fece eleggere sua figlia Indira Gandhi come presidente del Partito del Congresso nel 1959 e morì ancora al potere per una crisi cardiaca, il 27 maggio 1964.

Almeno altri tre personaggi meritano che si dica qualche parola sul loro destino.

Il primo intoccabile ad aver ottenuto un dottorato, l’ex studente di Cambridge, Ambedkar, partecipò ai primi governi di Nehru in qualità di ministro della Giustizia e presidente del comitato incaricato della redazione della Costituzione; convinto che l’induismo non si sarebbe mai potuto liberare dell’intoccabilità, si convertì al buddhismo poche settimane prima di morire, il 14 ottobre 1956.

La dottoressa Sushila Nayar, compagna di sempre di Gandhi, divenne ministro della Sanità dei primi governi dell’Unione, restò in politica sotto Indira Gandhi, poi si ritirò nel 1969 per creare un Istituto Mahatma Gandhi per le Scienze Mediche. È morta alla fine del 2000.

Infine, Madeleine Slade, detta Mirabehn, visse fino al 1959 nell’asram da lei fondato sull’Himalaya; poi lasciò l’India per stabilirsi a Vienna, come per tornare al suo primo amore: la musica, che era stata all’origine, tramite Romain Rolland, del suo incontro con Gandhi. La conclusione della sua epopea fu la conferenza che tenne nell’ottobre del 1969, su invito di Lord Mountbatten, all’Albert Hall di Londra, in occasione del centenario della nascita di Mohandas, davanti a 7.000 persone tra cui il principe di Galles e il primo ministro. In seguito tornò a vivere nella capitale austriaca dove morì a novant’anni, il 20 luglio 1982.



L’India, senza Gandhi

Il Mahatma avrebbe avuto buoni motivi per essere fiero dell’India di oggi: è rimasta un paese unito, con un musulmano come presidente [dal 2007 il paese è guidato, per la prima volta, da una donna; N.d.R.] e un sikh primo ministro; in essa convivono 900 milioni di hindu e 140 milioni di musulmani; l’età media di sopravvivenza aumenta incessantemente, il livello scientifico e intellettuale è ineguagliabile, la sua influenza nel mondo supera ampiamente quella dell’ex potenza occupante. Le idee di Gandhi continuano a vivere attraverso la Gandhi Peace Foundation; numerose associazioni (come il Sevak Sangh, i ‘servitori del villaggio’) proseguono l’opera di formazione che lui aveva lanciato nei centri rurali; una Commissione per la Promozione della khadi e delle Industrie contadine, che lui desiderava, gestisce insieme allo Stato la produzione artigianale dei villaggi, in particolare della khadi. Tre progetti che lui aveva in mente e che Vinoba Bhave portò avanti continuarono dopo di lui: la Sarvodaya Samaj (‘Società del Servizio di Tutti’), creata nel 1948, il Bhudan (bhudan, ‘dono della terra’), creato nel 1951, e il Gramdan (gramdan, ‘dono del villaggio’). Essi permisero di trasformare un quarto dei villaggi del Bihar in comunità in cui un sesto della fortuna dei proprietari era destinato a beneficio dei meno abbienti.

Più in generale, Gandhi è divenuto un elemento essenziale dell’identità indiana; dal 1995, il governo di Delhi assegna un premio Mahatma Gandhi che ricompensa un’azione a favore della pace o della nonviolenza conforme ai suoi principi.

Il comitato Nobel si pentì tanto di non avergli assegnato il premio che, quando il Dalai Lama lo ricevette nel 1989, il presidente del comitato si sentì tenuto a dichiarare che era anche un «omaggio alla memoria del Mahatma Gandhi».

Gandhi sarebbe stato inoltre felice di notare l’influenza da lui esercitata su importanti leader del movimento di decolonizzazione e di lotta contro la discriminazione. Negli Stati Uniti, Martin Luther King lo citava spesso: «Il Cristo ha fornito lo spirito e la motivazione, e Gandhi ha fornito il metodo». Come anche Nelson Mandela: «Anche se il tempo ci separa, resta tra noi un legame, quello della comune esperienza della prigione, la nostra sfida lanciata a leggi ingiuste e il fatto che la violenza minacci le nostre aspirazioni alla pace e alla riconciliazione».

Altri ancora presero il testimone della sua opera, come quello studente cinese sconosciuto che, nel maggio 1989, affrontò, in piazza Tien An Men, a Pechino, una colonna di carri armati; o come Ibrahim Rugova nel Kosovo, e ancora oggi, Aung San Suu Kyi, in Birmania, che la giunta militare al potere a Rangoon non riesce a mettere a tacere.

La sua influenza è stata ulteriormente marcata dalla sua nomina, nel 1999, a “personaggio del secolo numero due”, dopo Albert Einstein, e dall’approvazione all’unanimità, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 15 giugno 2007, di una risoluzione che decretava il giorno della sua nascita “giornata internazionale della nonviolenza”.

Ma tutto questo non gli sarebbe di sicuro bastato. Sarebbe stato probabilmente addolorato nel vedere che niente del suo progetto di società è stato davvero tenuto in considerazione dalla classe politica indiana; che non è stato fatto niente di serio per frenare l’esodo rurale, per alfabetizzare le campagne, per attirarvi le industrie, per migliorare le condizioni di vita e allontanare i cittadini dai prodotti alla moda provenienti dall’estero. Essendo morto senza eredi il suo discepolo Bhave, la khadi e l’arcolaio sono ormai poco più che elementi di folklore, in una società animata da una sete di modernità occidentale. In questo universo, il Mahatma non è altro che un simbolo troppo esigente di cui non bisogna parlare troppo, quello di un progetto di società che più nessuno vuole, se mai qualcuno l’ha davvero voluto. Triste ironia, Gandhi oggi è più conosciuto dalle nuove generazioni indiane per due film bollywoodiani del 2006, che per la sua opera e la sua azione reali: Lage Raho Munnabhai, che lo fa rivivere nel mondo contemporaneo e che ha fatto la fortuna di un neologismo oggi più popolare dello stesso Gandhi, gandhigiri – traducibile con ‘gandhiano’ –, e Gandhi, My Father, che ben racconta la vita di Harilal e i suoi problemi con il genitore.

Ma sarebbe ancora più afflitto nel sapere che nessuno dei problemi indiani che tentò di affrontare è stato risolto. Senza dubbio condividerebbe in parte il sentimento di Joseph Brodskij che osservava nel 1984: «Niente è cambiato in India dopo il ritiro degli inglesi, se non il colore della pelle dei suoi funzionari». Di sicuro, col triste sorriso degli ultimi anni della sua vita, stigmatizzerebbe la persistenza della povertà, l’ineguaglianza economica, la stagnazione della produttività agricola, lo sfruttamento del suolo, l’infanticidio delle figlie femmine, il matrimonio dei bambini, la reclusione delle vedove, la corruzione dell’amministrazione e del Partito del Congresso. Resterebbe indignato dall’aumento del consumo di alcolici, dalla corruzione dei costumi, dal degrado dell’ambiente, dall’immensità delle bidonville, dall’emarginazione dei dalit che si vedono rifiutare, ancora oggi, in quasi la metà dei villaggi, l’accesso a una fonte, a un tempio, a un ospedale o a un ristorante, e i cui figli, in oltre due terzi dei villaggi, non sono autorizzati a mangiare insieme agli altri nelle mense scolastiche.

Resterebbe sconvolto e costernato nel constatare che la violenza regna più che mai e dappertutto, specialmente nel Gujarat, sua terra natale, dove il governo regionale, retto dalla frangia più dura del Bharatiya Janata Party, ha lasciato infuriare, nel 2002, le peggiori insurrezioni dai tempi dell’indipendenza, nel corso delle quali più di 2.000 musulmani furono massacrati dagli hindu. Constaterebbe con desolazione che, nel mondo, la violenza prolifera, i massacri interetnici si moltiplicano, la povertà si aggrava; si rivolterebbe contro l’aumento del numero degli umiliati, degli sfruttati, del lavoro minorile, delle vittime dello sfruttamento sessuale. Si rattristerebbe nel vedere che pochi, nel mondo, credono ancora nella nonviolenza, e che lo stesso Nelson Mandela, malgrado la sua ammirazione per lui, non la utilizzò molto nella sua lotta contro l’apartheid. Prenderebbe atto del fatto che dopo di lui nessuno si è arrischiato a intraprendere una tale battaglia, se non dei terroristi pronti a fare uno sciopero della fame dopo aver lanciato le loro bombe. Sempre invano: Margaret Thatcher, ad esempio, contrariamente a Churchill, lasciò morire del loro digiuno in prigione dei militanti irlandesi condannati per atti di sangue. Gandhi osserverebbe che negli Stati Uniti nessuno osa riprendere la lotta di Martin Luther King e realizzerebbe che la maggior parte di quelli che subiscono ingiustizie e umiliazioni pensano ormai che l’accettazione della sofferenza non ha mai fatto piegare un dittatore. Resterebbe sconcertato nel sapere che il terrorismo guadagna terreno ovunque, in tutti gli Stati, su ogni continente, e che, nel suo stesso paese, Osama Bin Laden contende a Bhagat Singh il titolo di eroe degli umiliati.



Idee di un’estrema modernità

Malgrado o a causa di tutto ciò, la sua sfida al mondo rimane di una prodigiosa attualità. Prima di tutto perché la questione che lui pone resta il principale interrogativo di tutti i leader rivoluzionari: bisogna respingere tutto ciò che viene dal colonizzatore, compresa l’industrializzazione, o solo appropriarsene?

In secondo luogo perché ha visto prima di tutti gli altri l’importanza, per l’India come per il resto del mondo, del miglioramento della situazione delle campagne, del rifiuto delle bidonville, dello scambio equo tra produttori e distributori, del rispetto dell’ambiente. Inventando i rudimenti di quella che sarebbe divenuta l’economia etica, ha aperto una strada straordinaria, che riprenderanno dopo di lui tutti coloro che comprendono che la concentrazione dei mezzi di potere equivale solamente a un suicidio.

E più ancora perché ha compreso le conseguenze profonde dell’uso della violenza. Certo, non ha potuto impedire la divisione dell’India, ma almeno è riuscito, lì dove è intervenuto, a calmare quelli che erano pronti ad ammazzarsi tra loro, ma non a lasciarlo morire. È vero, non ha potuto arrestare la barbarie di chi, come Hitler, non dava peso né alla ragione né alla propria reputazione, ma ha posto dei principi che oggi acquistano una forza tutta nuova. Molto prima di chiunque altro, Gandhi ha visto che ottenere qualcosa con la violenza significa condannarsi a farne nuovamente uso per conservarlo e svilupparlo. Ha compreso, molto prima dei leader indipendentisti, che l’indipendenza non è un fine valido, se lo sfruttamento continua.

Infine perché ha realizzato, molto prima dei leader mediatici creati dalla nascita della televisione, che era essenziale rendere partecipe l’opinione pubblica. Ha potuto così trascinare decine di migliaia di persone con lui in Sudafrica, decine di milioni in India, facendo addirittura appello all’opinione pubblica inglese contro i politici di Londra.

Oggi, con i nuovi mezzi di comunicazione, un dittatore non potrebbe nascondere a lungo al suo popolo le sue nefandezze e tutti i leader, anche i dittatori, sono bene o male sottoposti al controllo dell’opinione pubblica, nazionale o per lo meno internazionale. Dunque si potrebbe benissimo immaginare che un uomo o una donna, o anche migliaia di persone, potrebbero trascinare con sé miliardi di esseri umani in un satyagraha planetario con slogan come «non paghiamo tasse per finanziare le armi!», «rifiutiamo di chiedere il permesso di soggiorno in un paese straniero!», «boicottiamo i prodotti che danneggiano l’ambiente!» oppure «smettetela di combattere!». Niente vieta di immaginare che un essere umano potrà un giorno più o meno lontano esercitare una sufficiente influenza e ascendente per pesare sui governi semplicemente mettendo a rischio la propria vita, o che potrà addirittura, magari, far tacere le armi intraprendendo uno sciopero della fame a oltranza in mezzo ai belligeranti.



Cambiare se stessi

L’impatto di qualcuno che dica così la verità sarebbe tanto più grande se costui avesse il coraggio di trasformare se stesso prima di pretendere di trasformare l’altro. E Gandhi sapeva, per esperienza, che ogni uomo, lui compreso, può diventare un bruto, un mostro, un assassino. Che ciascuno ha dentro di sé allo stesso tempo una bestialità smisurata e una formidabile capacità di amore. Dunque si riconosceva il diritto di predicare solo ciò che lui stesso riusciva a mettere in pratica. Mentre tutti gli altri leader rivoluzionari si accontentavano di elaborare dei piani per cambiare il mondo dalla loro scrivania, lui non voleva imporre un “uomo nuovo”, ma voleva diventarlo lui stesso, e convincere poi con il suo sacrificio. Preferiva dare l’esempio piuttosto che lezioni.

Ecco, senza dubbio, l’aspetto più affascinante e importante di Gandhi: per cambiare il mondo, bisogna cambiare se stessi e avere come più alta ambizione, modesta e orgogliosa al tempo stesso, quella di dominare la propria violenza, i propri desideri, la propria sessualità, i propri sentimenti, per liberarsi di qualsiasi traccia di bestialità; poi, con l’aiuto delle pratiche ascetiche e di meditazione, ottenere un potere su di sé rinunciando al potere sulle cose; infine, e solamente infine, mettere questo potere al servizio di un ideale di un’estrema esigenza, facendone dono agli altri.

Oggi, mentre pulizie etniche e guerre di religione, mille e una divisioni, e barbarie di una portata spaventosa incombono ovunque, questa strategia della nonviolenza resta l’unica ad avere senso. Essa presuppone che qualcuno abbia il coraggio di venire a dire la verità, di viverla, di incarnarla. Ma, oggi, non si accetta più che qualcuno la gridi, tranne qualche volta i comici: come se solo la risata potesse renderla sopportabile.

La risata di Gandhi è senza dubbio ciò che chi ha incrociato la sua strada ricorda di più. Una risata di sfida, di tristezza e di compassione insieme; la risata di chi sa che il segreto della civiltà non è tanto amare il prossimo come se stessi quanto dirgli la verità, dopo aver avuto il coraggio di dirla a se stessi.

Ringraziamenti

Questo libro è il risultato di quattro anni di lavoro, di letture, di viaggi, di incontri. In particolare, ho dovuto compiere una scelta tra versioni spesso contraddittorie del medesimo avvenimento. Tutti, in effetti, sono stati raccontati in cinque o sei modi divergenti, perfino con datazioni differenti, da testimoni oculari. È stato necessario scegliere dunque le date e le interpretazioni. Mi assumo la responsabilità di queste scelte.

Ho avuto preziosi aiuti in tutti e tre i luoghi: in India, da parte del professor Prakash Shah, del professor Prakash Patel, di Haresh Shah, di Xavier Bertrand e del professor Hemang Desai, che ha tradotto i testi in gujarati; negli Stati Uniti, di Shashi Tharoor; in Francia, Jane Auzenet e il professor Prithwindra Mukherjee hanno accettato di rileggere il manoscritto e di rispondere, con una pazienza straordinaria, alle mie più dettagliate domande. Quest’ultimo, in particolare, ha tradotto i testi in bengali e ha letto le bozze con un’attenzione di cui gli sono molto riconoscente. Claude Durand e Denis Maraval hanno fatto una rilettura del testo. Rachida Azzouz, Murielle Clairet e Charlotte Duperray si sono occupate della bibliografia. Li ringrazio tutti.

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Come per ledizione originale, nel testo le opere pertinenti sono segnalate riportando il loro numero secondo lordine che segue.

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Opere di Gandhi

169. The Collected Works of Mahatma Gandhi, 90 voll., Delhi, Publications Division Ministry of Information and Broadcasting, Government of India, 1958-1984.

170. GANDHI, Mohandas Karamchand, La mia vita per la libertà, Roma, Newton Compton, 1983.

171. —, Tous les Hommes sont frères, Parigi, Gallimard, 1985.

172. —, Teoria e pratica della non-violenza, trad. di Fabrizio Grillenzoni e Silvia Calamandrei, Torino, Einaudi, 1996.

173. —, History of the Satyagraha in South Africa, Ahmedabad, Navajivan.

174. —, An Indian Patriot in South Africa, Londra, 1909.

175. —, Vyapak Dharmabhavna, Ahmedabad, Navajivan.

176. —, Hind Swaraj or Indian Home Rule, Ahmedabad, Navajivan.

177. —, Nature Cure, Bombay, Navajivan, 1954.

178. —, From Yeravda Mandir. Ashram Observances, Ahmedabad, Navajivan, 1932.

179. —, Civiltà occidentale e rinascita dellIndia: la nonviolenza come liberazione individuale e collettiva, Perugia, Edizioni del Movimento Nonviolento, 1984.

180. —, La resistenza non violenta, a cura di Franco Parigi, Roma, Newton Compton, 2000.

181. —, Lettres à lAshram, Parigi, Albin Michel, 1948.

182. —, Leur Civilisation et notre délivrance, Parigi, Denoël, 1957.

183. —, Méditations, raccolta di testi, Parigi, Éditions du Rocher, 2002.

184. The Selected Works of Mahatma Gandhi, Ahmedabad, Navajivan, vol. 5: Selected Letters, 1958.

185. Speeches and Writings of Mahatma Gandhi, Natesan & Co., Madras, 19334.

186. Gandhiji on Villages, selezione di lettere e articoli a cura di Divya Joshi, Mumbai, 2002.

187. Gandhiji on Khadi, selezione di lettere e articoli a cura di Divya Joshi, Mumbai, 2002.

188. Gandhiji on Communal Harmony, selezione e introduzione a cura di Bharati Mazmudar, Mumbai, 2003.

189. Gandhiji on Religious Conversion, selezione e introduzione a cura di Sandhya Mehta, Mumbai, 2002.

190. GANDHI - RAJCHENDRA, Questions Answered, Ahmedabad, Publisher Shrimed Rajchendra Gyon Pracharak Trust.

Sommario

Il Raj britannico

1. Modh Vanik (1869-1888)

2. Satavadhani (1888-1893)

3. Satyagraha (1893-1914)

4. Hind swaraj (1914-1930)

5. Ahimsa (1931-1939)

6. «Quit India!» (1939-1945)

7. «He Ram!» (1945-1948)

Epilogo

Bibliografia


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